Bucha. Testimonianza dall’Ucraina

Passiamo la frontiera di Siret, tra Romania e Ucraina, con la clinica mobile di MEDU. Il nostro team è composto da medici, psicologi ed interpreti. Siamo diretti alla città ucraina di Černivci, 40 km più a nord, un tempo chiamata la piccola Vienna per via del passato austro-ungarico, in cui le culture rumena, ucraina, ebraica, tedesca si sono avvicendate nei secoli. Oggi questa città di 300mila abitanti ospita almeno 150mila sfollati provenienti dalle zone di guerra dell’Est e del Sud del paese. Subito oltre il confine incontriamo nel senso inverso un’interminabile processione di tir e camion fermi da giorni in attesa di entrare in Romania. Il senso di attesa precaria, il cielo plumbeo e la sottile pioggia accrescono il senso di uno scenario distopico.

Giungiamo infine nella zona centrale della città, in un ampio cortile circondato da edifici amministrativi dove le autorità locali hanno creato un punto di raccolta per gli sfollati. Qui vengono forniti diversi servizi, da quelli burocratici alla fornitura di alimenti, kit di prima necessità e assistenza sanitaria. Il piazzale è gremito all’inverosimile, ci sono varie distribuzioni in corso ma su tutto prevale un senso di compostezza, di misura, dal tono della voce ai gesti delle persone, soprattutto donne, anziani e bambini. Un coro improvvisato intona struggenti canti ucraini mentre le tante persone sembrano sentire ma non ascoltare; come se questo fosse un giorno normale in un posto normale. Del resto qui in città ci si è dovuti costruire una normalità anche nelle situazioni più inverosimili; l’allarme aereo suona un giorno sì e un giorno no ma i più non ci fanno più caso. Fuori dalla nostra clinica mobile si organizza subito un nutrito capannello di pazienti; sono soprattutto uomini e donne anziane con patologie croniche oppure mamme con i bambini. Per l’assistenza psicologica attrezziamo uno spartano spazio per i colloqui proprio al centro del cortile, in un giardinetto protetto da grandi platani. Sul tronco di uno di essi è affisso un foglio di carta con una scritta in ucraino: colloqui psicologici, trattamento per l’insonnia. In un primo momento nessuno sembra volersi avvicinare e rimaniamo ad osservare l’operoso affaccendarsi intorno a noi e, da lontano, l’incessante salire e scendere dei pazienti dalla nostra clinica mobile.

Poi qualcosa cambia. Intorno al nostro ambulatorio improvvisato non si forma nessun assembramento ma lo sgabello destinato al colloquio non rimane mai vuoto. Come se le persone non volessero mostrarsi in fila in attesa di parlare con uno psicologo, timorose forse di confessare una fragilità che possa essere scambiata per resa. Come se le persone scorgessero da lontano il momento opportuno per sedersi su quello sgabello appena liberatosi di un altro occupante. Donekst, Nikolaiev, Odessa, Kharkiv, Kherson, Kiev, Donbass, Bucha… i luoghi di provenienza dell’umanità che si avvicenda disegnano la mappa della guerra. Molti si siedono per chiedere qualche medicina che li faccia tornare a dormire, una richiesta forse più accettabile per il proprio giudice interiore del chiedere aiuto psicologico. Per altri il solo sedersi sullo sgabello ha un effetto deflagrante, come se questo piccolo spazio protetto fosse un luogo sicuro dove l’apparente normalità si dissolve per lasciare finalmente erompere tutte insieme le emozioni in qualche modo represse per giorni o settimane, dalla fuga dalle proprie case, spesso dalla perdita delle persone più care. Qui si può piangere.

Olga è una giovane donna; l’avevo scorta qualche minuto prima in vicinanza del nostro spazio. Mi era apparsa il perfetto esempio della resilienza. Sicura di sè, forte mentre parlava con alcune donne più anziane che sembrava consolare. Quando si siede sullo sgabello di fronte a noi, sembra squarciarsi all’improvviso un velo troppo sottile. E’ tutto troppo veloce. In pochi istanti Olga ci porta l’orrore di Bucha, lo scempio della morte. L’angoscia scorre sul suo viso insieme alle lacrime e l’angoscia, come in uno specchio, prende chi dovrebbe curare, sostenere, attenuata solo dall’ottundimento di chi non ha mai vissuto esperienze simili, di chi si aggrappa solo all’incapacità di pensare che tutto questo sia reale come sola ancora di salvezza. Con il passare dei minuti cerchiamo di riorganizzare le difese emotive; cerchiamo appiglio nelle tecniche che conosciamo, organizziamo una strategia per stabilizzare i sintomi più invalidanti che accerchiano Olga.

Saranno necessari più colloqui, sarà indispensabile un aiuto farmacologico, il tempo ora non è abbastanza per far uscire tutto. Nel frattempo dopo un po’ di sole sono tornate le nuvole, sembra che pioverà, si ascoltano dei tuoni che sembrano riportarci nel qui e ora. E’ solo apparenza però. Che cos’è un tuono? E in che cosa assomiglia allo scoppio di una bomba? Riusciamo a immaginare come un evento atmosferico familiare possa evocare immagini e odori di terrore e di morte? A mio fianco, la nostra brava interprete, anch’essa rifugiata, è colta da attimi di angoscia che cresce al ritmo impazzito dei tuoni. Respiriamo profondamente per riportare un po’ di quiete.

Medici per i Diritti Umani

16/07/2022

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