Gianni Minà. “Il mio lessico famigliare è stato il siciliano stretto”

Intervista di Fabio Stassi (“la Repubblica”  19 giugno 2022).

 

Lo scrittore dialoga con il giornalista di origini madonite ed eoliane. Gli incontri con i grandi personaggi la pace e le utopie. In pochi sanno delle sue origini siciliane. La nonna di Gianni Minà, Cesira, era di Asti, ma suo nonno, il padre di suo padre, veniva da un piccolo paese di montagna delle Madonie, Castelbuono, «dove fanno i dolci con la manna e i panettoni giganti», come ha scritto nella sua autobiografia, “Storia di un boxeur latino” (Minimum Fax). Ma anche sua madre e la sua famiglia erano siciliani. Lei e sua nonna Nella, nata a Lipari, si salvarono dal terribile terremoto del 1908 soltanto perché si erano trasferite a Siracusa per le vacanze di Natale. Suo nonno Giovanni, invece, fu sorpreso nel sonno e ci morì. Fu l’onda d’urto del terremoto di Messina a portare una parte della sua famiglia fuori dall’Isola, prima a Trieste e poi a Torino. Come ci ha insegnato Natalia Ginzburg, ogni famiglia ha e custodisce un suo lessico famigliare. Quello della sua qual era? Ci sono parole del dialetto siciliano o particolari intonazioni che ha ascoltato nella sua infanzia e che ricorda?

«Il lessico della mia famiglia era il siciliano stretto di mia nonna Nella, il siciliano elegante di mia madre Francesca, per la famiglia Checchina, il cui nomignolo l’ha ereditato la mia seconda figlia Francesca (Chicca per noi), il torinese stretto di mia nonna Cesira, burbera, ma dal un cuore soffice, e di mio padre, avvocato presso le Assicurazioni Generali».

I terremoti che hanno cambiato il destino delle famiglie, in questi due ultimi anni, sono stati la pandemia, e ora la guerra. Come ha vissuto questo periodo così difficile?

«Molto male, in sofferenza fisica e morale. Io sono sempre stato un “animale sociale” e tagliare le relazioni con i miei amici e la mia famiglia è stato doloroso. Ancora più per mia moglie, che ha dovuto scegliere tra il preservare la mia salute fisica e quella di mio fratello Enzo costruendo intorno a noi una sorta di “bolla” di sicurezza, e il nostro equilibrio psicologico. Ho notato che persone come lei, che si prendono cura dei familiari più fragili, non sono rappresentate in alcun modo. Non hanno voce, eppure reggono le fragilità della nostra società. Questa pandemia ha demolito le radici del nostro paese, noi anziani, e chi ha denunciato questo problema è stato papa Francesco, l’unico papa ad essere così isolato soprattutto di fronte alla guerra iniziata durante la pandemia, perché, nonostante non se ne parli più, siamo ancora dentro l’onda del Covid e non ne siamo ancora usciti purtroppo. Attraverso la lenta e silenziosa scomparsa della memoria storica, la gente non si rende conto che cosa vuol dire essere un paese in guerra, perché fortunatamente non ha mai vissuto quei momenti terribili, se non nelle immagini che i media riportano. Ma le immagini non riusciranno mai a farti sentire la puzza, di morte e di distruzione. Questa guerra è terribile per molti aspetti: è una guerra convenzionale e non convenzionale, è iniziata da parecchio, sotto traccia, o almeno apparentemente. E anche su questo tema il Papa si era espresso chiaramente: “Siamo nella terza guerra mondiale, ma a pezzi”. Aveva denunciato, gridato, ma tutti si sono girati da un’altra parte. Anche ora, è l’unico, da subito, che ha parlato di pace senza infilarsi l’elmetto in testa, e forse sarà l’unico credibile che potrebbe portare avanti una trattativa tra le due parti in guerra».

Se avesse ancora una troupe a disposizione, dove sarebbe andato oggi? Quali notizie avrebbe cercato?

«Sarei andato subito a intervistare i due capi di Stato e gli intellettuali che hanno, da sempre, il polso della situazione».

Uno scrittore siciliano, Giuseppe Antonio Borgese, aveva pubblicato nel 1949 un “Disegno preliminare per una costituzione mondiale”. Non crede che i tempi siano maturi per un discorso come questo e che, come ci ha insegnato la pandemia, la pace sia un discorso che riguarda tutta la Terra?

«La pace è fortemente connessa al lavoro urgente per il cambiamento climatico: o si fa insieme, o non si fa. È molto facile capire chi vuole la pace e un mondo più equo e sano da tramandare alle nuove generazioni, basta vedere chi ha firmato o no i vari trattati su queste tematiche. Stiamo invece assistendo anche a un cambiamento dell’opinione pubblica sul tema della pace: fino alla guerra del Kosovo gli operatori di pace erano visti come angeli, ora sono tacciati da imbelli se non da vigliacchi, e parlano di Francesco come “pacifista estremista”. È una scomoda sensazione che in questo momento storico quasi nessuno sia interessato a un discorso di pacificazione».

Lei è stato il cronista di tante utopie, ha intervistato rivoluzionari, capi di Stato, papi, sportivi, ribelli e irregolari. Quanto è stato doloroso assistere alla scomparsa delle utopie?

«Ma io sono un cronista, non sono un rivoluzionario! Ho descritto le utopie e la distruzione delle utopie, ma ho descritto anche Paesi che dalla disperazione sono sempre risorti. L’America Latina è quella parte di mondo che annegata nel sangue ha sempre avuto la forza di ribellarsi e di rinascere. Anche ora, nonostante tutto. La cosa più importante è che ha anche tracciato la strada, dai primi anni del Duemila, con il Fsm, a Porto Alegre. Lì c’erano i rappresentanti delle popolazioni indigene che già allora stavano avvisando del pericolo che correva la Terra. Oggi, il 14enne Breiner David, indigeno Nasa, è il primo difensore della terra assassinato nel 2022 in Colombia. Apparteneva alla guardia indigena studentesca “Kiwe Thegna” di cui aveva scelto di far parte, i “guardiani della terra”».

Di tanti incontri, dai Beatles a Vinicius de Moraes a Fidel Castro, Mohamed Alì, Rigoberta Menchù, Massimo Troisi, chi le manca di più?

«Diego Armando Maradona, un essere umano a cui ho voluto molto bene, perché mi dava il privilegio di vedere le sue sofferenze, quasi di toccarle. E di raccontarle».

Ha circumnavigato il pianeta più volte, in lungo e in largo, conosciuto gente d’ogni tipo. Quale luogo le è rimasto più nel cuore?

«Bahia, conosciuta attraverso gli occhi di Jorge Amado e di Zelia Gattai, ma soprattutto di Vinicius de Moraes, che mi portò con lui subito dopo la rottura del mio primo matrimonio, e mi aiutò, con le sue parole, le sue canzoni, il suo mare, a lenire le ferite. Mi ricordo che ogni pomeriggio, per 14 giorni, mi portava in riva al mare e, seduti su due sgabellini e con i piedi nell’acqua, mi parlava e mi parlava. Non ricordo le sue parole purtroppo, ma il loro suono dolce insieme allo sciabordio delle onde che si infrangevano ai nostri piedi».

Una delle doti che nemmeno i suoi detrattori possono disconoscere è stata la sua capacità di comunicare con chiunque, al di là delle lingue. Da dove i viene, questa capacità di empatia?

«Nel corso del tempo ho imparato a togliere i muri del pregiudizio dalla mia testa. Ci nasciamo, perché ognuno di noi viene da una cultura non certo di unione, ma di divisione. Ho imparato, con l’incontro con gli altri, a farne a meno. Perché ognuno di loro mi ha dato qualcosa, un frammento delle loro vite che mi ha sorpreso. Così quella che noi oggi chiamiamo empatia è in realtà ascolto dell’altro, senza pregiudizio. Chi viene intervistato vuole sempre dire qualcosa di intimo, di suo, e bisogna averne rispetto».

Uno scrittore americano, David Foster Wallace, diceva che dovremmo stare sempre dalla parte di chi ama, non da quella di chi vuole essere amato. Credo che questo riassuma anche la postura con cui ha sempre interpretato il suo essere al mondo: amare quello che si fa senza chiedere niente in cambio. Forse è qui il segreto della sua naturale predisposizione all’amicizia. Sarà l’amicizia tra gli uomini a salvare il mondo?

«Per ora il mondo va nella direzione ostinata e contraria».

Intervista di Fabio Stassi (“la Repubblica”  19 giugno 2022 pagina 9)

Link alla campagna di crowdfounding “Minà’s Rewind” per ricostruire l’archivio audiovisivo di Gianni: https://www.produzionidalbasso.com/project/mina-s-rewind/

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