[Sinistrainrete] La politica monetaria europea tra ordoliberalismo e New Consensus Model

1. Introduzione

L’impianto della politica monetaria europea ha risentito delle vicende storiche e del dibattito teorico della prima metà del secolo scorso. Il paradigma ordoliberale che vide la luce in Germania all’inizio degli anni Trenta ha rappresentato a quest’ultimo proposito un importante punto di riferimento. Lo scopo del nostro lavoro è duplice: da una parte esso intende ricostruire l’influsso ordoliberale sulla politica monetaria europea nel corso del tempo, e dall’altro dimostrare come essa sia stata anche condizionata, a diverso titolo, dagli sviluppi del mainstream teorico, dal neoliberalismo al New Consensus Model (NCM).

2. L’eredità della tradizione ordoliberale

Negli anni Trenta del secolo scorso, ad opera di un economista, Walter Eucken, e di due giuristi, Franz Böhm e Hans Grossmann-Doerth, tutti docenti nell’Università di Friburgo, prese avvio una riflessione sui limiti del liberalismo classico e sul ruolo dello Stato.

In un manifesto programmatico del 1936, intitolato “Il nostro compito”, essi esplicitarono il loro intento, di “rimettere il diritto e l’economia al loro giusto posto”[1], individuando a tal fine alcune linee lungo le quali muoversi.

Nel sistema teorizzato dall’ordoliberalismo il principio base dell’economia è rappresentato dalla presenza di un efficiente sistema di prezzi di concorrenza perfetta. A questo principio base ne vengono affiancati altri sei, dei quali tre attengono a importanti profili di politica economica: il primato della politica monetaria, la costanza della politica economica e il principio dei mercati aperti.

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Gary Gerstle, J. C. Pan: Le crepe nell’ordine neoliberale

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Le crepe nell’ordine neoliberale

J. C. Pan intervista Gary Gerstle

Siamo in piena transizione: anche se il neoliberismo potrebbe non essere finito, di certo non è più l’ideologia indiscussa del nostro tempo

neoliberismo jacobin italia 1320x481Un movimento politico diventa ordine politico quando le sue premesse cominciano a sembrare ineludibili. Negli anni Cinquanta, i Repubblicani si piegarono alla realtà politica e sostennero i programmi di assistenza sociale del New Deal; negli anni Novanta, i Democratici abbracciarono la deregulation di Ronald Reagan.

Tuttavia, come sostiene lo storico Gary Gerstle nel suo nuovo libro, The Rise and Fall of the Neoliberal Order: America and the World in the Free Market Era, nessun ordine politico è immune dal potere destabilizzante delle crisi economiche.

Per Gerstle, la stagflazione degli anni Settanta minò l’ordine del New Deal proprio come la Grande Depressione aveva contribuito a realizzarlo. E oggi, all’ombra della Grande Recessione del 2008-2009, con l’inflazione che galoppa e la pandemia che si estende ancora in tutto il mondo, l’ordine neoliberista sembra vacillare. Dunque, cosa potrebbe venire dopo?

Jen Pan ha posto a Gerstle questa e altre domande nel corso di un recente episodio di The Jacobin Show. Nella loro conversazione, che è stata editata per chiarezza e lunghezza, Pan e Gerstle discutono di come Donald Trump e Bernie Sanders siano sintomi di destra e di sinistra del crack neoliberista, di come la New Left abbia inconsapevolmente aiutato l’ascesa del neoliberismo e perché pensa che «il capitalismo [non è] al posto di guida» in questo momento tumultuoso.

* * * *

Intendi qualcosa di molto specifico quando parli di un ordine politico. Cosa distingue un ordine politico da, diciamo, un movimento politico o un’ideologia politica? E quali sono stati alcuni importanti ordini politici negli Stati uniti?

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Moreno Pasquinelli: E ora?

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E ora?

di Moreno Pasquinelli

«Sarà un caso, ma il governo più atlantista della storia viene mandato a casa da tutti coloro che hanno sostenuto posizioni filoputiniane». Carlo Calenda coglie un aspetto della caduta del governo Draghi. Non c’è dubbio che per le contorte vie di uno psicodramma istituzionale, si è manifestato un dissenso trasversale e profondo contro lo scandaloso servilismo atlantista di Super Mario. Altro che “governo tecnico”! E’ stata squisitamente politica la decisione scellerata di anteporre fedeltà alla NATO e alla Casa Bianca agli stessi interessi nazionali.

Fosse anche solo per questo la caduta di Draghi è una buona notizia. Ma lo è anche per altri fattori.

Con la sua dipartita subisce un colpo micidiale l’europeismo, l’idea di cedere alla tecnocrazia di Bruxelles gli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Draghi era stato infatti intronizzato per l’impresa, anche in questo caso tutta politica, di sprangare la cella in cui il Paese è recluso, e quindi gettare via le chiavi. I carcerieri non ce l’hanno fatta, l’evasione è ancora possibile.

Molti commentatori si spiegano la rivolta dei partiti come reazione all’umiliazione a cui Draghi li ha sottoposti.

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Monica Quirico: Lo stigma del pacifismo e l’insostenibile concretezza delle armi

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Lo stigma del pacifismo e l’insostenibile concretezza delle armi

di Monica Quirico

Fin dai suoi albori, nel XIX secolo, il movimento pacifista è stato marchiato con epiteti meschini quando non infamanti: utopista, nella migliore delle ipotesi, ma anche vigliacco o addirittura traditore (del proprio paese e perfino della propria civiltà). Nel caso della guerra in Ucraina, il malanimo verso chi non si allinea alla posizione dominante (vittoria a qualunque costo) è esacerbato da quella criminalizzazione del dissenso che è diventata prassi comune con la pandemia, opponendo, anche a sinistra, i “rigoristi” ai “riduzionisti/negazionisti”: come se i comportamenti individuali fossero stati univoci e non inevitabilmente attraversati, tutti, da dubbi e contraddizioni. Ignorando le manovre più squallide (le liste di proscrizione dei presunti filorussi), speculari peraltro ai metodi utilizzati da Putin, nelle righe che seguono analizzo, da pacifista tormentata dal senso di impotenza di fronte al calvario della popolazione ucraina, alcuni repertori argomentativi, non solo italiani, che legittimano la soluzione militare cercando nondimeno un’interlocuzione con chi non la condivide.

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comidad: Draghilatria non significa draghicrazia

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Draghilatria non significa draghicrazia

di comidad

L’esibizione spudorata di cordoglio celebrativo che i media e il mondo politico hanno allestito per le dimissioni di Draghi, rischia di attirare nei confronti del povero Super-Mario più astio ed insofferenza del dovuto. In questa circostanza infatti il banchiere sta svolgendo lo stesso ruolo del mitico figlio dei vicini nel film “Ricomincio da Tre”: una sorta di modello irraggiungibile che non ha altra funzione che quella di pretesto per umiliare il proprio figlio con improbabili confronti. Non è solo questione di fare la tara al castello di lodi verso la persona di Draghi, dato che è ovvio che si tratta di effetti di sponda, di rimbalzo: la stampa straniera ha ripreso e rilanciato pedissequamente la narrativa dei principali giornali italiani, ivi comprese le più spudorate fake news; ed ora quegli stessi giornali nostrani si servono dei commenti dall’estero per auto-confermarsi nelle loro tesi.

La Draghilatria è una bolla mediatica a cui non corrisponde però un’effettiva Draghicrazia. Che Draghi rimanga o meno, è infatti del tutto irrilevante per l’azione di governo. Da Presidente del Consiglio Draghi non ha fatto niente di diverso da ciò che avrebbe potuto fare chiunque altro al suo posto.

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Piccole Note: Sri Lanka: una Maidan nel cuore dell’Oceano Indiano

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Sri Lanka: una Maidan nel cuore dell’Oceano Indiano

di Piccole Note

Per alcuni giorni la crisi dello Sri Lanka ha occupato lo spazio mediatico in maniera massiccia e altro spazio le verrà tributato in futuro, data la rilevanza geopolitica dell’isola, da tempo crocevia di tanti interessi a causa della sua collocazione strategica nel sempre più cruciale Oceano Indiano.

Non per nulla nei decenni passati lo Sri Lanka è stato dilaniato da una feroce guerra intestina (supportata da attori esterni), che ha visto il governo opporsi alle feroci tigri Tamil. Finita la guerra, sembrava che la situazione potesse stabilizzarsi, ma la contesa tra Usa e Cina ha riportato l’isola al centro delle tensioni internazionali, soprattutto dopo che Pechino ha iniziato a investirvi.

Così torniamo alla crisi attuale, che i media hanno descritto come una rivolta popolare prodotta da una tragica crisi economica. Da qui la folla che assalta i palazzi del potere e la fuga del presidente Gotabaya Rajapakasa.

A innescare la crisi economica l’incapacità del governo, le ristrettezze causate dalla pandemia e dalla guerra ucraina, ma soprattutto la trappola del debito innescata dai finanziamenti giunti dalla Cina, identificata così come la principale responsabile del disastro.

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Pierluigi Fagan: Il ritratto di Italian Gray

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Il ritratto di Italian Gray

di Pierluigi Fagan

Conoscerete la trama del famoso romanzo di Oscar Wilde in cui un tizio ottiene di rimanere giovane e bello purché non si specchi mai verificando così che la sua immagine reale è quella di un vecchio incartapecorito. Noi italiani, da trenta anni, funzioniamo nella stessa maniera.

Nello specchio c’è la nostra classe politica, lì in pubblico stante l’ampia classe dirigente che gli fa da coorte e non appare. Noi italiani siamo i giusti, giovani, belli, saggi che per lo più si fanno i fatti loro, individualmente o per famiglie o per bande, salvo talvolta incrociare qualche specchio e rimanere disgustati dall’orribile riflesso. Ma non capiamo che quello che vediamo è il nostro riflesso, pensiamo sia qualcun altro che ha preso il nostro legittimo posto.

Noi italiani siamo diventati una massa informe di gente che ha l’intestino al posto del cervello, con tutte le conseguenze della metafora in termini di fori eiettivi.

Quattro anni fa, vinse le elezioni una inedita forza politica che molti hanno salutato come il necessario superamento della vetusta dicotomia “destra-sinistra”, un trucco per dividere il popolo.

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Fosco Giannini: Per una Lista Comunista Unitaria Nazionale

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Per una Lista Comunista Unitaria Nazionale

Crisi del governo Draghi ed elezioni

di Fosco Giannini

IMG 20220721 171137Mentre scriviamo – 21 luglio – il governo Draghi è in agonia. Non ne conosciamo l’epilogo, ma ciò ci interessa relativamente rispetto all’esigenza che abbiamo di andare all’essenza delle cose, sottraendoci all’impudico balletto a cui partecipa quasi tutto l’arco parlamentare italiano, che si muove in un vaudeville di personaggi obesi nell’animo, ipocriti ed untuosi, quelli già per sempre tratteggiati e condannati da George Grosz.

Il governo Draghi cadrà e all’orizzonte si profilerà la vittoria di una destra guidata da Giorgia Meloni. Il PD, il partito che ha fatto entrare nella Città d’Italia quel Cavallo di Troia pieno di soldati iperliberisti e antioperai, con le bandiere della Nato e dell’Ue, lancerà gridi d’allarme per la democrazia e cercherà di costruire altri fronti liberisti ed atlantisti contro la destra.

E l’orrido vaudeville continuerà, sarà più volte al giorno trasmesso in ogni casa italiana, nella menzogna, nella rimozione totale della verità, in una “politique politicienne” di massa entro la quale il tesoro della verità sarà nascosto sottoterra, come le 300 monete d’oro d’epoca bizantina ritrovate solo nel 2018 sotto le terre di Como.

Se la destra capeggiata da Fratelli d’Italia vincerà, nulla sul piano sostanziale, cambierà: l’alleanza tra FdI, Lega e Forza Italia garantirà di nuovo una totale subordinazione all’Ue, alla Nato, all’Ucraina di Zelensky e al grande capitale italiano.

Se dovesse riaffermarsi un fronte di centro-sinistra o di “unità nazionale” attorno al PD, magari allargato al nuovo Centro in composizione, tutto sarà come prima: fedeli alla guerra imperialista, all’Ue e a quella nuova borghesia italiana che ora domina il sistema finanziario, bancario e industriale italiano con quella ferocia padronale che le permette quell’ormai lunga assenza dell’opposizione politica, sociale e sindacale in Italia.

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Gaspare Nevola: Democrazia o salvezza. Cosa ci dice la crisi del governo Draghi

gasparenevola

Democrazia o salvezza. Cosa ci dice la crisi del governo Draghi

di Gaspare Nevola

Democrazia o salvezza? Elezioni o il Bene del Paese? Questi gli interrogativi che non vogliamo porci. Ma cosa ci dice, in ultimo, la crisi del governo Draghi?

5740256 2228 mario draghi governo mattarella1. Vita o crisi di un governo, voti di fiducia del Parlamento. La fisiologia di una democrazia parlamentare

La settimana scorsa il Presidente del Consiglio Draghi si è dimesso, nonostante avesse avuto il voto di fiducia istituzionale del Senato. Ma non avendo ottenuto il voto di fiducia politico da parte del M5S, ha ritenuto che la maggioranza parlamentare, che lo aveva fatto sorgere, di fatto non esisteva più, e per ciò stesso veniva meno il governo nato circa un anno e mezzo fa. Dopo che il Quirinale ha respinto le sue dimissioni, oggi (20 luglio) il premier Draghi si reca in Parlamento. In quale direzione si uscirà dalla crisi di governo ufficializzata, se non innescata, dalle dimissioni del Presidente del Consiglio? Una riflessione si impone comunque già ora, su alcune tendenze di fondo che vanno rafforzandosi nella politica e nel sentiment del Paese. Anche qualora, alla fine, si dovesse andare alle elezioni anticipate. Ma andiamo con ordine a svolgere il nostro tema, che si articolerà su una pluralità di fuochi di analisi, come, ad esempio, quello dell’opinione pubblica organizzata nei canali della stampa nazionale, quello delle trasformazioni della “cosa-democrazia” a fronte del persistere del “nome- democrazia”, quello del significato del voto nelle liberaldemocrazie contemporanee.

 

2. Fisiologia di una democrazia parlamentare sul viale del tramonto?

Che un governo nasca, viva o muoia sulla base dei voti e della fiducia o sfiducia parlamentari, nonché sulla base delle scelte politiche che compiono i partiti, rappresenta la fisiologia di una democrazia parlamentare, quale è quella italiana disegnata nella Costituzione del 1948 – indipendentemente dal fatto che gli esiti a cui portano tali dinamiche politiche possano, a seconda dei casi, piacere o no.

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nlp: Draghi è scappato sull’astronave. Tornerà?

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Draghi è scappato sull’astronave. Tornerà?

di nlp

Luigi II, principe di Condè, uno dei generali più famosi della guerra dei trent’anni, era noto per il sonno lungo e sereno prima della battaglia. Del resto, si era ancora in un mondo nel quale equilibrio esistenziale, disciplina fisica e studio della strategia stavano ancora sullo stesso piano. Nella nostra repubblica parlamentare il giorno prima della battaglia, quella mimata alle camere, è caratterizzato da continui rilanci d’interviste, tweet, post sui social e ostentazioni di serenità. Questa volta lo spettacolo dell’ostentazione della serenità è toccato a Enrico Letta e la manifestazione di sereno e sovrano disinteresse, ben protetto dai media, è stata espressa da Mario Draghi.

Entrambi, il segretario del PD e il presidente del consiglio, hanno clamorosamente perso, con un voto parlamentare disastroso che è riuscito, di fatto, a evaporare una maggioranza, giusto prima del voto al senato, con numeri di unità nazionale.

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Michele Castaldo: La crisi del M5S e la stupidità dei propositori

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La crisi del M5S e la stupidità dei propositori

di Michele Castaldo

Ma come? In piena estate, in piena pandemia, in piena guerra, in piena crisi economica, in piena crisi politica il Movimento 5 Stelle nega la fiducia al governo Draghi? Cosicché tutti i farabutti di questo paese si ergono a giudici dei poveri disgraziati posti da lungo tempo sulla brace. Si avvia ormai alla sua conclusione la parabola di un movimento politico che sembrava volesse spaccare il mondo. Diciamo movimento politico e non movimento sociale, volendo da subito stabilire una differenza tra le due cose. Dovrebbe pur insegnare qualcosa a tanti sociologi, intellettuali e baronetti di sinistra che si illudono sul ruolo “rivoluzionario” da poter svolgere all’interno delle istituzioni repubblicane. I fatti hanno dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che si rimane rivoluzionati prima nei comportamenti e poi, conseguentemente, nei pensieri. Basta osservare il precoce Di Maio per comprenderne la farsa scambiata, dai falsi ingenui, per tragedia. Ma sarebbe stupido gridare al tradimento di questi miserrimi personaggi, mentre vanno spiegate le cause che li fecero sorgere e quelle che li stanno annientando.

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Leonardo Mazzei: Sistema in bambola, opposizione muta

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Sistema in bambola, opposizione muta

di Leonardo Mazzei

Siamo di fronte ad un curioso paradosso. Mentre il “governo dei migliori” barcolla, l’opposizione appare anch’essa stordita e muta. Non parliamo ovviamente della finta opposizione di Fratelli d’Italia, bensì di quella che si è espressa nelle piazze negli ultimi due anni.

Dopo aver invocato in mille manifestazioni la cacciata del “vile affarista”, adesso che il suo potere traballa sul serio, l’incredulità prevale sull’iniziativa politica. Certo, la sua possibile dipartita nei prossimi giorni non dipende da noi, ma sciocco sarebbe non vedere il nesso tra il crollo del consenso ed i giochi di palazzo che decideranno del suo futuro.

Il relatore del Britannia si atteggia ad “uomo che non deve chiedere mai”, ma da tempo il suo appeal non è più quello che vorrebbero farci credere i giornaloni. Del resto, se così non fosse, non si capirebbe la corsa ai tanti distinguo – targati M5s, ma anche Lega – degli ultimi mesi. Non abbiamo mai sottovalutato la portata dell’operazione Draghi, ma proprio per questo la crisi politica in corso ci parla del fallimento politico di quella mossa che portò l’ex Bce a Palazzo Chigi.

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Editoriale

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Editoriale

Non si può certo dire che dall’inizio dell’“operazione speciale” dei russi in Ucraina siano mancate le analisi approfondite, documentate, sulle cause remote del conflitto, sugli squilibri geopolitici, né che siano mancate le informazioni corrette. Tanto più oscene sono le manifestazioni della canea guerrafondaia dei nostri maggiori organi di stampa, la spudoratezza delle fake news, l’abbandono di ogni ritegno da parte di partiti di sinistra ed ecologisti nel volgere le spalle ai loro valori fondativi. Tanto da non accorgersi nemmeno che il ventre molle dei popoli non vuole saperne di guerra, per non veder disturbati i loro programmi di vacanza, le loro abitudini di consumo, mangiati i loro conti in banca da un’inflazione che s’annuncia devastante.

Si ha la sensazione che per la maggioranza degli italiani tutto quel che succede in Ucraina sia un videogioco oppure un’altra occasione per dividersi in tifoserie, sembra che dimenticare la quaresima della pandemia sia il comportamento prevalente.

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Sandro Chignola: A proposito di Adelino Zanini, Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti

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A proposito di Adelino Zanini, Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti

di Sandro Chignola*

Adelino Zanini, Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti (1933-1973), Bologna, Il Mulino, 2022

La notevole ricostruzione delle teorie politiche ordoliberali operata da Adelino Zanini svela nelle conclusioni il proprio asse interpretativo. Qui si rendono evidenti almeno due cose. La prima: è stato a partire dai Corsi tenuti da Michel Foucault al Collège de France che è ripreso, anche per Zanini, il quale trova l’interpretazione di Bilger e Foucault del tutto perspicua, l’interesse per la teoria politica ordoliberale. La seconda: che è necessario decostruire le modalità attraverso le quali nel dibattito si è fissata l’immagine di un neoliberalismo compatto, del tutto innovativo e che, tra teoria e prassi, sbalza come un monolite. Anche nell’Europa a trazione tedesca, il progetto neoliberale non soltanto si impone storicamente tra molte resistenze, ma si impasta di «residualità costitutive» con le quali si trova costretto a mediare. Di qui l’impossibilità dell’inveramento della sua cristallina progettualità teorica e l’«ineludibile ibridazione» che ne caratterizza l’impianto a livello europeo.

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