[Sinistrainrete] Giorgio Salerno: Il rebus di uno Stato criminale

Come chiamereste un soggetto che pratica da oltre settant’anni violazioni dei diritti umani e del corpus di norme scritte nei trattati internazionali? Le opzioni, come gli aggettivi, possono essere varie ma nessuna di esse potrebbe discostarsi molto dal concetto di criminalità seriale o, meglio, sistematica. L’applicazione delle regole giuridiche è un principio cardine degli ordinamenti liberali. Eppure, tutti gli Stati – e le coalizioni politiche ed economiche di Stati – che a quegli ordinamenti si ispirano senza alcuna esitazione, fanno eccezione nel caso dell’apartheid israeliano nei confronti di un intero popolo. Per chi non crede alla volubilità del destino, ci sono rilevanti cause storiche, geopolitiche e commerciali a spiegare le ragioni di tanta impunità. Quel che, per molti versi e alla luce dei decenni trascorsi, risulta davvero difficile da spiegare è dove abbia trovato la forza per non arrendersi quel popolo perseguitato, umiliato e ucciso ogni giorno.

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Nei primi giorni di luglio l’Alta Corte di Israele ha emesso una sentenza di ampia immunità per lo stato riguardo ai crimini di guerra compiuti a Gaza. Adalah e Al Mezan, associazioni palestinesi per i diritti umani – a sostegno della richiesta di risarcimento di Attiya Nabaheen, che aveva 15 anni quando fu colpito dal fuoco dei soldati israeliani, nel cortile davanti a casa sua mentre rientrava da scuola a Gaza nel novembre 2014, rimanendo paralizzato – avevano contestato una legge del 2012, secondo la quale gli abitanti della Striscia di Gaza non possano ricevere risarcimenti da parte di Israele, in quanto dal 2007 è stata dichiarata “territorio nemico”.[1] Colpire i civili è un crimine di guerra, secondo il diritto internazionale: ma per Israele e i suoi alti magistrati, non conta niente.

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John Bellamy Foster: La soluzione capitalista per “salvare” il pianeta: trasformalo in una classe di asset e vendilo

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La soluzione capitalista per “salvare” il pianeta: trasformalo in una classe di asset e vendilo

Lynn Fries intervista John Bellamy Foster

John Bellamy Foster spiega la “soluzione” ideata dalla finanza globale per risolvere l’imminente crisi ambientale: creare un patrimonio del valore di un multi-quadrilion di dollari sul retro di tutto ciò che la natura fa ed espropriarlo dai beni comuni globali per realizzare un profitto. Peggio ancora: sta già accadendo

0d5019bb91d963a1982a8cfe65e960b4 Spuros Papaloukas antigrapho e1658070902736L’ospite di oggi è John Bellamy Foster. Parlerà della finanziarizzazione della terra come nuovo regime ecologico. Un regime in cui la rapida finanziarizzazione della natura sta promuovendo una Grande Espropriazione dei beni comuni globali e l’espropriazione dell’umanità su una scala che supera tutta la storia umana precedente. E che sta accelerando la distruzione degli ecosistemi planetari e della terra come casa sicura per l’umanità. Il tutto in nome di salvare la natura trasformandola in mercato.

Gli articoli delle recensioni mensili dei nostri ospiti: La difesa della natura: resistere alla finanziarizzazione della terra e alla natura come modalità di accumulazione: il capitalismo e la finanziarizzazione della terra descrivono in dettaglio questo argomento.

Insieme a noi dall’Oregon, John Bellamy Foster è professore di sociologia all’Università dell’Oregon ed editore di Monthly Review. Ha scritto ampiamente sull’economia politica ed è un importante studioso di questioni ambientali. È autore di numerosi libri tra cui Ecology: Materialism and Nature di Marx , The Great Financial Crisis: Causes and Consequences , The Ecological Rift: Capitalism’s War on the Earth . Un prossimo libro, Capitalism in the Anthropocene: Ecological Ruin or Ecological Revolution, uscirà presto da Monthly Review Press. Benvenuto, John.

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LYNN FRIES: Ciao e benvenuto. Sono Lynn Fries produttore di Global Political Economy o GPEnewsdocs. L’ospite di oggi è John Bellamy Foster. Parlerà della finanziarizzazione della terra come nuovo regime ecologico. Un regime in cui la rapida finanziarizzazione della natura sta promuovendo una Grande Espropriazione dei beni comuni globali e l’espropriazione dell’umanità su una scala che supera tutta la storia umana precedente. E che sta accelerando la distruzione degli ecosistemi planetari e della terra come casa sicura per l’umanità. Il tutto in nome di salvare la natura trasformandola in mercato.

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Giovanni Iozzoli: Fronte dell’Interporto

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Fronte dell’Interporto

di Giovanni Iozzoli

Sarà curioso leggere un po’ più approfonditamente le carte della Procura piacentina e del Gip Caravelli, relative all’inchiesta che ha portato all’arresto di sei sindacalisti, oltre che ad allungare a dismisura il già ricco carnet di perquisizioni, provvedimenti amministrativi e denunce che la magistratura di quel territorio ha collezionato negli anni, ai danni del movimento operaio della logistica. Perché se è vero che di solito durante le conferenze stampa si danno in pasto al pubblico le anticipazioni più succose, quello che è venuto fuori dalle dichiarazioni dei magistrati è davvero disarmante. Viene da chiedersi se certe figure siano davvero consapevoli della gravità del loro agire – una retata di sindacalisti nel 2022! -, se siano in grado di valutare la sproporzione tra i loro provvedimenti e gli “episodi contestati”; se si rendano conto che una iniziativa come quella del 19 luglio va ad interferire pesantemente con l’interpretazione e l’applicazione di alcuni fondamentali diritti costituzionali.

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Federico Dezzani: L’addio di Draghi e la crisi del debito italiano nel contesto europeo

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L’addio di Draghi e la crisi del debito italiano nel contesto europeo

di Federico Dezzani

Con un “tempismo” perfetto, il premier Draghi ha innescato una crisi parlamentare che è rapidamente evoluta nella caduta del suo stesso governo: l’Italia, così, si dirige ad elezioni anticipate in un contesto internazionale sempre più “ostile” e deteriorato. Tutto lascia supporre che gli anglosassoni vogliano sfruttare il debito pubblico italiano per infliggere il colpo di grazia al fragile assetto europeo.

 

Italia epicentro della prossima crisi finanziaria

La nomina a presidente del Consiglio nel febbraio 2021 era subito sembrata, a noi osservatori disincanti, come il culmine di quel trentennale processo di distruzione dello Stato italiano iniziato con Tangentopoli. L’ipocrita pretesa che Mario Draghi fosse “l’ultima carta da giocare”, oltre la quale ci fosse solo il diluvio universale, lasciava presagire che al termine della sua esperienza di governo si preparasse l’assalto finale della finanza anglosassone all’Italia e al debito pubblico italiano.

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Fabrizio Venafro: Logiche neoliberali e cambiamento climatico: perché la svolta inizia dal pensiero critico

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Logiche neoliberali e cambiamento climatico: perché la svolta inizia dal pensiero critico

di Fabrizio Venafro

In questi giorni di caldo infernale, specie nelle città, vere distese di lamiera e cemento surriscaldati, ci si sofferma troppo poco su quanto abbiamo causato al clima e a noi stessi. I picchi di 40 gradi previsti Bretagna e in Inghilterra dovrebbero far riflettere sulle conseguenze di un modello di sviluppo che ha mostrato tutti i propri limiti. Quando a inizio anni Settanta il Club di Roma pubblicava I limiti dello sviluppo, eravamo in tempo per porre rimedio a una catastrofe annunciata. Ora, forse, non solo abbiamo poco tempo ma quel poco tempo non ci servirà a tornare indietro. Secondo alcune previsioni degli scorsi anni, il punto di non ritorno è stato già superato. Gli alti livelli di CO2 in atmosfera continueranno a salire per anni a prescindere dai nostri comportamenti. Questo stato di eccezione richiederebbe una risposta altrettanto eccezionale, come è avvenuto in risposta alla pandemia da covid-19. Ma in quel caso era a rischio la capacità produttiva degli stati. Cosa che, con il cambiamento climatico, non si paventa per il momento. Per questo non si vede alcuna prospettiva idonea a invertire la rotta nelle agende dei potenti della Terra.

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Piccole Note: L’intervista di Karaganov al Nyt

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L’intervista di Karaganov al Nyt

di Piccole Note

Non capita tutti i giorni che un media mainstream americano pubblichi un’intervista a un esponente dell’élite culturale russa. Lo schema dei blocchi contrapposti impedisce spiragli di dialogo, necessari alla comprensione reciproca.

E tale chiusura, dopo la guerra ucraina, è diventata cortina di ferro. Così, quando abbiamo letto l’intervista a Sergey Karaganov sul New York Times di ieri ci siamo stupiti non poco, perché questi è uno degli ideologi più vicini al Cremlino e a intervistarlo è Serge Schmemann, penna autorevole del giornale. Riportiamo alcuni passaggi dell’intervista, rimandando chi volesse all’integrale.

“Quando è iniziato il conflitto militare, abbiamo visto quanto fosse profondo il coinvolgimento dell’Ucraina con la NATO: molte armi, addestramento. L’Ucraina si stava trasformando in una punta di diamante puntata al cuore della Russia. Abbiamo anche visto che l’Occidente stava crollando in termini economici, morali, politici”.

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lorenzo merlo: La struttura

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La struttura

di lorenzo merlo

Se legittimamente possiamo non essere consapevoli di tutto, altrettanto colpevolmente non possiamo esimerci dall’operare per emanciparci dai vincoli che la struttura ci impone.

La struttura corrisponde a solidità.

La formazione che subiamo, succubi, servi e promotori di una cultura positivista e scientista, impone in noi il dominio di una prospettiva progressista. Crediamo così di procedere in avanti verso un futuro che, per sua storpiata ontologia, sarà meglio del passato. Siamo perfettamente idonei all’inettitudine verso tutto ciò che esula dal campetto di gioco che ci ha cresciuti e che, con giochi di specchi, ci pare il solo e disponibile a contenere la conoscenza.

Con quella struttura prêt-à-porter, avanziamo nella vita impettiti di verità, capaci all’occorrenza di uccidere – metaforicamente e non – chiunque non dimostri pari allineamento alla verità costituita, quella che noi e solo noi possiamo vantare e dobbiamo difendere.

Assumiamo la struttura senza colpa. Tutto l’orizzonte è coordinato per dimostrare che è la sola possibile. Non ci offre alternative. La realtà è quella! Le cose sono così! La verità è chiara!

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Ascanio Bernardeschi: L’economia politica fra scienza e ideologia

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L’economia politica fra scienza e ideologia

di Ascanio Bernardeschi

Parte prima

947996830259ca56eff14683b8bab0a9 XLPremessa

In una lettera a un operaio inglese, Karl Marx scriveva a buona ragione che l’opera alla quale stava lavorando avrebbe costituito il più terribile proiettile scagliato contro la borghesia. Non si tratta solo del fatto che Il capitale individua l’unica fonte del valore nel lavoro, mostrando come all’origine dei profitti e della rendita ci sia il lavoro non pagato. A questo risultato, sia pure in termini meno rigorosi, erano giunti anche i socialisti ricardiani e limitarsi a considerare questo solo aspetto sarebbe fortemente riduttivo della ricchezza della critica marxiana dell’economia politica. Per non dilungarmi troppo, indico qui solo alcuni spunti.

1. Occorre distinguere fra oggetti comuni ai diversi modi di produzione (beni, mezzi di produzione, lavoro utile ecc.) e forme sociali storicamente determinate in cui tali oggetti si presentano nel modo di produzione capitalistico (merci, capitale, lavoro astratto ecc.). A differenza di quanto sostengono gli economisti classici, il capitale è visto da Marx come un rapporto sociale storicamente determinato e non solo come un insieme di beni impiegati nella produzione, cosa necessaria e comune a ogni modo di produzione. Ciò comporta che il capitalismo non sia un orizzonte naturale, necessario ed eterno, ma corrisponda a una determinata fase della storia: non è esistito prima, non ci sarà una volta che l’uomo avrà superato questa fase della storia umana.

2. Il capitale costituisce la condensazione, l’accumulo di lavoro sfruttato in passato. Inoltre, i presupposti del capitale – la concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani del capitalista, l’esistenza di lavoratori spossessati di tali mezzi e l’esistenza di un vasto mercato delle merci – vengono continuamente posti dal capitale stesso, che riproduce su scala allargata le condizioni della propria esistenza.

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Il Lato Cattivo: In cammino

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In cammino

di Il Lato Cattivo

Prefazione ad un’antologia di testi de Il Lato Cattivo di prossima pubblicazione in Grecia

Giorgio de Chirico Art cantore della vita interiore degli oggetti 1Riesaminare il contenuto di questi scritti «d’occasione», elaborati generalmente «a caldo» e in tempi brevi, è per chi scrive un esercizio necessario ma non sempre appagante. Il tempo è un giudice implacabile. Nel distacco che esso consente, le analisi deboli risaltano più di quelle solide, le ipotesi fallaci più di quelle pertinenti. Ciò è vero a maggior ragione dopo lo scoppio della «crisi da Covid-19», che pone la teoria comunista di fronte a una forma di crisi del tutto atipica, e ancora lungi dall’aver dispiegato tutti i suoi effetti in termini economici, politici e sociali. Nell’elaborazione di questa prefazione, il nostro riflesso spontaneo è stato, di primo acchito, quello di voler completare, precisare e correggere gli assi di riflessione, le articolazioni, le proiezioni contenute in questi testi. Dopo ulteriore ponderazione, e nella consapevolezza della ridotta risonanza delle nostre posizioni e attività, in particolare a livello internazionale, ci è sembrato invece più opportuno fornire ai lettori e alle lettrici di Grecia, qualche elemento sul percorso in cui questi testi si inscrivono, ovvero cercare di rispondere a domande in apparenza semplici: «da dove veniamo?», «dove andiamo?».

Chiariamo fin da subito che quella de Il Lato Cattivo, cominciata una decina d’anni fa, è una storia che riguarda pochi individui: una cerchia ristretta che nei momenti migliori si è potuta contare sulle dita di una mano, e una platea di interlocutori assidui che al massimo riempirebbe l’altra mano. Dal punto di vista aggregativo, per non dire «organizzativo», è dunque una storia di solitudini e di insuccessi, di tentativi non necessariamente infruttuosi, ma sempre estemporanei, di allargare la cerchia oltre gli iniziatori, i quali restano ad oggi i soli superstiti.

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Dante Barontini: Camere sciolte, governo in carica, elezioni “vietate”

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Camere sciolte, governo in carica, elezioni “vietate”

di Dante Barontini

Come un velociraptor Sergio Mattarella è corso a sciogliere le Camere, lasciando il governo nelle sue funzioni, e convocando le elezioni politiche per il 25 settembre.

Le motivazioni offerte sono in piena linea con il “modello di governance” che gli è esploso tra le mani. Il modello chiamato (in inglese, perché non si capisce cosa significa) “output democracy”, fondato su “criteri di efficienza, economicità e competenza“, a discapito di un maggior coinvolgimento dei cittadini, che viene per contrasto definito input democracy.

Chiaro che nel secondo caso il consenso dei cittadini (e la legittimità politica dei diversi interessi sociali) è il cuore stesso della “democrazia parlamentare”, mentre nel primo è un “fastidio” da contenere nei suoi effetti, facilitando l’astensione e creando una classe politica di servi capaci di recitare alcune parti non troppo dissimili.

Mattarella ha infatti indicato gli obblighi e la tempistica del Pnrr, “il periodo che attraversiamo non consente pause negli interventi indispensabili per contrastare gli effetti della crisi economica e sociale; e in particolare dell’aumento dell’inflazione”.

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Domenico Gallo: Dopo di me il diluvio

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Dopo di me il diluvio

di Domenico Gallo

Draghi come Schettino ha affondato da sé stesso il vascello di cui era al comando. Secondo la Costituzione «il Governo deve avere la fiducia delle due Camere» (art. 94). La Costituzione non richiede la maggioranza assoluta per la validità della fiducia. È, sul punto, piuttosto elastica e consente anche la nascita e il mantenimento in vita di Governi privi della maggioranza assoluta in Parlamento, come avvenne nella XII legislatura con il Governo Dini. Il Governo ha l’obbligo di dimettersi solo se il Parlamento approva una mozione di sfiducia oppure se respinge un provvedimento sul quale il Governo ha posto la fiducia. Nella vita della Repubblica i Governi sono caduti per un voto di sfiducia oppure si sono dimessi preventivamente in vista o per evitare un voto di sfiducia. Non si era mai visto un Presidente del Consiglio che rassegnasse le dimissioni dopo aver ottenuto un voto di fiducia approvato a maggioranza assoluta al Senato (172 a favore e solo 39 contrari).

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Antonio Castronovi: Una coalizione popolare per la democrazia costituzionale contro la guerra

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Una coalizione popolare per la democrazia costituzionale contro la guerra

di Antonio Castronovi

La grande “alleanza nazionale di governo” a sostegno della guerra della NATO si è disciolta nel caldo sole di luglio. Siamo tornati, come nel gioco dell’oca, ai punti di partenza del dopo elezioni di quattro anni fa. Centro destra, PD-area centrista e M5S ad occupare i tre poli del sistema politico italiano, che si ripresentano in competizione tra loro con una differenza: il M5S di Conte si presenta con una caratterizzazione più marcata sui temi sociali e sulla posizione della guerra, meno incline ad armare l’Ucraina e meno prona ai voleri e ai diktat della NATO. Si voterà il 25 settembre.

Intanto la guerra prosegue e non offre spazi per una soluzione pacifica, impossibile data la posta in gioco, vitale per motivi opposti, sia alla Russia, da cui dipende in gran parte il destino del multipolarismo, sia al blocco anglosassone che reputa vitale per i suoi interessi strategici il mantenimento dell’ordine unipolare e la sconfitta della Russia.

Da ciò il rischio di un conflitto lungo e pericoloso, di una guerra mondiale ibrida che accompagnerà l’avvento di una nuova architettura dei poteri nel mondo, politico-militari, economici, commerciali, finanziari che interesseranno anche altri luoghi e aree di crisi: Asia, Medio-Oriente, Africa, Sud America.

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Giuseppe Gagliano: I piani americani che hanno indotto Mosca alla guerra

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I piani americani che hanno indotto Mosca alla guerra

di Giuseppe Gagliano

Ecco come Obama e Biden hanno provocato la trappola che ha costretto la Russia a intervenire in Ucraina, secondo Michael Brenner

Professore emerito di affari internazionali nell’Università di Pittsburgh e membro del Center for Transatlantic Relations presso Sais/Johns Hopkins, Michael Brenner è stato direttore del programma di relazioni internazionali e studi globali presso l’Università del Texas. Ha anche lavorato presso il Foreign Service Institute, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e Westinghouse. È autore di numerosi libri e articoli sulla politica estera americana, la teoria delle relazioni internazionali, l’economia politica internazionale e la sicurezza nazionale.

Secondo lo studioso americano per capire il conflitto attualmente in corso con la Russia è necessario tenere presenti tre aspetti.

In primo luogo, la guerra in Ucraina è il culmine di una crisi iniziata poco dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden. Questa crisi è di per sé una ripresa del fuoco dalle braci mal spente dell’iniziale conflagrazione risalente al colpo di Stato fomentato da Washington nel marzo 2014.

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Andrea Legni: Lo chiamavano “il migliore”, non lo dimenticheremo

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Lo chiamavano “il migliore”, non lo dimenticheremo

di Andrea Legni

Da quando Mario Draghi si è dimesso l’apparato mainstream è inconsolabile. “L’Italia tradita” ha titolato con amarezza La Repubblica, “Addio” l’avvilito Corriere della Sera, “Vergogna”, arrabbiatissima, La Stampa. Pare che il Paese abbia perso una guida insostituibile e illuminata. D’altra parte fin dal giuramento del 13 febbraio 2021 gli stessi giornali l’avevano ribattezzato il governo dei migliori, quello che con la guida autorevole dell’ex banchiere capo di Bruxelles avrebbe rimesso in sesto le finanze pubbliche e ricollocato l’Italia nel prestigioso ruolo che le spetta nell’agone internazionale. Ma qualcuno dovrà pur fare i conti. Quindi ripercorriamo i grandi risultati ottenuti da Mario Draghi nei suoi 523 giorni alla guida del governo.

  1. Il record dei voti fiducia. In una cosa di certo questo è stato effettivamente il governo dei migliori. Nessun altro nella storia repubblicana aveva posto 55 volte il voto di fiducia in meno di un anno e mezzo. 55 occasioni in cui l’esecutivo ha blindato i provvedimenti impedendo che il parlamento potesse discuterli o emendarli.

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