Ddl Concorrenza. L’acqua pubblica è abbandonata perfino in campagna elettorale

Ddl Concorrenza e acqua pubblica, possibile che in Parlamento nessuna grande forza politica sia riuscita a puntare i piedi? Non l’hanno fatto prima, non l’hanno fatto neanche ora che Draghi si è dimesso e che perfino il New York Times giudica la sua partenza un bene per la democrazia.

Ieri, lunedì 27, la Camera ha approvato il famigerato Ddl concorrenza che contiene le regole per concessioni balneari e tanti altri settori. Manca ancora il voto del Senato, ma ormai chi si aspetta più sorprese? Il provvedimento contiene esattamente ciò che Draghi voleva. Compreso il requiem per l’acqua pubblica, alla faccia della volontà manifestata dagli italiani con il referendum del 2011.

Toccherà dunque al Governo (il prossimo? o già questo dimissionario?) varare i decreti attuativi per disciplinare i servizi pubblici di rilevanza economica, acqua compresa. La stesura delle regole per l’acqua sarà perciò in larga parte “al riparo dal processo elettorale”, per citare il predecessore di Draghi che risponde al nome di Mario Monti.

Non pervenuto il M5S, che pure sulla campagna referendaria 2011 per l’acqua pubblica ha costruito molto della sua notorietà e delle sue successive fortune. Non pervenuto, peraltro, neanche quando a fine 2021 sono state approvate le disposizioni urgenti per l’attuazione del PNRR. Al loro interno un piccolo comma, di fatto, contribuisce a sfilare l’acqua pubblica dalle mani dei Comuni che ancora resistono.

La decomposizione della maggioranza di unità nazionale offriva al M5S un’ottima occasione per tentare di distinguersi, per cercare di spolverare i vecchi cavalli di battaglia almeno in vista della campagna elettorale. Niente. Non hanno fatto neppure questo. Segno che vogliono continuare anche in futuro sulla strada percorsa nell’ultimo scorcio di questa legislatura.

Nel testo approvato dalla Camera, i ritocchi al Ddl concorrenza riguardano solo i tassisti: ma l’ha chiesto il Governo, mica il Parlamento. Si cancellano le norme che avrebbero spianato la strada all’ingresso nel settore di multinazionali tipo Uber.

Del resto, i tassisti furiosi avevano già scioperato e manifestato; minacciavano inoltre di tornare in piazza, e ai piani alti non piace mica l’idea di un Paese che prima delle elezioni si dimostra percorso da lotte, proteste, problemi. Evidenzierebbe il fatto che l’Italia  – non quella dei Palazzi: l’Italia reale – non apprezza per niente lo spirito e soprattutto i risultati di un Governo di unità nazionale al quale ha fatto da portatore d’acqua e da potenziale ruota di ricambio perfino la maggiore forza parlamentare di opposizione.

GIULIA BURGAZZI

28/07/2022

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