Salviamo la vita a Sulaimon Olufemi!

Amnesty International – 14 Ottobre 2022

 

PER FIRMARE L’APPELLO

La storia

Sulaimon Olufemi è un cittadino nigeriano che, dopo un processo profondamente ingiusto, è stato condannato a morte nel maggio 2005 per l’omicidio di un agente di polizia. Dal 2002 è rinchiuso in un carcere in Arabia Saudita.

Dopo una rissa che aveva provocato la morte di un poliziotto saudita, Sulaimon Olufemi è stato arrestato insieme a centinaia di cittadini stranieri provenienti da Somalia, Ghana e Nigeria nel settembre 2002.

Sulaimon, che da tempo si dichiara innocente, è stato successivamente condannato a morte, dopo un processo iniquo e dopo aver subito torture e maltrattamenti. Insieme a lui, altri 12 arrestati sono stati condannati a pene detentive e punizioni corporali.

Sulaimon ha bisogno del nostro aiuto, ora più che mai. Non c’è più tempo: la famiglia del poliziotto ha ribadito la richiesta di diya (risarcimento) e ha dato un ultimatum che scadrà tra pochi mesi.

Chiediamo che il governo saudita aiuti Sulaimon Olufemi a ottenere la grazia, un gesto di compassione e clemenza che mitiga o addirittura ribalta del tutto una sentenza, concedendogli la commutazione di pena o il perdono.

Il caso

Pochi giorni dopo essere arrivato in Arabia Saudita, Sulaimon Olufemi è rimasto coinvolto, il 28 settembre 2002, in una disputa presso un autolavaggio, nel quartiere Bab Sharif della città portuale di Gedda, dove si trovava insieme ad alcuni suoi connazionali. Quel giorno, alcune persone del luogo armate di pistole, tra cui un agente di polizia, hanno fatto irruzione nell’autolavaggio dove lavoravano diversi cittadini africani. Nel corso dell’operazione l’agente di polizia è rimasto ferito ed è poi deceduto. Il giorno successivo, il 29 settembre, le autorità saudite hanno arrestato numerosi cittadini stranieri tra cui Sulaimon Olufemi e 12 cittadini nigeriani. Molte delle persone arrestate sono state processate e condannate a brevi pene detentive, mentre Sulaimon Olufemi e gli altri 12 cittadini nigeriani sono stati sottoposti a processo anche per la morte dell’agente di polizia.

Olufemi ha riferito di essere stato torturato durante l’interrogatorio e costretto a sottoscrivere dichiarazioni in arabo, una lingua che non sapeva né leggere né comprendere, apponendo le proprie impronte digitali, ritenute valide al posto della firma. Solo dopo, in tribunale, ha capito di aver “firmato” una dichiarazione in cui aveva confessato di aver colpito alla testa l’ufficiale di polizia con una pistola. La dichiarazione è stata utilizzata nel corso del processo durante il quale l’uomo non ha ricevuto assistenza legale consolare, né ha potuto contare su servizi di traduzione.

Al termine del processo Olufemi è stato condannato a morte e gli altri 12 cittadini nigeriani a 15 anni di reclusione e 1.000 frustate. Uno di loro è deceduto in prigione, gli altri 11 sono stati rilasciati e rimpatriati nel 2017 dopo aver scontato la pena.

Olufemi ha sempre sostenuto la propria innocenza e anche gli altri imputati nel processo hanno dichiarato che non fosse coinvolto nella morte dell’agente di polizia.

Nell’aprile 2007, la Commissione per i diritti umani dell’Arabia Saudita ha inviato una lettera ad Amnesty International per comunicare che la sua condanna a morte era stata confermata dalla Corte di Cassazione e dal Consiglio giudiziario supremo e che, pertanto, non vi era più alcuna possibilità di ricorrere in appello.

Cosa prevede la legge islamica

Secondo la shari’a, la fonte islamica del diritto saudita, se un reato viene punito in base al sistema della qisas (retribuzione), come nel caso di Sulaimon Olufemi, i parenti della vittima hanno il diritto di decidere se il suo autore debba essere messo a morte o ricevere la grazia. Nel secondo caso la condanna a morte decade, talvolta in cambio di una diya (risarcimento o “prezzo del sangue”), e la grazia concessa dai parenti delle vittime dovrà essere certificata da un tribunale. Tuttavia ciò non significa automaticamente che una persona condannata a morte sia risparmiata dall’esecuzione, poiché i giudici hanno il potere di invocare le hadd (pene previste dalla shari’a) se ritengono che il reato commesso, oltre a rappresentare un crimine contro la vittima e la sua famiglia, possa essere pericoloso per l’ordine pubblico.

Da anni le autorità saudite tengono rinchiuso Suliamon in carcere in attesa che la figlia minore della vittima compia i 18 anni di età, momento in cui la famiglia può accettare o rifiutare il pagamento di una diya invece di far eseguire la condanna a morte. Nel febbraio 2020, un alto funzionario del ministero degli Affari esteri nigeriano ha confermato ad Amnesty International che la figlia del poliziotto deceduto avrebbe compiuto 18 anni nell’ottobre 2020. Un funzionario dell’ambasciata nigeriana in Arabia Saudita ha poi riferito che alla fine del 2021, a seguito di un incontro tra l’ambasciata nigeriana e i parenti del poliziotto deceduto, la famiglia ha chiesto una diya di due milioni di riyal (più di 535.000 euro). La famiglia ha poi posto come condizione il pagamento del denaro entro 18 mesi dalla richiesta. In caso contrario verrà chiesta l’esecuzione della condanna.

Poiché la richiesta di denaro è stata avanzata ad ottobre 2021, restano meno di sei mesi per soddisfarla. In assenza del pagamento Sulaimon Olufemi verrà messo a morte. L’uomo non può permettersi di pagare due milioni di riyal, tantomeno la sua famiglia che vive in condizioni di povertà.

Le commutazioni, come indicato precedentemente, possono prevedere la rinuncia alla condanna a morte in cambio di una diya, ma Amnesty International non chiede mai che siano effettuati tali pagamenti per le preoccupazioni che determinano in materia di diritti umani a causa della loro applicazione arbitraria e discriminatoria.

Testo dell’appello

Amnesty International rinnova i suoi appelli alle autorità saudite:

  • a perdonare Sulaimon Olufemi o a commutare la sua condanna a morte, e che lo facciano per tutti gli altri nel braccio della morte, in vista dell’abolizione della pena di morte;
  • a garantire che Sulaimon Olufemi abbia pieno e immediato accesso alla rappresentanza legale, a strutture di interpretazione adeguate e a qualsiasi assistenza medica di cui possa aver bisogno.
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