Pino Arlacchi – L’Onu e la “trappola della guerra”: proprio sicuri che l’isolato sia Putin?

Pino Arlacchi – 31/10/2022 – L’AntiDiplomatico

Pino Arlacchi – L’Onu e la “trappola della guerra”: proprio sicuri che l’isolato sia Putin? – OP-ED – L’Antidiplomatico (lantidiplomatico.it)

 

Siamo in molti oggi a domandarci qual è il posto del conflitto tra Russia e NATO-Ucraina rispetto alla long durèe di Braudel, ai megatrends del mondo contemporaneo.

La guerra in corso rappresenta una inversione della tendenza di lungo periodo verso il declino delle guerre e della violenza che si è accentuata nel pianeta dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e che ha quasi eliminato la guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra Stati?

L’attuale scontro è destinato ad allargarsi ed approfondirsi inaugurando un nuovo ciclo di instabilità e di conflitti suscettibile di portare ad una nuova Guerra fredda, alla rottura del tabù nucleare e alla Terza guerra mondiale?

Questa guerra sta avvenendo nel segno del mantra di Mackinder secondo cui la frattura tra Europa occidentale e Russia garantisce la permanenza dell’Impero americano?

Le ostilità militari in corso nell’Europa orientale sono in grado di interrompere per un tempo indefinito il trend plurisecolare dell’integrazione eurasiatica?

Ho riflettuto a lungo su questi interrogativi, e sono pervenuto ad una risposta univoca. Non credo che lo scontro in atto sbocchi nello scenario catastrofico dipinto, e segretamente auspicato, dai media e da alcuni leader occidentali.

Non ci sarà una nuova Guerra fredda né una Terza guerra mondiale perché:

1) Il 90% dei Paesi membri dell’ONU non ha alcuna intenzione di schierarsi con la NATO, contro la Russia, o anche contro l’Ucraina. La lettura dominante del conflitto da parte del “Global South” è quella di una questione sub-regionale come altre, da affrontare e risolvere tramite i soliti strumenti del cessate il fuoco, del negoziato e dell’accordo di pace. Gli unici a porre la questione in termini apocalittici – di scontro tra valori supremi e tra democrazia e tirannia, sono i Paesi dell’Unione europea e gli Stati Uniti.

2) La diversità multipolare del pianeta è già operante. Essa preclude la formazione di due grandi schieramenti stile Seconda guerra mondiale e Guerra fredda. Ciascun polo, ciascuna grande e piccola potenza tendono a seguire la traiettoria dei propri interessi, dettati in parte dalle esigenze delle proprie popolazioni. L’ultima cosa a cui pensano i cittadini del mondo è di finanziare una corsa agli armamenti a scapito della lotta alla povertà e alla crescita del benessere. Ciò spiega perché tutti i principali Paesi extra-europei eccetto il Giappone – dal Messico all’Indonesia, dal Pakistan al Brasile all’India, al Sudafrica e perfino a Israele e all’Arabia Saudita – hanno rifiutato di mobilitarsi a fianco della NATO in una crociata antirussa. All’Assemblea dell’ONU hanno condannato, certo, l’invasione di uno Stato sovrano, ma hanno invitato le parti in causa a negoziare al più presto la pace.

3) Il declino degli Stati Uniti, del loro impero e del loro sistema di alleanze si trova nella sua fase terminale, e non sarà certo questa guerra a cambiarne il corso. L’obiettivo americano dichiarato è di espandere una coalizione politica e militare volta ad indebolire la Cina e la Russia.

4) È un’idea pericolosa e fallimentare. Gli USA detengono solo il 4,2% della popolazione mondiale e solo il 16% del PIL mondiale. Il PIL dei BRICS (Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica) supera ormai quello dei G7, la cui popolazione è solo il 6% di quella globale, contro il 41% dei BRICS. Secondo i dati 2022 del Fondo Monetario Internazionale, i Paesi “emergenti e in via di sviluppo” hanno ormai raggiunto il 58% del PIL globale misurato in termini di potere di acquisto, contro il 30% di quelli G7.

5) Il tentativo di dividere di nuovo il mondo tra due campi – questa volta si tratta delle democrazie liberali pro-USA contro i regimi illiberali pro – Cina e pro-Russia – è una operazione politica votata alla sconfitta. Ciò è dimostrato dagli stessi parametri stabiliti da chi adotta questa prospettiva. È il caso dell’Università di Cambridge, che ha appena pubblicato uno studio sui sondaggi mondiali di opinione.

6) Lo studio è ardentemente fazioso, ma non può fare a meno di informarci che questa polarizzazione si risolve in una sconfitta nettissima del campo cosiddetto “liberaldemocratico”: il 70% dei 6,3 miliardi di persone che vivono nei 137 paesi “illiberali “considera la Cina in maniera positiva, e il 66% degli stessi concorda nel vedere favorevolmente la Russia. L’opposto accade nel mondo delle cosiddette “democrazie liberali”, dove il 75% non ama la Cina, e l’84% la Russia. Ma si tratta di 1,2 miliardi di individui contro 6,3. La proporzione, quindi, è di 5 a 1 a favore della Russia e della Cina.

Questo dato è coerente con i risultati di un sondaggio del 2021, commissionato da una fonte ultra-atlantista quale l’Alliance of Democracies Foundation: quasi la metà (44%) degli interpellati di 53 Paesi consideravano gli Stati Uniti come una minaccia alla democrazia del loro paese più grave di quella cinese (38%) o russa (28%). (cfr. P. Wintour, US seen as bigger threat to democracy than Russia or China, global poll finds, in “The Guardian”, 5 May 2021).

La guerra in corso, quindi, non è in grado di arrestare il cammino dei megatrends verso la pace, la distensione, la multipolarità e l’integrazione eurasiatica. La sua radice più profonda è il tentativo degli USA di rallentare la fine del proprio impero attirando la Russia in uno scontro sulla linea di confine dell’unificazione eurasiatica.

È interesse della Russia, dell’Ucraina, e di tutti noi, uscire dalla “trappola della guerra” al più presto possibile, e in maniera pacifica. Rimango convinto, in ogni caso, che il conflitto in corso può solo rallentare e non interrompere la marcia della long durèe.

* Intervento al XV Forum Economico Euroasiatico, tenutosi a Baku il 27 e il 28 ottobre

 


 

Intervento di Giorgio Bianchi al XV Forum Economico Eurasiatico

Giorgio Bianchi, nel suo intervento di oggi al XV Eurasian Economic Forum, ha parlato del ruolo della propaganda nel dibattito pubblico e della capacità delle élite occidentali e della Nato di orientare le masse attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. I media mainstream “possono trasformare la merda in cioccolata e viceversa”.

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