Ucraina: a che punto siamo

Aginform – 31 ottobre 2022

 

Siamo abituati a considerare le vicende della guerra in Ucraina con lenti offuscate dalla propaganda NATO che non consentono di verificare la vera dinamica militare in atto e costringono i popoli europei a rinchiudersi nel calcolo della serva sulle conseguenze economiche ed energetiche della guerra mettendo la testa nella sabbia come gli struzzi. Per questo è necessaria una puntualizzazione sullo stato dell’arte per capire come vanno le cose e che cosa ci aspetta. Ed è quello che proveremo a fare.

Per cominciare la questione militare. A che punto siamo? Su questo ci sono due cose da considerare: come sta andando il conflitto sul terreno e come Russia e NATO si stanno muovendo sul lungo periodo.

Non vi è dubbio che da questo punto di vista la situazione si è andata modificando via via che la guerra procedeva e si determinavano i cambiamenti sul campo. Si possono individuare tre fasi del conflitto. Quella iniziale in cui la Russia ha dato vita alla sua operazione militare speciale con un’azione a tenaglia che comprendeva l’intervento contemporaneo su Kiev, sull’intero arco delle strutture militari ucraine e sul fronte del Donbass. In questa prima fase dell’intervento, i russi hanno potuto verificare quali erano le possibilità operative e gli effetti che si stavano producendo. L’indicazione che scaturiva dal contesto era che l’organizzazione militare ucraina con l’apporto determinante NATO avrebbe portato a un’estensione generalizzata del conflitto su tutta l’Ucraina, il che non era alla portata dell’operazione militare speciale. Per questo la Russia ha ripiegato per concentrarsi sul Donbass e da lì condizionare tutta l’evoluzione della situazione dell’Ucraina nella convinzione che già questo livello avrebbe impedito al blocco occidentale e agli USA di utilizzare il paese per quella avanzata strategico-militare che era nelle previsioni e consentito di arrivare alla conclusione della missione. Da un punto di vista strettamente militare l’operazione speciale si andava concentrando così con una avanzata sul terreno nel Donbass di cui Mariupol era stato il simbolo e il risultato più eclatante. A quel livello dello scontro ha fatto seguito però la decisione NATO di organizzare le forze per impedire il consolidamento della strategia russa. Da qui è nato un concentramento di tecnologia militare e di organizzazione del fronte, gestita direttamente dagli angloamericani, che ha alzato il livello del confronto costringendo i russi alla difensiva e ad una riconsiderazione dell’impegno militare, adeguandolo ai nuovi sviluppi, anche con la mobilitazione parziale di 300.000 uomini.

A questo punto, la Russia oltre a difendere il terreno conquistato, ha inaugurato una ulteriore fase tesa ad aggirare l’ostacolo dello scontro corpo a corpo, considerando il prezzo che questo comporta in vite umane e sviluppando invece un’iniziativa militare a largo raggio mirante a distruggere alcune infrastrutture ucraine in particolare quelle elettriche. L’attacco è stato molto efficace e ha imposto agli occidentali una riflessione su come impedire che si arrivi alla paralisi delle strutture portanti del sistema operativo ucraino.

A questo punto la NATO e la sua guida angloamericana deve aver compreso che la strategia del corpo a corpo e delle offensive pagate a carissimo prezzo dalla carne da cannone ucraina non può reggere a lungo, come è già evidente sul campo, e si trova di fronte al bivio tra un’ulteriore drammatica escalation, compreso l’intervento diretto, di cui alcuni vedono un primo segnale nella divisione aviotrasportata ai confini tra Romania-Ucraina, o la presa d’atto della necessità di uscire dal vicolo cieco imboccato.

E’ bene dunque, alla luce di queste considerazioni, che si prenda coscienza del livello di rischio a cui siamo arrivati e del fatto che, con la parte ucraina che esclude una soluzione negoziale, i passaggi ipotizzati portano inevitabilmente all’innalzamento e all’allargamento delle operazioni militari.

A meno che, è il caso di aggiungere, non si aprano crepe nel fronte occidentale tali da bloccare la deriva militare. Per ora però di questo non c’è traccia. Al contrario. In Italia in particolare l’ascesa di Meloni al governo rafforza l’oltranzismo atlantico e pone il nostro paese all’avanguardia del fronte occidentale della guerra.

Nel valutare la situazione, c’è pertanto il problema di come affrontare lo scontro col nuovo governo e quali sono le condizioni reali per gestirlo. Purtroppo la propaganda sulla ‘aggressione russa’ ha depotenziato la risposta sulle conseguenze che la guerra sta avendo sulla popolazione. Il discorso sulle bollette centralizza l’attenzione senza un collegamento guerra-costo della vita e senza individuare il nemico principale. Il PD e le confederazioni sindacali hanno certamente contribuito a determinare una situazione confusa, che ritarda l’azione contro la guerra, ma ormai siamo a una stretta. O si riesce a sviluppare una mobilitazione adeguata, che sul binomio guerra-neofascismo riapra lo scontro, o subiremo una sconfitta che avrà per noi una portata epocale. E gli angloamericani potranno più facilmente elaborare nuove strategie di guerra che non escludono nessuna opzione.

Riusciremo a convincere la parte migliore e maggioritaria del popolo italiano che non basta dichiararsi contro la guerra, ma bisogna impedire che il governo Meloni continui ad appoggiarla?

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