Alberto Fazolo sulla vicenda dell’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines

Alberto Fazolo – 18/11/2022

 

Nel clima di guerra attuale, l’Olanda getta benzina sul fuoco emettendo una sentenza politica sull’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines.

Un mio scritto di qualche anno fa può aiutare a capire quanto possa essere più complessa una vicenda che, per certi versi, ricorda pure quanto successo con i due missili arrivati in Polonia.

Il 17 luglio del 2014 in Donbass ci fu una tragedia all’interno della più ampia tragedia della guerra, si consumò una delle peggiori catastrofi nella storia dell’aviazione civile. Un aeroplano della Malaysia Airlines (identificato con il codice MH17), in volo tra Amsterdam e Sepang, precipitò sul Donbass. Tutte le duecentonovantotto persone a bordo morirono. Circa due terzi dei passeggeri erano cittadini olandesi, sull’aereo c’erano otto minorenni. Il destino beffardo volle che a bordo si trovassero anche sei tra i maggiori esperti mondiali di AIDS, l’aereo precipitò proprio nella parte d’Europa in cui c’è una maggiore diffusione del contagio. Al momento della tragedia il velivolo viaggiava a una quota superiore ai diecimila metri e ad una velocità di 915 Km/h.

Le autorità ucraine dichiararono (con una rapidità quantomeno sospetta) che il velivolo venne abbattuto dalle Milizie Popolari di Donetsk con un missile di tipo BUK. La stessa teoria fu successivamente ripresa da diverse commissioni, tra cui alcune di quelle a cui tuttora si continua a dare adito in occidente. Questa è una storia totalmente assurda, infatti le Milizie Popolari non dispongono di missili BUK funzionanti, che invece sono tra le disponibilità delle forze armate ucraine (in parte retaggio sovietico e in parte frutto di successivi acquisti dalla Russia). Alla luce di ciò, probabilmente per cercare di rendere verosimile la storia, ne venne inventata una nuova, ancor più assurda: il sistema missilistico sarebbe stato portato dalla Russia in Donbass, avrebbe sparato all’aereo e poi sarebbe stato riportato in Russia. Stiamo parlando di una rampa di lancio installata su di un veicolo cingolato, un qualcosa che non potrebbe mai passare il confine con la Russia senza essere individuato dai satelliti occidentali (il Donbass è probabilmente l’area maggiormente sorvegliata al mondo). Risulta quindi evidente l’assurdità della ricostruzione che incrimina le Milizie Popolari, queste non sarebbero mai state in grado di colpire un aereo a quella quota.

Ma se l’aereo fosse stato davvero abbattuto da un missile BUK, allora si dovrebbe chiedere conto all’unico soggetto che in quell’area disponeva di tale dispositivo funzionante: l’Esercito ucraino. Risulta molto sospetto il fatto che questo finora abbia tenuto una condotta omissiva. Le motivazioni di ciò potrebbero essere nella “coscienza sporca” delle truppe di Kiev, che verosimilmente hanno abbattuto l’aereo per sbaglio e cercano di negare ogni responsabilità.

A sostegno di questa tesi si può citare un tragico precedente: il 4 ottobre 2001 un aereo civile in volo tra Tel Aviv e Novosibirsk precipitò nel Mar Nero e tutte le settantotto persone a bordo morirono. Le indagini puntarono subito contro i palestinesi e l’Ucraina non smentì l’ipotesi. Tuttavia, il recupero dei rottami consentì di stabilire senza alcun margine di dubbio che l’aereo venne abbattuto da un missile lanciato per sbaglio dall’Ucraina. Una disattenzione fatale può capitare, gli esseri umani non sono infallibili, ma la gravità è nel fatto che l’Ucraina preferì non confessare subito le proprie responsabilità, facendo ricadere la colpa sul popolo palestinese. Speravano di farla franca e questo è imperdonabile. Quindi, è legittimo avere il sospetto che l’Ucraina stia nuovamente “facendo la vaga” per non assumersi le proprie responsabilità.

Per completezza d’informazione va elencata anche un’altra ipotesi che ha un certo seguito tra i tecnici: il velivolo potrebbe essere stato abbattuto in quanto inavvertitamente finito in mezzo ad un duello aereo. Ovviamente anche in questa ipotesi, le Milizie Popolari sarebbero totalmente estranee ai fatti, dato che non dispongono di velivoli da combattimento funzionanti (durante tutto il conflitto non si sono mai levati in volo).

Stando alle informazioni attualmente disponibili, non si può avere alcuna certezza sulla dinamica dell’incidente, chi accusa qualcuno spesso lo fa solo per speculazione politica e non per cercare la verità sulla base di valide prove.

Allo stato attuale ancora non si possono individuare i colpevoli, si sa però chi sono i responsabili: la responsabilità dell’accaduto è di un capitalismo senza scrupoli, che per risparmiare qualche euro è disposto a mettere a repentaglio la vita di centinaia di persone. Vanno quindi ulteriormente contestualizzati i fatti. Il Donbass misura appena quindicimila chilometri quadrati (più o meno quanto il Montenegro) e seppure si trovasse sulla rotta ottimale dell’aereo, la zona era facilmente evitabile con una piccola deviazione che sarebbe costata poco in termini di carburante e di tempo. Invece il velivolo attraversò il Donbass. L’aereo non avrebbe dovuto sorvolare quell’area perché teatro di guerra, l’aviazione ucraina all’epoca dei fatti bombardava le città. Al contempo, l’Ucraina temeva l’intervento aereo russo, perciò è plausibile che in quei momenti chiunque avesse avvistato un velivolo avrebbe cercato di abbatterlo. Permettere il passaggio di un aereo in quell’area e in quel momento è l’equivalente di voler attraversare a piedi un campo di battaglia mentre infuriano gli scontri: una condotta scellerata che potrebbe verosimilmente avere conseguenze fatali. Per questo andrebbero inchiodatati alle proprie responsabilità sia la compagnia aerea che gli organi di controllo internazionali. Non per sete di vendetta, ma per dare un segnale forte e chiaro: che la vita umana non ha prezzo e deve essere rispettata. Un’affermazione che può sembrare un’ovvietà, ma questa storia dimostra che per qualcuno non è così. Nella più folle ricerca del profitto, per risparmiare pochi euro e qualche minuto, si è fatto schiantare un aereo con tutte le persone a bordo.

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