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[Sinistrainrete] Enrico Tomaselli: “La guerra prossima ventura”

Rassegna del 22/11/2022

 

La guerra prossima ventura

di Enrico Tomaselli

Se il declino americano e dell’unipolarismo – due cose sovrapponibili, ma non necessariamente identiche – sono ormai un dato evidente, la questione più urgente è quindi capire quando e come avverrà la transizione. Infatti, se un passaggio verso un mondo multipolare sembra ad oggi inevitabile, è chiaro che non sarà un passaggio indolore, ma al contrario sarà segnato da una guerra. È quindi importante cercare di comprendere come avverrà questa transizione, quali potrebbero essere le mosse – soprattutto militari – della potenza declinante, l’America.

Il declino americano

Le cause del declino degli Stati Uniti, come potenza egemone, sono ovviamente svariate, e si sono prodotte e manifestate già nella fase in cui l’impero, con il crollo dell’URSS, sembrava affermarsi definitivamente. In un certo senso, si potrebbe dire che la stagione d’oro dell’imperialismo americano è anche quella in cui hanno cominciato a germinare i semi del suo declino.

Di ciò comunque le classi dirigenti statunitensi si sono rese conto rapidamente, e seppure cercano di continuare a proiettare un’immagine imperiale vincente, hanno da tempo cominciato a riflettere sul come fronteggiare questa situazione, prima che divenga conclamata ed irreparabile.

Nei think tank USA (1) si è quindi avviata, ormai da decenni, una riflessione che punta ad identificare non tanto le cause del declino, quanto le minacce alla potenza imperiale, e le strategie per rintuzzarle e sconfiggerle.

Nel linguaggio politico americano, è abbastanza evidente che non c’è alcuna remora nell’indicare – appunto – come una minaccia chiunque sviluppi una potenza economica e/o militare in grado di sfidare l’impero, indipendentemente da quale sia la postura assunta nei confronti degli Stati Uniti; per i quali costituisce una minaccia già di per sé, per il semplice fatto di esistere.

Fondamentalmente, da oltre vent’anni il pensiero strategico americano ha individuato nella Russia e nella Cina le vere minacce al permanere del proprio dominio. Benché in effetti non ci sia più di mezzo una vera questione ideologica, essendo ormai entrambe sostanzialmente convertite al modello dell’economia capitalista, i due grandi paesi continentali sono anzi percepiti come minacciosi oggi assai più che ieri. Proprio l’adesione al capitalismo (sia pure non marginalmente diversificato, rispetto a quello liberista americano), aggiunge infatti un plus ad un piano di conflittualità geopolitica, prefigurando una guerra civile globale tra potenze simili, e perciò competitive.

Nell’analisi strategica americana, ci sono essenzialmente quattro paesi ostili, di cui però solo due percepiti come minacce vere e proprie. La Corea del Nord, ed ancor più l’Iran, sono visti come stati canaglia, ovvero riottosi ad accettare il dominio degli Stati Uniti, anche se considerati più un elemento di disturbo che di pericolo. Mentre Russia e Cina rientrano a pieno titolo nella categoria delle minacce. La Cina, col suo potenziale economico, industriale e tecnologico, è individuata come il competitor principale, quello in grado di mettere in discussione il dominio imperiale; la Russia, pur considerata come una potenza regionale (e quindi non in grado di competere sul piano globale), è invece percepita come una minaccia più che altro per la propria irriducibilità, e per la capacità di saldarsi potenzialmente al resto d’Europa – oltre che, ovviamente, per il suo potenziale militare.

In questo quadro, per fronteggiare le minacce la strategia geopolitica statunitense si è posta alcuni obiettivi principali: separare nettamente e stabilmente l’Europa dalla Russia, depotenziare economicamente e militarmente quest’ultima, affrontare separatamente Russia e Cina, e colpire questa dopo aver conseguito gli altri obiettivi. Naturalmente tutti questi obiettivi sono inquadrati in una prospettiva bellica, ma che va intesa nel senso di guerra senza limiti (2), o guerra ibrida, in cui il piano militare vero e proprio è solo uno dei tanti utilizzati.

Tutta la politica espansiva della NATO verso l’est europeo, la sua sempre più marcata trasformazione da alleanza difensiva a strumento offensivo, nonché la sua dilatazione geografica verso l’Indo Pacifico, sono elementi che rispondono precisamente a questo disegno.

E la guerra in Ucraina, lungamente preparata, ha esattamente lo scopo di raggiungere i primi due obiettivi, e costituisce di fatto il passo iniziale della controffensiva americana. Con essa si apre ufficialmente il quarto grande conflitto destinato a segnare la storia degli USA (3), è che possiamo correttamente definire come terza guerra mondiale.

La lezione ucraina

Il conflitto combattuto sul suolo ucraino, cominciato nel 2014 e deflagrato nel 2022, sta però mostrando una realtà diversa da quella immaginata, e soprattutto sta dimostrando la difficoltà di conseguire gli obiettivi. Se da un lato ha funzionato anche meglio del previsto nella irreggimentazione dell’Europa – che si è fatta rapidamente e supinamente rimettere in riga – e nella sua separazione dalla Russia, il depotenziamento di questa si è rivelato assai complicato. Si può anzi tranquillamente affermare che è fallito, non essendo riuscito né sul piano economico, né su quello politico-diplomatico, né tanto meno su quello militare.

Ed è soprattutto su questo piano, che la lezione è più stringente.

Al netto di tutto, infatti, la proxy war messa in atto dalla NATO (e più ampiamente dall’occidente collettivo) sta dimostrando una cosa assai semplice: allo stato attuale delle cose, la NATO non è in grado di affrontare uno scontro diretto con la Russia. Non lo è sul piano della capacità di mettere in campo uomini e mezzi, non lo è sotto il profilo della produzione industriale bellica, non lo è soprattutto nella capacità di reggere il consumo di manpower.

La prospettiva di guerra che Washington si è data quindi, alla luce del conflitto in Ucraina, dice che l’intero sistema (militare, industriale, logistico) deve essere preventivamente tarato su un livello assai superiore a quello attuale – e prima di ciò, deve rimettersi in pari rispetto ai costi della guerra in corso, sia in termini economici che di esaurimento degli arsenali.

Sicuramente anche la Russia avrà a sua volta bisogno di un tempo per recuperare un livello prebellico, ma questo tempo sarà sicuramente inferiore a quello dell’occidente, perché era assai meglio attrezzata. Ciò significa che la NATO necessiterà di alcuni anni, prima di essere nuovamente in grado di affrontare uno sforzo simile, ma con maggiori possibilità di vittoria.

Al tempo stesso, gli Stati Uniti si trovano nella necessità di non poter allentare la presa, proprio per evitare che i nemici abbiano a loro volta il tempo per attrezzarsi ancor meglio allo scontro.

La prossima tappa di avvicinamento al terzo conflitto mondiale, quindi, sarà con ogni probabilità un’altra proxy war. Che, rispondendo al disegno strategico di dividere i nemici per colpirli separatamente, avrà presumibilmente come obiettivo nuovamente la Russia – oppure uno dei suoi alleati.

Ma ovviamente ciò non è semplice, perché la possibilità di creare conflitti significativi alle frontiere di Mosca non sono tante. Da questo punto di vista, la scelta dell’Ucraina non è stata affatto casuale. Su questa dimensione di scala, infatti, ci sono soltanto il Kazakhistan e la Finlandia – ma quest’ultima, oltre ad avere una popolazione limitata, serve che entri nella NATO per completare l’accerchiamento nel mar Baltico e proiettare l’alleanza nel mare di Barents. Non resterebbero quindi che la Georgia o l’Azerbaijan. Che però non hanno il potenziale dell’Ucraina, e mancano dell’enorme retrovia su cui può contare Kyev, avendo alle spalle l’Europa. Questa debolezza, tra l’altro, spiega anche perché gli USA siano così irritati dall’autonomia politica della Turchia, che di fatto li priva di un alleato fondamentale in uno scacchiere strategico.

La necessità della guerra

Dal punto di vista americano, la guerra guerreggiata è una necessità imprescindibile. Non solo perché è parte del bagaglio ideologico e culturale del paese, ma perché – essendo la forza militare la sola vera carta vincente di cui disponga – è necessario utilizzarla per impedire l’ascesa dei competitor, e deve essere fatto prima che questi diventino tali anche su questo piano. Questo pone gli Stati Uniti in una condizione di difficoltà, in quanto non è assolutamente in grado, anche mobilitando tutti gli alleati, di affrontare contemporaneamente i suoi avversari. E dovendo affrontarli separatamente, ha necessariamente bisogno di più tempo; che però è esattamente il fattore di cui dispongono più limitatamente. Si trovano quindi nella condizione di dovere, da un lato, stringere i tempi per anticipare la crescita militare cinese, e dall’altro di dover guadagnare tempo, per aver modo di tenere divise Russia e Cina e sistemarle separatamente, una dopo l’altra.

Questa condizione spiega, ad esempio, l’oscillare tra atteggiamenti apertamente provocatori (visita della Pelosi a Taiwan, la NATO del Pacifico, etc) ed altri distensivi (Biden con Xi Jinping al G20 di Bali, viaggio di Blinken in Cina nel 2023); si tratta di un tira e molla funzionale a mantenere una certa elasticità temporale.

In termini strategici, gli Stati Uniti devono fare i conti con altri due grandi problemi.

La condizione di potenza thalassocratica, ovvero dominatrice dei mari, ma soprattutto di blocco continentale insulare (4), è un grande atout sotto il profilo difensivo, poiché rende estremamente difficile una invasione nemica; ma, al tempo stesso, rende estremamente complicata una azione offensiva contro i suoi nemici, in particolare la Cina. Una invasione di quest’ultima è palesemente fuori da qualsiasi portata, in quanto dovrebbe essere messa in atto via mare. L’unica possibilità di utilizzare strategicamente un (eventuale) dominio sul mare (5), risiede soprattutto nel tradizionale ricorso al blocco navale. Ma non è assolutamente per caso che, ormai da anni, sia la Cina (con la nuova via della seta) che Russia e Iran (con il corridoio nord-sud), stiano realizzando rotte commerciali in grado non solo di essere più veloci e competitive di quelle marittime tradizionali, ma anche di essere conseguentemente al riparo da minacce navali.

L’altro grande problema è costituito dall’impossibilità di fare ricorso alle armi nucleari.

Non si tratta ovviamente di una impossibilità tecnica, né politica, ma bensì di una impossibilità aritmetica. Scopo di qualsiasi guerra è l’annientamento del nemico, almeno nella misura sufficiente ad indurlo alla resa, ma ovviamente ciò non può essere perseguito al costo del proprio, reciproco annientamento. Ne consegue che l’uso di armi nucleari è concretamente possibile solo nel caso in cui si abbia la certezza della impossibilità, da parte del nemico, di rispondere adeguatamente. In buona sostanza, una potenza nucleare (ovviamente questo non vale solo per gli USA) si troverebbe nella condizione di fare ricorso a tali armamenti solo in tre casi: il nemico non dispone di armi nucleari, vi è una tale minaccia alla sicurezza ed alla integrità del paese da non lasciare altra possibilità di difesa, vi sia un tale vantaggio qualitativo e quantitativo da rendere impossibile o insignificante la risposta nucleare del nemico. A questi criteri si attiene sostanzialmente la dottrina strategica di tutte le potenze nucleari.

Quale guerra è possibile?

In linea di massima, quindi, quella che gli Stati Uniti dovranno affrontare sarà necessariamente una dura guerra convenzionale, portata avanti per tappe successive. Un nemico dopo l’altro.

E se, sotto il profilo geopolitico, oltre che economico e militare, la Cina deve forzatamente essere l’ultima tappa, va da sé che smantellare la Russia deve essere una delle prime. Ma, come abbiamo visto, la guerra in Ucraina dimostra che l’attacco frontale di secondo grado (la proxy war) non è in grado di conseguire risultati apprezzabili, ed un attacco diretto, da parte della NATO, non è al momento attuabile con sufficienti opportunità di vittoria. Ne consegue che la prossima tappa della strategia di guerra americana sarà probabilmente un attacco indiretto. Fatta salva la possibilità di cogliere eventuali opportunità che dovessero offrirsi, gli USA attaccheranno altrove.

Per come stanno ad oggi le cose, l’obiettivo più probabile è l’Iran. Gli elementi che portano a questa conclusione sono numerosi, per quanto – ovviamente – indiziari. Innanzi tutto, l’Iran è un nemico storico degli USA, e molto più che la Russia è percepito in occidente come un paese estraneo, ostile. Il fatto che sia considerato una teocrazia islamica è in questo un fattore determinante.

In questa fase, ed in misura crescente, l’Iran si configura come un alleato strategico della Russia, con cui coopera sia sul piano economico che militare.

Oltre ad avere una posizione strategica importantissima, l’Iran è il secondo paese al mondo per riserve petrolifere possedute.

Un eventuale caduta del regime iraniano aprirebbe la strada ad una eguale sorte per Hezbollah in LIbano, e soprattutto per il regime di Assad in Siria – altro alleato di Mosca, che nel paese ha la sua unica base navale nel Mediterraneo, a Tartus – a sua volta produttore di petrolio.

Gli USA e la NATO dispongono nell’area di basi, di punti d’appoggio e paesi amici. In una decina di paesi vicini ci sono basi americane, nel mare Arabico incrociano le navi della 5th flotta, a due passi c’è l’irriducibile nemico Israele.

Un conflitto nell’area avrebbe il vantaggio di riavvicinare Washington e Ryad, tradizionalmente ostile a Teheran – con cui i rapporti si stanno ultimamente inasprendo nuovamente.

Un regime change in Iran renderebbe pienamente sostituibile la Turchia, come pilastro regionale dell’impero.

L’Iran non dispone (ancora) di armi nucleari – Israele si.

L’abbattimento dell’ostile regime iraniano interromperebbe sia la linea del corridoio nord-sud che la nuova via della seta.

Il paese è attualmente oggetto di una fase di pre-riscaldamento; dopo il fallimento dell’ennesimo tentativo di rivoluzione colorata, siamo adesso nella fase del terrorismo. Per il momento ad agire sono prevalentemente commando dell’Isis (riconducibili quindi all’Arabia Saudita), ma quanto prima arriveranno i curdi (il Kurdistan iracheno è una solida base americana), che già contrabbandano armi oltre confine, mentre sono in stand-by i Mujaheddin el-Kalk, di stanza in Albania (paese NATO).

Ovviamente, il pericolo di una mossa del genere è che il conflitto deflagri coinvolgendo l’intera regione, con conseguenze imprevedibili, così come che la Russia decida a sua volta di sostenere attivamente l’alleato, come ha già fatto in Siria.

Ma gli USA hanno già condotto una proxy war contro l’Iran, utilizzando l’Iraq di Saddam, e riuscendo a mantenere il conflitto in un ambito accettabile. Anche se ovviamente la situazione è oggi profondamente diversa da quella di quarant’anni fa. Lo è però anche per gli Stati Uniti, che hanno la necessità di agire.

È assai probabile che, comunque, ciò non avvenga prima di una qualche conclusione del conflitto in Ucraina, perché al momento due proxy war sarebbero insostenibili sotto ogni punto di vista.


Note
1 – Quella dei think tank è una realtà tipicamente americana, e pressoché sconosciuta in Europa, che ha invece un grande valore (ed un grande peso) nel definire le strategie politiche, economiche e militari del paese, con una prospettiva che non sia quella a corto raggio di una legislatura. È proprio grazie al lavoro dei think tank, che diventa possibile collocare le scelte politiche contingenti nel quadro di prospettive di più ampio respiro.
2 – Sul questo concetto, cfr. Qiao Liang, Wang Xiangsui, “Guerra senza limiti”, ed. Le Guerre
3 – La storia degli Stati Uniti è segnata da tre grandi conflitti: con la prima guerra mondiale, si affacciano sul mondo come grande potenza in ascesa, con la seconda guerra mondiale si affermano come potenza imperiale globale, con la vittoria nella guerra fredda si pongono come unica potenza egemone.
4 – Il Nord America è di fatto come una grande isola continentale, come l’Australia, circondato com’è dall’oceano Atlantico ad est e da quello Pacifico ad ovest.
5 – Va rilevato, al riguardo, come Russia Cina ed Iran abbiano avviato non solo manovre congiunte, ma veri e propri pattugliamenti navali operati da squadre navali miste. E la Cina sta lavorando intensamente ad ampliare la propria flotta

 


 

 

John Bellamy Foster: Civiltà ecologica, rivoluzione ecologica. Una prospettiva ecologico-marxista

Civiltà ecologica, rivoluzione ecologica. Una prospettiva ecologico-marxista

di John Bellamy Foster

Sui nessi tra civiltà ecologica, marxismo ecologico e rivoluzione ecologica, e dei modi in cui i tre concetti, qualora considerati insieme dialetticamente, possano essere intesi nella direzione di una nuova prassi rivoluzionaria per il XXI secolo

Quello che segue è l’adattamento di una conferenza sul tema della civilizzazione ecologica tenutasi alla John Cobb Ecological Academy a Claremont, California, il 24 giugno 2022. La conferenza si pone sulla scia della Fifteenth International Conference on Ecological Civilization di Claremont (26-27 maggio 2022). Al discorso, rivolto ad un pubblico in larga parte cinese, è seguita una lunga intervista condotta da alcuni studiosi di marxismo ecologico, intitolata Why Is the Great Project of Ecological Civilization Specific to China?, che sarà pubblicata in contemporanea, come Monthly Review Essay, sul sito web della Monthly Review. Sia la conferenza che l’intervista saranno co-pubblicate in Cina dal Poyang Lake Journal.

* * * *

Vorrei parlarvi oggi dei nessi tra civiltà ecologica, marxismo ecologico e rivoluzione ecologica, e dei modi in cui i tre concetti, qualora considerati insieme dialetticamente, possano essere intesi nella direzione di una nuova prassi rivoluzionaria per il XXI secolo. Più nel concreto, vorrei chiedere: «Come dobbiamo intendere le origini e la portata storica del concetto di civiltà ecologica? Qual è il suo rapporto con il marxismo ecologico? E come è connesso tutto ciò alla lotta rivoluzionaria mondiale che mira a superare l’attuale emergenza planetaria e a proteggere quella che Karl Marx chiamava la “catena delle generazioni umane”, assieme alla vita in generale?».[1]

Nel 2018, lo studioso di teoria culturale Jeremy Lent, autore di The Patterning Instinct: A Cultural History of Humanity’s Search for Meaning (2017), ha scritto un articolo per il sito online Ecowatch, intitolato What Does China’s ‘Ecological Civilization’ Mean for Humanity’s Future?.

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Ascanio Bernardeschi: La parabola dell’economia politica – Parte XXVII

La parabola dell’economia politica – Parte XXVII

Critica dei postulati del teorema neoliberista

di Ascanio Bernardeschi

I postulati su cui poggiano le teorie economiche neoliberiste sono irrealistici se non addirittura frutto della fantasia, però le politiche conseguenti vengono ugualmente imposte in quanto utili al sostegno dei profitti e alla conservazione del primato del capitale sul lavoro

Nel precedente articolo avevo segnalato che la bocciatura delle politiche keynesiane da parte della scuola di Chicago anche nel breve periodo, discende dall’assunzione che gli investitori assumano le loro decisioni sulla base di “aspettative razionali” che inducono a prendere in considerazione la redditività di tali investimenti nel medio periodo. A questo proposito è bene discutere della razionalità di decisioni che si basano sui dogmi dell’economia ortodossa che vengono divulgati e diventano senso comune. Se il dogma divenuto senso comune ci dice che un dato titolo si apprezzerà, allora la massa degli speculatori scommetterà sul suo apprezzamento e quindi il mercato determinerà un aumento delle sue quotazioni in borsa, facendo sì che questa aspettativa si autorealizzi. Gli operatori sbaglierebbero ad agire secondo le loro intime e magari più ragionevoli convinzioni. Devono agire secondo quelle che ritengono siano le convinzioni del “mercato”, le sole che si autorealizzano, cioè quelle inculcate dagli economisti volgari, che indirizzano la condotta della generalità degli operatori. Così facendo saranno “razionali”, perché per un po’ le cose andranno proprio così, fino allo scoppio di qualche bolla che ripristinerà il primato della realtà sulla fantasia neoliberista.

Cose analoghe avvengono nell’economia “reale”: si consigliano comportamenti e decisioni di investimento valutando le scelte statali di politica economica in base alla loro conformità o meno alle prescrizioni degli economisti egemoni.

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Piccole Note: Vogliono la terza guerra mondiale?

Vogliono la terza guerra mondiale?

di Piccole Note

“L’Ucraina ha cercato di indurre la NATO a iniziare la terza guerra mondiale dopo aver bombardato accidentalmente la Polonia”. Questo il titolo di un articolo di Andrew Korybko pubblicato dal Ron Paul Institute.

Korybko ripercorre i fatti, cioè che un S-300 ucraino, un sistema d’arma antiaereo di fabbricazione russa in dotazione anche all’esercito ucraino, ha tentato di abbattere un missile nemico e per errore ha lanciato un vettore in territorio polacco.

“La leadership ucraina – prosegue – era ben consapevole dell’accaduto, ma ha deciso di propagare la teoria del complotto più pericolosa della storia nel tentativo di scatenare letteralmente la terza guerra mondiale”.

“Zelensky ha mentito al mondo descrivendo il bombardamento accidentale della Polonia da parte delle sue forze come ‘un attacco missilistico russo contro la sicurezza collettiva’ e urgendo la NATO ad ‘agire’. Il suo ministro degli Esteri, a sua volta, ha affermato che le ricostruzioni secondo le quali Kiev era responsabile dell’incidente non erano altro che ‘propaganda russa’”.

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Gerardo Lisco: La destra-centro al Governo e i balbettii delle opposizioni

La destra-centro al Governo e i balbettii delle opposizioni

di Gerardo Lisco

La Meloni Presidente del Consiglio a guida di una maggioranza di destra – centro fa esattamente ciò che ogni cittadino di buon senso e con un minimo di spirito critico si aspettava. Questo è un Governo di destra conservatrice attento alle istanze economiche del capitalismo tanto nazionale quanto internazionale. E’ la perfetta sintesi delle istanze Conservatrici con quelle Liberali. Quali sono in sintesi i provvedimenti approvati o che si appresta ad approvare?.

Provo ad andare con ordine : pensioni la riproposizione di 41 anni di contributi accompagnata da incentivi a restare al lavoro per chi ha comunque raggiunto i requisiti in sostanza da quota 102, a quota 103 fino a quota Everest. Le stime prevedono poche decine di migliaia di lavoratori disponibili ad andare in pensione per cui gli effetti saranno ancora più limitati rispetto alla precedente quota 102 ossia 38 anni di contributi e 64 anni di età. La Legge Fornero continuerà ad essere vigente con il suo “ scalone” che imporrà alla stragrande maggioranza degli italiani di andare in pensione a non meno di 67 anni. In Italia si inizia a lavorare rispettivamente a 24 anni per gli uomini e a 26,2 anni per le donne.

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Marco Cattaneo: I “soldi fermi sui conti correnti”… di nuovo

I “soldi fermi sui conti correnti”… di nuovo

di Marco Cattaneo

Il simpatico Marco Montemagno, che sicuramente molti di voi seguono, in questo breve video ci porta a conoscenza delle affermazioni di un professore universitario. Il quale si lamenta di come gli italiani lascino fermi, inattivi, la bellezza di 1.800 miliardi su conti correnti bancari a rendimento zero.

Il che, dice, è sempre stato un problema, ma adesso diventa molto più grave perché l’inflazione è alta e si verifica quindi una pesante erosione del potere d’acquisto.

All’inizio ero convinto che in questo equivoco cadessero “solo” giornalisti e politici. Ma avevo poi in effetti scoperto che ci cascano con tutte le scarpe anche parecchi economisti, non esclusi alcuni con un CV di vaglia (almeno sulla carta).

MA CHI HA DETTO CHE I SOLDI SUI CONTI CORRENTI SONO FERMI ?

I soldi sui conti correnti si muovono, costantemente. Ma questo movimento di per sé non influenza i saldi totali all’interno del sistema economico. Immaginate che non siano 1.800 miliardi di euro, ma 1.800 conchiglie, utilizzate come moneta.

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Giorgia Audiello: Il G20 approva l’introduzione di passaporti vaccinali e identità digitali globali

Il G20 approva l’introduzione di passaporti vaccinali e identità digitali globali

di Giorgia Audiello

Tra i molti temi che sono stati trattati all’ultimo G20 di Bali – il raduno delle più grandi economie del mondo – non è mancato quello sulla gestione sanitaria globale in vista della previsione di “future pandemie”, già pronosticate dalle istituzioni internazionali. Il G20 – facendo proprie le istanze di trasformazione radicale della realtà sociale e politica propugnate da alcuni potenti organismi internazionali – ha incluso nella risoluzione finale del vertice indonesiano la necessità di adottare standard comuni di passaporti vaccinali oltreché sistemi di identità digitali. «Riconosciamo l’importanza di standard tecnici e metodi di verifica condivisi, nel quadro dell’IHR (2005), per facilitare i viaggi internazionali senza soluzione di continuità, l’interoperabilità e il riconoscimento di soluzioni digitali e soluzioni non digitali, compresa la prova delle vaccinazioni. Sosteniamo il dialogo e la collaborazione internazionali continui sulla creazione di reti sanitarie digitali globali affidabili come parte degli sforzi per rafforzare la prevenzione e la risposta a future pandemie, che dovrebbero capitalizzare e basarsi sul successo degli standard esistenti e dei certificati digitali COVID-19», si legge, infatti, al punto 23 della dichiarazione finale.

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Alfonso Gianni: Il salario del nostro scontento

Il salario del nostro scontento

di Alfonso Gianni

C’è urgente bisogno che lo scossone parta dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle piazze, quindi dell’apertura di un largo conflitto sociale. Fino a programmare uno sciopero generale

È ufficiale. Abbiamo raggiunto un record di cui avremmo fatto volentieri a meno. L’inflazione a ottobre è all’11,8%, bisogna tornare al 1984 per trovare un simile livello. A settembre era all’8,9%, quindi è aumentata di tre punti in un mese, non succedeva dal 1954. Ma per il mondo del lavoro, delle pensioni e del non lavoro l’inflazione reale è ancora più alta poiché si abbatte su consumi essenziali incomprimibili. Il dato italiano è tra i peggiori in Europa. E il pensiero corre, o dovrebbe, a chi vive di reddito fisso e assiste alla sua riduzione senza strumenti di difesa. Già i salari italiani in trent’anni erano diminuiti del 2,9%. Ma ora la prospettiva è ancora peggiore. E’ chiaro che, sic stantibus rebus, già l’inflazione acquisita per l’anno in corso, non meno dell’8%, non potrà essere recuperata dalla contrattazione sindacale.

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Vijay Prashad – John Ross: Gli Stati Uniti stanno conducendo una nuova guerra fredda: una prospettiva socialista

Gli Stati Uniti stanno conducendo una nuova guerra fredda: una prospettiva socialista

di Vijay Prashad – John Ross

Il 23 maggio 2022, in occasione del World Economic Forum di Davos (Svizzera), l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger ha fatto alcune osservazioni sull’Ucraina che hanno colpito nel segno.

Piuttosto che farsi prendere “dall’umore del momento“, ha detto Kissinger, l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti – deve consentire un accordo di pace che soddisfi i russi. “Proseguire la guerra al di là di questo punto“, ha detto Kissinger, “non significherebbe liberare l’Ucraina, ma scatenare una nuova guerra contro la Russia stessa“.

La maggior parte dei commenti dell’establishment della politica estera occidentale ha sgranato gli occhi e ha respinto i commenti di Kissinger.

Kissinger, che non è un pacifista, ha tuttavia indicato il grande pericolo di un’escalation non solo verso l’istituzione di una nuova cortina di ferro intorno all’Asia, ma forse verso una guerra aperta e letale tra l’Occidente e la Russia, oltre che con la Cina.

Questo tipo di esito impensabile era troppo anche per Henry Kissinger, il cui capo, l’ex presidente Richard Nixon, parlava spesso della “teoria del pazzo” nelle relazioni internazionali; Nixon disse al suo capo di gabinetto Bob Haldeman che aveva “messo la mano sul pulsante nucleare” per terrorizzare Ho Chi Minh e farlo capitolare.

Durante il periodo che ha preceduto l’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, ho parlato con un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano che mi ha detto che la teoria prevalente a Washington si riduce a un semplice slogan: “dolore a breve termine per un guadagno a lungo termine“.

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Enzo Pellegrin: Quando il populismo è strumento di egemonia del potere dominante

Quando il populismo è strumento di egemonia del potere dominante

di Enzo Pellegrin

In uno dei più conosciuti e bei frammenti de L’ideologia tedesca del 1846, Marx ed Engels sintetizzavano:

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio».

Fin qui tutto bene, ma l’aspetto più interessante non è quello che riguarda la sfera del cosiddetto “conformismo”, ma quello delle reazioni dissenzienti, generate da quelle che altrettanto marxianamente si usa definire contraddizioni. Ad un altro marxista del ventesimo secolo, Ernesto Laclau, nelle sue riflessioni sul concetto di egemonia, populismo e strategia socialista, piaceva parlare di “domande insoddisfatte”.

Possiamo sperimentalmente annotare come negli ultimi anni della politica italiana, le cosiddette contraddizioni o domande insoddisfatte siano state amministrate da quello che viene spesso definito con un intento spregiativo – impropriamente secondo Laclau – “populismo”.

Le contraddizioni della crisi di consenso dei partiti tradizionali, dopo gli anni 80, sono state gestite con concetti populisti come “il cancro della corruzione”, il “parassitismo corrotto del sud del Paese”, concetti di volta in volta utilizzati da partiti come la Lega, ma, anche successivamente e proficuamente – almeno per il primo concetto – dal Movimento Cinque Stelle.

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Salvatore Distefano: Scuola italiana: “revisionismo storico” e pratica anti-didattica

Scuola italiana: “revisionismo storico” e pratica anti-didattica

di Salvatore Distefano*

A proposito della lettera del ministro dell’Istruzione e del Merito alle studentesse e agli studenti

Il 9 novembre solo in Italia (nessun altro Paese europeo infatti lo festeggia) si celebra il “giorno della libertà”, in ricordo dell’abbattimento del muro di Berlino, giorno istituito con la Legge 15 aprile 2005, n. 61, all’epoca dunque del governo Berlusconi.

A tal proposito, il ministro dell’“Istruzione e del Merito” (ora si chiama così) ha ritenuto di scrivere una lettera indirizzata agli studenti e ha colto l’occasione per salutare tutto il personale delle scuole, evitando, chissà perché, di citare esplicitamente i docenti. Giusto quei docenti che dovranno stare molto attenti a queste iniziative, per ora solo epistolari, che hanno lo scopo non solo di stare dentro lo scontro politico, ma anche di raggiungere due obiettivi: il primo, ampliare a dismisura nella scuola italiana la quantità di “revisionismo storico”, peraltro già sparso a piene mani in questi anni; il secondo, continuare la pratica anti-didattica di “(ab)uso pubblico della storia”, che trova concrezione nell’attaccare ossessivamente tutto ciò che a che fare con la democrazia, la sinistra, il progresso, l’esperienza di altri popoli non occidentali che hanno tentato, tentano e tenteranno con grande fatica di trovare una strada di liberazione e di avanzamento. Si continua, peraltro, a riaffermare una concezione di superiorità dell’Occidente (unipolarismo versus multipolarismo) in salsa eurocentrica, non cogliendo i danni che questa ideologia ha arrecato in passato e la improponibilità di questa visione in un contesto che definiremmo di “tramonto dell’Occidente” e di suicidio dell’Europa. Peraltro, in questa occasione non mi soffermerò sugli orrori del colonialismo che ha scandito la storia dell’Occidente e sulle due guerre mondiali da esso scatenate.

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Francesco Santoianni: La Commissione parlamentare sulla gestione Covid: l’ennesima bolla di sapone?

La Commissione parlamentare sulla gestione Covid: l’ennesima bolla di sapone?

di Francesco Santoianni per Avanti.it

Coro di, ipocrite, proteste da parte delle Regioni e danze intorno al fuoco da parte di “giornalisti” che, finora, non avevano detto nulla sulla catastrofica gestione governativa dell’emergenza Covid davanti al rientro negli ospedali del personale medico “No Vax”. E già l’”opposizione” si stringe intorno a Speranza per l’annunciata decisione del Governo di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid. Intanto, presso il Tribunale di Bergamo, il processo per accertare responsabilità penali per il mancato insediamento di “zone rosse” è impedito ad indagare dal diniego del Viminale a fornire le richieste documentazioni, mentre non si sa che fine abbiano altre indagini (come quella presso il Tribunale di Roma su probabili ruberie inerenti la fornitura di mascherine) e le tante denunce presentate alle procure.

Comunque, anche per lo “scudo penale” imposto dal decreto Cura Italia (convertito in legge 27/2020) che esclude responsabilità penali per «le condotte gestionali o amministrative», è probabile che il tutto si risolva in una bolla di sapone.

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Saverio Werther Pechar: La Russia non vuole vincere

La Russia non vuole vincere

di Saverio Werther Pechar

Riceviamo e pubblichiamo da Saverio Werther Pechar – geografo, storico e segretario della sezione di Roma dell’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna) – questo testo che evidenzia alcune criticità della ritirata russa da Kherson che alimentano un necessario dibattito. Vi invitiamo a leggere anche il testo di Scott Ritter e di Big Serg Thoughts pubblicati su l’AD nei giorni scorsi

A dispetto di una comprensibile tendenza dei media indipendenti, italiani e non, a ridimensionarne la portata, non vi è dubbio che la ritirata da Cherson rappresenti una gravissima sconfitta, tanto per la Russia quanto per tutti coloro che ne sostengono nelle presenti circostanze le ragioni. L’inizio della cosiddetta Operazione Militare Speciale è stato infatti accompagnato dal consenso più o meno esplicito dei Paesi del Sud globale (nonché di determinati settori della popolazione dell’Occidente, mediaticamente e politicamente sottorappresentati ma non per questo numericamente trascurabili), che percepivano nella mossa di Putin un argine allo strapotere politico e militare statunitense ed un punto d’inizio nella transizione verso l’agognato multilateralismo.

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Francesco Piccioni: “Houston, avete un problema”, in Ucraina…

“Houston, avete un problema”, in Ucraina…

di Francesco Piccioni

Il segretario generale della Nato, tale Jens Stoltenberg, volto norvegese in prestito alla politica degli Stati Uniti, ha ammesso esplicitamente che quello caduto in Polonia “molto probabilmente era un missile di difesa area ucraino“.

Più in dettaglio: “I nostri sistema di difesa aerea nella parte orientale” (dell’alleanza Nato, ndr) “sono impostati per difenderci dagli attacchi. I missili da crociera e quelli balistici hanno caratteristiche particolari che seguiamo e monitoriamo per giudicare se si tratti di un attacco o di qualcos’altro. Molto probabilmente questo è stato un missile di difesa area ucraino che non ha le caratteristiche di un attacco”.

Prima ancora di esaminare i resti del S300 piovuto su una fattoria, i satelliti e i radar avevano visto partenza e traiettoria. Errore o volontà, comunque è stato sparato da una postazione ucraina. E senza alcun dubbio, visto che siamo al lato opposto del fronte di guerra. Ad ovest del paese, non ad est; ossia centinaia di chilometri.

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Redazione: Invalsi conferma la schedatura di massa degli studenti fragili. All’insaputa dei genitori

Invalsi conferma la schedatura di massa degli studenti fragili. All’insaputa dei genitori

di Redazione

Invalsi, per bocca del suo Presidente Roberto Ricci, conferma che nelle scuole italiane, è in atto una schedatura di massa degli studenti fragili. “Nessuna etichettatura” sostiene Ricci, ma si contraddice subito dopo, ammettendo che Invalsi sta inviando i codici che consentono di associare il valore dell’indicatore di fragilità alla scheda di ciascuno studente. Il Presidente Invalsi rivela anche che i genitori sono tenuti all’oscuro del bollino di fragilità attaccato ai loro figli. L’algoritmo Invalsi sancisce “oggettivamente” per milioni di studenti una condizione di fragilità scolastica che Ricci paragona a una condizione fisica: “Come dire: se ho determinate caratteristiche fisiche, sono esposto a determinati rischi”. Appare paradossale che alle professioni di fede liberaldemocratica, esternata così platealmente dal Ministro Valditara nell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, si accompagni il silenzio-assenso su schedature di massa che poco hanno da invidiare alle occhiute pratiche dei regimi che stavano oltre la cortina di ferro. Se il Ministro dell’Istruzione e del merito non è un fantasma, è ora che batta un colpo.

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Agata Iacono: Ordine di Hagal. L’inchiesta di Napoli apre il vaso di Pandora sui nazisti ucraini (che abbiamo armato)

Ordine di Hagal. L’inchiesta di Napoli apre il vaso di Pandora sui nazisti ucraini (che abbiamo armato)

di Agata Iacono

Oggi molti TG hanno dato la notizia del blitz della Digos campana contro l’organizzazione paramilitare neonazista denominata “Ordine di Hagal” attiva in tutta Italia. Nel servizio del TG de La7, ad esempio, la notizia viene data con giusto rilievo, accompagnata da un servizio in cui si informa che uno dei due indagati di Roma non è stato rintracciato perché già in Ucraina a combattere (il dato è stato confermato dal dirigente della Digos di Napoli, Antonio Bocelli).

Ma la “notizia” del mercenario in Ucraina sparisce dal sito di TgLa7 , addirittura in alcune testate giornalistiche (quelle che comunque danno la notizia), gli indagati di Roma diventano “un solo indagato a Roma”, qualcuno prova a ipotizzare che l’indagato irreperibile fosse un ucraino e non un italiano.

Rai news ne scrive, ma esclusivamente nel titolo, sulla home, e non nell’articolo. Ne parla il Corriere del Mezzogiorno

Immagino che in questo momento le redazioni del mainstream show stiano pensando a che tipo di cancelletto usare. L’indagato irreperibile deve diventare un fantasma, una eco incerta, non se ne deve parlare perché non esista.

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