[Sinistrainrete] Enrico Tomaselli: “Guerra e politica”

Rassegna del 28/11/2022

 

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Guerra e politica

di Enrico Tomaselli

Se l’assunto clausewitziano, secondo cui la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, risponde al vero, ne consegue che le indicazioni politiche hanno un peso determinante negli esiti della guerra. Perseguire attraverso il momento bellico obiettivi impossibili, si traduce in un grosso rischio militare – il quale, a sua volta, non potrà che riflettersi sul piano politico

Se guardiamo alla guerra in Ucraina sotto questo profilo, ci accorgeremo rapidamente che di errori politici ne sono stati commessi molti, e da entrambe le parti, tanto che a dieci mesi dall’inizio del conflitto non si vede come uscirne. E chiaramente stiamo parlando di errori significativi, per nulla marginali, che hanno conseguentemente condizionato – e tuttora condizionano – l’andamento della guerra; e per di più, non si tratta soltanto di errori commessi a monte del 24 febbraio, ma anche successivi, in corso d’opera. Com’è ovvio, questo accumulo produce effetti che si sommano gli uni con gli altri, riorientando l’andamento del conflitto, che già di suo è un processo non strettamente determinabile.

Gli errori americani

Tralasciando gli errori commessi dagli attori minori, prenderemo in esame qui quelli commessi dai due principali antagonisti, gli Stati Uniti e la Russia.

Prima d’ogni cosa va però fatta una precisazione, affatto secondaria. Entrambe si sono preparati da anni a questa guerra, anzi – per quanto riguarda gli USA – non solo si sono preparati, ma l’hanno preparata.

Gli obiettivi strategici che la leadership statunitense intendeva perseguire attraverso la guerra, erano fondamentalmente due: separazione netta e definitiva dell’Europa dalla Russia, e logoramento di questa a 360°.

In questa prospettiva, la guerra giunge a coronamento di un percorso di espansione verso est della NATO, che per un verso aveva lo scopo di spingere in avanti le frontiere tra l’Alleanza e la Russia, accerchiandola sempre più, e dall’altro intendeva sbilanciare in senso russofobo la componente europea dell’Alleanza stessa, attraverso appunto l’integrazione dei paesi provenienti dall’ex-area d’influenza sovietica.

Da questo punto di vista, la scelta dell’Ucraina è stata assolutamente strategica, in quanto non solo è il paese più grande tra quelli confinanti con la Russia, ma è anche terra di transito per le forniture di gas e petrolio verso l’Europa. I gasdotti North Stream 1 e 2, infatti, saranno costruiti successivamente e proprio per bypassare l’Ucraina.

Il primo errore statunitense, quindi, è stato una errata valutazione delle capacità di resistenza della Russia, non solo sotto il profilo militare-industriale, ma ancor più sotto quello economico e politico-diplomatico. Si è trattato di un errore di vasta portata, perché in realtà non è riconducibile esclusivamente ad una miscomprensione della reattività del sistema russo, ma ad una ben più ampia incomprensione dei mutamenti intercorsi sul piano internazionale – sia sotto il profilo economico e commerciale, sia sotto quello del crescente multipolarismo politico.

Questo errore, in particolare, è stato di portata strategica, perché la guerra ha fatto da acceleratore del processo, costringendo molti paesi ad anticipare una scelta di campo che forse avrebbero comunque fatto, ma comunque non oggi.

Da ciò, è derivata anche la cattiva valutazione che avrebbe avuto l’impatto dell’impianto sanzionatorio, non solo sulla Russia ma sul mondo intero. Se, infatti, da un lato l’economia russa si è rivelata assai più resiliente del previsto, anzi riuscendo velocemente a superare l’urto delle sanzioni, queste si sono invece disastrosamente rovesciate non solo sugli alleati europei, ma su gran parte dei paesi terzi, che hanno accusato il brusco cambiamento nel commercio internazionale, in particolare nel settore energetico ed in quello agro-alimentare. Una mossa, questa, che ha contribuito ulteriormente a raffreddare i rapporti tra l’occidente collettivo ed il resto del mondo.

Il secondo errore è stato sul piano militare. Probabilmente a Washington si accarezzava l’idea di replicare quanto fatto a suo tempo in Afghanistan, dove la proxy war condotta attraverso i mujaheddin aveva prodotto – tutto sommato con poca spesa – un serio logoramento dell’Armata Rossa, contribuendo al processo di dissoluzione dell’URSS. Del resto, c’erano alcune premesse. L’Ucraina, dopo la fine dell’Unione Sovietica, aveva ereditato massicce quantità di armi, e poi, a partire dal 2014, la NATO aveva fatto un grosso investimento sulle forze armate ucraine, sia in termini di addestramento che di armamenti. Ovviamente nessuno al Pentagono ha mai pensato che Kyev potesse vincere una guerra contro la Russia, ma evidentemente si riteneva che potesse dar filo da torcere abbastanza a lungo, quanto basta per logorare le forze armate russe oltre che troncare di netto le relazioni est-ovest in Europa.

A questo errore iniziale si è poi pensato di poter porre rimedio aumentando il sostegno all’esercito ucraino, ma questa si è rivelata essere una strada senza uscita, e l’Ucraina si è trasformata in un buco nero che inghiotte armi uomini e miliardi, con una velocità che non si riesce a rallentare. In dieci mesi, soltanto gli Stati Uniti hanno trasferito all’Ucraina aiuti che superano di un terzo l’intero bilancio militare russo per l’anno in corso. Senza contare quelli trasferiti dagli oltre trenta paesi che stanno contribuendo, in varia misura, a sostenere Kyev.

Se, da un lato, la tenuta delle forze armate ucraine – e della società intera – è stata sinora considerevole, è evidente come la guerra d’attrito, pur onerosa per entrambe le parti, è ormai prossima a raggiungere una soglia insostenibile per l’Ucraina ed i suoi alleati. La capacità di trasferimento di armamenti è pressoché al limite, gran parte dei paesi NATO ha esaurito le scorte disponibili, sia di mezzi che di munizionamento – di cui si sta facendo un consumo enorme. Senza entrare qui nel dettaglio dei problemi derivanti dall’eterogeneità delle forniture militari – dalla necessità di addestramento specifico al munizionamento, alla riparazione, etc – è ormai chiaro che il sostegno alle forze armate di Kyev sarà sempre più legato alla capacità industriale di produrre appositamente (e quindi con tempi di consegna dilatati), ovvero all’intaccare seriamente le disponibilità operative dei vari eserciti NATO.

Al tempo stesso, sta emergendo un altro fattore critico, ovvero il consumo di manpower. Le perdite subite dagli ucraini sono considerevolissime, ed ormai gran parte delle truppe è costituita da coscritti con scarsa o nulla esperienza di combattimento; se a ciò si aggiunge la summenzionata necessità di personale specializzato per l’utilizzo di taluni sistemi d’arma occidentali (sistemi d’artiglieria, anti-aerei e anti-missile in particolare), si comprende facilmente come armi e denaro non siano più sufficienti a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina. A ciò si sta facendo fronte, da parte NATO, sia attraverso un crescente impiego di PMC (1), sia attraverso l’arruolamento di fatto di interi reparti di militari polacchi. Senza ovviamente contare i reparti speciali (soprattutto britannici) che operano clandestinamente.

Questo è un grosso problema perché non sarà possibile continuare ad ibitum con questa politica, senza rischiare prima o poi di arrivare allo scontro diretto sul campo – cosa che sia la NATO che la Russia vogliono assolutamente evitare.

Gli errori russi

Dal canto suo, anche la Russia ha commesso degli errori rilevanti, ed anche in questo caso si riflettono pesantemente sul conflitto.

Il primo, grossolano errore è stato credere, il 24 febbraio, che con una sorta di blitzkrieg che minacciasse la capitale, si potesse rapidamente portare l’Ucraina – e quindi la NATO – al tavolo delle trattative. Da questo errore di valutazione, che dimostra come a Mosca non si avesse assolutamente la reale percezione delle intenzioni americane, nasce l’Operazione Speciale Militare – che voleva appunto essere relativamente rapida e circoscritta, e che pertanto ha visto sia l’impiego di un numero assolutamente insufficiente di uomini, sia due penetrazioni iniziali in territorio ucraino (da nord e da est) che erano funzionali esclusivamente a questo obiettivo politico, ma assolutamente inutili sotto il profilo militare (e infatti, una volta divenuto chiaro che la controparte non avrebbe trattato, sono state ritirate unilateralmente).

Vale qui la pena rilevare, giusto per inciso, come nel corso del conflitto la Russia abbia operato tre – se non quattro (2) – ritirate, pur in assenza di un’offensiva ucraina.

Questo primo errore ha prodotto come conseguenza la perdurante inferiorità numerica russa sul campo, solo parzialmente compensata dal dominio dell’aria e dal preponderante vantaggio nel settore critico dell’artiglieria. Ma che ha comunque impedito una maggiore spinta offensiva, ed ha contribuito non poco ad aumentare le perdite umane.

Si tratta, com’è evidente, di un errore politico, dalle conseguenze strategiche. A cui si è deciso di porre rimedio tardivamente, tanto che ancora il rimedio è solo parzialmente effettivo.

Per quanto siano opinabili, e certamente a loro volta non prive di conseguenze, non annovereremo tra gli errori le scelte (politiche) di non colpire decisamente le infrastrutture ucraine, e quando si è deciso di farlo di colpirle in modo parziale e selettivo (non c’è alcuna seria offensiva volta a distruggere la rete stradale e ferroviaria, fondamentale sia per la mobilità delle truppe tra i vari settori del fronte, sia per la logistica, sia per far affluire i mezzi NATO sulla linea di contatto). Si tratta appunto di scelte discutibili, ma non necessariamente identificabili come errori, in quanto l’effetto maggiormente negativo che ne è conseguito è stato (probabilmente) un prolungamento del conflitto.

Il secondo errore politico commesso dai russi nella guerra, in questo paragonabile a quello americano sulla sottovalutazione della resistenza complessiva della Russia, è stata la decisione di anticipare i referendum negli oblast parzialmente occupati. Questa decisione, chiaramente politica non solo perché presa su quel piano, ma perché aveva un evidente scopo politico (ovvero indicare con chiarezza una red line inequivocabile, invalicabile in un negoziato), rischia però di avere effetti pesantemente negativi. Essa infatti si pone in netto contrasto con le esigenze militari della guerra. E di conseguenza fa emergere una contraddizione stridente nell’operato di Mosca. L’abbandono di Kherson ed il ripiegamento sulla riva sinistra del Dnepr sono, da questo punto di vista, esemplari.

Non solo, infatti, la città è il capoluogo dell’oblast, che si è voluto parte della Federazione Russa nella sua interezza (compresa quindi la parte non ancora liberata), ma è anche un nodo strategico importantissimo. Ritirarsi al di qua del Dnepr, ad attestarvisi a difesa, significa infatti – ed in modo inequivocabile – rinunciare a riattraversarlo, quindi abbandonare agli ucraini un pezzo di territorio appena proclamato come suolo patrio, oltre che, ovviamente, precludersi seriamente qualsiasi possibilità offensiva verso Odessa.

È significativo che, ormai da mesi, lungo i 1000 chilometri di fronte, gli unici spostamenti significativi siano stati proprio gli arretramenti russi – a sud-ovest ed a nord-est. Per quanto si stia combattendo duramente, lungo la linea di contatto degli oblast di Zaporizhia, Donetsk e Lugansk, l’iniziativa è russa solo nel Donetsk. Un oblast che, tra l’altro, è per circa la metà in mano ucraina. Problema peraltro comune a tutti i quattro oblast annessi; solo il Lugansk è quasi completamente in mano russa.

La scelta quindi di celebrare i referendum di annessione, ha una ricaduta pesante sulla guerra, intanto proprio perché ne pone le decisioni necessarie in stridente contraddizione con l’indicazione politica data. E poi perché pone un problema – che è politico e militare ad un tempo – complessivo, in ordine agli obiettivi della guerra. Sotto il profilo territoriale, la mancata liberazione di parte del territorio russo, sarebbe una sconfitta sia per le forze armate che per il Cremlino. Inoltre, poiché è chiarissimo che l’interesse americano è mantenere comunque il conflitto caldo, e quindi, anche in caso di negoziati, a lasciare una situazione potenzialmente riattivabile, per la Russia si pone il problema se accettare questa prospettiva (quindi una sorta di Minsk III, con tutto quel che ne consegue), oppure se perseguire la via della demilitarizzazione dell’Ucraina, che può essere conseguita soltanto annientandone le forze armate.

Un obiettivo questo che, se non si fosse commesso l’errore iniziale, si sarebbe potuto conseguire entro l’estate, impegnando sin dalla primavera il necessario dispositivo di uomini e mezzi, ma che ora diventa non solo assai più oneroso (militarmente e politicamente), ma anche più complicato, perché la liberazione o meno dei quattro oblast per intero diventa anche una questione militare, di non poco conto.

Tornando quindi a von Clausewitz e alla relazione inscindibile tra politica e guerra, si può oggi affermare che i due contendenti veri della guerra ucraina, USA e Russia, in virtù dei propri errori politici, si trovano oggi a dover fronteggiare un sostanziale impasse militare, che per la difficoltà di districarsene politicamente, minaccia di incancrenirsi e – come taluni hanno sempre temuto – di aprire la strada alla sirianizzazione del conflitto.


Note
1 – Private Military Company. La più famosa tra quelle operanti in Ucraina, sul fronte NATO, è la Mozart, guidata da un ex colonnello USA, e così denominata come risposta alla PMC russa Wagner
2 – Il riferimento è qui non solo alle due linee di penetrazione citate, ma anche a quella da Kherson, ed in una certa misura anche a quella dal settore di Kharkiv. Nel caso di Kherson, se pure vi erano delle difficoltà logistiche, e c’era una certa pressione da parte delle forze ucraine (sino a quel momento però sempre respinte con pesanti perdite), la ritirata è stata una decisione del comando russo. Quanto alla ritirata nel settore di Kharkiv, questa sì effettivamente conseguenza di una offensiva ucraina, non si può non notare come le difese nel settore fossero estremamente deboli, quasi un preludio a ciò che poi è effettivamente accaduto. In entrambe i casi, comunque, appare evidente che i territori da cui poi si sono ritirate le truppe non erano evidentemente di interesse strategico, e quindi viene da domandarsi a che scopo siano stati conquistati, se non c’era l’interesse a mantenerli.

Enzo Traverso: Introduzione a Dialettica dell’irrazionalismo

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Introduzione a Dialettica dell’irrazionalismo

di Enzo Traverso

Da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022

ob bdf59b lukacsseghersbudapest19520218Sono molte le ragioni che suggeriscono oggi, a settant’anni dalla sua prima pubblicazione, una rilettura di La distruzione della ragione di Lukács. Per i filologi e gli storici della filosofia sono ovvie: si tratta di riscoprire una delle opere più ambiziose di uno dei grandi pensatori del Novecento. Ce ne sono altre, altrettanto ovvie, che derivano dall’interesse intrinseco di questo libro, profondamente contestabile ma ricco di idee. Tutti riconoscono che dei legittimisti fanatici come Joseph de Maistre e Donoso Cortés, un filosofo fascista come Giovanni Gentile, dei pensatori conservatori compromessi col nazismo come Martin Heidegger e Carl Schmitt, meritano di essere letti e meditati. Perché non dovremmo riservare un analogo trattamento a Lukács? Si possono ricavare delle lezioni utili dalle opere dei cattivi maestri, ma per questo bisogna saperli leggere, non per seguirne l’insegnamento, ma andando oltre la semplice condanna che nasce da un’interpretazione angusta e sterile. L’apologia dello stalinismo che permea La distruzione della ragione, pubblicata a Berlino per i tipi di Aufbau Verlag nel 1953, appare oggi indegna e colpevole, ma va spiegata e compresa nei suoi significati. Non per giustificarla o “perdonarla” come faceva Hannah Arendt nel 1970, rievocando i trascorsi nazisti di Heidegger1– ma perché non è aneddotica; essa getta luce su una tappa fondamentale del percorso del suo autore e anche, al di là di Lukács, del marxismo e della cultura di sinistra durante gli anni più bui della guerra fredda. Bisogna insomma, per usa­re la formula di Leo Strauss, imparare a “leggere tra le righe”2, interpretando un’opera come La distruzione della ragione non soltanto come un manifesto ma anche come un sintomo. È questo l’esercizio che cercherò di compie­re nelle pagine che seguono.

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Rossana De Simone, Andrea Fumagalli, Christian Marazzi: Economia e guerra

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Economia e guerra

di Rossana De Simone, Andrea Fumagalli, Christian Marazzi

0e99dc 8f65d73dbe6f49a49f1e82163223df68mv2Pubblichiamo la trascrizione dell’incontro «Economia e guerra», seconda parte di un dibattito intitolato «Guerra o rivoluzione. Capire la guerra per capire come combatterla», tenutosi durante il festival di Derive Approdi di fine settembre. Gli interventi di Christian Marazzi, Rossana De Simone e Andrea Fumagalli, che dialogano con le relazioni di Maurizio Lazzarato e Cristina Morini che li hanno preceduti, si inseriscono in una riflessione che abbiamo portato avanti con Transuenze negli ultimi mesi. Abbiamo chiesto ai relatori se la palese tendenza al riarmo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi possa preludere ad un ritorno al keynesismo militare come modalità di rilancio del ciclo economico. Bisogna naturalmente intendersi sul concetto di «keynesismo militare», concetto utilizzato più per eredità storica che per correttezza formale. Quello che ci interessa capire è in che modo il «ritorno» dello Stato al centro dei processi regolativi per coniugare ciclo economico e interessi di difesa nazionale (quello che è stato definito «nuovo capitalismo politico») e il tentativo (se c’è davvero) di ricostruzione di nuovi blocchi sociali (attorno alla stessa questione della guerra?),si coniugano con le fibrillazioni geopolitiche ed una guerra scoppiata nel cuore dell’Europa.

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Christian Marazzi

Il capitalismo è nato come atto di guerra, la privatizzazione dei beni comuni è stata pura violenza contro coloro che fino a quel momento potevano disporne e vivere grazie ad essi. Sono d’accordo con Maurizio Lazzarato quando ribadisce la centralità della questione monetaria, nella fattispecie del dollaro, e che la globalizzazione ha camminato di pari passo con la dollarizzazione, con qualche sfumatura negli ultimi dieci anni che andrebbe tenuta in considerazione per spiegare anche lo sbocco bellico nell’Europa centrale.

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Antonio Semproni: Il bancor di Keynes e l’art. 11 della Costituzione

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Il bancor di Keynes e l’art. 11 della Costituzione

di Antonio Semproni

Nella visione economica di J.M. Keynes è essenziale il perseguimento della piena occupazione interna: questo caposaldo non viene meno nella sua proposta di un’unità contabile da impiegare come moneta internazionale – da lui denominata “bancor” –, che avrebbe assicurato per il secondo dopoguerra un ordine economico internazionale fondato sulla pace.

La deflazione interna, il deprezzamento del cambio e misure analoghe mirano a stimolare le esportazioni, riducendo il prezzo internazionale sostenuto dagli Stati importatori”; tuttavia, “se è necessario ridurre il prezzo almeno nella medesima proporzione in cui cresce il volume [delle esportazioni] il paese debitore si ritrova implicato in una fatica di Sisifo[1].

Così Keynes descrive lo sforzo cui può aggiogarsi un Paese che voglia riequilibrare l’ago della propria bilancia commerciale. La situazione di disavanzo commerciale in cui versi un Paese può infatti indurre le sue autorità monetarie a deprezzare il tasso di cambio (cioè a ribassare il valore della propria moneta rispetto ad altre monete) per favorire le esportazioni o ad alzare il tasso di sconto (il tasso di interesse cui la banca centrale presta denaro alle banche commerciali del Paese, che a loro volta alzeranno i tassi di interesse praticati) per raffreddare l’economia, così da determinare calo degli investimenti e conseguenti disoccupazione e calo dei prezzi (il quale ultimo favorirebbe le esportazioni), ma queste mosse saranno benefiche solo se l’incremento dell’export supererà proporzionalmente il crollo dei prezzi.

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Fabrizio Marchi: Più realisti del re

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Più realisti del re

di Fabrizio Marchi

Il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che riconosce “la Russia come stato terrorista”. La risoluzione è stata approvata a larghissima maggioranza (494 voti favorevoli, 58 contrari e 44 astensioni)

E’ evidente che siamo in una fase storica dominata dalla irrazionalità e dalla irragionevolezza. Verrebbe spontaneo chiedersi – se tanto mi dà tanto – come dovrebbero allora essere definiti stati come la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele che praticano terrorismo sistematico contro i popoli curdo, yemenita e palestinese. Ma anche gli stessi Stati Uniti che hanno organizzato in tutto il mondo colpi di stato che hanno rovesciato legittimi governi democraticamente eletti, instaurato dittature, finanziato organizzazioni terroriste, bombardato indiscriminatamente civili con armi chimiche, organizzato centri di addestramento per torturatori di tutto il mondo. L’elenco degli stati terroristi potrebbe essere molto lungo.

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Thierry Meyssan: Zelensky incastrato da Mosca e Washington

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Zelensky incastrato da Mosca e Washington

di Thierry Meyssan

L’evoluzione del rapporto di forze sul campo di battaglia ucraino e il tragico episodio del G20 di Bali segnano un capovolgimento della situazione. Gli Occidentali continuano a credere di poter sconfiggere presto Mosca, ma gli Stati Uniti hanno già avviato negoziati segreti con la Russia. Si apprestano a scaricare l’Ucraina e ad addossarne la responsabilità soltanto a Zelensky. Come già in Afghanistan, il risveglio sarà brutale

Una decina di giorni fa, discutendo a Bruxelles con un capofila dei deputati europei, reputato uomo di ampie vedute, mi sono sentito dire che il conflitto ucraino è certamente complesso, ma che è inconfutabilmente vero che la Russia ha invaso l’Ucraina. Gli ho risposto che il diritto internazionale imponeva a Germania, Francia e Russia l’obbligo di applicare la risoluzione 2202. Solo Mosca lo ha fatto. Proseguivo ricordandogli anche la responsabilità della Russia di proteggere i propri cittadini in caso di tralignamento dei governi. Il deputato mi ha interrotto: «Se il mio governo deplorasse la situazione dei propri cittadini in Russia e attaccasse il Paese, lo riterrebbe normale?» Gli ho risposto: «Sì, se il suo Paese avesse una risoluzione del Consiglio di Sicurezza da far rispettare. Ce l’ha?» Spiazzato, ha cambiato argomento. Gli ho chiesto per ben tre volte di affrontare la questione dei nazionalisti integralisti. Per tre volte ha rifiutato. Ci siamo lasciati con cortesia.

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Giorgio Agamben: Per i giovani

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Per i giovani

di Giorgio Agamben

Non so se abbia senso credere di potersi rivolgere a dei “giovani”. Certo giovinezza e vecchiaia convivono finché è vivo in ciascuno e ci portiamo dentro a ogni istante il giovane che siamo stati, così come il giovane presentiva lucidamente e perentoriamente la sua vecchiaia. È proprio questa contemporaneità dei tempi e delle età che si è andata perdendo, così che oggi i giovani diventano vecchi anzitempo e i vecchi si credono giovani fuori tempo.

Per questo non trovo altre parole per rivolgermi ai giovani che quelle che il 23 agosto 1914 una ragazza di ventidue anni, Carla Seligson, scrisse a Walter Benjamin pochi giorni dopo che sua sorella Rika si era suicidata insieme al fidanzato, il poeta diciannovenne Christoph Friedrich Heinle. I due giovani avevano deciso il suicidio subito dopo aver appreso la notizia dello scoppio della guerra mondiale. Vorrei che i giovani riflettessero su questa decisione oggi che il discorso sulla guerra atomica è diventato qualcosa come una chiacchiera quotidiana. Ma soprattutto vorrei che nelle parole di Carla Seligson essi sentissero vibrare quel «lamento per una grandezza mancata» che secondo Benjamin è la lingua della gioventù.

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Davide Steccanella: “Esterno notte” di Bellocchio: perché non mi è piaciuto

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Esterno notte” di Bellocchio: perché non mi è piaciuto

recensione di Davide Steccanella

Premesso che non credo sia possibile (tutti quelli che ci hanno provato hanno miseramente fallito) ridurre a film una vicenda complessa e drammatica come quella del sequestro Moro, concordo con il Professor Vladimiro Satta (uno che ha scritto libri importanti sull’argomento) che la nuova fiction Rai rappresenti per Bellocchio un passo indietro rispetto al precedente “Buongiorno notte”.

Quel film almeno, era tratto dal libro autobiografico (Il prigioniero) scritto da Anna Laura Braghetti, la brigatista che visse nella base di via Montalcini durante tutti i 55 giorni del sequestro, questo invece è una libera interpretazione dei fatti secondo la – legittima – visione del regista che avrebbe voluto, come molti, un altro esito, la liberazione del prigioniero, esito che viene proposto nell’ultima puntata dal titolo “La fine” e che già avevamo visto nel suo precedente lavoro.

La fiction è divisa in sei puntate per argomenti o personaggi, come si conviene a questo tipo di prodotto, la prima descrive il palazzo della politica italiana di allora, la seconda la figura di Moro, la terza quella di Papa Montini, la quarta “i terroristi”, la quinta Eleonora Moro e la sesta, appunto, “la fine”.

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Alessandro Visalli: “La guerra necessaria. Logiche della dipendenza”

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“La guerra necessaria. Logiche della dipendenza”

di Alessandro Visalli

46 bombardamento BelgradoSulla rivista “La Fionda”, numero 2/2022, dal titolo “Guerra o pace. Destini del mondo” è uscito un mio articolo su una logica dell’attuale guerra (non l’unica, ovviamente, ma una delle più pertinenti). L’intero numero della rivista esplora le altre ragioni, ed inquadra la crisi ucraina nei suoi plurimi e molteplici contesti. Sono presenti interventi autorevoli, come quello di Carlo Galli che apre il testo “Geopolitica come critica”, o interventi di Alessandro Somma “Si scrive europeismo ma si legge atlantismo”, di Marco Baldassari “Imperi, Stati e grandi spazi”, Paolo Cornetti “Stati Uniti d’America: l’impero minacciato”. O altri, nella sezione Geopolitica e Geoeconomia, che si apre con il mio testo, di Pierluigi Fagan “La transizione dell’ordine mondiale nell’era complessa”, Matteo Bortolon “Sanzioni come una nuova forma di guerra” e Marcello Spanò “Il sistema finanziario dollarocentrico alla prova del conflitto in Ucraina”. Infine Onofrio Romano, “Tina al Sud” e Silvia d’Autilia e Mario Cosenza, “Sguardi sul presente tra biopolitica e spettacolo”.

Questo solo per dire di alcuni interventi, non necessariamente i principali.

Quello che segue è la versione lunga dell’articolo, quella pubblicata è di un terzo più sobria.

* * * *

La guerra sollecita sentimenti di morte e gratifica le virtù meno virtuose, esalta il coraggio meramente fisico, sollecita il nazionalismo. La nostra civiltà, come è accaduto in altre crisi, sta retrocedendo rapidamente (uso questa parola che evito sempre perché qui è appropriata in senso tecnico) a stati spirituali ed emotivi che si credevano erroneamente passati, quando erano solo sopiti perché non necessari.

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Federico Di Blasio: Dalla questione meridionale allo Stato-piano. Gramsci e l’operaismo

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Dalla questione meridionale allo Stato-piano. Gramsci e l’operaismo

di Federico Di Blasio

Il testo rilegge la questione meridionale e la rivoluzione passiva gramsciana attraverso il «filtro della soggettivazione» e, nell’assumere il punto di vista dei subalterni, apre all’analisi operaista dello Stato-piano

0e99dc c1e628b150a94045a914b1ed36bd915cmv2Quando il secondo conflitto mondiale giunge a termine, l’Italia è, ancora più di prima, un crocevia di contraddizioni. Il fascismo e la guerra hanno assestato un decisivo fendente a una situazione già ampiamente precaria. La storia del belpaese era d’altronde da lungo tempo una storia fatta di fratture, divisioni interne, spaccature profonde e insanabili.

È in tale contesto storico che va situata, in termini contemporanei, la cosiddetta questione meridionale. Ossia, quel fascio di problemi volto a mettere a fuoco il divario economico, sociale e politico tra Nord e Sud. Di più, si tratta, con la questione meridionale, di tentare di risolvere la vexata quaestio del divario tra Settentrione e Meridione nell’ottica di un superamento dello sviluppo a due velocità tale da aver prodotto, nel corso dello svolgimento della storia del nostro paese, due Italie: la prima sulla via della crescita industriale sulle spalle di una sempre più crescente classe operaia, la seconda degradata e rurale, sorretta da una massa contadino-rurale sotto il giogo di un arcaico blocco agrario.

 

Intellettuali, subalterni e l’economia programmatica nei Quaderni del carcere

Per lungo tempo la Questione meridionale è stata associata al problema dell’alleanza di classe tra classe operaia e contadina e classe borghese riformista e illuminata. Ciò deriva dall’impostazione data da Antonio Gramsci, in un lungo articolo del 1926 dal titolo Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici e più comunemente noto come Alcuni temi della questione meridionale.

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Marco Maurizi: Valutazione, misurazione e conflitto

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Valutazione, misurazione e conflitto

di Marco Maurizi

shutterstock 691408807Esiste un problema relativo alla valutazione e alla misurazione del sapere nella scuola? E da cosa dipende? La misurazione implica sempre una qualche forma di traduzione del qualitativo nel quantitativo, riconduce il diffuso e variabile a criteri di uniformità e univocità. Come ho cercato di mostrare qui ( https://marcomaurizi74.wordpress.com/2022/09/21/la-contraddizione-qualitativa-fondamentale-del-capitalismo/ ) il problema del qualitativo può essere inteso razionalmente non come ciò che è vagamente e fumosamente altro dai meccanismi di quantificazione e misurazione bensì come ciò che esprime un conflitto interno al processo di razionalizzazione capitalistico. In questo modo il qualitativo si mostra come espressione di una contraddizione immanente alla forma della ragione e dunque espressione di interessi legittimi, a loro volta razionali, universalizzabili, che però non trovano spazio nel modo in cui la società di classe riduce dall’alto e distorce, in senso particolaristico, quei meccanismi di ordinamento e manipolazione della realtà.

Quando si parla di valutazione e mondo della scuola questo aspetto della questione viene completamente eluso e tutto si muove in un mondo ideale, astratto, dove quelle dinamiche di classe e il loro effetto distorsivo sui processi di quantificazione improvvisamente non esistono più. Si predica, da un lato, la pura e semplice celebrazione tecnocratica della misurabilità assoluta del sapere (i test) con la conseguente parcellizzazione dell’insegnamento in parti perfettamente e aprioristicamente quantificabili: il processo di apprendimento ridotto a catena di montaggio; oppure, in senso opposto, la valutazione diventa uno dei mali della scuola, una forma di potere maligno in mano ai docenti che occorrerebbe quanto prima sottrarre loro per far emergere altro, un vago e indistinto altro, qualitativamente contrapposto ai freddi numeri scarabocchiati dagli insegnanti.

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Piccole Note: Ucraina: prospettive di pace sopite. La parola resta alle armi

piccolenote

Ucraina: prospettive di pace sopite. La parola resta alle armi

di Piccole Note

Nulla di nuovo sul fronte orientale. Dopo i segnali positivi di un qualche iniziale colloquio Russia-Usa per porre fine alla guerra a Istanbul, iniziative corroborate dalle dichiarazioni di Biden e del generale Milley (che guida l’esercito americano), sembra che tutto sia andato in stallo (sulle trattative segrete, vedi Piccolenote).

 

Le midterm hanno allontanato la pace

Probabile che l’attentato a Istanbul, avvenuto il giorno precedente l’incontro tra i capi dell’intelligence delle due potenze, il missile sparato sulla Polonia, che avrebbe potuto innescare la terza guerra mondiale, e il bombardamento alla centrale atomica di Zaporozhye, oltre alla visita del premier britannico Sunak a Kiev, abbiano raffreddato le prospettive di dialogo che si stavano aprendo.

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coniarerivolta: La truffa del cuneo fiscale, parte seconda

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La truffa del cuneo fiscale, parte seconda

di coniarerivolta

Il Governo Meloni presenta la sua prima legge di bilancio e, come ampiamente preannunciato, si ripresenta per l’ennesima volta la telenovela del “taglio al cuneo fiscale”: una specie di creatura mitologica sempre evocata (e spesso già praticata, come vedremo) al grido di “mettere soldi nelle tasche delle persone”, ma mai capace di rilanciare positivamente i salari e nonostante ciò continuamente indicata come causa principale di un presunto “insopportabile costo del lavoro” che impedirebbe alle imprese nostrane di pagare in maniera adeguata i propri lavoratori.

Prima di commentare l’intervento inserito in legge di bilancio, è opportuno ricordare che cos’è il cuneo fiscale, e richiamare qualche dato di realtà relativamente alla sua entità.

Il cuneo fiscale, definito come la differenza fra il costo che l’impresa sostiene per un lavoratore e il salario netto che questo riceve, è dato principalmente dalla somma di imposte dirette (a carico del lavoratore, anche se trattenute dal datore di lavoro) e contributi previdenziali (sia a carico dell’impresa che del lavoratore); tutte voci, come si vede, che fanno parte a pieno titolo del salario corrente o differito (e già questo dovrebbe chiarire l’ipocrisia di chi sostiene che “per aumentare i salari occorre tagliare il cuneo”).

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Aginform: La strategia imperialista e il ruolo della Russia

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La strategia imperialista e il ruolo della Russia

di Aginform

Mentre a livello mondiale si scruta l’orizzonte per capire se esista uno spiraglio per uscire dalla guerra in Ucraina e milioni di persone, soprattutto in Europa, auspicano una tregua e una trattativa per arrivare alla pace, continua la discussione sulle responsabilità del conflitto. Da una parte c’è la feroce e martellante campagna di guerra che viene dalla NATO, dalla UE e da tutti gli stati e partiti che partecipano alla campagna atlantista, dall’altra c’è lo schieramento pacifista che, pur condannando l’operazione militare speciale russa, insiste per una soluzione del conflitto. A completare il quadro, il dibattito sulla posizione da prendere in merito all’operazione militare speciale russa si è aperto anche all’incontro dei partiti comunisti e operai tenutosi a l’Avana il 28 e 29 ottobre.

E’ curioso che la discussione su questo si apra in un ambito come quello comunista. Il fatto è che fino all’incontro di Cuba, con l’eccezione del Partito Comunista della Federazione Russa, si è cercato sostanzialmente di passare sotto silenzio il fatto che da tempo un gruppo di partiti comunisti guidati dal KKE greco aveva imboccato la strada che Lenin nel suo celebre scritto aveva definito estremismo e che oggi riemerge, anche se come malattia senile più che infantile.

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Greg Godels: L’angoscia della classe dominante

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L’angoscia della classe dominante

di Greg Godels

C’è una profonda differenza tra la crisi economica del 2007-2009 e l’evoluzione della crisi del 2022. Nel 2007, i capitalisti temevano il collasso delle proprie imprese, ma non avevano dubbi che il sistema fosse salvabile, anche se a costi che avrebbero potuto rivelarsi difficili da imporre. Sapevano che se si fosse riusciti a convincere i politici ad approvare le ricette di Wall Street, se la gente avesse tenuto da parte i forconi e se si fosse riusciti a evitare che i capitalisti, nella loro avidità, si divorassero l’un l’altro, allora c’erano buone possibilità che una versione economica d’élite di una squadra di salvataggio “EMS” potesse salvare il capitalismo da un ulteriore declino. Certo, i dirigenti di Lehman Brothers, Bank of America, AIG e di molte altre aziende avevano tutto il diritto di temere per il futuro delle loro società. Ma pochi capitalisti immaginavano una minaccia esistenziale al sistema; pochi non credevano in una via d’uscita.

Questa volta è diverso.

La stagflazione è una bestia diversa e questa bestia ha terrorizzato la borghesia, i suoi amici e i suoi seguaci.

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