Comunisti: questioni preliminari

Aginform – 3 gennaio 2023

 

Se è vero che bisogna definire il comunismo come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente è necessario fare qualche riflessione in materia che permetta all’area dei comunisti italiani di uscire dalle ridotte in cui si sono cacciati e riportarli a riaprire la discussione su questioni strategiche e ad acquisire coscienza che il movimento reale è il dato che caratterizza la trasformazione sociale.

Questa operazione di recupero di una capacità materialistica e dialettica di affrontare le questioni legate all’attuale fase storica trova un’occasione utile nell’esame dei risultati dell’incontro dei partiti comunisti e operai tenutosi all’Avana il 28 e 29 ottobre scorso, che deve permettere anche all’area dei comunisti italiani di scoprire l’importanza strategica della questione ai fini stessi della sua crescita.

Nel corso di quell’incontro sono emerse, com’è noto, tre posizioni: quella diplomatica degli organizzatori, quella dei teorici dei tre imperialismi espressa dal KKE greco, condivisa da un gruppo di altri partecipanti all’incontro, e infine quella dei partiti neosocialdemocratici alla PCF che hanno condannato l’intervento militare in Ucraina come ingerenza negli affari interni di un altro paese. Una serie di altri partiti comunisti e operai, tra cui il Partito comunista della Federazione russa e il Partito comunista ucraino, hanno preso una netta posizione contro quelli che condannano l’operazione speciale russa in Ucraina.

Mentre è comprensibile che i paesi dove ci sono partiti comunisti al potere, da Cuba, alla Cina, alla Corea, al Vietnam, cerchino di evitare un coinvolgimento diretto nella polemica, anche se nella pratica il loro rapporto con la Russia rimane solido e non a caso, per quanto riguarda le conclusioni a cui sono pervenuti all’unanimità i partiti presenti all’Avana la discussione è aperta. E ovviamente è aperta anche per noi in Italia dove la questione dell’intervento militare in Ucraina assume non solo un significato geopolitico, rispetto alla crisi dell’imperialismo occidentale a guida americana e alla sua pericolosità, ma anche una valenza interpretativa sulle caratteristiche dei processi reali che stanno cambiando il mondo e rispetto ai quali le forze comuniste devono dare una risposta corretta. In sostanza non possono essere lasciate in sospeso risposte chiare che confutino la teoria dei tre imperialismi o la posizione di chi ritiene che l’intervento russo sia un’ingiustificabile aggressione a un paese indipendente.

In via preliminare bisogna dire che ciò che è successo all’Avana non è un caso. In realtà nei decenni successivi al crollo dell’URSS, al tentativo di mantenere un collegamento internazionale dei partiti comunisti non ha corrisposto una capacità di rilancio teorico-strategico che desse impulso a un nuovo protagonismo dei comunisti nel mondo. Si è trattato di rapporti formali tra partiti che avevano radici storiche comuni, ma che diversificavano le loro analisi o le congelavano in certi schemi formali. Finchè si è trattato di dichiarazioni generiche contro l’imperialismo nordamericano o di sostenere la necessità di superare il capitalismo, la cosa ha retto. Ma quando le vicende storiche hanno messo i comunisti di fronte al significato concreto della guerra in Ucraina è venuto fuori un retroterra che produce solo ambiguità. E questa ambiguità va sciolta portando alla luce una interpretazione corretta e rivoluzionaria degli avvenimenti in corso, sia per la questione geopolitica e la natura della guerra in Ucraina sia per il rapporto del processo reale che abbiamo di fronte con la storia del movimento comunista e su come e perchè questo è ad essa collegato.

Intanto la questione geopolitica. Chi condanna l’intervento russo in Ucraina di fatto accetta la tesi imperialista dell’aggressione e della violazione dei diritti nazionali di un paese indipendente. Che l’imperialismo occidentale a guida americana dica questo a difesa delle ‘democrazie’ che hanno bombardato mezzo mondo è abbastanza logico. Se la stessa cosa viene detta però da formazioni politiche che amano chiamarsi ancora comuniste la questione è diversa. Perchè questo significa negare che dopo il crollo dell’URSS l’obiettivo dell’imperialismo sia stato quello di disgregare l’ex territorio sovietico, di circondare la Russia di basi militari NATO e fare dell’Ucraina un cuneo armato dentro l’area storica russa. Se c’è bisogno di ripetere queste cose tra comunisti vuol dire che la situazione è grave e l’ideologia imperialista è penetrata profondamente tra le loro fila.

Detto questo però siamo solo all’inizio di una discussione possibile e necessaria perchè in realtà parlando di guerra in Ucraina occorre collegare agli avvenimenti la questione non risolta della valutazione della storia del movimento comunista e del suo punto di arrivo. Gli avvenimenti che si stanno succedendo a livello internazionale infatti sono direttamente legati allo sviluppo di un movimento antimperialista e di liberazione che viene da lontano, cioè viene dalla storia del movimento comunista. Cina, Corea, Cuba, Vietnam e anche una Russia che apre lo scontro con l’occidente, sono eredi di una storia rivoluzionaria che sta ancora condizionando i destini del mondo. Per questo il sistema imperiale occidentale cerca di armare i suoi mercenari ‘nazionalisti’ e li porta allo sbaraglio.

Con questo non dobbiamo lasciare spazio allla retorica e all’agiografia, immaginando di essere di fronte a una marcia trionfale verso il comunismo. Lo sforzo che dobbiamo fare è invece quella di recuperare un metodo materialistico di interpretazione dello sviluppo del movimento comunista che ci permette di arrivare alla conclusione che il processo storico iniziato nel 1917 ha avuto uno sviluppo articolato disegnando una curva rivoluzionaria che ha dialettizzato il percorso soggettivo con lo sviluppo di una realtà nuova che sta modificando il destino dell’umanità. E’ da questa nuova base di partenza che va valutata, senza romanticismi e con paradigmi adeguati, la prospettiva dei comunisti.

Quello che sta accadendo quindi è un nuovo passaggio storico che segue le grandi rivoluzioni, quella russa e quella cinese, e sta definendo la cornice entro cui si muoveranno le trasformazioni sociali e le nuove relazioni internazionali. Per questo dirsi comunisti senza comprendere gli elementi che la situazione ci offre e soprattutto senza scegliere di partecipare al movimento reale che sta cambiando le cose, con tutti i rischi e la tragicità che la guerra in Ucraina pone, vuol dire dare alla parola comunista un significato depotenziato del suo carattere scientifico di analisi concreta della situazione concreta e dell’efficacia che una tale analisi comporta nell’azione.

Se in Italia vogliamo riaprire, com’è necessario e urgente, un discorso nell’area comunista, al di fuori del giochetto dei quattro cantoni tra gruppi e gruppetti e della logica di nicchia, bisogna accettare una discussione in campo aperto che non si concluda con un testo cartaceo che lascia il tempo che trova, bensì con un salto di qualità collettivo nella comprensione della realtà e coll’impegno di mettere in piedi gli strumenti operativi per procedere.

Come è stato detto finora è necessario che maturi innanzitutto una posizione chiara sulla nuova fase storica e sui caratteri della guerra e che questo sia il punto centrale della riorganizzazione dei comunisti, su cui condurre una grande battaglia di orientamento che dimostri che i comunisti non sono portatori di icone, ma di una interpretazione corretta della realtà e di una volontà rivoluzionaria di combattere in una fase acuta dello scontro con un imperialismo occidentale in crisi, ma proprio per questo assai pericoloso.

E’ dunque necessario rimuovere le macerie e andare avanti. C’è soprattutto la necessità di operare una trasformazione culturale che ci liberi da uno sterile identitarismo e dall’eredità di quella visione neoromantica della lotta di classe e della trasformazione sociale espressa dalle ideologie proliferate dopo la fine del PCI.

Se vogliamo fare un salto qualitativo è necessario dunque recuperare l’autonomia interpretativa del metodo comunista che implica non solo individuare le caratteristiche della fase storica, ma anche come stanno procedendo le trasformazioni epocali e da quali conflittualità sono caratterizzate, e soprattutto decidere come entrare in questo processo.

Perchè, oltre all’analisi delle contraddizioni epocali, c’è un secondo aspetto di questa fase storica che va individuato e discusso e che riguarda il modo in cui si va articolando la conflittualità tra l’imperialismo occidentale, il suo sistema di sfruttamento e le forze della liberazione e della trasformazione. Nella prima fase dello sviluppo del movimento comunista, quello caratterizzato dalla III Internazionale e dalla nascita del campo socialista, i cambiamenti dei rapporti di forza e le trasformazioni dei sistemi sociali sono avvenuti con l’intervento diretto e determinante delle forze comuniste organizzate. Dopo la fine del campo socialista e la svolta cinese il movimento reale ha preso una piega diversa, coniugando l’effetto del cambiamento dei rapporti di forza mondiali sul piano economico e militare con le spinte che provengono dalle situazioni dove l’antimperialismo e le lotte sociali sono più acute. Lo scontro mondiale e soprattutto la perdita di egemonia dell’occidente capitalistico sul terreno economico, tecnologico e di controllo delle risorse naturali sta favorendo un processo di liberazione dei popoli finora oppressi da forme di neocolonialismo e di controllo militare da parte statunitense. Questa è la realtà che sta emergendo, che rappresenta una nuova fase di un processo mondiale di trasformazione dopo quello iniziato nel 1917. Le posizioni neotrotskiste e bordighiste che sono emerse nel movimento comunista contraddicono questa analisi e rappresentano una sostanziale incapacità di interpretare scientificamente e materialisticamente la nuova fase storica. Quando non portano direttamente acqua al mulino dell’imperialismo, queste posizioni rischiano comunque di somigliare al ruolo giocato dal trotskismo storico contro l’URSS fino alla vigilia della seconda guerra mondiale e durante la guerra fredda. Così assistiamo a un partito comunista venezuelano che si scontra violentemente con Maduro, un partito comunista messicano che passa il tempo ad attaccare il nuovo presidente che si è distaccato dalla tradizionale politica di destra del paese o un partito come il Tudeh che sostiene uno sciopero dell’industria petrolifera iraniana nel momento della massima pressione imperialista contro il governo che in questo momento tiene duro contro gli USA e Israele e mantiene solidi legami con la Russia.

Questioni di strategia e di interpretazione della nuova situazione si pongono anche per l’Italia, un anello abbastanza debole della catena dell’imperialismo occidentale che, pur essendo una pedina dell’atlantismo, è scossa continuamente dai contraccolpi della situazione mondiale e ora, più che mai, con l’intervento UE e NATO nella guerra in Ucraina. Per questo è necessario uno studio attento della situazione rispetto all’evoluzione internazionale in atto per capirne le conseguenze sul piano nazionale e su quali settori sociali far leva per un’azione efficace che non sia di pura propaganda.

Diventa essenziale, in questo contesto, che una ripresa seria di un movimento che si oppone alla guerra e alla linea atlantista e punti a modificare le caratteristiche liberiste della società italiana comporti anche una modificazione profonda delle relazioni economiche e politiche col mondo che si sta riorganizzando fuori del sistema imperiale americano. E su questa prospettiva passa anche l’asse strategico della ricostruzione dell’area comunista italiana che deve coniugare, come avviene nel contesto internazionale, l’opposizione al blocco atlantista italiano con la capacità di spaccare questo fronte e di riaprire una fase in cui l’interesse nazionale e un futuro di prosperità siano vissuti come necessità storica e non come coscienza delle sole avanguardie politiche.

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