[Pressenza] Crescente presenza militare NATO in America Latina

Notizie da Pressenza IPA – 07.03.2023

 

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Crescente presenza militare NATO in America Latina (1)

Redacción Venezuela, Caracas, Venezuela – Sergio Rodríguez Gelfenstein

Oggi è diventato consueto parlare dell’espansione della NATO “verso l’Europa dell’Est” che, per quanto valido, è un concetto semplicistico. La verità è che dalla fine del mondo bipolare, gli Stati Uniti, sentendosi padroni del mondo, hanno usato la NATO per espandersi in tutto il mondo.

Ne sono prova la firma del Trattato AUKUS (Australia, Regno Unito e Stati Uniti), la creazione del Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza (QUAD) formato da Australia, India, Giappone e Stati Uniti e l’Alleanza di Intelligence Five Eyes (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e Australia) come strumenti d’espansione militare della NATO in Asia e Oceania.

Lo stesso vale per l’America Latina e i Caraibi, dove gli Stati Uniti stanno avviando un piano di espansione aggressivo a tutte le latitudini e longitudini della regione. In tre puntate, vorremmo fornire alcuni dati a conferma di questa affermazione.

Alla fine dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano installato 12 basi militari a Panama, 12 a Porto Rico, 9 in Colombia, 8 in Perù, 3 in Honduras, 2 in Paraguay, oltre a installazioni simili ad Aruba, Costa Rica, El Salvador, Cuba (Guantanamo) e Perù, orientando al contempo la propria ricerca verso una copertura totale della superficie terrestre e marina della regione.

Nelle acque territoriali argentine e nelle Isole Falkland, usurpate dal Regno Unito, la NATO è presente con un sistema di basi sulle isole di Ascensión, Santa Elena e Tristán da Acuña, che “sorveglia” l’intero Atlantico dal nord alla zona antartica.

Secondo un rapporto del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, citato dal sito web venezuelano Misión Verdad, dal maggio 2022 il Regno Unito sta formando un “triangolo strategico di controllo” della punta meridionale del Sud America. A sud delle Falkland operano sottomarini nucleari. Inoltre, “Francia e Stati Uniti organizzano regolarmente manovre militari congiunte nella regione”.

Negli ultimi anni, e soprattutto dopo l’arrivo del generale Laura Richardson a capo del Comando meridionale dell’esercito statunitense nell’ottobre 2021, i livelli di interferenza aggressiva di Washington nella regione sono aumentati notevolmente. Ciò ha coinciso con l’arrivo al potere di Joe Biden, che ha attuato una politica attiva di sostituzione del tradizionale (e naturale) ruolo di guida del Dipartimento di Stato nell’attività diplomatica con quello del Pentagono, del Consiglio di Sicurezza Nazionale e persino della CIA. Un numero crescente di funzionari di questi organismi occupa posti di ambasciatore in America Latina e nei Caraibi.

La strategia statunitense mira a rafforzare la propria presenza nella regione. In prospettiva, l’Atlantico meridionale è diventato particolarmente importante per la sua vicinanza all’Antartide, regolato da un trattato terminato nel 1941, all’Amazzonia, la principale riserva di ossigeno e biodiversità del pianeta, e alla triplice frontiera dove si trova la falda acquifera del Guaraní, la più grande riserva d’acqua del mondo.

Questo è il senso dei tentativi degli Stati Uniti di ripristinare la guerra fredda nella regione, ora contro Cina e Russia. Questa logica spiega la decisione di sollecitare sei Paesi dell’America Latina a donare all’Ucraina le loro attrezzature militari russe, escludendo ovviamente Cuba, Nicaragua e Venezuela da questa richiesta. Richardson ha avvertito che, dopo la Cina, la Russia è il secondo avversario degli Stati Uniti nella regione, sottolineando il grande valore strategico di questa per gli Stati Uniti.

Il generale statunitense ha definito la Cina un “attore statale maligno” dopo che 21 dei 31 Paesi della regione hanno aderito all’iniziativa cinese della Nuova via della seta, mentre sono aumentati gli investimenti di Pechino in infrastrutture critiche come porti in acque profonde, ricerca spaziale e telecomunicazioni, con reti 5G e Huawei.

Richardson ha sottolineato il ruolo “protettivo” che gli Stati Uniti svolgeranno nella regione, perché essere buoni vicini significa “prendersi cura l’uno dell’altro”, il che “obbliga” Washington a farsi carico della lotta alle reti della criminalità organizzata coinvolte nel traffico di esseri umani, nel contrabbando di droga, nel disboscamento non regolamentato e nell’estrazione mineraria illegale, e soprattutto “perché si tratta di una regione ricca di risorse e di terre rare, con il cosiddetto Triangolo del Litio che ha il 60% delle riserve mondiali (in Argentina, Bolivia e Cile), un metallo molto necessario per la tecnologia”.

Allo stesso tempo, Richardson ha affermato che gli Stati Uniti sono interessati al petrolio (date le grandi riserve trovate in Guyana e le più grandi riserve mondiali in Venezuela), al rame e all’oro nella regione. Gli Stati Uniti inoltre sono spinti in quest’area anche dal fatto che l’ossigeno e il 31% dell’acqua dolce della Terra si trovano in Amazzonia. Per tali motivi – secondo il generale – la Cina, che è diventata il principale partner commerciale di diversi Paesi latinoamericani, va tenuta a distanza.

Questa logica rientra nella strategia statunitense della “deterrenza integrata”, una forma rinnovata della Dottrina di sicurezza nazionale che mira a riunire sotto la guida del Pentagono “tutte le capacità civili e militari del governo, delle imprese, della società civile e del mondo accademico degli Stati Uniti e di tutti i suoi alleati”.

Alla XV Conferenza dei ministri della Difesa delle Americhe, tenutasi in Brasile nel luglio 2022, il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha presentato questa strategia ai suoi colleghi della regione. Due mesi dopo, a settembre, Richardson l’ha sottolineata a 14 capi militari in occasione della Conferenza sulla Difesa del Sud America. L’interesse degli Stati Uniti ha una prospettiva regionale sostenuta dalla necessità di controllo degli Stati Uniti, che va avanti dall’enunciazione della Dottrina Monroe, circa 200 anni fa.

Ma nella prospettiva globale, le forze armate latinoamericane costituiscono un potenziale combattivo che non può essere sottovalutato. Nel 2018, il Brasile aveva 334.000 militari attivi, la Colombia 200.000 e l’Argentina 51.000. La NATO ha 3,5 milioni di personale militare e civile attivo. Secondo il think tank CELAG, il Brasile e la Colombia da soli contribuirebbero alla NATO con un numero di mezzi superiore a quello dei membri europei annessi negli anni Novanta. In tal senso infatti, va considerato che l’Argentina, ad esempio, ha risorse simili a quelle della Bulgaria (24.800) e della Repubblica Ceca (25.000) messe insieme.

Per comprendere meglio questa situazione e l’intensa attività imperiale di controllo dello spazio latinoamericano e caraibico, vale la pena di esaminare il modo in cui si è concretizzato l’intervento statunitense e della NATO in alcuni Paesi della regione:

Paraguay

Il Master Plan per la navigabilità del fiume Paraguay è un’iniziativa del governo paraguaiano per “massimizzare l’uso di questo corso d’acqua navigabile”, ma l’annuncio veniva fatto dall’ambasciatore statunitense Marc Ostfield. L’opera è sostenuta da capitali statunitensi e sarà realizzata grazie ai servizi dell’US Army Corps of Engineers, il che ha suscitato grande preoccupazione in Argentina, che ritiene che una tale decisione significhi il controllo del territorio da parte di forze straniere. Inutile dire che l’area è una parte importante del bacino di La Plata, la quinta riserva d’acqua dolce più grande del mondo.

Allo stesso modo, Washington non smette di avere l’intenzione di installare una base militare nella Triplice Frontiera (Argentina-Paraguay-Brasile), con il pretesto di combattere il terrorismo internazionale e il traffico di droga. In questo contesto, i tentativi di militarizzare la regione e di cambiare le “regole del gioco” in modo che gli Stati Uniti possano portare territori sotto il loro controllo permanente sono considerati estremamente pericolosi in Argentina. Allo stesso modo, alcuni leader politici locali hanno espresso la preoccupazione che la loro regione venga trascinata in una logica di confronto tra Stati Uniti e Cina.

Sebbene il governo paraguaiano abbia affermato che il progetto prevede una “cooperazione con specialisti statunitensi” che include lo studio dei fiumi, ma non la cooperazione militare, la totale subordinazione di Asunción agli Stati Uniti mette in dubbio questa affermazione. In termini geopolitici, c’è anche il fatto che il Paraguay è l’unico Paese del Sud America a non avere relazioni con la Cina.

Argentina

Dal punto di vista argentino, la decisione di Asunción di attirare le forze armate statunitensi per far progredire la navigabilità del fiume Paraguay è ora legata al crescente commercio alimentare che, nel contesto della guerra in Ucraina, è diventato strategico.

Lo scopo della via d’acqua è quello di consentire la navigazione di grandi navi con giganteschi volumi di carico tutto l’anno, rettificando il percorso ed eliminando isole e altri ostacoli. La presenza di specialisti dell’esercito statunitense conferisce al progetto un carattere molto diverso da quello che era stato originariamente presentato come un progetto civile.

D’altra parte, gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il fatto che lo Stato argentino stia proponendo una nuova gara d’appalto per il dragaggio del fiume Paraná (che riceve acqua dal Paraguay) e che alcune delle aziende che cercheranno di aggiudicarsi la gara siano di origine cinese.

Per gli Stati Uniti, la triplice frontaliera tra Argentina, Brasile e Paraguay è di fondamentale importanza. Il Comando Sud ha individuato delle fonti di finanziamento di “organizzazioni terroristiche” basate in Asia occidentale, citando gli Hezbollah libanesi e Hamas palestinesi. Per contrastare questa presunta minaccia, è stato creato un meccanismo multilaterale chiamato 3+1 con i tre Paesi sudamericani e gli Stati Uniti.

Washington ha inoltre mostrato grande interesse per la Patagonia argentina. In questo contesto, l’8 agosto l’ambasciatore statunitense in Argentina ha partecipato a un incontro con i rappresentanti delle più potenti compagnie petrolifere del mondo nella città di Neuquén (situata circa 1.140 km a sud-ovest di Buenos Aires).

Quattro anni prima, nel 2018, era stata annunciata la costruzione di diversi impianti in una proprietà fiscale sotto la direzione e il finanziamento del Comando meridionale degli Stati Uniti. Sebbene l’ambasciata argentina si sia affrettata a informare che i lavori facevano parte di un progetto di “aiuto umanitario” il cui obiettivo era migliorare la capacità di Neuquén di rispondere ai disastri naturali, la società civile di Neuquén ha respinto questa idea, dato che è stata caratterizzata da segretezza, mancanza di informazioni e di comunicazione riguardo a ciò che l’Argentina ha ottenuto in cambio della cessione di questo territorio in un’area considerata di alto valore strategico.

Secondo un reportage del giornalista Ariel Noyola Rodríguez pubblicato sul portale RT (Russia Today), il progetto è una “base militare camuffata”, che fa parte di una strategia a livello continentale caratterizzata come un’inedita forma di intervento militare nella regione: il programma “Assistenza umanitaria e risposta ai disastri naturali”, sponsorizzato dal Comando meridionale degli Stati Uniti.

D’altra parte, non si può trascurare in questa analisi che parte del territorio argentino è occupato dalle forze NATO. Nelle Malvine stazionano tra i 1.500 e i 2.000 militari britannici, alcuni dei quali in modo permanente, oltre a cacciabombardieri di ultima generazione.

di Sergio Rodríguez Gelfenstein

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppe Marchiello. Revisione di Thomas Schmid.

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