Comitato Antimperialista Arezzo e Collettivo Millepiani Arezzo: Riflessioni sulla Palestina

Rassegna del 03/02/2024

 

Comitato Antimperialista Arezzo e Collettivo Millepiani Arezzo: Riflessioni sulla Palestina

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Riflessioni sulla Palestina

di Comitato Antimperialista Arezzo e Collettivo Millepiani Arezzo

Manifestazione per la Palestina 3.jpeg1. Resistenza e Rivoluzione in Palestina

Il genocidio che lo Stato neocoloniale israeliano sta perpetrando sui palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, un genocidio che strazia le sue vittime con tutta la sproporzione tecnica dei suoi mezzi offensivi, a cominciare dal calcolato piano generale – amministrativo, militare ed etnico – inflessibilmente seguito, si scontra tuttavia con un ostacolo, poiché viene contrastato, e quindi indebolito, nella sua furia genocida, dalla irriducibile Resistenza di mobilissime formazioni di fedayyin, che spuntano improvvise e che scompaiono prontamente in quelle distese di macerie che una volta erano gli edifici di Gaza. Il genocidio sta dentro una guerra implacabile: una guerra di sterminio, da una parte; una guerra di liberazione dall’altra. Questo è il senso storico e politico di quanto sta avvenendo in Palestina, dal quale non si può assolutamente prescindere, in un’azione di massa che miri a dare forza e valore all’espressione “Palestina libera”, gridata in tutte le piazze. Infatti, se non si appoggia, se non si rende visibile, se non si dà un volto politico alla “lotta di liberazione armata” del popolo palestinese, la parola d’ordine “Palestina libera” diviene semplice coreografia. Occorre pertanto rendere netto e inconfondibile il profilo della lotta di liberazione armata dei palestinesi e, contemporaneamente, occorre adoperarsi con tutte le nostre forze per conquistare le masse popolari occidentali a un deciso e completo “riconoscimento” di questa guerra popolare di liberazione. Come per la Repubblica spagnola, aggredita nel ’36 dall’imperialismo nazifascista, e per il Vietnam bombardato con il Napalm dall’imperialismo statunitense negli anni Sessanta, una mobilitazione internazionalista sostenne il peso di una lotta comune, così oggi, di fronte alla “soluzione finale” avanzante a Gaza con gli aerei e i blindati israeliani, diventano urgenti le idee e le parole d’ordine internazionaliste per sostenere fino in fondo e senza perifrasi la Resistenza palestinese.

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Alfonso Gianni: I guerrafondai, i sonnambuli e i movimenti per la pace

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I guerrafondai, i sonnambuli e i movimenti per la pace

di Alfonso Gianni

Non era mai successo nulla di simile: un impero (la Gran Bretagna) promette una terra non sua a un popolo che non ci vive senza chiedere il permesso a chi ci abita1

Gideon Levy

Cessate il fuoco! Ora! Questo grido, rivolto in particolare alle due più sanguinose guerre in corso – tra le 60 attualmente in atto nel mondo -, in Ucraina e in Palestina, ha attraversato le piazze e le strade delle principali città del Sud e del Nord del globo terrestre. Il popolo della pace, variegato e multiforme, è tornato a farsi, sentire, a imporsi all’opinione pubblica, malgrado i tentativi di nasconderne o sminuirne la forza e l’estensione da parte dei mass media mainstream. Non siamo di fronte a quella dimostrazione di grande forza e compattezza, pur nell’articolazione geografica, che contraddistinse le celebri manifestazioni del 15 febbraio del 2003 e che fecero scrivere al New York Times che aveva preso corpo una seconda potenza mondiale. Neppure quella straordinaria prova di forza fermò la guerra, ovvero l’aggressione degli Usa e dei paesi volenterosi all’Iraq. Ma essa entrò nella storia, sedimentò una diffusa coscienza civile, trasformò il pacifismo da una opzione morale e individuale in un obiettivo politico condiviso da milioni di persone disposte ad attivarsi per il suo conseguimento. Le manifestazioni che si sono susseguite in centinaia di città lo scorso 13 gennaio2 e che continueranno a riproporsi e ci auguriamo a crescere, non sarebbero potute avvenire senza poggiare sull’humus fertilizzato da quella storica giornata di inizio di secolo. E a farlo in condizioni assai più difficili di allora. Nel 2003 l’obiettivo era chiaro: impedire agli Usa di fare quello che poi hanno fatto in Iraq, sconvolgendo quel territorio e l’insieme del Medio Oriente, con conseguenze che proprio ora mostrano i loro devastanti effetti.

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Andrea Vento: L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali

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L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali

di Andrea Vento*

 

La complessa questione della dedollarizzazione

Il Sistema Monetario Internazionale (Smi) uscito dagli Accordi di Bretton Woods ha riservato al dollaro statunitense la duplice funzione di moneta nazionale e di valuta di riferimento nelle transazioni internazionali, concedendo alla Federal Reserve il privilegio di poter indirizzare le politiche monetarie dell’intero campo capitalistico tramite l’orientamento delle manovre sul tasso di riferimento.

 

L’utilizzo del dollaro come arma politica

A partire dal febbraio 2022, con l’escalation del conflitto in Ucraina, è tuttavia emersa nella sua piena dimensione anche una terza dirompente funzione, peraltro già utilizzata in passato con portata più limitata ai danni di 22 paesi: quella sanzionatoria. Le draconiane misure coercitive imposte dal 23 febbraio 2022 unilateralmente alla Russia, in 12 tranche successive, hanno infatti determinato “la trasformazione del dollaro in arma”, espressione giustappunto coniata nell’anno in questione.

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Marcello Musto: Karl d’Arabia

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Karl d’Arabia

di Marcello Musto

In tarda età, Marx trascorse un po’ di tempo ad Algeri. Gli scritti e le annotazioni di quel periodo confermano il suo sostegno alle lotte contro l’oppressione coloniale

Nell’inverno del 1882, durante l’ultimo anno della sua vita, Karl Marx ebbe una grave bronchite e il suo medico gli consigliò un periodo di riposo in un luogo caldo. Gibilterra fu esclusa perché Marx aveva bisogno del passaporto per entrare nel territorio e, in quanto apolide, non ne era in possesso. L’impero tedesco di Otto Von Bismarck era coperto dalla neve e gli era proibito in ogni caso. L’Italia era fuori discussione poiché, come afferma Friedrich Engels, «la prima condizione per quanto riguarda i convalescenti è che non vi siano seccature da parte della polizia».

Engels e Paul Lafargue, genero di Marx, convinsero il paziente a recarsi ad Algeri. All’epoca, la capitale dell’Algeria francese godeva della reputazione di buona destinazione per sfuggire ai rigori dell’inverno europeo. Come ricordò in seguito la figlia di Marx, Eleanor Marx, ciò che realmente lo spinse a intraprendere questo viaggio insolito fu il suo obiettivo numero uno: completare Il Capitale.

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Piccole Note: Ucraina. Gli Usa e la guerra decennale

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Ucraina. Gli Usa e la guerra decennale

di Piccole Note

Dalla “riconquista dei territori perduti” si è passati alla, ennesima, “guerra infinita”. La tragedia del popolo ucraino

“I piani di guerra degli Stati Uniti per l’Ucraina non prevedono più la riconquista del territorio perduto”. Questo il titolo di un articolo del Washington Post che spiega come gli Usa stiano rimodulando la strategia per l’Ucraina. Infranta tragicamente l’utopia coltivata finora della riconquista del Donbass, si tratta di portare avanti una guerra di logoramento e di impedire ai russi di avanzare.

 

La guerra infinita in Ucraina

Così il WP: “Il piano degli Stati Uniti è parte di uno sforzo multilaterale da parte di quasi tre dozzine di paesi che sostengono l’Ucraina per garantirne la sicurezza a lungo termine e il sostegno economico […] come dimostrazione di una risolutezza duratura nei confronti del presidente russo Vladimir Putin”. Ognuno di questi Stati “sta preparando un documento che delinea i propri impegni specifici per il prossimo decennio. La settimana scorsa la Gran Bretagna ha reso pubblico il suo accordo decennale con l’Ucraina”, un impegno simbolicamente suggellato dalla visita di Rishi Sunak a Kiev. E presto, spiega il WP, sarà la volta della Francia, anch’essa prossima a suggellare tale impegno con la visita a Kiev di Macron.

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Giorgio Agamben: Teatro e politica

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Teatro e politica

di Giorgio Agamben

È quanto meno singolare che non ci si interroghi sul fatto, non meno imprevisto che inquietante, che il ruolo di leader politico sia nel nostro tempo sempre più spesso assunto da attori: è il caso di Zelensky in Ucraina, ma lo stesso era avvenuto in Italia con Grillo (eminenza grigia del Movimento 5 stelle) e ancor prima negli Stati Uniti con Reagan. È certo possibile vedere in questo fenomeno una prova del tramonto della figura del politico di professione e dell’influsso crescente dei media e della propaganda su ogni aspetto della vita sociale; è però evidente in ogni caso che quanto sta avvenendo implica una trasformazione del rapporto fra politica e verità su cui occorre riflettere. Che la politica avesse a che fare con la menzogna è, infatti, scontato; ma questo significava semplicemente che il politico, per raggiungere degli scopi che riteneva dal suo punto di vista veri, poteva senza troppi scrupoli dire il falso.

Quel che sta avvenendo sotto i nostri occhi è qualcosa di diverso: non vi è più un uso della menzogna per i propri fini politici, ma, al contrario, la menzogna è diventata in se stessa il fine della politica. La politica è, cioè, puramente e semplicemente l’articolazione sociale del falso.

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Fulvio Grimaldi: Anche se ora ve ne fregate voi quella notte, voi c’eravate

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Anche se ora ve ne fregate voi quella notte, voi c’eravate

Domenico d’Amico di Radio Gamma intervista Fulvio Grimaldi

Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti

Dopo essersi schierata con coloro che ci hanno somministrato un mondo dove, grazie a Covid e guerre, i ricchi hanno raddoppiato la loro ricchezza e 5 miliardi sono piombati nella povertà assoluta, il nostro establishment, di qualunque colore sia, ha vinto anch’esso la sua guerra al popolo. Qui da noi l’1% ricco ha una ricchezza 84 volte quella del 20% povero, con 5,6 milioni in povertà assoluta. In compenso abbiamo un sacco di soldi, cavati dagli ospedali e dalle scuole, con in quali ci armiamo e partiamo.

Avevamo dunque tutti i titoli per mandare in Medioriente un Chiacchiere e Distintivo, fatto passare per ministro degli Esteri, a dichiararci dalla parte dei terroristi che dicono di combattere il “terrorismo” di chi non si vuole fare uccidere dai terroristi..

Dichiarata guerra al paese (lo Yemen liberato dagli Houthi) che prova a fermare i terroristi di cui sopra, ci siamo meritati la cittadinanza onoraria nella cittadella del terrorismo.

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Paolo Arigotti: Israele è una democrazia?

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Israele è una democrazia?

di Paolo Arigotti

checkpoint copia.jpgEsiste una frase che molti analisti e giornalisti amano ripetere: Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente.

Da quelle parti, eccezion fatta per la “cleptocrazia” libanese, l’unica nazione che si avvicinerebbe (forse) agli standard democratici occidentali sarebbe la Turchia, dove però esiste una minoranza perseguitata, quella curda, che potrebbe fornire qualche spunto per un possibile confronto col caso israeliano.

Mettendo da parte ogni facile polemica, prima di tutto sarebbe necessario stabile cosa si intenda per “democrazia”, per poi applicare il concetto al caso concreto.

L’enciclopedia Treccani[1] definisce democrazia qualunque “forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che esercita la sua sovranità attraverso istituti politici diversi; in particolare, forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanze elettive, e che garantisce a ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza”. Lo stesso dizionario contiene anche la definizione di “democratura”, neologismo riferito a un “regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”[2].

Il politologo Robert Dahl, nel suo saggio I dilemmi della democrazia pluralista, individua nel pluralismo un elemento imprescindibile per ogni assetto che voglia dirsi democratico; Norberto Bobbio, filosofo del diritto, definiva democratici i gruppi nei quali le determinazioni collettive sono caratterizzate da due regole: un’ampia partecipazione diretta o indiretta e le decisioni scaturiscano da una libera discussione a maggioranza. Naturalmente potremmo continuare con le citazioni, prendendo le mosse dall’antica Grecia, ma come notava qualche anno fa il filosofo Salvatore Veca[3]: “una soddisfacente teoria della democrazia è a tutt’oggi lungi dall’essere disponibile e […] le nostre analisi dei fatti e delle istituzioni dei regimi democratici oscillano fra descrizioni e prescrizioni, aspirazioni e valutazioni che difficilmente risultano a volte fra loro coerenti.”

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Carlo Formenti: La cassetta degli attrezzi

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La cassetta degli attrezzi

Postille a “Guerra e rivoluzione”

di Carlo Formenti

morales chavez 0.jpgIn “Guerra e Rivoluzione” (2 voll. Meltemi, Milano 2023) ho affrontato alcuni temi “scabrosi” sui quali il marxismo occidentale non può esimersi di riflettere, se vuole uscire dalle secche in cui lo hanno impantanato decenni di opportunismo, settarismo e dogmatismo. Personalmente ritengo che l’opportunismo (vedi le ricorrenti tentazioni elettoralistiche e la conseguente disponibilità al compromesso con le borghesie liberali), benché pernicioso, abbia causato meno danni del settarismo e del dogmatismo, cioè della riproposizione rituale e ottusa di dogmi che un secolo di storia ha impietosamente falsificato. È questo crampo ideale che ha impedito alle formazioni neo comuniste di radicarsi nel sociale e raccogliere consensi (mi riferisco all’arruolamento di nuove leve di militanti, non a qualche manciata di voti) fra i lavoratori e le giovani generazioni. In questo articolo propongo alcuni approfondimenti relativi ai temi affrontati nel libro uscito qualche mese fa. Non toccherò – se non marginalmente – le questioni relative alle trasformazioni strutturali del tardo capitalismo e alle nuove forme di socialismo emerse in Cina e America Latina, perché si tratta di problemi sui quali sono già tornato su queste pagine, per concentrarmi invece: 1) sulla critica degli “ismi” (economicismo, progressismo, eurocentrismo, universalismo, ecc.) che hanno sterilizzato il marxismo occidentale; 2) sulla questione della forma partito.

PS. In questa seconda parte ho cercato di ridurre al minimo l’apparato di note in quanto si tratta di un testo assai lungo (il doppio del precedente) quindi, se avessi applicato gli stessi criteri, le note sarebbero state più di cinquanta e forse avrebbero sfiorato il centinaio, appesantendo la lettura. Per riferimenti bibliografici più esaustivi rinvio alla bibliografia generale di “Guerra e rivoluzione”. Mi preme infine precisare che l’ultimo libro di Alessandro Visalli (“Classe e partito”, Meltemi 2023) ha ispirato molte delle riflessioni che troverete nelle prime pagine anche se non è citato direttamente.

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Tiziano Bonini: L’occhio del padrone

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L’occhio del padrone

di Tiziano Bonini

64c01aa967f140001d00706e.jpgGuidare un camion è un’attività molto complessa: richiede forza fisica, concentrazione mentale per lunghi periodi di tempo, destrezza nei movimenti, controllo delle proprie emozioni, capacità di cooperazione con altri camionisti, un’attività cognitiva continua, per evitare di fare incidenti o mantenere a lungo la stessa direzione di marcia. Eppure, quando si parla di professioni che implicano un lavoro cognitivo, ci si riferisce sempre ad altri tipi di lavori, come la designer, la programmatrice informatica, la manager di azienda…, tutte professioni diventate centrali con l’emergere della società dell’informazione e con la diffusione dei computer nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nelle case private. Il camionista non è considerato un lavoro prettamente “cognitivo”. Eppure, gli attuali sistemi di intelligenza artificiale fanno ancora molta fatica ad automatizzare i complessi processi cognitivi che stanno alla base della guida umana di un camion. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ha inavvertitamente dimostrato che lavori apparentemente poco qualificati come guidare un camion richiedono molta “intelligenza”, destrezza fisica e qualità emotive, e sono a tutti gli effetti dei lavori “cognitivi”. I veicoli a guida autonoma, infatti, dipendono dall’IA che impara via via a imitare le decisioni intelligenti dei conducenti sulla strada. “Se, infatti, la capacità di guidare un veicolo può essere tradotta in un modello algoritmico è perché guidare è un’attività con una componente logica, – perché, in ultima analisi, all labour is logic”, (p. 3), tutte le attività lavorative per essere eseguite presuppongono operazioni mentali logiche, che possono essere misurate, calcolate e riprodotte da un sistema logico come una rete neurale.

Questa è la constatazione da cui parte il bellissimo libro di Matteo Pasquinelli, The Eye of the Master, A Social History of Artificial Intelligence (Verso Books, 2023, di prossima traduzione italiana presso Carocci), per dimostrare come l’intelligenza artificiale sia una serie di tecnologie che emergono dal tentativo di “cattura” dell’intelligenza sociale incorporata nelle relazioni umane.

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redazione: Costante trumpista: la guerra civile latente negli Stati Uniti

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Costante trumpista: la guerra civile latente negli Stati Uniti

di redazione

In molti avevano creduto che dopo i fatti di Capitol Hill il trumpismo come fenomeno politico sarebbe stato archiviato, presentandosi al limite nelle forme di un estremismo suprematista tanto più radicale quanto residuale

Invece negli anni di governo di Joe Biden, nonostante i molti guai giudiziari, Trump ha consolidato nuovamente la propria base di consenso e a oggi ha già in tasca la nomitation come candidato presidenziale repubblicano. Abbiamo analizzato il trumpismo da più punti di vista, ma sempre con una certezza: non si trattava di un fenomeno né transitorio, né tanto meno contingente.

Può apparire paradossale, ma il trumpismo è addirittura per certi versi un movimento ancora in fase di espansione: molti sono gli intellettuali e i personaggi pubblici della sinistra radicale statunitense che in questi anni sono stati attirati dal buco nero, che si sono arruolati nella cosiddetta “destra dissidente”, spesso non solo per un tornaconto economico e personale, ma come ci spiega “In These Times” per quella che appare come una vera e propria crisi ideologica. Molti sono stati sedotti dalla narrativa working class del trumpismo, ancora presente, altri si sono progressivamente avvicinati a figure della destra radicale a partire dalla critica alla sinistra liberale.

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Il Chimico Scettico: Da non crederci, Speranza ci riprova con il suo libro

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Da non crederci, Speranza ci riprova con il suo libro

di Il Chimico Scettico

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Sandro Mezzadra: Il vero dominio non è mai astratto

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Il vero dominio non è mai astratto

di Sandro Mezzadra

Nel dibattito su Marx, a livello internazionale, almeno due novità si sono affermate negli ultimi anni. Il progredire della nuova edizione critica delle opere (la MEGA2) ha in primo luogo trasformato in profondità il corpus dei testi marxiani, portando alla luce migliaia di pagine di manoscritti e scomponendo testi come i Grundrisse, le Teorie del plusvalore, il secondo e il terzo libro del Capitale. Il confronto con Marx ne risulta certo arricchito, anche se a tratti è difficile evitare un’impressione di vertigine di fronte a un’opera che appare quasi in dissolvenza. In secondo luogo, in particolare nel mondo anglofono e in Germania, ha guadagnato influenza la cosiddetta “Nuova lettura di Marx”, anticipata negli anni Sessanta e Settanta dai lavori di Hans-Georg Backhaus e Helmut Reichelt e sviluppata poi tra gli altri da Michael Heinrich – di cui è da poco uscito in italiano il libro più importante, La scienza del valore, Pgreco, a cura di R. Bellofiore e S. Breda. Proprio la “forma valore” sarebbe in questa prospettiva – per molti versi in continuità con gli sviluppi della Scuola di Francoforte – il centro logico della marxiana critica dell’economia politica, mentre la lotta di classe e lo sfruttamento ne sono respinti ai margini.

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Alessio Galluppi: Mai più è ora

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Mai più è ora

di Alessio Galluppi

Diffondiamo questo comunicato da “Info d News Palestina” in merito della decisione del governo di vietare le manifestazioni contro il genocidio commesso da Israele previste per il 27 gennaio – 25 gennaio 2024 – t.me/infonewspalestina

Già scrivevano che “l’intera impalcatura dell’establishment democratico e dei governi dell’Occidente non ricorda i morti dell’Olocausto, bensì usa la tragedia degli Ebrei per mirarsi nello specchio e riflettere la propria immagine dell’Occidente e mettere a confronto nazismo e liberalismo inventore della civiltà…”. Quella civiltà che si è eretta su 500 anni di saccheggi, eccidi, schiavitù e razzismo contro i popoli di colore.

Il 19 gennaio 2024, l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha rilasciato la seguente nota:

“È un errore gravissimo mettere sullo stesso piano la Shoà e altre, pur terrificanti, vicende di oggi”.

Mentre l’ANPI, un ente fondato con lo scopo di “restituire al Paese una piena libertà e favorire un regime di democrazia per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo,” e di “valorizzare in campo nazionale e internazionale il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani” (Statuto del 1945), parlava vagamente di “vicende di oggi”, noi testimoniavamo la seguente situazione in Palestina che entrava nel 105º giorno di genocidio per mano del regime sionista:

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Paolo Ferrero: Gli Usa (e i loro servi) ce l’hanno con Unrwa per una ragione: documenta il genocidio di Israele

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Gli Usa (e i loro servi) ce l’hanno con Unrwa per una ragione: documenta il genocidio di Israele

di Paolo Ferrero

Il 26 gennaio, il Commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti ai palestinesi (Unrwa), Philippe Lazzarini, ha aperto un’indagine su alcuni dipendenti sospettati di essere coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre in Israele e li ha licenziati. Tutto questo sulla sola segnalazione da parte delle autorità israeliane che non hanno a oggi prodotto alcun dossier con prove documentali.

Lazzarini sperava di poter proteggere la capacità dell’agenzia di poter fornire assistenza umanitaria ma sottovalutava la volontà di vendetta che covava nei confronti della sua agenzia. A distanza di un’ora dalla comunicazione ufficiale il Dipartimento di Stato degli Usa aveva già deciso di sospendere i finanziamenti all’Unrwa. Nei giorni successivi, nonostante il licenziamento dei dipendenti segnalati dal governo israeliano e l’immediata attivazione di una commissione d’inchiesta, sono arrivate le sospensioni dei finanziamenti di: Australia, Canada, Italia, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Svizzera, Gran Bretagna e Scozia.

Con questi tagli l’Unrwa non sarà più in condizioni di lavorare e già dal mese di febbraio non sarà in grado di proseguire l’attività di assistenza umanitaria che garantisce cibo, acqua e prima assistenza a centinaia di migliaia di persone nella striscia di Gaza.

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