Rassegna 22/02/2025

Nico Maccentelli: Rossobruni ce lo sarete voi…
Rossobruni ce lo sarete voi…
di Nico Maccentelli
Sono nel pallone… dopo la telefonata Trump-Putin e il discorsetto di Vance a Monaco gli euronazi, i satrapi del deep state USA prima delle elezioni americane, quelli che si sono fatti saltare dagli ucronazi, dai servizi britannici e dalla CIA il Nord Stream da sotto il culo, dopo aver mandato armi e al macello migliaia di ucraini vendendocela come imminente sconfitta russa, dopo aver ridotto l’Unione Europea ad area dipendente e sotto “protezione” degli USA, praticamente un protettorato, e dulcis in fundo, dopo aver promesso lacrime e sangue per aumentare il budget bellico per la NATO, tutti questi signori si ritrovano nella scomoda posizione di estranei alla trattativa sull’Ucraina. E se non bastasse è il nuovo inquilino della Casa Bianca, che dopo aver dato il ben servito a USAID, attacca gli euroburocrati svelando la triste verità: nell’UE la democrazia, quel poco che c’era nel delirio dei suoi diktat economici e fonanziari, è morta e sepolta. Vance attacca sulla censura, sulle elezioni cancellate se non vanno bene come in Romania: sono schiaffi che fanno ben capire che se le classi dirigenti corrotte e meschine dell’UE vogliono continuare la guerra con la Russia attraverso l’Ucraina e per mezzo della NATO, devono sborsare i dané per le armi, ma anche per i danni alla fine della fiera, visto che la Russia ha già vinto.
Il tutto col nuovo regime dei dazi statunitensi, dopo la mazzata che i neuro-burocrati si sono dati nei coglioni con le sanzioni alla Russia. Una debacle che non può che preannunciare la fine dell’architettura europea incentrata sull’egemonia USA e iniziata con Maastricht e le sue velleità di terzo polo europeo. Non sarà questa architettura a ricostruire un’idea di Europa dentro un contesto geostrategico che vede affermarsi il multipolarismo, ma semmai l’avvento di stati nazione che mutano l’intero scenario mondiale e la stessa catena imperialista a dominanza statunitense. E che allo stato attuale delle cose, i sistemi democratici europei siano finiti e che stiano finendo le libertà costituzionali, delle costituzioni nate dalle Resistenze è un dato di fatto: tutti fattori che fanno da preludio a ribaltoni elettorali, se non rivolte sociali, dato che i popoli europei, deste o sinistre che siano, la guerra non la vogliono e non vogliono pagarne i costi.
City Strike Genova: Saitō 1 vs Saitō 2. Ecologismi a confronto
Saitō 1 vs Saitō 2. Ecologismi a confronto
di City Strike Genova
Introduzione
Kohei Saitō, professore universitario e ricercatore giapponese è diventato recentemente la nuova star del pensiero ecologista e marxista. Ricercatore impegnato nella pubblicazione degli inediti e degli appunti di Marx ed Engels (MEGA), autore di numerosi libri incentrati sul pensiero ecologista e sui rapporti tra ecologismo e marxismo. In Italia molti dei suoi lavori non sono tradotti a differenza di due testi: a) L’ecosocialismo di Karl Marx (editrice Castelvecchi, 2023), b) Il Capitale nell’Antropocene (editrice Einaudi 2024).
In questo saggio esamineremo i due testi mettendone in evidenza le continuità e le differenze. Approfondiremo anche i rapporti sempre più stretti che intercorrono tra la teoria del valore-lavoro come espressa nel Capitale di Karl Marx e il pensiero ecologista predominante. In particolare ci riferiremo al pensiero ecosocialista presente in autori come John Bellamy Foster e Ian Angus confrontandolo con il pensiero ecologista prevalente lontano anni luce da un marxismo considerato come una disciplina fondamentalmente antropocentrica e totalmente disinteressata (storicamente) a un discorso sulla scarsità delle risorse naturali.
Noi crediamo a un marxismo basato su una solida applicazione del pensiero scientifico e non “scientista”. In tal senso riteniamo che la lotta per salvare il Pianeta dai disastri ecologici sia una parte fondamentale della lotta per introdurre nuovi rapporti di produzione nel Mondo che portino al riscatto delle classi subordinate e dei popoli oppressi nel Pianeta.
Giustizia climatica e giustizia sociale sono più che mai indissolubili nella lotta dei comunisti.
Antropocene e capitalocene
Francesco Cappello: L’Istituto Superiore di Sanità ammette l’estrema pericolosità dei vaccini Covid
L’Istituto Superiore di Sanità ammette l’estrema pericolosità dei vaccini Covid
Ma insiste proponendoci vaccini rivisti e corretti
di Francesco Cappello
Ecco le risposte patogeniche al vaccino Covid riportate nella pubblicazione scientifica del dottor Maurizio Federico: autoimmunità, trombocitopenia, miocardite, lesioni miocardiche, disturbi del ciclo mestruale, riattivazione di infezioni latenti e sindrome post-vaccino COVID
La pubblicazione scientifica del dottor Maurizio Federico [1], “The Immunologic Downsides Associated with the Powerful Translation of Current COVID-19 Vaccine mRNA Can Be Overcome by Mucosal Vaccines” “Gli svantaggi immunologici associati alla potente traduzione dell’mRNA dei vaccini COVID-19 attuali possono essere superati dai vaccini mucosali” pubblicata il 14 Novembre 2024, è importante non tanto perché insiste nel proporci una soluzione vaccinale, quella dei vaccini mucosali, giudicata meno dannosa, quanto perché, un ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituzione italiana che non si è opposta ed ha anzi promosso la campagna vaccinale di massa, oggi, attraverso un suo ricercatore, elenca a posteriori una lunga serie di meccanismi del danno che vengono identificati quali potenziali effetti collaterali immunologici derivanti dall’alta efficienza di traduzione dell’mRNA nei vaccini COVID-19.
Proponiamo, per iniziare, la traduzione dell’abstract dell’articolo:
L’azione dei vaccini a base di mRNA richiede l’espressione dell’antigene nelle cellule bersaglio dei complessi mRNA-nanoparticelle lipidiche. Quando l’antigene del vaccino non viene completamente trattenuto dalle cellule produttrici, la sua diffusione locale e sistemica può avere conseguenze dipendenti sia dai livelli di espressione dell’antigene sia dalla sua attività biologica. Una peculiarità dei vaccini a base di mRNA contro il COVID-19 sono le quantità straordinariamente elevate dell’antigene Spike espresse dalle cellule bersaglio. Inoltre, la proteina Spike del vaccino può essere rilasciata e legarsi ai recettori ACE-2 delle cellule, inducendo così risposte di significato patogenetico, incluso il rilascio di fattori solubili che, a loro volta, possono disregolare i processi immunologici chiave. Inoltre, le risposte immunitarie circolatorie innescate dalla proteina Spike del vaccino sono piuttosto potenti e possono portare a un efficace cross-binding degli anticorpi anti-Spike, nonché alla comparsa di auto-anticorpi e anticorpi anti-idiotipo. In questo articolo, vengono discussi gli svantaggi immunologici della forte efficienza della traduzione dell’mRNA associata ai vaccini contro il COVID-19, insieme agli argomenti a sostegno dell’idea che la maggior parte di essi può essere evitata con l’avvento dei vaccini mucosali di nuova generazione contro il COVID-19.
Tra parentesi graffe qualche richiamo per facilitare la comprensione a chi non sia addentro al linguaggio della biologia.
Domenico Moro: I dazi e il ruolo degli USA di compratore in ultima istanza
I dazi e il ruolo degli USA di compratore in ultima istanza
di Domenico Moro
Gli Usa rappresentano non solo l’economia più grande ma anche il paese leader a livello mondiale. La loro leadership si fonda, oltre che sul potere militare, soprattutto sul dollaro, la valuta di riserva e transazione internazionale, che gli permette di sostenere un enorme deficit commerciale, oltre che un ampio debito pubblico. In questo ruolo di leadership rientra, quindi, un altro ruolo fondamentale nel sistema di relazioni internazionali, quello di “compratore di ultima istanza”. Questo significa che le importazioni statunitensi sono un fattore trainante della crescita del commercio globale e quindi del Pil globale. Molti Paesi, tra questi la Germania e l’Italia, si reggono anche sulle importazioni statunitensi. Uno degli aspetti di Trump più importanti e in discontinuità con le amministrazioni precedenti è l’apparente messa in discussione di questo ruolo attraverso l’imposizione di alti dazi sulle importazioni.
In campagna elettorale Trump aveva promesso dazi del 60% sulle importazioni statunitensi dalla Cina e del 10-20% su quelle dagli altri paesi. Le motivazioni addotte erano principalmente due. In primo luogo, la riduzione dell’enorme deficit commerciale statunitense che nel 2023 aveva raggiunto il dato impressionante di 1.151 miliardi di dollari. In secondo luogo, Trump, tramite i dazi, ha dichiarato di voler ricostruire la capacità manifatturiera degli Usa che si è contratta negli ultimi decenni a causa della delocalizzazione all’estero di molta produzione statunitense, che ha ridotto la fucina industriale del Paese a quella che viene definita la rust belt, la cintura della ruggine.
Andrea Zhok: L’ideologia dietro le frasi incriminate di Mattarella
L’ideologia dietro le frasi incriminate di Mattarella
di Andrea Zhok*
Si è aperto un ampio dibattito sull’interpretazione delle frasi del presidente Mattarella intorno alla guerra russo-ucraina.
Le frasi incriminate sono le seguenti:
Fenomeni di carattere autoritario presero il sopravvento in alcuni Paesi, attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali. Il risultato fu l’accentuarsi di un clima di conflitto – anziché di cooperazione – pur nella consapevolezza di dover affrontare e risolvere i problemi a una scala più ampia. Ma, anziché cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura.
La prima parte è una sorta di analisi, storiograficamente da bocciatura, volta a far passare l’idea che nel ‘900 un clima di conflitto si sia originariamente instaurato a causa della nascita di regimi dispotici e illiberali. Ma naturalmente, i regimi “dispotici e illiberali” si instaurano a partire dagli anni ’20, emergendo sulla scorta del drammatico lascito della Prima Guerra Mondiale, che fu guerra tra regimi liberalcapitalistici e imperialistici. Alla faccia del clima di cooperazione precedente ai “regimi dispotici e illiberali”.
Dunque abbiamo a che fare con una ricostruzione espressamente falsa e fuorviante.
Ma la parte più grave è rappresentata dalle ultime due frasi, che unificate suonano:
Fulvio Grimaldi: Quante cose impari a Sanremo… — Guerra: e mo’ toccherebbe a noi — Mattarella dixit: Mosca come Belgrado
Quante cose impari a Sanremo… — Guerra: e mo’ toccherebbe a noi — Mattarella dixit: Mosca come Belgrado
di Fulvio Grimaldi
Maria Zakharova: “Ma vedi un po’ de annattene…”
Canale Youtube di Fulvio Grimaldi https://www.youtube.com/watch?v=FhTN-NniNpM&t=38s
Canale Youtube di Fulvio Grimaldi
A Sanremo, a dispetto dell’orrendo trash, della pacchianeria di uomini, donne, bambini e cose, del tutto esageratamente pieno di vuoto, del luccichio da sfondare il buio che atterrisce, delle comiche dalla battuta faticosa, dei comici involutisi in zimbelli del padrone, qualcosa di interessante è venuto fuori.
E s’è fatto bene a seguire la kermesse, a dispetto dei duri e puri che la TV dicono di buttarla dalla finestra tanto fa schifo e male. Vero. Ma è’ che gli fa fatica cercare e scegliere. Per loro la televisione, ogni televisione, pare essere “Amici”, “L’isola dei famosi”, il tg di Mentana, le parole di Gramellini, ma fanno la figura di quelli che stanno “sopra” e “fuori”, che non si fanno fregare….
Gli anglofoni dicono “insight”, Google traduce “intuito”. Non male, ma non perfetto. Zanichelli meglio: “discernimento”, perché presume un’azione. Letteralmente “insight” è “sguardo dentro”. Non necessariamente dentro se stessi. Anzi, dentro qualcosa che, se non penetri, non ti appare.
Redazione Contropiano: Bufera Zakharova su Mattarella. Con la Storia non si scherza…
Bufera Zakharova su Mattarella. Con la Storia non si scherza…
di Redazione Contropiano
Falsificare la Storia per banali motivi politici di breve durata è diventato in Italia “normale” da qualche decennio. La spinta della destra è stata sempre in questa direzione, e i liberal-democratici l’hanno sempre assecondata. In fondo sono padronali e anticomunisti quanto i fascisti, e quindi hanno sempre usato il classico doppio standard: una critica “comprensiva” verso i fascisti, indignazione senza limiti verso qualsiasi cosa odori “di sinistra”.
Gli esempi sono innumerevoli. Basterebbe citare la questione delle foibe istriane. Una tragedia, certo, ma incomprensibile se si rimuove la storia dell’aggressione fascista (anche allora “italianissima”) contro i paesi che poi si unirono nell’ormai ex Jugoslavia, quando in quelle stesse foibe vennero gettati migliaia di sloveni e croati e le truppe fasciste divennero in tutti i Balcani “taliani palikuce” (“italiani bruciatetti”, per via dell’abitudine a non lasciare dietro di sé neanche una casa in piedi).
La falsificazione della Storia è diventata “regola di riscrittura” soprattutto quando il soggetto o il movimento che si vuole criminalizzare ormai non esiste più, se non in forme minoritarie e spesso quasi solo culturali (ad esempio, storici che continuano a scavare nei documenti, anziché nella propaganda usa-e-getta).
Un bullismo politico-storiografico senza troppi rischi, un’abitudine che porta facilmente alla perdita di controllo nella ricerca di formule retoriche sempre più audaci, producendo accostamenti e analogie che sarebbero bocciati in sede di esame universitario.
Elena Basile: La strategia statunitense in Ucraina e il ruolo dell’Europa
La strategia statunitense in Ucraina e il ruolo dell’Europa
di Elena Basile
Sarebbe esilarante osservare nei Ministeri degli Esteri dei paesi europei il graduale cambio di marcia. Bisognerà adeguare il linguaggio, impartire nuove direttive. Immagino l’imbarazzo degli ambasciatori europei in Ucraina e in Russia. Immobili e muti. Sarebbe esilarante se questo spettacolo non fosse in realtà tragico. L’ex ambasciatore italiano a Kiev, dopo 4 anni di soggiorno nel Paese e ancora oggi ormai in pensione, in un modo oltremodo zelante che gli ha facilitato la promozione ad Ambasciatore di grado, ha difeso e difende il nazionalismo ucraino, ignorando fatti come: le infiltrazioni dei nazisti che idolatrano Bandera, la divisione di un Paese tra Est e Ovest, la violazione dei principi europei quali autodeterminazione dei popoli, non ingerenza negli affari interni di un altro Stato, protezione delle minoranze linguistiche. Mi accusano di essere intollerante e di permettermi di giudicare gli altri. Il problema è che non siamo di fronte a una discussione neutra. Si tratta invece di scelte politiche che hanno implicato la distruzione di un Paese, la scomparsa di una generazione di giovani ucraini. Un diplomatico che ha tutti gli strumenti culturali per comprendere cosa sta avvenendo sulla scena internazionale, difende una guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia che utilizza il popolo ucraino come carne da macello. Che lo faccia per opportunismo carrieristico oppure per fede nel nazionalismo ucraino e nelle politiche neoconservatrici USA, in ogni caso si rende complice di crimini insopportabili. Con lui una classe dominante e di servizio europea che dovrà ora, come già indica Molinari, modulare il nuovo linguaggio e la policy in accordo con il nuovo Presidente degli USA.
Gerardo Lisco: I molteplici volti predatori del capitalismo neoliberale
I molteplici volti predatori del capitalismo neoliberale
di Gerardo Lisco
Questa mia riflessione trae spunto dal saggio di Carl Rhodes dal titolo “Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia”, pubblicato in Italia dalla Fazi Editore nel 2023. L’autore del saggio è professore di Teorie dell’organizzazione e preside della Business School presso l’Università di Sidney in Australia, pertanto ha un punto di osservazione molto interessante. Il saggio analizza il riposizionamento delle grandi imprese rispetto a temi sociali e a istanze rivenienti da movimenti politici e culturali progressisti se non addirittura, fatti passare, di sinistra.
L’autore sviluppa il proprio ragionamento partendo dalla genesi del concetto di “woke” e dal suo significato originario per poi dimostrare come di tale concetto se ne sia appropriato il capitalismo neoliberale ribaltandone il senso in funzione del mercato e dell’occupazione della società con l’obiettivo di sostituire lo Stato. Di recente questo tema è stato affrontato sul quotidiano Avvenire dall’economista Stefano Zamagni[1] il quale scrive nel suo articolo << Non si deve dunque cadere nell’errore di pensare che il fenomeno “trusk” ( Trump + Musk) sia una sorta di fulmine a ciel sereno, qualcosa di inatteso. Invero, nel corso dell’ultimo trentennio si è andata affermando, a partire dalla California, una duplice presa di posizione, tra i segmenti molto alti della scala sociale, nei confronti del modello di ordine sociale verso cui tendere il mondo occidentale (…)>>.
Zamagni fa propria l’analisi di Carl Rhodes e individua i due estremi della questione. Da una parte quella di patriotic millionaires dall’altra il woke capitalismo. I primi chiedono ai governi di aumentare la pressione fiscale a loro carico per finanziare il Welfare state per poi essere lasciati liberi nella loro attività di imprenditori. Su questo punto la riflessione di Rhodes si differenzia.
Andrea Balloni: Il destino in bilico del NED (National Endowment For Democracy) e l’eterna presenza di Victoria Nuland
Il destino in bilico del NED (National Endowment For Democracy) e l’eterna presenza di Victoria Nuland
di Andrea Balloni
La scelta del Presidente Trump di ridurre finanze, potere e ruolo che l’agenzia UsAid (United States Agency for International Development)[1] ha avuto nella gestione delle relazioni internazionali negli ultimi decenni, pone forti interrogativi anche sul futuro di altre organizzazioni americane con fini filantropici consimili; in particolare il NED (National Endowment for Democracy) rischia di scomparire o di subire un grave ridimensionamento.
Sulla stampa di area conservatrice americana, hanno iniziato a comparire già da qualche mese articoli dove si invitano Elon Musk e il DOGE (Department of Government Efficiency), che sarebbe stato istituito di lì a breve (il 20 gennaio scorso), a prendere in seria considerazione il NED per la riduzione delle spese federali nel 2025, in quanto rappresenta una “voragine per i soldi dei contribuenti americani” e anche a ragione di tutta una serie di motivi assai criticamente analizzati e riguardanti le funzioni della suddetta fondazione e i suoi tentacoli sul mondo1.
Già nel 2018, in verità, Trump aveva proposto di ridurre i finanziamenti al NED; l’operazione tuttavia allora non riuscì per le accuse di volere così negare il sostegno alla affermazione della democrazia all’estero e di avere, al contrario, una inclinazione di simpatia verso regimi autoritari2, accuse che gli piovvero addosso da quelle stesse oligarchie neoliberiste che macchinarono poi per farlo fuori nel 2020.
D’altronde l’idiosincrasia tra i due ambienti si è manifestata a più riprese negli anni, che hanno visto funzionari e collaboratori del NED dichiarare il loro disappunto all’ipotesi di una rielezione di Donald Trump e di una sua nuova amministrazione, oltreché l’impossibilità concreta di una collaborazione, per gravi divergenze di opinioni intorno a questioni dirimenti, come la faccenda Ucraina.
Il quadro già abbastanza delicato degli equilibri interni al potere statunitense viene ulteriormente complicato dalla presenza di Victoria Nuland, figura importantissima dello stato profondo americano, che ha appena ripreso la sua attività di membro del Consiglio di Amministrazione della fondazione, dopo che averne fatto parte dal 2018 al 2021, per poi diventare, sotto l’amministrazione Biden, prima Sottosegretario di Stato per gli affari politici e poi vicesegretario di Stato ad interim.
Roberto Iannuzzi: Trump e Gaza: la rottamazione di un popolo
Trump e Gaza: la rottamazione di un popolo
di Roberto Iannuzzi
I palestinesi non se ne andranno da Gaza. Se rifiuteranno questa realtà, Israele e gli USA finiranno per portare a compimento l’orrendo crimine del genocidio di un popolo
Il presidente americano Donald Trump ha nuovamente spiazzato alleati e oppositori allorché, durante la conferenza stampa con il premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, lo scorso 4 febbraio, ha dichiarato che gli USA avrebbero “preso possesso” di Gaza per trasformarla nella “Riviera del Medio Oriente”.
Senza spiegare sulla base di quale autorità, il presidente ha detto che, dopo aver reinsediato altrove i palestinesi, avrebbe trasformato la piccola enclave sul Mediterraneo in un luogo dove avrebbe vissuto “la gente del mondo”, incluso eventualmente qualche palestinese.
Sebbene non vi siano stati incontri in seno all’amministrazione per definire la proposta, Trump l’ha ribadita più volte nei giorni successivi, spiegando che gli USA non avrebbero schierato soldati sul terreno perché Gaza sarebbe stata loro “consegnata” da Israele “alla fine del conflitto”.
Egli ha anche chiarito che non ci sarebbe stato alcun diritto al ritorno per i palestinesi al termine dell’operazione, smentendo coloro che avevano parlato di una ridislocazione “solo temporanea” della popolazione di Gaza.
Il presidente ha citato Egitto e Giordania fra i paesi che avrebbero potuto accogliere i palestinesi, mentre ha accennato alla possibilità che siano le monarchie del Golfo a pagare il costo della ricostruzione della Striscia.
Trump ha definito Gaza come un luogo ormai invivibile, una terra di morte e distruzione, “un sito di demolizione” dove la vita è impossibile, senza tuttavia dire come ciò sia accaduto, e concludendo che i palestinesi preferirebbero vivere altrove se solo potessero, senza però averli interpellati.
Sergio Cararo: Il vicepresidente USA Vance “strapazza” gli europei alla Conferenza di Monaco
Il vicepresidente USA Vance “strapazza” gli europei alla Conferenza di Monaco
di Sergio Cararo
Con un linguaggio decisamente irrituale, il vicepresidente statunitense Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha attaccato i governi europei su diversi dossier, incluso quello che ha definito “libertà di parola” accusandoli di censura nei confronti dei loro oppositori politici. Quelli di estrema destra, però…
Raccogliendo un timidissimo applauso Vance ha dichiarato che “A Washington c’è un nuovo sceriffo in città. E sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di offrirle in piazza“.
Parlando ai leader politici europei, ai militari e ai diplomatici presenti alla Conferenza di Monaco apertasi ieri, Vance ha decisamente scioccato il pubblico liquidando come inesistente il rischio di un’interferenza politica russa in Europa, veicolando le posizioni di Trump e scagliandosi contro le informazioni diffuse fin qui dalle stesse agenzie di intelligence statunitensi, secondo le quali la Russia avrebbe interferito a favore di Trump nelle elezioni del 2016.
Al contrario, Vance ha adottato un tono provocatorio, accusando i politici europei di quella che ha definito una paura del loro stesso popolo e avvertendoli che la vera minaccia alla loro democrazia non proveniente dalla Russia o dalla Cina.
Fabrizio Poggi: A Bruxelles non si arrendono alla pace: come l’UE potrebbe far continuare il conflitto in Ucraina
A Bruxelles non si arrendono alla pace: come l’UE potrebbe far continuare il conflitto in Ucraina
di Fabrizio Poggi*
“L’unica pace è la vittoria di Kiev”; l’importante è “non umiliare i futuri sconfitti”, in riferimento alla Russia, anche se i termini più in voga riguardo a Mosca sono sempre stati «punire» e «costringere»; e via di questo passo. Quante ne hanno dette e quanto a lungo le hanno ripetute. E anche oggi, il Ministero degli esteri tedesco non trova di meglio che dichiarare che i «nostri obiettivi comuni devono essere quelli di mettere l’Ucraina in una posizione di forza», cioè di continuare la guerra a tempo indefinito, mentre i Ministri degli esteri di Germania, Francia, Polonia, Italia, Spagna, Gran Bretagna e UE insistono sul fatto che «Ucraina ed Europa devono esser parte di qualsiasi negoziato».
Oggi si riempiono la bocca con i “negoziati”, mentre aizzano Kiev a colpire il sarcofago di Cernobyl, secondo uno scenario ormai consolidato tra i nazisti di Kiev. Pretendono di esser parte dei negoziati: certo; come no. Hanno abbaiato per tre anni (parevano avere le corde vocali anchilosate, dal 2014 al 2022, quando Kiev bombardava e massacrava i civili in Donbass) e, nonostante tutto, continuano a farlo tuttora; non smettono di latrare sulla necessità di armare a più non posso i nazigolpisti di Kiev, perché, hanno detto, “l’unica garanzia è la sconfitta della Russia” e dunque si devono mandare missili a lungo raggio per colpire Mosca.
Lo stanno ripetendo anche in queste ore, coi giornalacci italici che fanno da cassa di risonanza ai nazigolpisti di Kiev: oggi tocca a Mikhail Podoljak, consigliori di Zelenskij, dire che Kiev vuol «porre fine alla guerra in modo equo per un lungo periodo» e, per questo, dice all’Europa che «l’investimento in Ucraina è un investimento sulla propria sicurezza e va aumentato.
kamo: Geopolitica e lotta di classe nella crisi di sistema
Geopolitica e lotta di classe nella crisi di sistema
di kamo
0. Si apre un tempo di incertezza, che non fa ancora epoca. Per conquistarne l’altezza, occorre rovesciare il punto di vista. E cogliere, nell’incertezza del tempo, il tempo delle opportunità.
1. «La fabbrica della guerra». Abbiamo voluto chiamare così un ciclo di incontri dedicati a guardare in faccia, da diverse angolature e piani, ma sempre dallo stesso punto di vista di parte, il grande fatto del nostro tempo, processo che irrompe al cuore delle nuove costituzioni materiali in definizione delle società capitalistiche entro cui viviamo. Per riportarlo, dai cieli di un piano più astratto d’analisi, impalpabile, dove spesso teoria e ideologia si confondono, con i piedi per terra, lì dove è pensabile e possibile aggredirlo politicamente.
2. Fabbrica della guerra, quindi, come traccia per provare a inchiestare, sul territorio nel quale è situato il punto di vista, dove e come si produce per la guerra, e quindi la guerra stessa. In forma materiale e immateriale. Merci, saperi, poteri e soggetti, e le relazioni tra di essi. Ripercorrere le filiere oggettive e soggettive che la compongono, individuare i diversi pezzi che la assemblano, carpire la logica concreta che la produce e come tecnicamente la produce, attraverso quali reti di attori sistemici, capaci di mobilitare quelli locali e subalterni, e figure messe al lavoro per essa.
3. La guerra è già qua. Ne facciamo parte. Si può affrontarla testimoniando la propria incrollabile e generica opposizione morale. Cercando di mobilitare le “coscienze civili” della società. Appellandosi all’“umanità” e al suo buon cuore. Fino a che, raggiunta finalmente la “maggioranza democratica” delle coscienze, si potrà dire fine alla guerra…
Dante Barontini: Senza guerra la UE perde ogni speranza
Senza guerra la UE perde ogni speranza
di Dante Barontini
Le trattative per arrivare alla pace in Ucraina non sono ancora iniziate e difficilmente lo saranno prima di qualche mese. Ma si sa già chi esce triturato e annullato da questa eventualità: l’Unione Europea come istituzione e l’arco “liberal-democratico” come fronte politico.
Basta ascoltare i balbettii dei pochi “commissari europei” che si avventurano a fare dichiarazioni – mentre Ursula von der Leyen si è inabissata come Giorgia Meloni nei giorni del “caso Paragon” – per capire la portata dello shock subito.
Non è facile per nessuno stare tre anni in guerra (anche se soltanto sul piano finanziario e delle forniture di armi) e svegliarsi una mattina in un altro scenario che rende inutile – anzi stupidamente suicida – tutto quel che hai fatto.
Ma nel caso dei liberaldemocratici “europeisti” c’è pure l’aggravante del rifiuto della realtà. Sia quella “nuova”, che pure era ampiamente prevedibile dopo le elezioni statunitensi di novembre, sia quella precedente, in cui la propaganda bellicista oscurava persino la comprensione piena di quanto avveniva – e a maggior ragione avviene ora – sul campo di battaglia.
Citeremo solo scampoli memorabili come “Putin ha il cancro ed è moribondo”, “i russi hanno finito le munizioni e combattono con le pale”, “non hanno più neanche i calzini”, “la controffensiva di primavera” e amenità del genere. Comprensibile che la propaganda di guerra sia prodotta, meno spiegabile che i dirigenti europei abbiano creduto alle loro stesse menzogne.
Andrea Zhok: Darwin awards
Darwin awards
di Andrea Zhok
Uno sguardo cursorio sulla condizione attuale della politica europea lascia storditi. Se vivessimo su Marte ci sarebbero gli estremi per una spassosa commedia dell’assurdo, ma vivendo in Europa quella commedia è piuttosto una tragedia di cui siamo vittime.
Dopo la telefonata tra Trump e Putin ad alcuni leader europei è iniziato a balenare il sospetto che dopo il barile di pece stiano per arrivare le piume.
Hanno iniziato a strabuzzare gli occhi, agitarsi, e a produrre proclami scomposti.
La ministra degli Esteri UE Kaja Kallas si è messa a concionare pateticamente che “in ogni negoziato, l’Europa deve avere un ruolo centrale” e che “qualsiasi accordo concluso alle nostre spalle non funzionerà”. (Va dato atto alla Kallas di possedere doti attoriali fuori dal comune: è in grado di dire le più sconcertanti corbellerie sempre con aria sorridente e sicura).
Di fronte agli annunciati dazi di Trump sulle esportazioni europee la tedesca Von der Leyen si dice “profondamente dispiaciuta” e promette risposte e “contromisure ferme e proporzionate”, aggiungendo con grande senso del comico: “proteggeremo i nostri lavoratori, le nostre aziende e i nostri consumatori”.
Il vicepresidente americano Vance in tour europeo snobba il primo ministro tedesco Scholz dicendo che “non c’è bisogno di incontrarlo, tanto sarà cancelliere ancora per poco” – per gli sputi in faccia non era a distanza.


