Rassegna 01/03/2025

Vladimiro Giacché: Contro la Sinistra neoliberale di Sahra Wagenkneecht
Algamica: Siamo al dunque
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Siamo al dunque
di Algamica*
«Siamo entrati, sembriamo non volerlo comprendere, in una fase della storia inedita e pericolosa» scriveva Walter Veltroni sul Corriere della sera l’8 febbraio di quest’anno. Un giudizio che condividiamo appieno. Ma in che senso è inedito e pericoloso, perché e innanzitutto per chi?
Partiamo, come sempre dai fatti per cercare di capire cosa sta succedendo realmente e di cosa ci dobbiamo aspettare. Due sono le questioni in primo piano: la crisi in Medioriente e quella in Ucraina, con risvolti storici tempestosi.
Diciamo fin da subito che lo spettacolo piuttosto indecoroso che stanno offrendo le cancellerie occidentali sull’Ucraina è degno della “migliore” tradizione del liberalismo occidentale: partire lancia in resta quando la storia gonfiava le sue vele e arretrare vergognosamente senza volerne ammettere l’evidenza.
Cerchiamo di chiarire di cosa parliamo: è acclarato che l’Occidente nel suo insieme, causa la crisi storica del modo di produzione capitalistico che non riesce più a far ripartire l’accumulazione, aveva deciso, scegliendo Kiev come testa d’ariete per provocare la Russia, attirarla in una guerra, batterla, smembrarla e stravincere la Guerra fredda, gestire le sue risorse energetiche e tentare di riprendere il controllo della dominazione imperiale ormai in declino. Detto altrimenti una sorta di una nuova Israele più a est. Si trattava di un passaggio obbligato per cercare di recuperare un rapporto con il resto del mondo, l’Asia in modo particolare che la sta sopravanzando nella concorrenza e in particolare per quanto riguarda la produzione e l’approvvigionamento di quelle materie prime e di quei metalli rari necessari alla nuova industria e alla logistica delle telecomunicazioni, che abbondano appunto in Cina, in America Latina, nel cuore dell’Africa, in Russia e in Ucraina e perfino in Groenlandia e di cui sono sprovvisti le nazioni avanzate dell’Occidente e gli Stati Uniti. Dunque un potere capitalistico in affanno che aveva già alle spalle una serie di sconfitte a cominciare dal Vietnam per finire alla fuga precipitosa dall’Afghanistan oltre all’odio guadagnato in gran parte del resto del mondo per i suoi comportamenti gangsteristici.
Emiliano Brancaccio, Ignazio Visco: ‘Non-ordine’ economico mondiale, guerra e pace
‘Non-ordine’ economico mondiale, guerra e pace
Un dibattito tra Emiliano Brancaccio* e Ignazio Visco1**
Abstract: Nel dibattito prevalente sulle determinanti dei conflitti militari, sembra mancare un’indagine sulle possibili cause ‘materiali’ tra i fattori che alimentano gli odierni venti di guerra. In particolare, occorre valutare quanto contino gli squilibri nelle relazioni commerciali e finanziarie, le tendenze verso la centralizzazione dei capitali e le relative svolte nell’ordine economico globale dal libero scambio al protezionismo. Un dialogo tra il Governatore onorario della Banca d’Italia Ignazio Visco e l’economista Emiliano Brancaccio, promotore dell’appello su “le condizioni economiche per la pace”.
Paola Nania – Lo scopo di questo dibattito è di approfondire e discutere “le condizioni economiche per la pace”: è il titolo del libro che ha ispirato questa iniziativa ed è il tema partito dall’appello che il professor Brancaccio, con Lord Skidelsky e altri studiosi, ha pubblicato nel 2023 sul Financial Times e Le Monde e che è stato ripreso dal Sole 24 Ore e da molte altre testate. Nel 2022 è iniziata la guerra in Ucraina, l’anno successivo è riesploso il conflitto in Palestina e in Medio Oriente e i teatri di guerra continuano purtroppo ad allargarsi nel mondo. Secondo la tesi del professor Brancaccio e dei suoi coautori, uno dei problemi di questa fase storica è che nella riflessione collettiva manca un approfondimento sulle contraddizioni ‘economiche’ alla base delle attuali tensioni militari e sulla cooperazione necessaria per superarle. Ne discutiamo con gli ospiti di questo incontro e soprattutto con l’ex Governatore e attuale Governatore onorario della Banca d’Italia Ignazio Visco, che si è spesso soffermato sui grandi problemi della cooperazione internazionale nei ruoli di vertice che ha ricoperto durante la sua lunga carriera istituzionale. Iniziamo allora questo dialogo con una domanda al professor Brancaccio: quali sono, a suo avviso, gli inneschi economici delle odierne tensioni internazionali?
Emiliano Brancaccio – Prima di rispondere vorrei ringraziare coloro che hanno reso possibile questa iniziativa: l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici che ci ospita, il presidente onorario dell’Istituto e Rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari, il direttore studi dell’Istituto professor Geminello Preterossi dell’Università di Salerno.
Fulvio Grimaldi: Una nessuna centomila — Censura — Da Mattarella in su e in giù: come ti educo il pupo
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Una nessuna centomila — Censura — Da Mattarella in su e in giù: come ti educo il pupo
di Fulvio Grimaldi
Canale Youtube di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=Nqa_966tJy4
https://youtu.be/Nqa_966tJy4
Si comincia con “chi sta al Gemelli e chi sta al CTO”. Dove sono arrivato, CTO ovviamente, dopo 6 mesi in lista d’attesa. Centro Ortopedico pubblico di eccellenza e ne ho avuto la prova. Chirurga antichissima con chirurga nuovissima all’opera sulla mia mano nel corso della quale ho potuto assistere a una lectio magistralis della prima alla seconda su come si opera un tunnel carpale. Efficienza, competenza, premura, gentilezza. E sono sottopagati, sotto organico, fanno il lavoro del doppio che dovrebbero essere, non scappano all’estero, non si incistano nel grasso privato. Resistenza, resistenza, resistenza. Ci credono. Grazie!
Si prosegue con censure, una nessuna centomila. Mi spiego.
Nell’epoca d’oro, ovviamente quella classica grecoromana, chi diceva cose sconvenienti per il potere, se non esagerava, finiva a Ponza, o in Tracia, o in qualche altro esilio.
Col peggioramento delle condizioni determinate dai monoteismi, si avevano tre scelte: lo sterminio dei popoli non eletti, la scimitarra sul collo dell’infedele, il rogo, come Giordano Bruno, supremo testimone di rifiuto della censura e altri mille e mille.
Giuseppe Masala: Un nuovo 8 Settembre?
Un nuovo 8 Settembre?
di Giuseppe Masala
L’Antefatto
Il 2 Febbraio 1992 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga sciolse le camere, indì nuove elezioni e incaricò il Governo Andreotti di disbrigare gli affari correnti come da prassi costituzionale. Il 7 Febbraio 1992, in Olanda, il Ministro degli Esteri Gianni De Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli firmarono a nome dell’Italia il Trattato di Maastricht che sanciva il percorso per creare l’unione monetaria attraverso una convergenza macroeconomica fondata sull’austerity e sul principio del “meno stato più mercato” tra i paesi dell’Unione Europea. Può essere considerato questo atto un disbrigo degli affari correnti da parte di un governo senza maggioranza e a camere sciolte? Direi di no! Come chiamare questo atto? Con una semplice parola, Colpo di Stato. Perchè Andreotti e Cossiga fecero tutto questo? Probabilmente sotto il ricatto di forze potentissime che volevano dare un colpo di spugna alla Costituzione e alla Prima Repubblica per entrare nel mondo post guerra fredda. Che tipo di ricatto subirono Cossiga e Andreotti (ma probabilmente anche Craxi era quantomeno informato)? Probabilmente le forze potentissime avevano promesso un lasciapassare giudiziario per quello che sarebbe accaduto tra poco: l’inchiesta mani pulite che spazzò via la Prima Repubblica (con il giubilo dei ragazzini dell’epoca tra i quali il sottoscritto, senza capire che la pietanza dell’operazione eravamo noi).
Ruggero Giacomini: Dalla polemica politica Zacharova-Mattarella a quella storiografica Graglia-Canfora
Dalla polemica politica Zacharova-Mattarella a quella storiografica Graglia-Canfora
di Ruggero Giacomini
La polemica aperta dalla portavoce del Ministero degli Esteri russo Zacharova nei confronti del discorso del Presidente della Repubblica italiana Mattarella all’Università di Marsiglia, per i parallelismi storici tra la Russia di oggi e il Terzo Reich, si è allargata al confronto tra accademici grazie a un’ampia e argomentata intervista al “Fatto quotidiano” di Luciano Canfora, cui ha replicato prontamente Piero Graglia, ordinario di Studi internazionali alla Statale di Milano, già candidato al Parlamento Europeo per il Partito Democratico.
Premetto che a mio giudizio il nodo della polemica Zacharova-Mattarella non riguarda tanto le politiche di appeasement delle potenze occidentali nei confronti del nazismo – di cui il patto di Monaco costituì il momento culminante – quanto piuttosto l’utilizzo strumentale del riferimento per criticare, come fosse un segno di debolezza, l’apertura statunitense alle trattative con la Russia per una soluzione negoziata della guerra in Ucraina. Non a caso il gotha politico nostrano si è ritrovato unanime, dalla Meloni alla Schlein, nell’elevare alte grida, menando scandalo per le critiche al Presidente. Riarmisti e bellicisti fino in fondo!
L’intervista di Daniela Ranieri a Luciano Canfora[1] contiene spunti di riflessione preziosi. Avanziamo qui alcune osservazioni alle critiche di Graglia, il quale coprendosi con attestazioni compiacenti tenta di screditare nella sostanza l’intervento di Canfora [2].
Antonio Cantaro: C’era una volta in Germania
Alessandro Visalli: Superare la sfida dei Brics. Quale logica segue Trump?
Superare la sfida dei Brics. Quale logica segue Trump?
di Alessandro Visalli
«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»
Tommasi di Lampedusa
Quello che segue è un tentativo del tutto prematuro di ipotizzare la logica d’azione della nuova amministrazione americana; una riflessione sugli eventi dal solo punto di vista del nuovo establishment statunitense. Prematuro perché dovrà essere lo svolgersi degli eventi a chiarire la direzione delle cose, e in parte retrospettivamente illuminare le intenzioni. La superficie delle cose ci dice che, da una parte, l’amministrazione Usa prosegue, esasperandola ulteriormente, la tendenza di fondo neoliberale di svuotare le macchine redistributive e di controllo dello Stato (affidando il compito di macellaio a una nuova agenzia e a un imprenditore senza scrupoli, come il sudafricano Elon Musk); dall’altra sembra condurre una brutale politica estera di radicale revisione dell’impostazione ‘wilsoniana’ prevalente in tutto il Novecento[1]. Accompagna questa doppia lama di forbice una retorica radicalmente ostile all’universalismo progressista, fondata su argomenti presi dal catalogo del conservatorismo tradizionalista.
Si tratta, dunque, di una costellazione di policy ancora apparentemente incoerente, che non può essere ricondotta direttamente allo schema liberali/fascisti (storicamente poi non tanto incompatibili[2]), dal momento che il fascismo storicamente esistito (quello ‘eterno’ lo possiamo lasciare ai fantasmi della propaganda) è sempre stato iperaccentratore e statalista, mentre qui tutto parla di una triplice ritirata.
La nostra ipotesi è che si tratti in sostanza della finale assunzione del fatto che il triplice deficit (bilancio dello stato, bilancia commerciale e saldo finanziario complessivo) è insostenibile ormai nel medio periodo, e la “sconfitta dell’Occidente” di cui parla Todd nel suo libro[3], rende non più sostenibile la sovraestensione imperiale pretesa dagli ultimi governi USA (da Clinton in poi, almeno, democratici e repubblicani).
Marco Bonsanto: L’alba grigia dei popoli europei
L’alba grigia dei popoli europei
di Marco Bonsanto
Questa volta ci siamo. L’iniziativa di Trump ai colloqui di pace con la Russia di Putin ha decretato l’estinzione di fatto dell’Unione Europea come progetto politico, se mai lo è stato. L’autocelebrato colosso della civiltà liberale che con i suoi standard doveva servire da faro al resto del mondo, è divenuto improvvisamente un fantasma internazionale.
È bastata la poderosa squilla di un soave twitt (pardon! di un truth) per rompere l’incantesimo. Milioni di europei indotti a credere nel sogno di un’unione dei popoli nel segno della pace, della democrazia e del benessere, si svegliano ora bruscamente nell’incubo a occhi aperti di un diroccato maniero ossessionato dagli spettri ululanti dei politici europei. Ne fornisce un plastico esempio il grido in falsetto di Mario Draghi all’ultimo European Parlamentary Week di Bruxelles, rivolto a chi gli chiedeva cosa sia meglio fare per uscire dall’impasse in cui l’ha ficcata Trump: “Non ne ho idea, ma facciamo qualcosa!”. I competenti hanno parlato, questione chiusa.
Insomma l’UE è appesa a un filo – indecisa se usarlo per ritrovare l’uscita dal labirinto, oppure per impiccarsi. Non è escluso che le due soluzioni convergano, perché “What we call the beginning often is the end” (Eliot).
Dopo il fallimento delle sue politiche finanziarie, economiche, energetiche, sociali e ideologiche, divenuto ormai conclamato con la guerra alla Russia, l’UE non potrà far altro che riqualificare la sua azione nell’unico modo che ha sempre ritenuto necessario adottare in analoghe circostanze di crisi, cioè: radicalizzando le medesime politiche! Non abbiamo dubbi che lo farà, e a maggior ragione, anche questa volta, perché la casta degli euroburocrati che l’amministra per conto terzi semplicemente non ha scelta. Devono troppo a chi li ha nominati dalle segrete “cabine di regìa” al loro ruolo di serventi dorati. Il World Economic Forum non può cambiare il proprio programma di governo, ma al più rimodularlo intensificandolo. Esso segue da sempre un’unica agenda, fatta esclusivamente di continue emergenze tra loro collegate che la rendono in sé totalitaria e perciò inemendabile, pena la totale crisi di credibilità di chi la promuove.
Pierluigi Fagan: Perché non parli?
Perché non parli?
di Pierluigi Fagan
Leggenda vuole che Michelangelo, pur contento della sua riproduzione dell’umano Mosè, abbia alla fine scagliato il martello contro la statua che pur perfetta “non parlava”, non era pienamente umana.
I discorsi che si fanno su quello che dovrebbe fare o non fare geopoliticamente l’Europa hanno la stessa surrealtà. La statua non parlava perché non era umana, era di marmo. L’Europa non agisce geopoliticamente con raziocinio perché non è un soggetto geopolitico, è una confederazione nata e sviluppata su logiche economiche e commerciali. L’Europa non è “uno” stato e in storia non si rinvengono soggetti geopolitici che non siano stati (regni, imperi, principati o altro). Non è uno stato, né potrà mai esserlo poiché gli stati hanno base, pur imperfetta, in una popolazione che mostra alcune omogeneità culturali su basi geo-storiche che i 27 paesi europei non hanno.
L’assurdo culturale del dibattito su questo argomento è spesso l’assenza totale di competenza.
Sul problema di “parlare con una voce sola” che presuppone una mente sola e un corpo solo, cioè un soggetto ontologicamente inteso (cioè, un unico stato giuridicamente fondato come tale), si è espresso l’altro giorno Draghi. Qualche giorno fa si era espresso a mezza bocca anche Prodi, riconoscendo che il processo dell’allargamento dell’UE ha importato eccessiva eterogeneità disordinante.
Dante Barontini: Gli Usa costretti a dimezzare la spesa militare
Gli Usa costretti a dimezzare la spesa militare
di Dante Barontini
Lo sciame acefalo dell’informazione occidentale, specie italiana, insegue ogni giorno l’ultima dichiarazione del politico di turno. Ma mai come in queste settimane è attirata come una mosca da ogni battuta di Donald Trump, specie se riferita all’Ucraina e al suo ormai ex capo carismatico, Zelenskij.
In questo modo sfugge completamente quale sia la strategia che l’amministrazione più reazionaria degli ultimi decenni sta impostando. Tanto meno si possono capire o studiare le motivazioni reali di un comportamento che appare altrimenti “lunatico”, contraddittorio, violento (lo è sicuramente, ma il bon ton non c’entra nulla), devastante e “immotivato”.
Ma, come dovrebbe esser noto, nella politica internazionale non ci sono “matti”, bensì solo soggetti che hanno obiettivi magari nascosti così bene da risultare incomprensibili.
Proviamo perciò a smarcarci dalla folla dei chiacchieroni e andiamo a guarda quel che avviene negli States, lontano dai riflettori, magari nel capitolo principale che supporta la potenza della superpotenza: la spesa militare.
Ci si potrebbe aspettare che, dato l’improvviso strappo prodotto nelle relazioni diplomatiche più consolidate e gli obiettivi ambiziosi dichiarati più volte (annettere il Canada, la Groenlandia, il canale di Panama, la striscia di Gaza per farne una “riviera” per riccastri, ecc), il budget della Difesa statunitense stia decollando nello spazio siderale.
Piero Bevilacqua: Israele ha distrutto Gaza ma sta perdendo la guerra
Israele ha distrutto Gaza ma sta perdendo la guerra
di Piero Bevilacqua
Può sembrare paradossale e perfino cinico affermarlo. Ma Israele, nonostante l’uccisione di circa 45 mila palestinesi,100 mila feriti, la distruzione quasi totale delle loro case a Gaza, l’abbattimento di pressoché tutte le strutture civili, delle infrastrutture, dei servizi che la rendevano abitabile, ha perso la guerra. Ha compiuto un massacro che ha pochi precedenti per ferocia e crudeltà nella storia recente del mondo, eppure non ha raggiunto ancora interamente gli scopi per i quali ha scatenato l’inferno in questo angolo del Medio Oriente. Hamas non è stato distrutto. Sono stati uccisi alcuni suoi importanti dirigenti, ma altri guerriglieri hanno preso il loro posto, nuovi combattenti più giovani sono entrati nelle loro schiere. Lo spettacolo cui abbiamo di recente assistito, per la consegna degli ostaggi israeliani alle loro famiglie, con i soldati dell’esercito palestinese in tute da combattimento, armati di mitra, con il volto coperto dai passamontagna, hanno offerto al mondo l’esibizione stupefacente di una forza militare ancora intatta. Una capacità di comando e di lotta che un anno e mezzo di bombardamenti a tappeto, l’impiego di armi e tecnologie di morte sofisticatissime, il supporto sistematico di soldi e bombe da parte degli USA, non sono riusciti a sconfiggere. Tornano in mente le parole che José Saramago scrisse nel 2009, dopo la prima Intifada, a proposito dell’«ormai leggendario coraggio del popolo palestinese, che ogni giorno aggiunge numeri all’interminabile numero dei suoi morti e ogni giorno li risuscita nella pronta risposta di quelli che sono ancora vivi».
Giuseppe Masala: La disfatta europea
La disfatta europea
di Giuseppe Masala
Si rimane davvero senza parole ad ascoltare le dichiarazioni a margine dello storico vertice avvenuto ieri a Riyad tra i rappresentanti della Russia e quelli degli Stati Uniti. Siamo di fronte a un fatto di rilevanza storica che avrà molto probabilmente enormi conseguenze sulle vite delle persone; non solo su quelle degli ucraini, ma anche su quelle degli europei. Dalle dichiarazioni si intuisce infatti chiaramente come i colloqui delle delegazioni capeggiate rispettivamente da Sergey Lavrov e Marco Rubio sono stati approfonditi nelle tematiche e di ampio respiro in relazione allo spazio geografico: non si è parlato solo di come concludere il più rapidamente possibile il conflitto in Ucraina ma degli equilibri diplomatici, militari ed economici che dovranno intercorrere tra Russia e Stati Uniti e ai quali i paesi vassalli saranno chiamati ad adeguarsi, volenti o nolenti.
Ma andiamo con ordine partendo da un aspetto che apparentemente può essere considerato secondario, ma che mai lo è nei rapporti tra gli esseri umani; mi riferisco alla postura e alla prossemica dei partecipanti, ovvero agli atteggiamenti corporei e agli spazi che gli uomini interpongono tra sé e gli interlocutori. È evidente, come i russi si sentano vincitori e in una posizione di superiorità rispetto agli americani. Basta guardare le foto del capannello di persone creatosi nella enorme sala del palazzo reale di Riyad: al centro spiccavano i due russi, Sergey Lavrov e Yuri Ushakov che di fronte a Marco Rubio, trasudavano senso di superiorità e tenevano ostentatamente le mani in tasca.
Paolo Ferrero: I ‘leader’ di Parigi puntano a proseguire la guerra con la Russia: una cosa folle
I ‘leader’ di Parigi puntano a proseguire la guerra con la Russia: una cosa folle
di Paolo Ferrero
La riunione parigina convocata da Macron e conclusasi con un nulla di fatto è l’emblema della situazione di crisi organica in cui versano le classi dominanti europee.
Da un lato Trump sta facendo fino in fondo e senza infingimenti gli interessi delle élites statunitensi. Lo aveva promesso in campagna elettorale e ne è spinto dalla necessità di far fronte alla palese decadenza economica e tecnologica degli Usa sullo scacchiere mondiale. Trump prosegue quindi nella strada degli ultimi presidenti – tutti animati da “American first” – ma accentua la difesa degli interessi nazionali Usa a scapito di quelli “occidentali” e soprattutto non si cura per nulla di mascherare le sue scelte. Mentre i presidenti precedenti – democratici e repubblicani – parlavano alle élites occidentali nascondendo la tutela degli interessi statunitensi dietro cumuli di menzogne, Trump parla all’elettorato statunitense a cui dice con chiarezza che fa i loro interessi anche a scapito degli alleati.
Il cambio di linea di Trump è quindi netto sulla guerra in Ucraina. Trump non considera la Russia un avversario principale e ritiene sbagliato che Biden abbia ricercato la guerra con la Russia favorendone così l’alleanza con la Cina – ma assai meno netto di cosa appare, nei riguardi dell’Europa: negli ultimi 30 anni venivamo trattati con i guanti bianchi, adesso con un calcio nel sedere, ma sempre servi eravamo (Nord stream docet).


«Sinistra era un tempo sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere loro la vita più facile, più organizzata e pianificabile». […]
Sollecitata dal sudafricano Elon Musk a fornire risposte emotive e avventate e dalla velenosa provocazione britannica sul “malato d’Europa”, la Germania ha reagito con un’altissima partecipazione al voto (84%) e una indicazione di stabilità. Ma il neomercantilismo tedesco è comunque finito. A volte un sigaro è solo un sigaro, ma qualche volta è qualcos’altro, ha detto un giorno Sigmund Freud. A volte un risultato elettorale è solo un risultato elettorale, ma il voto tedesco di domenica 23 febbraio, svoltosi esattamente a distanza di tre anni dall’inizio della “operazione militare speciale” di Vladimir Putin, è molto di più. È qualcos’altro. Ed è di questo qualcos’altro che si occupano, da diversi punti di osservazione, i diversi e ricchi contributi di questo numero di fuoricollana. Della caduta di un modello politico, economico, sociale, costituzionale. Fine ancora più esemplare in quanto coincide (ma non si tratta di mera coincidenza) con il definitivo esaurimento fine dei due ordini – l’ordine del New deal e l’ordine neoliberale – che hanno retto nell’ultimo secolo gli Usa e grande parte del mondo occidentale. Il nuovo ordine sta nascendo sulle ceneri dei due precedenti ed è per questa ragione che non troviamo ancora la parola giusta per definirlo, se non quella approssimativa di “ordine del caos”. Un ordine del caos – la cui icona è Trump – che ci parla di una epocale crisi della funzione progressiva storicamente svolta dal capitalismo neoliberale. Quel mondo è finito, ma senza mettere a tema virtù e i vizi di quel vecchio mondo capiremo poco di quanto sta accadendo nel nuovo. Per questo ci riguarda non solo quanto è avvenuto con le ultime elezioni americane e subito dopo, ma ci riguarda anche quanto accade (e quanto non accade) nel Vecchio mondo europeo e, soprattutto, in Germania. In primo luogo, perché la Germania, ancora la prima potenza economica e demografica dell’Ue, è una dei principali bersagli della guerra commerciale e tecnologica tra Cina e Usa. Bye Bye Germany. In secondo luogo, perché il ruolo della Germania, da sempre decisivo per il processo di integrazione sovranazionale, era stato sino a pochi anni fa rafforzato dall’allargamento. Es war einmal in Deutschland. In terzo luogo, perché parlare della Germania significa parlare – per evidenti ragioni storiche, politiche, economiche – anche dell’Italia. C’era una volta in Germania.