[SinistraInRete] Enrico Tomaselli: Il senso di ‘Bibi’ per la guerra

Rassegna 03/03/2025

Enrico Tomaselli: Il senso di ‘Bibi’ per la guerra

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Il senso di ‘Bibi’ per la guerra

di Enrico Tomaselli

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4eaf 9f18 3c73fa549874.jpgFondamentalmente, lo stato ebraico è intimamente connesso all’idea della guerra, che ne costituisce non solo l’atto fondativo ma anche lo strumento attuativo del disegno sionista. Non certo per caso, è l’unico stato al mondo che non ha una definizione precisa dei propri confini; ciò infatti è funzionale alle mire espansionistiche che puntano alla costruzione del Grande Israele, esteso su gran parte delle terre arabe, e non soltanto sulla Palestina. Ovviamente questo disegno rappresenta un obiettivo ultimo, che lo stato ebraico persegue quando e come se ne presenta l’opportunità, ma che resta valido anche quando apparentemente non si manifesta.

C’è, inoltre, un ulteriore elemento che rende così salda la connessione tra il sionismo e la guerra: le élite sioniste, infatti, e più in generale gli israeliani intellettualmente onesti, ben sanno che lo stato ebraico rappresenta un corpo estraneo in Terra Santa, anche se ovviamente ritengono di avere comunque un diritto divino a restarvi, e pertanto sono consapevoli che queste estraneità non cesserà mai di produrre reazioni di rigetto, rispetto alle quali la guerra è – appunto – la sola risposta possibile.

Come sempre avviene nei processi storici, elementi diversi, riflettendosi reciprocamente, hanno portato a una esasperazione di questa caratteristica. La condizione di perenne insicurezza, determinata appunto dal non venir meno del rigetto da parte araba, ha determinato un crescente radicalizzarsi della popolazione israeliana, soprattutto di quella parte più attivamente impegnata nel movimento colonizzatore, portandola a sostenere le forze di destra ed estrema destra, sostenitrici di fantomatiche soluzioni finali del problema palestinese. Ovviamente ciò ha portato a un ulteriore inasprirsi del conflitto, piuttosto che avvicinarne una soluzione qualsiasi, creando così un meccanismo che si autoalimenta.

Questo processo era già in atto da anni, ma l’attacco portato dalla Resistenza palestinese il 7 ottobre 2023 (che a sua volta ne è conseguenza) ha impresso una significativa accelerazione, determinando una situazione assolutamente nuova.

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Salvatore Tinè: Rivoluzione sociale e rivoluzione politica nel giovane Lukács. Alcune note su Storia e coscienza di classe

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Rivoluzione sociale e rivoluzione politica nel giovane Lukács. Alcune note su Storia e coscienza di classe

di Salvatore Tinè

Da Lukács in questione. Storia e coscienza di classe cento anni dopo, a cura di Roberto Morani, Orthotes, Napoli, 2024

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XL.jpg1. Necessità economica e attualità politica della rivoluzione sociale

Scopo del presente saggio è mostrare l’importanza fondamentale della mediazione del pensiero di Rosa Luxemburg non soltanto nell’approdo e nel primo approfondimento critico da parte di Ge­org Lukács di alcune categorie filosofiche politiche del marxismo, da quella, già centrale nella sua fase pre-marxista di “totalità” a quella di “rivoluzione sociale”, ma anche nella successiva e più matura inter­pretazione “leninista” del marxismo come teoria dell’attualità della rivoluzione proletaria. Più in particolare si tenterà di mostrare come attraverso una lettura originale del pensiero rivoluzionario di Rosa Luxemburg, Lukács si sforzi sia di reinterpretare in termini radical­mente nuovi il marxismo della tradizione, sia di superare i limiti stessi della sua concezione precedente, dai forti tratti storicistici e idealisti­co-neokantiani, della storia come processo dialettico e come totalità.

Il tema dell’imminenza e della necessità della rivoluzione socia­le proletaria costituisce il nucleo della riflessione del giovane Lukács sull’essenza pratico-critica e rivoluzionaria del metodo dialettico marxista. È infatti attorno ad esso che ruota la critica radicale del marxismo “ortodosso” della II Internazionale, ovvero della base teo­rica e politico-ideologica del movimento operaio europeo, della sua prassi riformista e gradualista, condotta dal pensatore ungherese sia nei saggi filosofici raccolti in Storia e coscienza di classe sia nei più importanti interventi teorico-politici che scandiscono la sua attiva mi­litanza comunista tra il 1918 e i primissimi anni ‘20. L’interpretazio­ne socialdemocratica della dottrina di Marx ed Engels, elaborata dai maggiori dirigenti e teorici della II Internazionale, veniva accusata dal giovane Lukács di avere trasformato e deformato il marxismo in una concezione generale e pretesa scientifica del divenire storico-sociale insieme economicistica e deterministica, finendo per smarrirne total­mente l’essenza, ovvero la sua natura originaria di teoria della rivolu­zione fondata sul metodo dialettico.

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Vincenzo Comito: Il lungo inverno dell’economia tedesca (ed europea)

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Il lungo inverno dell’economia tedesca (ed europea)

di Vincenzo Comito

Qui a Berlino per quasi una settimana le temperature sono scese sino a -12 gradi. Un meteo che simbolizza bene la situazione odierna del paese nel lungo inverno così come quella europea. Può, l’Ue, una fondazione americana, rifondarsi con le attuali classi dirigenti?

Economia tedesca 2025.pngIntanto, due eventi, svoltisi a Monaco, hanno molto turbato gli animi della campagna elettorale. Il primo. In televisione si sono visti dei politici, ma anche dei cittadini comuni, apparire del tutto sconvolti di fronte all’attacco brutale del Vice-Presidente Usa, all’UE e alla Germania e questo nel corso della annuale conferenza transatlantica tenutasi nella città bavarese. Non solo, Vance ha suggerito ai tedeschi di votare per il partito di estrema destra, la AfD, di cui ha incontrato la rappresentante, evitando invece di farsi ricevere da Scholz. Lo shock è stato enorme, dal momento che il paese considerava sino a ieri gli Stati Uniti come il grande protettore del suo rinnovamento democratico dopo la catastrofe nazista, nonché il facilitatore della sua ripresa economica e il sicuro protettore militare (Chassany, 2025, a). Un mito crollato in poche ore.

Il secondo evento negativo che ha scosso le coscienze è stato l’episodio del veicolo, guidato da un immigrato, che si è lanciato sulla folla sempre nella stessa città. A poco è valso lo stesso appello dei parenti delle due vittime a non sfruttare l’episodio a fini politici. I cristiano democratici e l’AfD si sono buttati a capofitto sulla vicenda.

 

La crisi delle esportazioni

E veniamo all’economia. Le ragioni delle odierne difficoltà della Germania sembrano del tutto chiare, come appaiono sostanzialmente chiare quelle dell’intera Unione Europea, mentre la due crisi hanno plausibilmente molto, anche se non tutto, in comune. Per quanto riguarda invece i possibili rimedi le proposte portate avanti dalle varie parti in commedia non coincidono tra di loro in nessuno dei due casi. Quello che si può comunque già dire per quelle avanzate dal futuro cancelliere Merz è che esse appaiono per la gran parte non pari alla gravità della situazione (e certo i recenti dibattiti televisivi tra i più importanti candidati, prima a due, poi a quattro, non hanno fatto gran che per rassicurare), mentre per lo meno oscure appaiono le idee di Bruxelles.

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Claudio Conti: E mo’ so’ dazi…

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E mo’ so’ dazi…

di Claudio Conti

Fine delle chiacchiere, ora si fa sul serio. Nella prima riunione del suo governo, presente anche Elon Musk – che dunque dovrebbe essere considerato un “ministro” – Donald Trump ha confermato di aver preso la decisione di imporre dazi “del 25%” sui prodotti europei. Quanti avevano sperato che si trattasse solo di sparate minacciose per contrattare qualcosa su altri piani (la guerra in Ucraina, ecc), o che ci fosse spazio per trattamento individuale diverso (Meloni, insomma), devono ora fare i conti con la realtà.

Anche perché il tycoon ha dichiarato ufficialmente guerra all’Unione Europea in quanto tale: “non accetta le nostre auto o i nostri prodotti agricoli, si approfitta di noi. Io amo i Paesi della Ue, ma siamo onesti: l’Unione Europea è nata per fregare gli Stati Uniti e sta facendo un buon lavoro, ma ora sono io presidente“. Non preoccupa insomma soltanto quel che “l’Europa” fa, ma il fatto stesso che esista e si concepisca come un competitor sul mercato mondiale, con ambizioni “strategiche” certo velleitarie ma coltivate a lungo.

Al di là delle dichiarazioni di circostanza, come quelle europee che promettono immediata risposta sullo stesso piano, è bene tener d’occhio il dato economico e politico più rilevante, che non a caso è stato inquadrato seriamente soprattutto dagli industriali italiani, che sanno benissimo quanto i loro profitti derivino dall’essere contoterzisti della Germania e dunque secondo paese europeo nella classifica delle esportazioni verso gli Usa.

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Riccardo Barbero: “Il mondo non è più quello di una volta”

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“Il mondo non è più quello di una volta”

di Riccardo Barbero

Da qualche anno la situazione internazionale sta cambiando sotto i nostri occhi e, come sempre accade, il cambiamento prima procede lentamente e poi accelera sempre di più. Perciò è difficile immaginare che cosa può succedere domani o dopodomani: un modo per tentare di capire un po’ i processi in atto è provare ad analizzare il recente passato per individuare le possibili traiettorie del futuro.

Partiamo dai cambiamenti che si sono verificati negli Stati Uniti: dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli USA sono diventati la prima potenza militare al mondo oltre a essere la prima potenza economica.

Dal punto di vista militare hanno promosso tante guerre in giro per il mondo, spesso per procura, facendo cioè combattere altri, oppure con il solo impiego degli aerei da bombardamento per limitare le proprie perdite: Iraq (1991), Somalia (1993), Bosnia (1995), Kossovo (1999) e poi, dopo l’11 settembre, Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libia (2011), Siria (2014), Ucraina (2022, ma probabilmente già anche dal 2014). Quante di queste guerre sono state “vinte” dagli americani? Se per vittoria s’intende l’aver determinato una situazione di stabile allineamento alle posizioni degli USA, la risposta è probabilmente negativa per tutti questi sanguinosi conflitti.

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Elena Basile: Empatia verso le vittime

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Empatia verso le vittime

di Elena Basile

È molto difficile comprendere come funzioni l’empatia negli esseri umani. Le teorie psicoanalitiche spiegano che gran parte delle nostre posizioni, apparentemente razionali, trovano la loro radice nell’opaca profondità del nostro inconscio. Banalizzando eccessivamente, si potrebbe affermare che la destra, col suo bisogno di autorità, ordine gerarchico e repressione dei colpevoli, è come espressione del bisogno di reprimere da parte di un padre frustrato; mentre la sinistra, che “vorrebbe supportare” (virgolette necessarie) a priori i deboli nella società, attribuendo al sistema responsabilità forse sproporzionate, sarebbe come una manifestazione del senso di colpa maturato nei confronti della madre. Generalizzazioni che servono a poco. Eppure, non tanto la posizione della destra, tradizionalmente a favore del militarismo patriottico, ma quella dell’elettorato del PD sorprende e inquieta non poco sulla guerra in Ucraina. Le esternazioni di Elly Schlein, che difende ancora l’invio di armi in Ucraina per la pace giusta e afferma di non poter essere mai d’accordo col Presidente Trump, sono di un semplicismo aprioristico stupefacente. Se Trump si dichiara per la pace in Ucraina, bisogna boicottarlo a prescindere perché è Trump. Se Putin afferma che l’Unione Sovietica ha perso 26 milioni di cittadini russi per liberare l’Europa dal nazismo bisogna cancellare una verità storica perché difesa da Putin. Il ragionamento della leader del PD (e purtroppo di gran parte dell’elettorato piegato dalla propaganda ininterrotta di Mentana) è di una violenza estremista evidente, e dimostra come si sentano di appartenere al mondo del bene come i crociati, e come in nome del bene possano seminare distruzione e abbeverarsi del sangue degli Ucraini.

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Thomas Fazi: Merz venderà la Germania a BlackRock? Il favorito viene celebrato nei piani alti

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Merz venderà la Germania a BlackRock? Il favorito viene celebrato nei piani alti

di Thomas Fazi

“Friedrich Merz, il «vassallo in capo» europeo degli Stati Uniti nella nostra era post-liberale”. Alla nostra ragazza romana simpatica, bugiardella e molto vanitosa, sarà assegnato il posto di «vice-capo vassallo» o della staffetta? Staremo a vedere

Saremo impotenti testimoni di una ulteriore cannibalizzazione dell’Europa per mano del capitale statunitense.

Sentiremo molta retorica sull’“autonomia” tedesca ed europea, e forse anche accesi disaccordi pubblici tra Berlino e Washington. In realtà, però, si tratterebbe in gran parte di una facciata, perché la nuova dinamica servirebbe solo le élite europee e americane. Le prime continuerebbero ad alimentare la paura della Russia come mezzo per giustificare maggiori spese per la difesa, dirottando i fondi dai programmi sociali e legittimando la loro continua repressione della democrazia. Quanto alle seconde, continuerebbero a trarre vantaggio dalla dipendenza economica dell’Europa dagli Stati Uniti. Nel frattempo, persone come Merz sarebbero ben posizionate per aiutare l’ulteriore cannibalizzazione dell’Europa per mano del capitale statunitense.

Non che dovremmo sorprenderci. Negli ultimi due decenni, Merz, proprio come Trump, ha dimostrato di essere prima un uomo d’affari e poi un politico.

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Chiara Zanella: Quando la realtà diventa il nemico

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Quando la realtà diventa il nemico

di Chiara Zanella

Nel fantasmagorico turbinio generato dall’elezione di Trump e dalla subitanea realizzazione delle sue promesse elettorali – a lungo snobbate dagli accesi sostenitori della vittoria democratica (ricordate il primo piano di Speranza, incredibilmente sorridente, paludato dei colori della Harris, sullo sfondo di un gremitissimo stadio, in terra americana? E i “sicurissimi” sondaggi che davano per certa la vittoria dem?) – dicevamo, non è facile trovare il momento giusto per prendere la parola, tanti sono gli stimoli che ogni giorno intervengono a mutare il quadro generale.

Il dato che risalta maggiormente – agli occhi di chi già da tempo guardava sconcertato lo scomposto balletto della narrazione ufficiale – è quello di un generale, imprevisto sovvertimento dell’ordine canonico, quasi che un fulmine avesse fatto saltare tutti i circuiti: supporter armati di fede indefettibile nella vittoria ucraina che, da un giorno all’altro, si dichiarano ovviamente consapevoli che la guerra era già persa da tempo (novelli putiniani?); agenzie di stampa che si affannano a nascondere sotto il tappeto le rivelazioni trumpiane dei massicci (e interessati) finanziamenti USAID, finalizzati anche a sostenere candidati graditi in elezioni lontanissime dal suolo americano, primavere arabe e rivolte colorate (georgiane, ucraine, asiatiche, africane, sud-americane, un elenco lunghissimo); l’UE che si scopre sprezzata, abbandonata dalla superpotenza da cui si aspettava di essere ancora finanziata, diretta, protetta e vezzeggiata (pro bono, naturalmente);

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Carlo Formenti: Panafricanismo, marxismo, comunismo

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Panafricanismo, marxismo, comunismo

1. I “classici”; Du Bois, Padmore, Williams, James, Cèsaire

di Carlo Formenti

elkins.jpgTraducendo Red Africa di Ochieng Okoth (vedi la mia recensione su questa pagina) mi sono reso conto di quanto poco gli occidentali di sinistra conoscano il pensiero radicale Nero. In quattro post pubblicati negli ultimi tre mesi, frutto di una prima tornata di letture dedicate al tema, ho discusso alcuni lavori di Amilcare Cabral, Said Bouamama e Walter Rodney oltre che dello stesso Okoth. Dopodiché, avendo realizzato di avere solo sfiorato le ricchezze di questo patrimonio di idee, ho avviato una seconda escursione che mi ha offerto ulteriori spunti di riflessione che cercherò di sintetizzare in tre articoli. Quello che state leggendo tratta del pensiero di cinque autori: William Du Bois, George Padmore, Eric Williams, C. L. R. James ed Aimé Césaire. Nel secondo mi occuperò del monumentale lavoro di Cedric Robinson, Black Marxism, nel terzo affronterò la critica di Angela Davis al femminismo delle classi medie bianche.

Come spiega Caroline Elkins nel suo formidabile saggio sui crimini dell’imperialismo britannico (1), nel periodo fra le due guerre mondiali un gruppo di intellettuali giamaicani “itineranti” fra Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti (con puntate in Africa e in Unione Sovietica) si fece promotore del progetto di costruzione di un centro mondiale di pensiero anticoloniale che tentò di mixare le culture africane tradizionali (tanto nella versione originale che in quella diasporica) alla teoria marxista e agli insegnamenti della Rivoluzione Russa. Di questa esperienza, e dei suoi prolungamenti successivi, fecero parte fra gli altri, assieme ai già citati DuBois, Padmore, Williams, James e Césaire, Frantz Fanon, Marcus Garvey (il primo a rivendicare una nazione per gli afroamericani) e il leader storico (assieme a Malcolm X) del Black Panther, Stokely Carmichael. In questo articolo mi occupo però solo dei primi cinque.

William Du Bois. Il decano

Du Bois nasce nel 1868 in una cittadina del Massachusetts, dopo che il padre, (un sangue misto franco-africano di religione ugonotta) e la madre (nera nata libera ma discendente di schiavi) erano emigrati negli Stati Uniti.

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Joe Lauria: Sì, l’Ucraina ha iniziato la guerra

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Sì, l’Ucraina ha iniziato la guerra

di Joe Lauria

Donald Trump è stato scorticato vivo dai media e dai leader occidentali per aver detto che l’Ucraina ha iniziato la guerra. Ecco i fatti, non i miti, dice Joe Lauria

photo 2025 02 23 23 04 43.jpgIl clamore si è diffuso rapidamente in tutto il mondo occidentale: Donald Trump ha osato dire che è stata l’Ucraina a dare inizio alla guerra.

Il New York Times ha accusato Trump di “riscrivere la storia dell’invasione russa del suo vicino”. Il corrispondente del giornale alla Casa Bianca ha scritto :

“Quando le forze russe si sono schiantate oltre i confini dell’Ucraina nel 2022, decise a cancellarla dalla mappa come stato indipendente, gli Stati Uniti si sono precipitati ad aiutare la nazione assediata e hanno dipinto il suo presidente, Volodymyr Zelensky, come un eroe della resistenza.

Tre anni dopo, quasi esattamente il giorno dopo, il presidente Trump sta riscrivendo la storia dell’invasione russa del suo vicino più piccolo. L’Ucraina, in questa versione, non è una vittima, ma un cattivo. E il signor Zelensky non è un Winston Churchill dei giorni nostri, ma un “dittatore senza elezioni” che in qualche modo ha iniziato la guerra lui stesso e ha convinto l’America ad aiutarlo”.

La BBC ha riferito:

“L’Ucraina non ha iniziato la guerra. La Russia ha lanciato un’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, dopo aver annesso la Crimea nel 2014.

L’annessione è avvenuta dopo che il presidente filorusso dell’Ucraina è stato detronizzato da manifestazioni popolari.”

La CNN ha urlato: “Il presidente Donald Trump ha ora adottato pienamente la falsa propaganda russa sull’Ucraina, rivoltandosi contro una democrazia sovrana che è stata invasa a favore dell’invasore. … Trump ha accusato ingiustamente l’Ucraina di aver iniziato il conflitto”.

“In commenti ai giornalisti nel suo resort di Mar-a-Lago in Florida, Trump ha falsamente affermato che Kiev aveva iniziato il conflitto, il più grande sul suolo europeo dai tempi della seconda guerra mondiale”, si è lamentato il Financial Times.

La stessa cosa è accaduta nel panorama dei media occidentali, che hanno parlato con una sola voce.

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Sergio Cararo: Il “Muro” di Washington

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Il “Muro” di Washington

di Sergio Cararo

Riscrivere completamente la narrazione durata ottanta anni sul “sogno americano” è un esercizio che sta mettendo a dura prova i nervi e i neuroni dei liberali di destra e “di sinistra” in Europa.

I balbettii tra conduttori e ospiti dei talk show televisivi cui assistiamo in queste settimane, di fronte allo shock and awe imposto da Trump, appaiono decisamente impressionanti, talvolta anche divertenti, ma altrettanto significativi.

Il cielo è crollato sulla testa delle élites che per decenni hanno raccontato a noi e a se stessi che l’Occidente disegnato dagli Stati Uniti poteva solo essere perfezionato dall’Europa, ma per il resto era il migliore dei mondi possibili e chi non lo accettava come tale poteva anche essere deposto, bombardato, eliminato fisicamente in nome della superiorità di questo modello su tutti gli altri.

Ma quando al suprematismo liberale dell’”Occidente collettivo” si è sostituito il “suprematismo stronzo di Trump, il cielo è venuto giù, seminando panico, incertezze, cambiamenti di alleanze e paradigmi, così come era avvenuto quando è venuto giù il Muro di Berlino.

Gli Stati Uniti stanno ridisegnando la mappa delle loro priorità e delle loro alleanze decidendo che l’Unione Europea – e l’Europa nel suo complesso – non sono più alleati indispensabili, ma al massimo mercati e mercanti con cui stipulare accordi commerciali, se questi appaiono convenienti.

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Domenico Moro: Elezioni in Germania, dalla crisi economica alla crisi politica

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Elezioni in Germania, dalla crisi economica alla crisi politica

di Domenico Moro

Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.

Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti in più, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.

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La Redazione de l’AntiDiplomatico: Jeffrey Sachs: “Il protezionismo isolerà gli Stati Uniti. La Cina guiderà lo sviluppo globale”

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Jeffrey Sachs: “Il protezionismo isolerà gli Stati Uniti. La Cina guiderà lo sviluppo globale”

La Redazione de l’AntiDiplomatico

 

Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University, ha concesso un’intervista esclusiva a China Daily, analizzando le implicazioni delle politiche commerciali dell’amministrazione Trump e il loro impatto sulle economie di Cina e Stati Uniti. Sachs, esperto di sviluppo sostenibile e relazioni internazionali, ha espresso un giudizio critico sulle scelte del presidente USA, delineando uno scenario in cui gli Stati Uniti rischiano di perdere competitività e leadership globale, mentre la Cina e i paesi emergenti potrebbero accelerare il loro sviluppo.

 

Le ragioni dietro la politica aggressiva di Trump

Alla domanda su come la decisione di Trump di imporre un dazio aggiuntivo del 10% su tutte le merci cinesi influenzerà le economie di Cina e Stati Uniti, Sachs ha spiegato che il presidente nordamericano persegue una politica commerciale aggressiva per diversi motivi: indebolire la Cina, spingere Pechino ad accettare le richieste di politica estera degli Stati Uniti, aumentare le esportazioni americane verso la Cina, bilanciare il commercio bilaterale, proteggere le aziende e i lavoratori statunitensi e generare entrate fiscali. Tuttavia, Sachs è convinto che questa strategia sia destinata a fallire. “Trump sopravvaluta l’importanza del mercato statunitense per la Cina e crede di avere più leva politica di quanto non abbia in realtà”, ha affermato. “La Cina non si farà intimidire e diversificherà il proprio commercio verso il resto del mondo, mentre gli Stati Uniti perderanno competitività nei mercati terzi”.

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Francesco Piccioni: Germania in stallo, tra conservazione e reazione

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Germania in stallo, tra conservazione e reazione

di Francesco Piccioni

Una toppa politica “moderata” sulla voragine della crisi tedesca. I risultati delle elezioni confermano quasi tutte le previsioni della vigilia. L’unica incertezza riguardava infatti se la vittoria dei democristiani di Cdu/Csu sarebbe stata tale da permettere il più classico dei governi di transizione – la Grosse Koalition insieme ai sedicenti socialdemocratici dell’Spd – oppure se si sarebbe reso necessario un “triangolo” includendo i Verdi (quelli guerrafondai di Baebock, peraltro).

Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.

Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.

Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’Afd – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.

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Il Chimico Scettico: Musk, Trump, FDA, Usaid e scatole di cioccolatini

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Musk, Trump, FDA, Usaid e scatole di cioccolatini

di Il Chimico Scettico

Il capitalismo nei suoi anni avanzati è come una scatola di cioccolatini: gusti diversi, però sempre di cioccolato si tratta. Ma, beati loro (sarcasmo), in tanti continuano a prenderlo alla Forrest Gump:

https://youtu.be/egkrxkiUnoo

Sarebbe a dire che se e quando riescono a sfangarla in un modo o nell’altro allora tutto bene, tutto regolare. E quando si è insediata la nuova amministrazione americana magari hanno parlato del sorgere di un potere brutale senza alcun rispetto per l’uomo, come se fino al giorno prima il potere USA e il sistema capitalistico che lo sostiene non fossero brutali ma avessero il massimo rispetto per l’umanità nel suo insieme. Bah…

Elon Musk, già idolo dei fan della scienza per SpaceX e degli ambientalisti per la Tesla, quando si comprò un Twitter in crisi licenziò l´80% del personale. Meccanismi standard del capitalismo finanziarizzato, dove non si sa mai dove finisce l´industria e dove comincia la finanza – sarebbe a dire che da decenni decisioni industriali suicide per la finanza sono perfettamente sensate, tranne poi lamentarsi dello stato delle cose alcuni anni dopo (questo nel caso dell’industria che vende prodotti materiali, riguardo al mercato dei prodotti immateriali digitali mi dichiaro incompetente). La stessa SpaceX di Musk esiste grazie al definanziamento della NASA: lo stato arretra, il libero mercato avanza e ho perso il conto di quelli che applaudivano fino a spellarsi le mani ogni volta che succedeva.

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