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[SinistraInRete] Enrico Tomaselli: Dalla guerra intermittente alla guerra permanente

Rassegna 29/03/2025

 

Enrico Tomaselli: Dalla guerra intermittente alla guerra permanente

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Dalla guerra intermittente alla guerra permanente

di Enrico Tomaselli

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d0f50e33b1 e1647015702856.jpgLa guerra, per Israele, è molto più di un atto fondativo, è uno status, una condizione immanente.

Le classi dirigenti sioniste, già molto prima della creazione di Israele, erano consapevoli di rappresentare un corpo estraneo, in Palestina, e solo in virtù della convinzione che quella terra fosse stata promessa loro da dio se ne ritenevano in diritto di occuparla. La consapevolezza di questa estraneità insanabile ha fatto sì che, sin dal primo momento, lo stato ebraico si concepisse – e si attrezzasse – come un organismo plasmato in funzione della guerra. Nella rappresentazione romantica di un socialismo suprematista (riservato cioè ai soli ebrei, escludendo gli arabi) che si realizzava nei kibbutz, il prototipo dell’uomo nuovo era rappresentato – idealmente e iconograficamente – con la zappa e il mitra in spalla. E infatti i primi venticinque anni di Israele sono segnati dalle guerre con i paesi arabi vicini: la guerra del 1948, la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973.

E se le prime due vedono lo stato ebraico non ancora pienamente assimilato nel sistema di dominio globale statunitense (nel ‘56 fu Washington a imporre lo stop), le successive si svolgono in un contesto che vede Israele non più soltanto come insediamento coloniale europeo, ma come avamposto della potenza egemonica americana.

Da quel momento in avanti, anche grazie ai continui e massicci aiuti statunitensi, la potenza militare israeliana si affermerà come predominante nella regione e, con la guerra del ‘73, si chiude la stagione degli scontri che oppongono Israele ai paesi arabi vicini, mentre si apre quella della Resistenza palestinese, a sua volta segnata da una serie di fasi acute (la guerra del Libano del 1982, la prima e seconda intifada e ripetute guerre nella striscia di Gaza).

A differenza dei paesi arabi, però, che nella prospettiva israeliana costituivano (e in parte costituiscono) una minaccia latente, destinata a manifestarsi ciclicamente, la Resistenza del popolo palestinese si caratterizza – pur all’interno di un andamento oscillante – come una costante, che conoscerà appunto alcune fasi particolarmente acute, ma che non verrà effettivamente mai meno.

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Michele Cangiani: Appunti sul neoliberismo

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Appunti sul neoliberismo

di Michele Cangiani

ploytos copia scaled.jpgNon semplicemente nuovi problemi, ma il problema dei problemi è emerso con la crisi iniziata nel 2007-2008: l’incapacità della società contemporanea di affrontare i problemi, quelli, in particolare, causati dal suo stesso funzionamento. Nonostante gli evidenti fallimenti, sfociati clamorosamente nella crisi, l’ideologia neoliberale sembra piuttosto rafforzata che indebolita. Essa, anzi, benché gli interessi a cui conviene siano solo quelli di una piccola minoranza, tende a determinare non solo la politica economica, ma l’assetto complessivo della società, fin nei suoi fondamenti costituzionali. L’esigenza di riforme antidemocratiche, tipica della trasformazione neoliberista, è chiaramente emersa fin dall’inizio, durante la crisi della fase di accumulazione del dopoguerra.

 

1. Da una crisi all’altra

È emblematico, al riguardo, il Rapporto alla Commissione Trilaterale[1]. Ed è significativo che un prodromo della svolta neoliberista sia stata la politica adottata da Pinochet in Cile dopo il golpe del 1973, il quale valse come monito per qualunque paese si azzardasse a non adottare la tendenza ‘giusta’ per risolvere la crisi. Nel 1978, in Cina, Deng Xiaoping promosse la liberalizzazione – entro un regime politico illiberale. L’affermazione definitiva delle politiche neoliberiste è avvenuta con i governi Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e Reagan negli Stati Uniti d’America nel 1980, orientati in primo luogo ad abbattere il potere conquistato dai lavoratori e dalle loro organizzazioni. Non senza successo. I bollettini del Bureau of Labor Statistics del Department of Labor degli Stati Uniti documentano la costante diminuzione degli operai e impiegati iscritti ai sindacati: dal 20,1% nel 1983 all’11,1% nel 2014.

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Michael Roberts: Dal Welfare al Warfare: keynesismo militare

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Dal Welfare al Warfare: keynesismo militare

di Michael Roberts

europa guerra 1 1711063311250.png
.pngIn Europa, il “guerrafondaismo” è arrivato al suo culmine.Tutto è cominciato con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza di Trump, hanno deciso che non vale la pena spendere soldi per proteggere militarmente le capitali europee dai potenziali nemici. Trump vuole impedire che gli Stati Uniti paghino la più parte del finanziamento della NATO – la quale fornisce la propria potenza militare – e inoltre vuole mettere fine al conflitto Russia-Ucraina, in modo da poter così concentrare la strategia imperialista degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale e sul Pacifico, con l’obiettivo di “contenere” e indebolire l’ascesa economica della Cina. La strategia di Trump ha gettato nel panico le élite dominanti europee, improvvisamente preoccupate che l’Ucraina perda contro le forze russe, e che pertanto tra non molto Putin sarà ai confini della Germania o – come sostengono sia il premier britannico Keir Starmer che un ex capo dell’MI5, sarà «per le strade della Gran Bretagna». Qualunque possa essere la validità di questo presunto pericolo, si è venuta però a creare l’opportunità, per i militari e i servizi segreti europei, di “alzare la posta” e chiedere così la fine di quei cosiddetti “dividendi di pace” che avevano avuto inizio dopo la caduta della temuta Unione Sovietica, e in tal modo avviare ora il processo di riarmo. Kaja Kallas, alta rappresentante della politica estera dell’UE, ha spiegato il modo in cui vede la politica estera dell’UE: «Se insieme non siamo in grado di esercitare abbastanza pressione su Mosca, allora come possiamo affermare di poter sconfiggere la Cina?» Per riarmare il capitalismo europeo, sono stati offerti diversi argomenti: Bronwen Maddox, direttrice di Chatham House, il “think-tank” per le relazioni internazionali che rappresenta principalmente le opinioni dello stato militare britannico, se n’é venuto fuori con l’affermazione che «la spesa per la “difesa” è il più grande beneficio pubblico per tutti, poiché essa è necessaria per la sopravvivenza della “democrazia” contro le forze autoritarie». Ma c’è un prezzo da pagare per difendere la democrazia: «il Regno Unito potrebbe dover prendere in prestito di più per poter pagare le spese per la difesa di cui ha così urgente bisogno.

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Antiper: Il riarmo come veicolo di sviluppo industriale e tecnologico nell’Unione Europea

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Il riarmo come veicolo di sviluppo industriale e tecnologico nell’Unione Europea

di Antiper

Il 18 marzo scorso Mario Draghi è stato ascoltato dalle Commissioni di Camera e Senato a proposito del suo Rapporto sulla competitività europea [1] presentato nel settembre del 2024.

Dopo il preambolo ormai d’obbligo sui rischi per la sicurezza in Europa, Draghi ha spiegato l’importanza dell’investimento nella difesa comune (anche alla luce delle recenti proposte della Commissione [2]) non tanto come una necessità legata alle preoccupazioni per l’imminente calata degli Unni, quanto piuttosto come una necessità legata al tentativo di rianimare lo sviluppo industriale e tecnologico europeo in una fase caratterizzata dal protezionismo degli USA i quali, contestualmente, conducono politiche molto aggressive di attrazione di investimenti in un’ottica di re-shoring e di re-industrializzazione. Draghi ha anzi fatto capire piuttosto chiaramente che quella dell’invasione russa è in realtà solo una scusa:

«L’Europa avrebbe dovuto comunque affrontare, comunque combattere la stagnazione della sua economia e assumere maggiori responsabilità per la propria difesa in presenza di un minore impegno americano da tempo annunciato» [3].

È chiarissima, ad esempio, la preoccupazione per il ritardo tecnologico europeo in un ambito sempre più rilevante come quello dell’Intelligenza Artificiale.

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Clara Statello: Cosa c’è dietro il suprematismo europeo di Vecchioni e Benigni

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Cosa c’è dietro il suprematismo europeo di Vecchioni e Benigni

di Clara Statello

Il suprematismo europeista ha rotto! Scusate la brutalità, ma qualcuno doveva pur dirlo. Non se ne può più dello spettacolo patetico che sta dando l’intellighenzia del ceto medio semikolto. Serrano i ranghi i vecchi guru della sinistra imperiale per fabbricare un sogno che non c’è, non c’è mai stato e che non sarà: l’Europa dei popoli.

Con i fiori di una nuova ideologia calata dall’alto adornano le gelide sbarre della gabbia europea fabbricata a colpi di austerità, le catene del vincolo di bilancio e dei parametri di Maastricht. Per mobilitare gli spiriti, per accettare sacrifici, la guerra o il cappio del debito per le prossime generazioni, è necessario farci sentire un soggetto della storia a cui è assegnato un grande fine. Sulla nuova identità militarista dell’Europa è necessario costruire una nuova identità europea: suprematista.

Il nuovo suprematismo è maschio, bianco, eterosessuale e anziano. Ha il volto rassicurante di Roberto Benigni, Roberto Vecchioni, Corrado Augias o Jovanotti. Dietro l’apparato ideologico composto dai pifferai magici della civiltà europea, ci sta il partito trasversale della guerra. E sono sempre loro, quelli che nel ‘900 hanno portato l’Italia alla distruzione, ma come gatti son riusciti sempre a cadere in piedi. Indenni e al loro posto.

Nel 1980 posero fine a decenni di lotte operaie e al progresso sociale con la marcia dei 40.000. Adesso con 30.000 persone in piazza del Popolo vogliono porre fine alla nostra democrazia costituzionale e trascinarci in un’economia di guerra. Parola d’ordine: riconversione industriale.

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Giando: Non sono guerre commerciali. Quello che non dicono sull’economia globale

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Non sono guerre commerciali. Quello che non dicono sull’economia globale

di Giando

Negli ultimi mesi, l’aria si è fatta elettrica. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha rilasciato una delle sue perle: l’Unione Europea sarebbe stata “creata per fregare gli Stati Uniti”. Boom. Poco dopo, un dazio del 25% sui beni europei – auto tedesche in testa – ha riportato indietro l’orologio al tempo delle guerre tariffarie. E Bruxelles? Ha risposto promettendo ritorsioni da 26 miliardi di euro, salvo poi guadagnare tempo. Ma facciamo attenzione: non stiamo assistendo semplicemente a una scaramuccia tra superpotenze. C’è molto di più sotto la superficie. Queste “guerre commerciali” sono, in realtà, la versione globale di un vecchio scontro che conosciamo bene: una guerra di classe.

Guardiamoci intorno. Da un lato, economie esportatrici come la Germania, la Cina, e in misura minore l’Italia. Dall’altro, i grandi consumatori a debito, Stati Uniti in primis. Perché? Perché in troppe economie i salari vengono compressi per tenere basso il costo del lavoro, mentre la produzione cresce e si accumula nelle mani di pochi. La ricchezza si concentra, la domanda interna non decolla, e allora si cerca sbocco fuori dai confini. Le guerre commerciali, così, diventano il sintomo esterno di una malattia interna: la sproporzione di potere e reddito tra classi sociali. 

E chi meglio dell’Italia può testimoniare questo meccanismo? 

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Fulvio Grimaldi: Gaza, una voce, prima di morire

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Gaza, una voce, prima di morire

di Fulvio Grimaldi

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Youtube -Mondocane video di Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=0f-szdTNZOs

https://youtu.be/0f-szdTNZOs

 

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Enrico Grazzini: La non antifascista Meloni ha delle ragioni su Ue e Manifesto di Ventotene, mi spiace ammetterlo

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La non antifascista Meloni ha delle ragioni su Ue e Manifesto di Ventotene, mi spiace ammetterlo

di Enrico Grazzini

Alla base di questa Europa non c’è il Manifesto socialista di Ventotene, c’è Maastricht: un trattato iperliberista basato sulla piena libertà dei mercati e della finanza

Il problema è che questa volta – e mi dispiace molto ammetterlo – ha qualche ragione anche la non antifascista Giorgia Meloni, e non solo sul Manifesto di Ventotene – che proclamava (in maniera contraddittoria) una rivoluzione socialista violenta e perfino la dittatura di un solo partito per instaurare una federazione democratica europea – ma soprattutto sul fatto che il mito della federazione europea non è realizzabile, e se lo fosse non sarebbe democratico. In Europa è sempre stato aperto il dibattito su un’alternativa: costruire gli Stati Uniti d’Europa, copiando il modello americano, o invece realizzare una Confederazione tra Stati sovrani e democratici, come voleva per esempio il presidente francese De Gaulle. L’Unione Europea nata a Maastricht costituisce un ibrido contraddittorio e fallimentare tra questi due sistemi molto differenti.

Lo Stato federale è uno Stato sovrano che ha un unico governo centrale, un unico esercito, delle sue autonome entrate fiscali, una moneta unica e una sola politica estera. Lo Stato federale finanzia con le sue entrate ampi fondi di perequazione in modo da promuovere la convergenza tra i singoli Stati. La democrazia federale presuppone una società civile organizzata, forte e omogenea, e una forte coesione sociale e culturale. In uno Stato Federale democratico – come negli Usa, in Canada, ecc – si vota ovviamente a maggioranza.

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Nico Maccentelli: Duci a San Siro

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Duci a San Siro

di Nico Maccentelli

Schermata 2025 03 21 alle
02.57.54.pngÈ il titolo più appropriato per la prossima kermesse europeista dem, se dopo Michele Serra a Roma, fosse Roberto Vecchioni a organizzare a Milano un raduno guerrafondaio di pacifinti, con tutte le corbellerie tutt’altro che “di sinistra” che ha detto dal palco di piazza del Popolo. Ed è dai tempi di piazza Venezia nel 1941 che non si vedeva un’adunata di questo tipo e per un antico scopo che torna in auge su scala continentale.

L’unica differenza è che gli adunanti di allora non erano dei beoti in totale confusione come oggi, e, come i loro capi di allora, Benito in testa, sapevano benissimo che era l’ora di spezzare le reni alla Grecia. Reni, che se ben ricordo, le spezzarono Draghi e gli euroburocrati nel 2015 con una guerra economica nel nome dell’”Europa” che non faceva prigionieri. Era già da allora che si potevano capire gli interessi dominanti e i veri obiettivi delle misure draconiane europeiste che avrebbero potuto colpire ogni paese dell’UE non in linea con i vincoli di bilancio e con le regole tutte improntate a favorire il mercato sopra ogni diritto sociale.

Interessi e obiettivi che sono anche di oggi, e che oggi come allora vengono perseguiti a prescindere da ogni altra questione, di emergenza in emergenza creata ad arte, travalicando anche i patti sociali su cui si sono rette le democrazie liberali novecentesche e avviando l’era dell’autoritarismo liberista euro-autocratico. Ma la massa per lo più vetusta a piazza del Popolo che si è lasciata trasportare dalla retorica marinettiana degli Scurati, dal suprematismo filosofico-letterario dei Vecchioni, dalla pletora di starlette tra Piff, Littizzetto e Jovanotti, con vecchi saggi alla Augias, locomotive gucciniane lanciate contro la giustizia e la pace, una massa da gnocco fritto alle feste de l’Unità trasportata da pullman dell’associazionismo piddino tra CGIL, ANPI, COOP, ecc., ovviamente come “Alice tutto questo non lo sa”. Chi è andato alla kermesse promossa dal produttore di armi che possiede La Repubblica c’è andato credendo di essere alla solita sfilata buonista e c’ha capito punto nulla, fidandosi dei soliti volti televisivi. E invece…

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Domenico Moro: La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione

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La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione

di Domenico Moro

La polemica recente sul Manifesto di Ventotene tra la Presidente del Consiglio Meloni e il Pd riporta quel documento al centro dell’attenzione. Sebbene molta parte della sinistra abbia sempre esaltato il Manifesto come espressione di una posizione progressiva e di sinistra, è invece importante chiarire come il Manifesto rappresenti una posizione regressiva e anti-democratica, che prefigura tutti i problemi da cui è afflitta la Ue odierna. Per questa ragione proponiamo la lettura di ampi estratti dei primi paragrafi del libro di Domenico Moro, “Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario”, edito da Meltemi

2205542012Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.

Tuttavia, i dati statistici non ci restituiscono completamente il quadro europeo. Mai, prima d’ora, si era visto in Europa un tale distacco tra cittadini e sistema politico, con un astensionismo che arriva fino alla metà dell’elettorato. La tradizionale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra è venuta meno, facendo saltare i meccanismi della democrazia rappresentativa. Partiti che hanno fatto la storia dei loro Paesi e dell’Europa, come i partiti socialisti francese, tedesco, spagnolo, olandese e greco, si sono ridotti ai minimi storici e in qualche caso sono scomparsi dalla scena politica. Alle ultime presidenziali francesi, per la prima volta dal dopoguerra, nessuno dei due tradizionali partiti principali, il socialista e il repubblicano, è riuscito ad accedere al ballottaggio. Invece, partiti critici verso l’Ue e l’euro, sono nati o, se già esistenti, sono cresciuti un po’ dappertutto, raccogliendo una quantità di consensi fino ad ora impensabile al di fuori dei classici centro-sinistra e centro-destra.

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Jennifer Bilek: Big Pharma, Big Tech e le identità sessuali sintetiche

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Big Pharma, Big Tech e le identità sessuali sintetiche

di Jennifer Bilek

Discorso tenuto all’Hillsdale College nel luglio 2022 (in blu collegamenti cliccabili)

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del secolo 1 2 4b2c5Salve a tutti, grazie per essere qui e un ringraziamento speciale a Douglas Jeffrey e Matt Bell per avermi invitato a parlare all’Hillsdale College. Spero di chiarire cosa sta accadendo in nome del transgenderismo, perché sta accadendo e chi ne trae profitto. Ho iniziato a fare ricerca su questo tema perché mi sono allarmata per la censura subita da chi cercava di criticarlo. Questo accadeva quasi dieci anni fa. Ciò che è emerso in modo evidente è che veniamo manipolati e surrettiziamente preparati ad accettare cambiamenti radicali nell’evoluzione umana, progettati da coloro che si trovano ai livelli più alti della società e che investono nelle industrie biotecnologiche, farmaceutiche, tecnologiche e finanziarie.

Per prima cosa, situiamoci nel tempo.

Come specie, stiamo iniziando una nuova fase dell’evoluzione umana, che emerge dall’era dell’informazione e del digitale. Il futuro vedrà ulteriori sviluppi nella raccolta di dati umani per costruire sistemi sempre più grandi di intelligenza artificiale e di ingegneria, biotecnologia, transumanesimo e la creazione di sistemi sempre più grandi di realtà virtuale, o realtà sintetiche. Nell’ultimo decennio, tutte le grandi aziende – le organizzazioni internazionali per i diritti umani e quelle non governative, le case di investimento globali, le banche, le istituzioni mediche, gli studi legali, i governi e gli enti educativi – hanno “scoperto” simultaneamente che il mondo naturale e le centinaia di migliaia di anni di evoluzione umana attraverso il dimorfismo sessuale in qualche modo hanno sbagliato. C’è stato un grande errore. Si sta diffondendo l’idea che la scienza abbia scoperto che esistono centinaia, forse infiniti, sessi e che per manifestare il pieno potenziale nell’espressione di questi sessi alternativi, l’umanità abbia bisogno dell’intervento del complesso medico-industriale. Inoltre il complesso medico-industriale è così illuminato da mettere a tacere chiunque ostacoli i suoi sforzi per la diversità di espressione.

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Gianandrea Gaiani: I rischi per Kiev dopo la disfatta a Kursk

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I rischi per Kiev dopo la disfatta a Kursk

di Gianandrea Gaiani

La disfatta ucraina nella regione russa di Kursk conferma che saranno i russi a dettare le condizioni negli eventuali negoziati che gli staff di Donald Trump e Vladimir Putin stanno mettendo a punto. Considerazione che potrebbe spiegare la riluttanza di Volodymyr Zelensky (e degli europei) ad accettare il “verdetto” del campo di battaglia.

Zelensky e il generale Oleksandr Syrsky (poco amato dai militari che gli attribuiscono troppi “sissignore” al presidente che sono costati il sacrificio inutile di decine di migliaia di militari da Bakhmut a Kursk) escono indeboliti dalla disfatta nel saliente di Kursk che potrebbe avere un effetto destabilizzante sul morale delle esauste truppe di Kiev.

Dall’agosto scorso gli ucraini hanno impiegato in questa regione una dozzina di brigate equipaggiate dall’Occidente, sacrificando in 8 mesi, secondo stime russe, circa 70 mila uomini tra morti e feriti e 7mila veicoli, artiglierie e altri pezzi di equipaggiamento. Mezzi che i canali Telegram dei blogger militari russi hanno mostrato distrutti, danneggiati o abbandonati in immagini che illustrano questo articolo.

Secondo if0nti citate dal magazine Forbes tra il materiale abbandonato a Kursk dalle forze ucraine in fuga ci sarebbero una decina di carri armati M1A1 Abrams, oltre a cingolati Bradley e obici da 155mm M-777.

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Redazione: La Socialdemocrazia tedesca vota i crediti di guerra

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La Socialdemocrazia tedesca vota i crediti di guerra

Wagenknecht denuncia: “è come nel 1914”!

di Redazione

Il ministro tedesco della difesa uscente – e forse futuro – Boris Pistorius (SPD) ha sottolineato di fronte a una sala gremita che si tratta di “decisioni di importanza storica”. Stiamo affrontando “una delle più grandi, se non la più grande, sfida politica alla sicurezza nella storia del nostro Paese”, ha affermato il socialdemocratico. Sembra di essere tornati al 1914, quando il Partito Socialdemocratico (SPD) tedesco votò appunto i crediti di guerra, mandando a morte milioni di proletari che diceva fino al giorno prima di voler difendere. “Chiunque esiti oggi, chi non abbia coraggio oggi, chi pensi che potremo permetterci questo dibattito per mesi a venire, sta negando la realtà”. La pace in Europa sarebbe in pericolo e la Germania avrebbe il “compito di leadership” di difendere questa “Europa libera e democratica”, ha affermato il leader della SPD Lars Klingbeil. Ci mancava poco che esclamasse “Deutschland über alles”… Anche il probabile futuro cancelliere federale si illude nel vedere nella Repubblica Federale Tedesca il ruolo di potenza egemone emergente: “La nostra decisione odierna non determinerà solo le nostre capacità di difesa nei prossimi anni, ma forse anche nei prossimi decenni”, ha annunciato Merz. E i Verdi, un tempo partito anti-militarista, non sono da meno, anzi sembrano a tratti proprio i più forsennatamente guerrafondai, a dimostrazione della natura opportunista di questa formazione politica.

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Moreno Pasquinelli: Te la do io Ventotene!

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Te la do io Ventotene!

di Moreno Pasquinelli

«Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica». (Altiero Spinelli. Diario europeo (1948-1969), Il Mulino, Bologna, 1989, p. 175)

Il discorso su Spinelli per noi si chiude qui. Uno dei tanti casi di presunti rivoluzionari che col tempo hanno cambiato casacca.

* * * *

Ho sempre considerato l’adagio per cui “Ogni popolo ha il governo che si merita” l’ultimo rifugio degli ignavi, la foglia di fico dei reazionari che tendono a difendere e giustificare l’ordine esistente. L’adagio ci dice infatti che sarebbe vano non solo agire ma sperare che le cose possano andare diversamente: c’è chi sta sopra e comanda, mentre chi sta sotto deve rassegnarsi e subire. Tuttavia l’adagio, per quanto contenga un pregiudizio, ha una sua euristica efficacia quando parla di tempi ordinari, di stabilità sociale e di ristagno politico. In temi storici di burrasca, l’adagio perde la sua validità: la consonanza tra popolo e governo diventa dissonanza, l’armonia precipita in contrasto latente.

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John Ioannidis: I lockdown sono stati “estremamente dannosi”

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I lockdown sono stati “estremamente dannosi”

di John Ioannidis

Misure restrittive e sistemi sociali scadenti sono la causa principale dell’eccesso di mortalità a livello internazionale da Covid-19. Il dibattito è stato “avvelenato” fin dall’inizio della pandemia, politici e media “ignoranti” hanno “dettato” la narrazione. John Ioannidis, esperto di sanità e statistico di fama internazionale, ha espresso forti critiche alle misure governative contro il coronavirus. Con i lockdown, molti Paesi si sono suicidati, ha affermato il professore di medicina e scienza dei dati biomedici alla Stanford University in un’intervista al giornalista tedesco Bastian Barucker. (19 marzo) Le misure restrittive hanno portato a “gravi disastri nel nostro sistema educativo” e a “gravi problemi di salute mentale”, ha spiegato Ioannidis

I lockdown hanno portato a un “aumento significativo dei decessi correlati all’alcol”, all’interruzione dei trattamenti contro il cancro, a un aumento dei decessi per malattie cardiovascolari e a “una crisi economica”, riducendo così il “benessere sociale”. La decisione di imporre i lockdown è stata sbagliata perché il 60 percento dei numerosi modelli utilizzati per calcolarne l’efficacia indicava che aumentavano il numero di contagi. Anche i modelli che indicavano una riduzione dei casi hanno mostrato solo una piccola efficacia positiva. Ioannidis conclude quindi che i lockdown restrittivi sono stati “estremamente dannosi”.

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Dante Barontini: Per il riarmo nasce “la banca della Nato”

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Per il riarmo nasce “la banca della Nato”

di Dante Barontini

Mentre i capi di stato di governo convergono su Bruxelles per il vertice che dovrà approvare il ReArmEurope – il piano da 800 miliardi proposto da Ursula von der Leyen per moltiplicare le spese militari nel Vecchio Continente – nei corridoi della finanza ci si comincia a chiedere, più concretamente, da dove tirar fuori tutti quei soldi.

Com’è noto, l’Unione Europea non prevede un debito comune da finanziare sui mercati. Ergo, ogni paese deve indebitarsi in solitudine. E come sempre c’è chi può (la Germania di Friedrich Merz, che ha appena varato un mega-piano da 1.000 miliardi per armi e infrastrutture) e chi proprio non può (tutti gli altri, chi più chi meno).

Il problema non è di buona volontà soggettiva, ma “di mercato”: qualche ente finanziario (banca, assicurazione, risparmiatore privato, ecc) presterebbe soldi a un paese già fortemente indebitato?

Avviene tutti i giorni, certamente, ma a tassi di interesse molto più alti (è questo il famoso spread – il differenziale – tra titoli tedeschi, i più garantiti, e quelli di altri paesi). Il che significa spendere molto di più o acquistare molte meno armi, mettendo oltretutto ogni singolo paese davanti alla scelta di dover spendere per il militare togliendo altre risorse a istruzione, sanità, pensioni, ecc.

Le banche internazionali già esistenti – come la Banca europei per gli investimenti (Bei) – hanno limiti statutari precisi per quanto riguarda il finanziamento del riarmo, e dunque non sono utilizzabili neanche estendendo il loro ambito di intervento con qualche “interpretazione” lassista dello statuto.

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