Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ETS – 07/07/2025
(di seguito un articolo di Claudia Cernigoi apparso su La Nuova Alabarda di aprile 2023.
Ampia documentazione sugli stessi temi si trova alla nostra pagina dedicata
https://www.cnj.it/documentazione/ustascia.htm)
L’ombra degli ustaša a Trieste negli anni ’70
Nella mattinata dell’8 dicembre 1970, mentre a Roma i “congiurati” di Junio Valerio Borghese dovevano ritirarsi in buon ordine dopo essere stati informati che il programmato golpe era stato sospeso a data da destinarsi, a Trieste, con la scusa di manifestare contro Tito (un must ancora in voga, a leggere le pagine dell’associazionismo degli esuli, detto per inciso), si erano radunati un migliaio di neofascisti (missini, ma anche di Avanguardia nazionale ed Ordine nuovo) giunti dal Triveneto.
In piazza Sant’Antonio furono violentemente aggrediti quattro giovani comunisti sloveni che si trovavano sul sagrato della chiesa per osservare la manifestazione ed i manifestanti furono quindi dispersi dalla polizia; dopo questo si misero a sciamare nel centro cittadino, assaltando la sede del PSI e compiendo svariati atti di vandalismo.
Furono alla fine denunciate una decina di persone, tra le quali anche il mestrino Martino Siciliano che più di vent’anni dopo confessò al giudice Guido Salvini di essere stato tra i “bombaroli” che avevano organizzato l’attentato (fortunatamente fallito) del 4/10/69 alla scuola slovena di San Giovanni, azione che viene ormai considerata come una sorta di “prova generale” per l’azione che in piazza Fontana a Milano due mesi dopo provocò una strage.
Un fatto di cui si è persa la memoria è che nella stessa mattinata dell’8 dicembre, poco prima delle 10 (ora di inizio della manifestazione missina), una bomba (un «ordigno rudimentale», scrissero i giornali) esplose in un bar di piazza Libertà, presso la Stazione centrale. Il bar, leggiamo sulla stampa, era «solitamente frequentato da slavi» (sic), inteso come viaggiatori che arrivavano in città. In sintesi, intorno alle 9 era entrato nel bar un giovane sulla ventina, con uno zaino; aveva ordinato una “aransciada” (con accento straniero), era andato alla toilette e ne era uscito poco dopo tappandosi le orecchie: subito dopo avvenne lo scoppio, che danneggiò le vetrate e le finestre del locale, ma anche la pompa di benzina prospiciente e alcune auto in sosta. Il giovane era stato subito fermato dai clienti del bar e fu identificato per il francese Gerard Macker (si scrisse anche che fosse uno «jugoslavo emigrato in Francia», ma questo sembra non corrispondere).
Sulle pareti del gabinetto erano state tracciate, con lo spray rosso, le scritte in serbo-croato “Trst je naš” e “Sloboda” (rispettivamente: Trieste è nostra e Libertà). Alcuni mesi dopo (5/7/73) si celebrò un processo che riconobbe il francese del tutto estraneo al fatto criminoso; non sembra però vi siano stati altri sviluppi; né è dato sapere di quale tipo fosse l’esplosivo usato e quale la tecnica con cui era stato composto l’ordigno, particolari che potrebbero forse suggerire la matrice di questo atto: ma pur in assenza di tutti questi dati, è logico concludere che si trattò con tutta evidenza di una mera provocazione messa in atto in concomitanza della manifestazione neofascista di quella giornata. Infatti, nel rapporto stilato dalla Questura sugli scontri di quel giorno si legge che, dopo l’intervento della polizia seguito all’aggressione contro i quattro giovani antifascisti la piazza S. Antonio si stava svuotando, ma «circa 500 persone, per la maggior parte provenienti da fuori Trieste, si frazionavano in numerosi gruppi e percorrevano di corsa, ed esagitatamente, le vie adiacenti, essendosi diffusa nel frattempo la notizia che in un bar nei pressi della stazione centrale di Trieste era stata fatta esplodere una bomba da parte di persona che aveva vergato, in lingua slovena, la scritta “Trieste è nostra” (Trst je nas – sic)» [1].
Come già detto, la scritta era stata in realtà “vergata” in serbocroato e non in sloveno (anche in sloveno Trieste è nostra si dice Trst je naš, ma libertà si dice svoboda) il che smaschera chiaramente il tentativo di provocazione operato dai neofascisti. Qui si possono fare due ipotesi, la prima che si sia trattata di mera ignoranza da parte di militanti italiani che usarono il serbocroato non conoscendo lo sloveno; oppure, e sarebbe una cosa ben più grave, che l’autore del gesto possa essere appartenuto agli ustaša (spesso riportato con la grafia fonetica italiana “ustascia”), cioè il movimento armato fascistoide e nazionalista croato che operava in vari Paesi europei, ed anche in collaborazione con gruppi eversivi neofascisti italiani: argomento che merita di essere approfondito.
Nel corso della seconda guerra mondiale gli ustaša erano i collaborazionisti croati del nazifascismo; guidati da Ante Pavelić (che era stato “allevato” politicamente dal fascismo italiano), si macchiarono di crimini di guerra orribili. Il nome fu conservato nel dopoguerra dagli oppositori nazionalisti e filonazisti croati jugoslavi; come leggiamo in un articolo dell’agosto 1972, «con il compiacente aiuto dei servizi segreti occidentali e della CIA in particolare» [2] si organizzarono in molti Paesi esteri (Austria, Svezia, Italia, Germania, ma anche USA e Canada); in Germania, guidati dal medico Branko Jelić, capo storico ed ideologo del movimento fin dagli anni ’30 (agente della Gestapo, nel 1949 si stabilì a Berlino Ovest dove morì nel maggio 1972), avevano campi di addestramento in Baviera (il feudo di Franz Josef Strauss, già ministro della Difesa della Repubblica Federale, loro protettore) cui sembra partecipassero anche neofascisti italiani di Avanguardia nazionale (tra i quali anche il nostro concittadino Claudio Scarpa, uno che per la sua attività eversiva ha occupato diverse pagine di cronaca e giudiziarie) ed Europa civiltà. Tra gli anni ’60 e ’70, oltre ad azioni di destabilizzazione in Jugoslavia organizzarono diversi attentati all’estero, tra cui l’omicidio dell’ambasciatore jugoslavo a Stoccolma (7/4/71), l’attentato del 26/1/72 all’aereo sul quale avrebbe dovuto viaggiare il primo ministro jugoslavo, che si salvò perché non era a bordo, ma nel quale morirono 27 persone.
A Trieste gli ustaša sembra fossero di casa: il 20/8/68 due membri del movimento persero la vita in via Boccaccio nell’esplosione dell’auto con la quale si stavano probabilmente dirigendo verso la sede del Consolato jugoslavo in Strada del Friuli per fare un attentato. Nella circostanza era stato fermato un gruppo di fascisti croati provenienti dalla Francia, tra i quali un certo Damjanović uno dei capi più importanti, ricercato dall’Interpol, che fu espulso dall’Italia senza essere stato interrogato; nel 1971 un incendio (le cui cause non furono mai appurate) devastò l’abitazione del console jugoslavo.
Nell’estate del 1969 un membro del movimento, Alojz Klasnic (che era stato detenuto tempo prima a Regina Coeli su richiesta dell’Interpol perché coinvolto in attentati commessi da ustaša in Germania) fu fermato dai carabinieri alla stazione ferroviaria di Villa Opicina (dove fermano i treni diretti e provenienti dai Balcani) perché trovato in possesso di una pistola Beretta (aveva con sé anche documenti in tedesco e un distintivo di Mao, il che fa supporre che volesse mettere in atto qualche provocazione anticomunista). Nelle sue dichiarazioni agli inquirenti asserì di essere venuto a Trieste per incontrare dei connazionali, cui era destinata l’arma, e con essi prelevare esplosivo da un deposito in Carso e portarlo in Jugoslavia per far saltare un ponte a 12 chilometri dal confine italiano, aggiungendo che questo sarebbe stato il suo terzo attentato. Nonostante ciò, fu processato solo in Pretura e nell’udienza del 20/7/69, dopo che il PM Giacomelli (nella cronaca non è indicato il nome, quindi non siamo in grado di dire se si trattasse dell’avvocato missino che in quel caso aveva avuto l’incarico di PM) aveva chiesto il minimo della pena e le attenuanti “per avere agito per motivi di particolare valore morale e sociale”, il pretore Esti lo condannò a 3 mesi per il solo porto abusivo di armi.
Il già citato articolo de l’Unità [2] ricostruisce anche i rapporti del movimento ustaša con la nostra città. «Trieste significa molto per i terroristi ustascia», leggiamo, dato che nel corso di una riunione in Australia il leader Branko Jelić avrebbe detto che il movimento aveva bisogno di una base ai confini della Jugoslavia. Nell’articolo, che inizia citando le frasi di un volantino lanciato in pieno centro da un’auto in corsa (targata Monaco di Baviera) nei primi giorni del mese, quindi a ridosso dell’attentato all’oleodotto transalpino del 4 agosto («Noi non colpiremo i figli onesti del popolo croato, ma non avremo pietà, liquidandoli ad uno ad uno, per gli scherani di Tito, i serbo comunisti, i traditori. Crediamo in Dio e nel futuro della Croazia. Morte alla Jugoslavia»), si ricostruisce la presenza ustaša in città, a cominciare da un incontro che si sarebbe tenuto a febbraio a Trieste tra neofascisti italiani e croati (di un incontro avvenuto il 25/1/72 in Germania «fra un esponente del MSI di Trieste ispiratore di un’agenzia di stampa che si occupa di politica estera, e rappresentanti dei fascisti jugoslavi» parla invece un articolo sul Meridiano di Trieste del 20/4/72) e del fatto che nello stesso periodo «su un treno in corsa tra le stazioni di Zidani Most e Zagabria, esplode un ordigno. La stessa tecnica degli attentati dell’agosto 1969». Il giornalista collega tutto questo con la scoperta (sempre a febbraio) del deposito di armi di Aurisina (quello che verrà identificato come “nasco” della struttura Gladio) che viene indicato come un arsenale del «gruppo di Freda e Ventura», ma trovandosi a poche centinaia di metri dalla linea ferroviaria che collega Trieste ai Balcani, poteva essere stato «passato» dai neofascisti italiani a quelli croati, perché ormai “bruciato” dalle rivelazioni dell’avvocato missino Gabriele Forziati che aveva indicato l’ubicazione del deposito di armi (non tutto questo fu poi confermato nelle varie indagini giudiziarie, però la ricostruzione potrebbe essere attendibile, a parere nostro).
Il giornalista parla anche di una possibile centrale degli ustaša a Trieste in un grande magazzino frequentato da acquirenti jugoslavi e conclude parlando del possibile progetto di creare in città un “centro di smistamento” per i terroristi sbandati dopo il fallimento di un’azione terroristica tentata un paio di mesi prima in Bosnia da parte di un gruppo estremista facente capo agli ustaša, la Fratellanza rivoluzionaria croata (HRB), conclusosi con il massacro di diciannove dei loro esponenti, liquidati «dalla milizia popolare e dalla popolazione infuriata». Di questi fatti ha parlato diffusamente il giornalista Augusto Livi, in un articolo su Paese Sera del 5/7/72, riprendendo un articolo del giornale jugoslavo Borba, sulle accuse fatte dal governo jugoslavo ad «alcuni paesi stranieri di tollerare nei loro territori l’addestramento di criminali». Borba scriveva anche che «coloro che erano infiltrati in territorio jugoslavo erano dei criminali che avevano appreso a diffondere il terrore e ad uccidere in alcuni paesi europei e in altri d’oltremare»; paesi che, sempre secondo il giornale jugoslavo «insistono nel sostenere di essere dei paesi democratici» ma nei quali «le autorità non hanno mai sollevato obiezioni al riconoscimento di associazioni di criminali di guerra dei tempi di Hitler». E che le esercitazioni ed i corsi di addestramento di quei criminali vengono fatte alla luce del sole ad esempio in Australia ed in Svezia, e molti paesi «lasciano libero passaggio sul loro territorio a questi criminali».
Del movimento ustaša scrisse Giacomo Scotti: «una lunga serie di attentati danno un marchio particolare al 1972, l’anno in cui Tito, deciso a stroncare finalmente un movimento separatista che fa capo ai vertici stessi del partito in Croazia (…) dopo un braccio di ferro durato parecchi mesi il 26/4/72 nell’assemblea generale dei comunisti della Croazia i leaders scissionisti vengono sconfitti» [3].
Il tentativo insurrezionale fallito in Bosnia a fine giugno 1972 sembra quindi quasi un colpo di coda del movimento, avvenuto dopo la morte del leader Jelić (31/5/72) e questo isolamento politico dei nazionalisti interni al partito comunista jugoslavo: ma è a questo punto che, secondo il giornalista de l’Unità, Trieste poteva diventare un “rifugio” per gli ustaša.
Infine facciamo un salto avanti nel tempo: nell’aprile del 1976 fu arrestato, a Bologna dove viveva, Francesco Donini, vicino ad ambienti ordinovisti (definito «segretario-autista dell’ordinovista avv. Marcantonio Bezicheri» dal giornalista Angelo Scagliarini [4]) ma anche «segretario generale dell’Unione Sociale Nazionale, segretario nazionale del Movimento Ricostruzione Nazionale, direttore del giornale Italia e popolo organo del socialismo nazionale, nonché (…) direttore del Comitato italo-croato del Libero Governo di Fiume o, come indicato da altro giornale, del Governo provvisorio di Fiume». L’arresto avvenne a seguito della sentenza di condanna del Tribunale jugoslavo di Spalato «per importazione, detenzione ed esportazione di esplosivi e per concorso, con due cittadini stranieri, nel tentativo di compiere atti terroristici in Jugoslavia depositando in varie località della Dalmazia diciassette ordigni esplosivi» [5].
Concludiamo dicendo che nel corso di un interrogatorio reso il 12/10/92 Donini, confermò di essere stato «fonte del servizio segreto militare dal 1967 al 1971» di avere iniziato a collaborare con i servizi nel 1951, e di avere cessato la collaborazione dopo l’arresto subito. «Credevo di avere un’“assicurazione” invece nel 1976 venni arrestato per un traffico d’armi con dei croati» [6], specificò agli inquirenti.
Claudia Cernigoi, aprile 2023.
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