Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ETS – 15/07/2025
In questo giorno di 75 anni fa, il 27 giugno 1950, abbandonando il concetto del modello sovietico di socialismo di Stato, soprattutto dopo il conflitto con Stalin del 1948, la Jugoslavia di Tito, guidata dall’idea marxiana delle “fabbriche agli operai”, nell’Assemblea nazionale della RFPJ [Repubblica Federale Popolare di Jugoslavia, primo nome del paese dopo la II G.M.] approvò la “Legge fondamentale sulla gestione delle imprese statali e delle associazioni economiche superiorida parte dei collettivi di lavoro” popolarmente chiamata “Legge sull’autogestione operaia”, come modello dapprima economico e poi sociale.
Pochi mesi prima, il 29 dicembre 1949, era stato formato il primo Consiglio Operaio presso il cementificio “Prvoborac” di Salona [Solin presso Spalato], come inizio del processo di passaggio della gestione dell’azienda ai lavoratori e di separazione tra Stato ed economia, che creava i prerequisiti per l’attuazione della grandiosa idea di Marx di estinzione dello Stato con l’avvento al potere del proletariato, in linea con le linee guida ideologiche di Tito e con gli sviluppi teorici e pratici di Edvard Kardelj e altri, e in seguito con il grande contributo alla teoria e alla pratica dello scienziato Branko Horvat, che allontanava significativamente la Jugoslavia socialista dal modello sovietico di socialismo.
In quei giorni, Tito dichiarò: “La formazione del primo Consiglio Operaio presso il cementificio “Prvoborac” di Salona ha segnato l’inizio di una nuova fase nello sviluppo della nostra società e nella lotta per la conquista del potere diretto della classe operaia”.
Ricordiamo: il termine “Consiglio Operaio” fu menzionato per la prima volta nel nostro Paese in un discorso di Edvard Kardelj nel maggio del 1949, meno di un anno dopo la rottura con il Cominform, e segnò l’inizio della prassi secondo cui i lavoratori che lavoravano con mezzi di produzione sociali, oltre alle loro mansioni lavorative, si assumevano la responsabilità del funzionamento e dello sviluppo complessivo della fabbrica. Si trattava di una nuova forma storica di attività rivoluzionaria continua, designata con il nome sintetico di autogestione.
Dopo sei mesi, il 27 giugno 1950, l’Assemblea Nazionale della RFPJ approvò la “Legge sull’Autogestione Operaia”. Concepita solo a livello produttivo, seguì presto anche a livello sociale. Grazie all’autogestione e al decentramento, i Consigli Operai avevano ampi poteri nella gestione, prendendo le decisioni più importanti sull’attività dell’azienda, sui suoi scambi commerciali, le nomine e revoche dei Consigli di Amministrazione e altro ancora. Tuttavia, il ruolo dei Consigli Operai nella gestione dell’economia fu spesso negato, e autogestione e decentramento assunsero piuttosto la funzione di scardinare e ammorbidire il sistema amministrativo sclerotizzato del socialismo. L’introduzione dell’autogestione non incontrò il sostegno unanime degli organi locali del partito, che attribuirono ai Consigli Operai solo un ruolo consultivo nelle aziende, misero in discussione il ruolo dei sindacati e temettero di perdere parte del proprio potere, quindi l’intenzione di separare lo Stato dall’economia introducendo l’autogestione non fu mai pienamente attuata.
La struttura dirigente del Partito Comunista di Jugoslavia era ossessionata dall’abbattimento della burocrazia, così negli emendamenti alla Legge Costituzionale approvati il 13 gennaio 1953, introdusse le Tre D: “Deburocratizzazione, democratizzazione, decentralizzazione” e un’Assemblea Nazionale bicamerale con un Consiglio Esecutivo Federale (SIV) e un Consiglio dei Produttori, composto da rappresentanti dei Consigli Operai, istituzionalizzando così la dittatura del proletariato di Marx.
Inoltre, dopo l’introduzione dell’autogestione in economia, ci fu una riforma dell’autogoverno locale con il nome di AUTOGOVERNO SOCIALE, e da allora l’intero sviluppo socio-economico e politico in Jugoslavia si è basato sul concetto di autogestione, discostandosi completamente dalle politiche e dalle pratiche del blocco orientale.
Esso fu uno degli eventi più significativi nella storia non solo del movimento operaio, ma dell’intera umanità. Il grandioso e umanistico progetto dei comunisti jugoslavi, volto alla liberazione dell’essere umano, fu, si potrebbe dire, altrettanto vittorioso della Lotta di liberazione nazionale contro gli occupanti fascisti e i traditori interni, un evento che, dopo la controrivoluzione e la cosiddetta transizione degli anni Novanta, è stato completamente cancellato dalla memoria collettiva della società e dallo studio storico della Jugoslavia che su di esso si basava.
Il sistema di autogestione operaia e sociale suscitò grande interesse in tutto il mondo. Alcuni paesi del Terzo Mondo erano interessati ad attuarlo, mentre in Occidente era percepito come una crescente minaccia alle fondamenta della cosiddetta “democrazia occidentale”.
Tutte le critiche e le negazioni sempre più frequenti dell’essenza positiva di questo modello di autogestione, un tempo ampiamente elogiato, provengono proprio da quegli ambienti di politologi, sociologi o economisti che vi scorgono un pericolo fondamentale per l’essenza del capitalismo – per l’eccessivo potere sociale dei lavoratori, poiché l’autogestione ha dimostrato, pur con tutti i suoi difetti e mancanze, che i lavoratori possono fare a meno dei capitalisti.
Così come a partire dagli anni ’90 abbiamo assistito a una revisione accanita della storia recente, anche l’autogestione subisce lo stesso lavoro sporco e dannoso da parte di interpretazioni maligne che la definiscono un “progetto fallito”.
Eppure, con le necessarie correzioni al passo con i tempi, l’autogestione rimane una guida permanente verso il progresso sociale nella liberazione dell’uomo dallo sfruttamento.
Pertanto, il messaggio ai lavoratori è: con coscienza di classe, solidarietà tra lavoratori e processi di autogestione, spezzate le catene del capitale, realizzando prospettive per una vita e un lavoro degni dell’uomo; raccoglietevi attorno a quella bandiera, perché i capitalisti non possono fare a meno dei lavoratori, mentre i lavoratori possono fare a meno dei capitalisti.
Lo hanno dimostrato con l’autogestione!
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