Ambasciata della Federazione Russa in Italia – 04/08/2025
– Oggi che i rapporti con l’Unione Europea sono deteriorati, per Lei e per tutto il Suo corpo diplomatico, quant’è più difficile lavorare? Cos’è cambiato per voi?
Da sempre, nei tempi più lontani o dopo la Seconda guerra mondiale, oppure nel periodo più recente della storia russa, l’Ambasciata della Russia in Italia non ha mai lamentato la mancanza di lavoro. Ad eccezione di una pausa, che in termini storici risulta breve, caso ha voluto che le questioni di competenza dell’Ambasciata abbiano sempre avuto un carattere prevalentemente costruttivo e creativo. Anche negli ultimi tre anni, c’è stato molto lavoro, ma è del tutto mutato a causa della dura contrapposizione tra Russia e Occidente dovuta al conflitto in Ucraina.
Certamente, in questi tre anni, nell’establishment italiano, non si sono verificati significativi cambiamenti e, in sostanza, continuiamo a vedere le stesse persone. Con un piccolo dettaglio… Successivamente al COVID, l’élite italiana è stata esposta a due nuovi virus: la russofobia e l’ucrofilia. Nella loro sinergia, estrambe queste piaghe assumono forme particolarmente aggressive e portano a conseguenze molto deprimenti sia nell’àmbito dei processi politici interni, sia sulla scena internazionale. Di conseguenza, nelle condizioni attuali, anche gli interlocutori immuni a questi flagelli preferiscono isolarsi per non venir contagiati, per salvaguardare le proprie convinzioni e conservare il buon senso.
Nel complesso, la leadership italiana rimane ancora ermeticamente chiusa a tutti i livelli ai contatti ufficiali coi rappresentanti della Russia: si ha l’impressione, a volte, che stia adottando un approccio che ricorda quello del capo del regime di Kiev Zelensky, il quale si è imposto da solo il divieto di negoziare a qualsiasi titolo con la Russia.
– Qual è oggi, tendenzialmente, l’atteggiamento dell’Italia nei confronti della Russia? Si è allineata alla linea militaristica di Bruxelles o sta cercando di mutare rotta?
Da tempo, in Italia, hanno scordato le parole pronunciate in Parlamento negli anni Cinquanta dal Presidente partigiano, dal celebre politico e protagonista della Resistenza italiana Sandro Pertini. All’epoca, quando si discuteva sull’adesione dell’Italia alla NATO, Pertini si era opposto categoricamente, dicendo: «La NATO è uno strumento di guerra». La frase, pronunciata allora e molto saggia, è rimasta attuale in tutti gli anni in cui la NATO esiste come organizzazione.
Purtroppo, mancano oggi in Italia politici di quel calibro. L’attuale leadership italiana non si stanca di ribadire come un mantra la propria fedeltà alla NATO e la propria disponibilità a eseguire tutto ciò che, da questa organizzazione aggressiva e distruttiva, consegue.
L’appartenenza alla NATO è considerata una costante della posizione dell’Italia in politica estera. Tutto ciò che viene assunto a livello di NATO diviene per l’Italia un diktat.
Ciò vale anche per l’aumento – dal 2% al 5% del PIL – delle spese militari. Per l’Italia, ciò implica una vera e propria catastrofe economica; deve, infatti, trovare una somma che, stando a stime diverse, ammonta a 700 miliardi di euro, fermo restando che il PIL italiano è di circa 2,5 trilioni di euro.
Si può ipotizzare che questi fondi si possano trovare solo revisionando l’intero sistema di formazione del bilancio italiano in favore del settore militare: in buona sostanza, a scapito dei settori civili dell’economia e della sfera sociale.
Va detto che in Italia sono in pochi a credere che sia indispensabile agire così a causa di una minaccia da parte della Federazione Russa. Molti si chiedono, infatti: «A che titolo dovremmo sacrificare qualcosa per comprare più carri armati, più sistemi missilistici, più mortai, e costruire più incrociatori e più sottomarini?». Le autorità non cessano di ripetere che è necessario per essere pronti a respingere l’invasione russa. È una pura menzogna. A Mosca nessuno ha mai espresso intenzioni aggressive nei confronti della NATO o dell’UE. Questa fake serve ad argomentare la necessità di sborsare soldi e di predisporsi a una guerra su vasta scala.
Naturalmente, in Italia, la psicosi non ha ancora raggiunto i livelli dei Paesi Baltici o della Svezia. L’imposizione delle spese enormi che il governo dovrà sostenere nei prossimi anni incontrerà la resistenza della popolazione italiana e di alcune cerchie politiche.
– A quanto pare, il conflitto va intensificandosi e Bruxelles coinvolge anche l’Italia. C’è, all’interno della società italiana, qualche forma di resistenza a questa politica?
Non c’è consenso, ma – se si considera il “termometro sociale” – la stragrande maggioranza degli italiani ha comunque opinioni più sobrie e pacifiche rispetto ai funzionari della NATO e della UE. Molti pensano che l’attuale momento di duro scontro tra Occidente e Russia sia transitorio e che la risoluzione della crisi ucraina, in un modo o nell’altro, implicherà un rapido ripristino delle relazioni.
Questa posizione è espressa, talvolta, anche da esponenti dell’establishment italiano. Ci dicono con sottile scaltrezza: «Con voi non abbiamo problemi, per noi è tutto ok, basta che la crisi abbia fine; in qualche modo la risolveremo e tutto tornerà come prima».
Ovviamente, non sarà più come prima. Tuttavia, come Ambasciata, restando realisti, noi ci affidiamo in larga misura alla fascia piuttosto ampia dei cittadini italiani che nutrono simpatia per la Russia, che auspicano di superare i problemi al più presto e di tornare a un dialogo normale tra Roma e Mosca.
– Qual è la posizione dell’Italia riguardo agli attacchi profondi sul territorio russo e alle forniture dei missili Storm Shadow? Ci sono state discussioni serie a riguardo. Cosa vuole davvero l’establishment italiano?
Alla questione delle forniture di armi italiane all’Ucraina, il governo italiano guarda con una certa sensibilità. Roma ha completamente secretato tutto ciò che concerne le forniture di armi all’Ucraina. In pratica, non ci sono più materiali attendibili di pubblico dominio sulla natura degli aiuti militari italiani all’Ucraina.
Ciononostante, è noto che il volume complessivo è di circa 3-4 miliardi di euro: queste forniture rappresentano un volume piuttosto consistente di armi letali, comprese armi pesanti. In pratica, ogni due o tre mesi, la leadership italiana approva un’ennesima fornitura di armi e attrezzature militari per l’Ucraina. Proprio adesso, stando ad alcune indiscrezioni, è in preparazione il dodicesimo pacchetto di “aiuti”.
D’altro canto, non facciamo che sentire continuamente dichiarazioni rassicuranti da parte delle autorità sul fatto che l’Italia non si trova in guerra con la Russia, che non intende inviare i propri militari sul territorio ucraino, nella zona del conflitto, e che non permette alle autorità ucraine di utilizzare le armi fornite per sferrare attacchi sul territorio riconosciuto della Federazione Russa. È questa la specificità che tentano di presentare come circostanza attenuante riguardo al coinvolgimento nel conflitto, a fianco dell’Ucraina, della “Roma ufficiale”.
Penso, tuttavia, che – nonostante la supposta moderatezza della posizione italiana rispetto ad altri Paesi, ad esempio quelli che fanno parte della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” – in realtà, non ci si deve fidare troppo, poiché, nel corso di lunghi anni, i Paesi dell’Occidente collettivo, Italia compresa, hanno tentato molto spesso di presentare la propria posizione e le proprie azioni in una luce migliore, più amichevole, di quanto fosse in realtà. In questo momento, non ci si può fidare per nulla dei nostri ufficiali interlocutori italiani.
– Che conseguenze hanno per l’Italia i nuovi dazi di Donald Trump e perché Giorgia Meloni tace?
La leadership italiana valuta in modo abbastanza positivo quest’accordo [quello tra Stati Uniti e UE, NdR], pur con alcune riserve. Da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni e di altri esponenti di spicco della leadership italiana, era difficile aspettarsi una reazione che non fosse positiva.
Fin dai primi giorni della presidenza di Donald Trump, la leadership italiana ha puntato su stretti rapporti di fiducia da instaurare con la nuova amministrazione americana, utili a supportare l’Italia nel turbolento contesto geopolitico e geoeconomico attuale.
Negli ultimi tempi, abbiamo sentito spessissimo dichiarare dai massimi vertici italiani che è indispensabile preservare l’unità dell’Occidente collettivo. Roma ha proposto l’Italia come mediatore per evitare la frattura che si era profilata tra l’UE e Washington.
Per ora, non l’Italia non si esprime ancora su quanto sarà tenuta a pagare affinché l’accordo funzioni. Già si sentono obiezioni, da parte di alcune associazioni e di singoli imprenditori, per l’impatto negativo che questi accordi avranno sulle regioni italiane, su alcuni settori dell’economia e su alcune singole aziende.
Ormai da tempo, del resto, sono in pochi a rilevare criticamente che l’allineamento incondizionato a Washington costa caro all’Italia e alla sua popolazione. Tuttavia, ora che le regole vengono stabilite, de facto, in via unilaterale dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il peso delle “relazioni speciali” con il Nordamerica potrebbe rivelarsi per l’Italia insostenibile.
— Recentemente abbiamo parlato con due imprenditori italiani. Uno di loro aveva pianificato un’attività in Russia, fallita a causa delle sanzioni. L’altro esportava in Russia guanti e altri costosi articoli in pelle. Entrambi affermano che prima sono state le sanzioni a “tagliarli fuori” dalla Russia e che ora vengono “tagliati fuori” anche dagli Stati Uniti. Ma il governo italiano, con queste misure, dove sta relegando i suoi stessi cittadini?
Le sanzioni antirusse hanno già una loro storia. Come noto, già nel 2014 erano state introdotte le prime sanzioni. Per l’Italia, l’effetto delle sanzioni implica, in primo luogo, perdere il vantaggio competitivo offerto dalla possibilità di ottenere energia a basso costo dalla Russia, ovvero, di usufruire dei gasdotti, le cui forniture erano già state avviate negli anni Sessanta e Settanta. Ciò consentiva di regolare il bilancio energetico, in modo da non aumentare eccessivamente i prezzi interni del carburante e dell’energia elettrica, o di mantenerli comunque a livelli accettabili. Oggi l’Italia, per costo dell’energia elettrica, occupa il primo posto tra i Paesi occidentali.
È difficile valutare quanto l’Italia abbia perso in questi anni di politica antirussa, ma che le sanzioni abbiano causato ulteriori difficoltà economiche al Paese non desta a nessuno il benché minimo dubbio.
A partire dal 2022, il governo italiano ha esercitato forti pressioni sulle proprie imprese, invitandole ad abbandonare il mercato russo, a ridurre le relazioni con la Russia e a cercare altri sbocchi per la propria attività economica, indicando come fondamentale priorità il mercato statunitense.
E ora molte aziende che hanno creduto alle autorità si sono ritrovate in una nuova “trappola”: infatti, a causa dei dazi di Trump, il mercato americano a cui si erano riorientate diventa per loro inaccessibile.
– È curioso che, nonostante le sanzioni, il commercio cresca continuativamente grazie alle importazioni parallele. Significa che gli italiani cercano in tutti i modi di entrare nei nostri mercati?
Vorrei dissuadere dal vedere in tinte troppo rosee il quadro reale e dal nutrire illusioni a riguardo. L’analisi del commercio con l’Italia mostra una tendenza costante al calo. Se ci sono picchi mensili, nel complesso, siamo pronti a riconoscere che – a causa della politica dell’attuale leadership italiana – il nostro commercio con l’Italia potrebbe ridursi in definitiva a cifre piuttosto illusorie. Quindi, i prodotti col marchio “Made in Italy”, probabilmente, avranno in Russia un destino poco invidiabile.
Attualmente l’Italia si colloca tra il trentesimo e trentunesimo posto tra i partner commerciali ed economici della Russia. Ben le sta, evidentemente.
– Cosa di dice l’annullamento del concerto di Valerij Gergiev in Italia?
La cancellazione del concerto del maestro Valerij Gergiev è senza dubbio un’emblematica manifestazione di russofobia e di concreta applicazione del concetto di cancellazione della cultura. Con questa decisione, la leadership italiana, il Presidente Mattarella e la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni – i quali in passato si erano ripetutamente opposti alla cancellazione della cultura russa e, in occasione dell’apertura della stagione 2022 al Teatro alla Scala con l’opera “Boris Godunov”, avevano esibito la propria tolleranza – hanno smentito se stessi.
Cos’è accaduto? Hanno avuto paura del grande direttore d’orchestra russo che, in un momento difficile per la Russia, sullo sfondo di una pressione senza precedenti da parte dell’Occidente, ha deciso di restare con la sua Patria e col suo popolo? O forse non gradivano l’immagine di un grande Paese e della sua cultura, impersonata dall’eccezionale Maestro russo? O davvero, magari, non sono riusciti a opporsi a un piccolo manipolo di politici di secondo piano con tendenze russofobe e agli immigrati della diaspora ucraina che li incitavano?
Sullo sfondo di questo evento scandaloso, vale la pena menzionare un altro fenomeno ripugnante. Non potendo cancellare la cultura russa – che è parte integrante della cultura europea e mondiale – si sta tentando di distinguere su base politica coloro che la rappresentano: chi ha scelto di rimanere in Patria, per lo più, viene emarginato, mentre chi ha deciso di trasferirsi in Occidente viene accolto con ogni favore e cinicamente sfruttato contro il suo stesso Paese.

