Dal cibo alle comunità: quando le filiere diventano inclusive

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Ufficio stampa Francesco Verdolino

 

Cooperative e imprese sociali nate da migranti e braccianti che, grazie alla produzione di cibo biologica e agroecologica, e a condizioni di lavoro legali e dignitose, contribuiscono a economie locali più giuste e costruiscono intorno a se’ comunità più solidali e  più accoglienti. Non sono un’utopia ma concrete storie di successo al centro del dossier Cittadini Protagonisti di Filiere Agroalimentari Solidali e Sostenibili di MigreRETE, progetto promosso da ARCS – Arci Culture Solidali APS in collaborazione con ReOrient, FairWatch, Nonna Roma e Slow Food, con il sostegno dell’8×1000 della Chiesa Valdese. L’iniziativa verrà presentata sabato 27 settembre nell’ambito del festival Multi, in corso a Roma, nella cornice multietnica di piazza Vittorio, dalle 16 alle 17 .

Curato da Giulio Iocco di ReOrient-Fair Watch con la collaborazione e supervisione scientifica di Riccardo Troisi (Università di Roma Tor Vergata), il dossier raccoglie esperienze e buone pratiche da diverse regioni italiane, da piccole cooperative e imprese sociali a reti locali, mostrando come sia possibile costruire economie più giuste e partecipative, in cui cittadini e produttori diventano protagonisti di un reale cambiamento culturale ed economico. “Un lavoro di ricerca unico in Italia – spiegano i promotori dell’iniziativa – che pone al centro il protagonismo dei produttori migranti nelle filiere agroalimentari etiche, valorizzando esperienze di solidarietà, sostenibilità e inclusione sociale. Il dossier diventa, in questo ambito, uno strumento indispensabile per chi sceglie un consumo critico e consapevole”.

Tra le esperienze raccontate nel dossier troviamo la cooperativa sociale Barikamà, nata a Roma nel 2014, che ha le sue radici nella rivolta di Rosarno del 2010, quando molti braccianti africani fuggirono dalla Calabria in cerca di condizioni migliori. Alcuni arrivarono nella capitale senza lavoro né un tetto, trovando sostegno in reti solidali locali. Da questa esperienza nacque l’idea di produrre yogurt artigianale da vendere nei mercati contadini, trasformando fragilità in opportunità. Oggi Barikamà conta una decina di soci – giovani migranti e due lavoratori italiani con sindrome di Asperger – produce yogurt, coltiva verdure e gestisce un chiosco-bar nel Parco Nemorense, diventando un vero laboratorio sociale che unisce migrazione, inclusione e resilienza.

La cooperativa Dokulaa, invece, è nata poco dopo la pandemia. In quel periodo difficile Manuela, Saikou, Mamadou e Karuna, i quattro soci fondatori, si trovarono tutti a Catania senza lavoro. Decisero di cercare un nuovo impiego in campagna, ma tutto ciò che riuscivano a trovare era lavoro a cottimo, in condizioni di grande precarietà e con una paga bassissima. Così hanno unito risorse e competenze e hanno fondato la cooperativa che inizialmente si occupava principalmente della raccolta su terreni di proprietà altrui, spesso amici. Grazie anche a un servizio trasmesso dalla televisione regionale, la cooperativa ha iniziato a ricevere proposte per gestire terreni incolti in comodato d’uso. Nell’ultimo anno, la cooperativa ha investito nella creazione di orti con l’obiettivo di partecipare ai mercati locali e avviare un’attività di distribuzione settimanale di ceste di prodotti nella città di Catania.

Il dossier del progetto MigreRETE mostra come sia possibile autorganizzarsi per contrastare lo sfruttamento e il caporalato, garantire una giusta remunerazione per chi lavora la terra, promuovere pratiche di agroecologia, ma per crescere e incidere davvero, è necessario un sostegno concreto da parte delle politiche pubbliche e delle strategie locali per il cibo. “Con MigreRETE – sottolineano i promotori – stiamo tracciando i contorni di una filiera agroalimentare non solo sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico, ma capace anche di generare giustizia sociale e inclusione. Ora è fondamentale che istituzioni e comunità locali, consumatori responsabili e reti solidali raccolgano questa sfida, affinché queste pratiche possano crescere e incidere concretamente sulle economie territoriali”.

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