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[SinistraInRete] Domenico Moro: Israele, l’ultimo stato colonialista europeo

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Rassegna – 06/10/2025

 

 

Domenico Moro: Israele, l’ultimo stato colonialista europeo

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Israele, l’ultimo stato colonialista europeo

di Domenico Moro

Ragazzini 1.jpgDi fronte al genocidio del popolo di Gaza in diretta televisiva mondiale ormai da due anni, accompagnato dalla violenza e dagli espropri contro i palestinesi in Cisgiordania, l’opinione pubblica mondiale ha espresso un’ampia condanna. Non è soltanto l’opinione pubblica dei paesi musulmani e del Sud del mondo a esprimere condanna nei confronti di Israele, ma anche, sempre di più, quella del Nord, a partire da quegli stati che hanno sempre appoggiato Israele, come gli Usa e l’Europa occidentale. Ne sono esempi emblematici le mobilitazioni degli atenei statunitensi di qualche mese fa e, da ultime, le grandi mobilitazioni popolari a favore dei palestinesi, avvenute in Italia tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre.

Per quasi due anni rimasti praticamente inerti dinanzi ai massacri e consapevoli del pericolo di perdere il loro residuo prestigio nei confronti non solo del mondo musulmano ma anche del proprio elettorato, diversi governi dell’Occidente si sono decisi almeno a riconoscere lo Stato di Palestina. All’interno dell’Occidente si è così determinata una spaccatura: da una parte Francia, Regno Unito, Canada, Spagna, Australia e altri ancora, che riconoscono lo Stato palestinese, da un’altra parte Stati Uniti, Germania, Italia e altri che rifiutano di farlo. Ad oggi sono 150 su 193 gli stati dell’Onu che hanno riconosciuto la Palestina, certificando il sempre più marcato isolamento internazionale di Israele.

Certamente il riconoscimento ha un valore soprattutto simbolico, dinanzi ai bombardamenti e al blocco dei rifornimenti alimentari. Inoltre, è tardivo, giungendo in un momento in cui ulteriore territorio palestinese della Cisgiordana è annesso da parte di Israele, e il piano cosiddetto di “pace” di Trump prevede l’istaurazione di una sorta di “mandato coloniale” su Gaza. Inoltre, è una misura debole, in quanto, con la parziale eccezione della Spagna, non è accompagnato da adeguate sanzioni e dal blocco delle relazioni commerciali, a partire da quelle che riguardano la compravendita di armamenti. Nonostante ciò, i virulenti attacchi da parte di Israele contro i paesi che hanno riconosciuto lo Stato palestinese dimostrano che tale riconoscimento non è del tutto inutile.

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Roberto Fineschi: Riflessioni a partire dallo sciopero

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Riflessioni a partire dallo sciopero

di Roberto Fineschi

dmnvknmyfI. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe

Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato.

La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto.

La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (e il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.

Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.

Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.

La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).

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Emmanuel Todd: La disgregazione dell’Occidente: le minacce

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La disgregazione dell’Occidente: le minacce

Prefazione all’edizione slovena

di Emmanuel Todd

ldskvnkkfvbLa perversità di Trump si manifesta in Medio Oriente, il bellicismo della NATO in Europa.

Su richiesta del mio editore sloveno, ho appena scritto una nuova prefazione a La sconfitta dell’Occidente, che ritengo necessario pubblicare immediatamente su Substack. La minaccia di un aggravamento di tutti i conflitti si sta concretizzando. In questo testo si trova un’interpretazione schematica e provvisoria, ma aggiornata, dello sviluppo della crisi che stiamo vivendo. Questo testo è di fatto la conclusione della mia ultima intervista con Diane Lagrange su Fréquence Populaire: « Vittoria della Russia, isolamento e frammentazione della Francia e dell’Occidente ».

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Dalla sconfitta alla disgregazione

A meno di due anni dalla pubblicazione in francese di La Défaite de l’Occident, nel gennaio 2024, le principali previsioni del libro si sono avverate. La Russia ha resistito militarmente ed economicamente allo shock. L’industria militare americana è esaurita. Le economie e le società europee sono sull’orlo dell’implosione. Ancor prima del crollo dell’esercito ucraino, è stata raggiunta la fase successiva della disgregazione dell’Occidente.

Sono sempre stato contrario alla politica russofoba degli Stati Uniti e dell’Europa, ma, in quanto occidentale legato alla democrazia liberale, francese formatosi nella ricerca in Inghilterra, figlio di una madre rifugiata negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, sono sconvolto dalle conseguenze che la guerra condotta senza intelligenza contro la Russia avrà per noi occidentali.

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Fulvio Grimaldi: Un popolo di navigatori. Spunti di riflessione

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Un popolo di navigatori. Spunti di riflessione

Paolo Arigotti intervista Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=YJugVKAw37k&feature=youtu.be

Sostieni la Palestina quando combatte, o solo quando sanguina?

Quello cha succedendo nell’emisfero del capitalismo ultraprivatista, guerrafondaio, fascistizzante, agli ordini di un buzzurro incolto e psicolabile e di suoi famuli europei a lui appesi in armi per sopravvivere, viene definito un miracolo. E lo sembra, sempre a chi fa professione di spiritualismo, meglio detto spiritismo, specialisti i bigotti. Ai laici non risulta che ci siano miracoli, ma solo eventi sorprendenti, non attesi, neppure immaginati. Lo sono spesso i colpi di testa della Storia.

Come questo, che ha per simbolo la Flotilla per Gaza e per tema e spazio di manovra la Palestina, stavolta, alla faccia di ignavi, utili idioti, cacasenno, “giaguari” e loro amici, protagonista mondiale.

Da ultra-attempato testimone di ricorsi storici, mi posso permettere di dire che sembrerebbe di trovarsi a un fenomeno affine a quello sviluppatosi tra 1968 e 1977, prima che con la scaltra operazione BR finte, i padroni riuscissero a spazzare via tutto. E a tenere eventuali risvegli sotto controllo tramite le Operazioni Paura AIDS, Paura Terrorismo Islamico, Paura Pandemie, Paura Clima, Paura ri-Terrorismo non solo islamico, Paura Putin.

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Thomas Fazi: Per cosa sta combattendo l’Ucraina?

Per cosa sta combattendo l’Ucraina?

di Thomas Fazi

Come si spiega la strategia apparentemente “suicida” dell’Ucraina negli ultimi tre – o meglio undici – anni? La risposta più convincente è che, dal 2014, l’Ucraina non è stata principalmente impegnata in un progetto di costruzione nazionale, né ha agito in modo coerente nel proprio interesse nazionale. Ha piuttosto funzionato come un proxy delle potenze euro-atlantiche, che hanno strumentalizzato l’Ucraina come ariete contro la Russia. In questo processo, queste stesse potenze hanno contribuito a rafforzare e potenziare le forze ultranazionaliste all’interno dell’Ucraina, assicurando che qualsiasi leader politico incline al compromesso o alla riconciliazione con Mosca avrebbe dovuto affrontare una resistenza interna insormontabile. Ne è emerso un sistema politico in cui il perseguimento degli obiettivi strategici occidentali ha avuto la precedenza sul perseguimento della stabilità e della coesione dell’Ucraina stessa, una traiettoria che si è rivelata catastrofica per il Paese e il suo popolo.

* * * *

La risposta potrebbe sembrare ovvia: sta combattendo per riconquistare i territori perduti, quelli che si sono separati nel 2014 (Donetsk e Luhansk, successivamente annessi dalla Russia), così come quelli che sono stati annessi dalla Russia nel 2022 (Kherson e Zaporizhzhia), tutti oggi in gran parte, anche se non interamente, sotto il controllo militare russo.

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comidad: Da Eltsin a Milei: i fallimenti del FMI sono i suoi successi

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Da Eltsin a Milei: i fallimenti del FMI sono i suoi successi

di comidad

La storia dei droni e jet di Putin sulla Polonia e sull’Estonia ha suscitato in molti una struggente nostalgia per i bei tempi di una volta, quando gli UFO venivano avvistati nei cieli e gli ufologi erano chiamati a illuminarci su cosa accadeva. La narrativa ufologica, pur ricca di aneddotica, alla fine però rimandava sempre al mistero, come i telefilm della serie “X Files” che, dopo tanto narrare, lasciavano quasi tutte le domande in sospeso. Di Putin invece, grazie ai nostri media, sappiamo tutto: i piani strategici, i desideri repressi, i pensieri nascosti, le intenzioni recondite e i sogni segreti; ma, soprattutto, ne conosciamo alla perfezione la cartella clinica, di cui non ci sfugge nulla. Massimo D’Alema era stato messo alla gogna a causa della sua presenza alla sfilata militare di Pechino per celebrare la vittoria sul Giappone nella seconda guerra mondiale; ma lo scaltro D’Alema ha trovato il modo di rilanciare le sue quotazioni offrendo in pasto ai media la notizia da loro più ambita, cioè succosi dettagli, da lui raccolti in prima persona, sul precario stato di salute di Putin.

L’euforia mediatica per la prospettiva di un Putin moribondo rientra comunque nel mito costruito attorno al personaggio, come se l’eccezionalità, in positivo o in negativo, appartenesse alla sua figura e non a quella del suo predecessore, Boris Eltsin, il russo più amato dal Fondo Monetario Internazionale, e quindi dai media euro-americani. Noto ai più per il suo alcolismo e per il bombardamento del parlamento russo, Eltsin ha caratterizzato la sua presidenza appunto per il rapporto speciale da lui intrattenuto con il FMI, di cui era un beniamino e da cui ha ricevuto direttive e prestiti.

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Federico Giusti: Crisi dell’egemonia Usa e vittime sacrificali per la salvezza del sistema capitalistico

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Crisi dell’egemonia Usa e vittime sacrificali per la salvezza del sistema capitalistico

di Federico Giusti

È indispensabile analizzare l’ascesa di Trump e la sua elezione non solo come fattore interno agli Usa ma intrinseco alla nuova stagione capitalistica. In caso contrario ricondurremmo le decisioni Usa sui dazi, sulla Nato, sulle guerre, sulla finanza a scelte umorali del Presidente senza riferimento alcuno agli interessi materiali che determinano obiettivi economici, politici e geo strategici ben definiti.

Secondo Maurizio Lazzarato “Trump politicizza ciò che il neoliberalismo aveva cercato di depoliticizzare: non è più l’«oggettività» del sistema di mercato, delle leggi finanziarie a comandare, ma l’azione di un «signore» che decide in modo arbitrario le quantità di ricchezza che ha diritto di prelevare dalla produzione dei suoi «servi».Così, oggi, il capitalismo non ha più bisogno, come un tempo, di affidare il potere ai fascismi storici, perché la democrazia è utilizzata a propri fini, fino a produrre e riprodurre guerra, guerra civile, genocidio. I nuovi fascismi sono marginali rispetto ai fascismi storici e, quando accedono al potere, si schierano immediatamente dalla parte del capitale e dello Stato, limitandosi a intensificare la legislazione autoritaria e repressiva e agendo sull’aspetto simbolico-culturale”.

https://www.ambienteweb.org/2025/09/25/sinistra-in-rete-maurizio-lazzarato-gli-stati-uniti-e-il-capitalismo-fascista/

Per cogliere il rapporto tra capitalismo e guerra gli scritti di Lenin, risalenti a oltre un secolo fa, mantengono una struggente attualità, a distanza di anni pensiamo che quanto avvenuto con la crisi del 2008 sia stato analizzato poco e compreso ancora meno.

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Alessandro Gatto: Le guerre che ti vendono, manipolazione e propaganda in Ucraina e altrove

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Le guerre che ti vendono, manipolazione e propaganda in Ucraina e altrove

di Alessandro Gatto

I media mainstream provano ossessivamente a far credere alla gente che la guerra in Palestina sia iniziata il 7 ottobre 2023. A questa panzana si contrappone un diffuso sentimento popolare che fa da argine alla disinformazione di Regime. Gli stessi media raccontano che la guerra in Ucraina sia iniziata il 24 febbraio 2022. A quest’altra panzana si contrappongono in molti meno.

Tra i primissimi a seguire e a raccontare la guerra in Ucraina – che era scoppiata otto anni prima rispetto a quando se ne accorse l’informazione mainstream occidentale – c’è Sara Reginella, una talentuosa e coraggiosa documentarista. Coraggiosa sia perché è stata più volte sul campo di battaglia con la sua cinepresa, ma anche perché non ha mai esitato ad andare contro i poteri forti e la loro propaganda.

Negli ultimi anni, la testimonianza di Reginella ha fatto da faro per molti che volevano sviluppare un pensiero critico sugli eventi. Con impeccabile metodo scientifico ha seguito e analizzato gli eventi in Ucraina e nel resto del mondo.

Lo ha fatto anche sfruttando le proprie competenze professionali (è una affermata e stimata psicologa), nonché quelle linguistiche, dato che parla russo ha modo di attingere anche ad altre fonti rispetto all’informazione omologata occidentale, avendo modo così di confrontare i diversi punti di vista.

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Enrico Grazzini: Attacco NATO alla Russia: rischio guerra e le illusioni del progressismo

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Attacco NATO alla Russia: rischio guerra e le illusioni del progressismo

di Enrico Grazzini

mkfhyervfL’Ucraina e la strategia americana per debilitare la Russia

L’Ucraina è sempre stata considerata come la leva principale per la disgregazione russa. Già negli anni novanta Zbigniew Brzezinski, nel suo libro più famoso, The Great Chessboard (La grande scacchiera1), auspicava l’allargamento della Nato a est, e in particolare all’Ucraina che era fondamentale per ridurre la Russia a potenza asiatica, non più europea. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter scriveva che la Russia senza l’Ucraina sarebbe stata una potenza castrata, non più una grande potenza euroasiatica ma solo una potenza regionale asiatica. L’Ucraina doveva diventare il bottino principale della Guerra Fredda vinta dagli USA. Questa strategia d’attacco si svolgeva proprio mentre la Russia postsovietica di Boris Yeltsin – come poi fece anche Vladimir Putin – cercava disperatamente l’alleanza alla pari con l’Occidente e stringeva addirittura una partnership con la Nato. Ma, come sappiamo, la Russia fu stupidamente respinta dall’Occidente. Fu l’amministrazione democratica Clinton a decidere di espandere la Nato a est e di inglobare i Paesi del Patto di Varsavia, suscitando la reazione ovviamente negativa dei governi russi e alimentando la reazione antioccidentale dei nazionalisti russi. Nello stesso tempo la Nato spinse anche l’Unione Europea ad accettare i paesi dell’est – Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia – come suoi membri a pieno titolo: ma questi paesi sono fortemente nazionalisti, privi di una radicata esperienza democratica e, per motivi storici, duramente anti-russi. Con l’allargamento a est l’Unione Europea perse qualsiasi connotazione democratica e ideale e divenne un’associazione divisa e impotente sul piano strategico. La Nato diventò così egemone sulla politica estera e militare europea, e sulle grandi strategie europee. Tuttavia, fino ai moti di EuroMaidan e alla cacciata del presidente filorusso Viktor Janukovyč, la Russia rimase comunque in buoni rapporti sia con la Nato che con l’UE. Ma con la sovversione di Janukovyč operata da Washington la guerra era sostanzialmente inevitabile.

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Andrea Fumagalli: Note sul libro di Michael Hardt “I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte”

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Note sul libro di Michael Hardt “I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte”

di Andrea Fumagalli

Settanta sovversivi 1.jpegLa tesi di Michael Hardt, presentata nel libro I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte, (Derive Approdi, Bologna, pp. 310, Euro 22,00) è molto semplice ed è già esposta nel titolo:

“Gli anni Settanta sono stati un decennio sovversivo. I politici e i loro generali, i capi della polizia e gli agenti dei servizi segreti, i giornalisti, gli intellettuali conservatori vedevano “sovversivi” dappertutto” (p. 5).

Ma cosa significa “anni sovversivi”? Secondo la Treccani, l’aggettivo “sovversivo” rimanda a due significati:

“1. Che tende a sovvertire l’ordine costituito di uno stato: dottrine, teorie s.; attività s.; propaganda s., delitto contro la personalità dello stato che consiste in un’attività di propaganda per l’instaurazione violenta di una dittatura o per il sovvertimento e la distruzione dell’ordinamento sociale; 2. Per estensione, che sovverte la tradizione, che tende a rivoluzionare e a sconvolgere uno stato di cose esistente”.

La prima definizione è quella che viene tradizionalmente attribuita agli anni Settanta, quindi un’accezione tendenzialmente negativa. Ancora oggi la vulgata dei media ancora si muove in questa direzione. Basti pensare che l’espressione più usata per etichettare quel periodo è “anni di piombo”, un’espressione che, peraltro, tradisce la sua vera origine[1].

Hardt, invece, fa un’operazione di verità storica a 50 anni da quel decennio e afferma che la definizione corretta che deve essere usata è la seconda e riporta in esergo del capitolo introduttivo la seguente affermazione, contenuta in un documento scritto da alcuni militanti dell’Autonomia in attesa del processo al carcere di Rebibbia, Roma, 1983:

“Che non abbiamo avuto nulla a che fare con il terrorismo, è ovvio. Che siamo stati “sovversivi” è altrettanto ovvio. Tra queste due verità si trova la posta in palio del nostro processo”.

A tal fine, per meglio chiarire la questione della “sovversione”, è necessario partire dalla critica ad alcuni luoghi comuni.

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Alessandro Scassellati: La nuova “banalità del male”: Stephen Miller, ideologo e burocrate del trumpismo

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La nuova “banalità del male”: Stephen Miller, ideologo e burocrate del trumpismo

di Alessandro Scassellati

Stephen Miller è l’ideologo di Donald Trump, ma anche il più potente burocrate non eletto di Washington. Sta mettendo in atto il piano trumpiano per rimodellare gli Stati Uniti attraverso il taglio dell’immigrazione, le deportazioni e detenzioni di massa in campi di concentramento, l’esaltazione della crudeltà e denigrazione dell’empatia, il mancato rispetto di costituzione e leggi, la torsione autoritaria e la minaccia repressiva contro il dissenso e gli avversari politici interni. Un piano che sta portando all’istituzione di un distopico fascismo statunitense.

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4b85 848e 199236caef95.jpgIl 21 settembre, quando Stephen Miller è salito sul podio al memorial per la “santificazione” dell’attivista ultra-conservatore Charlie Kirk (su Kirk si veda il mio articolo) – in parte culto evangelico, in parte raduno MAGA – davanti a 60mila persone allo State Farm Stadium in Arizona, ha lanciato un duro avvertimento alle forze di sinistra (democratici, liberal e “radicali”) che ritiene responsabili dell’assassinio di Kirk. “Non avete idea del drago che avete risvegliato”, ha detto, rivolgendosi ai suoi nemici ideologici. “Non avete idea di quanto saremo determinati a salvare questa civiltà, a salvare l’Occidente, a salvare questa repubblica”. Il discorso di Miller, in puro stile retorico del nazista Paul Joseph Goebbels, è stato un grido di battaglia per la guerra sponsorizzata dallo Stato dell’amministrazione Trump contro i suoi presunti nemici. Una guerra manichea – il bene e la luce contro il male e l’oscurità – di cui Miller è il principale stratega.

Ciao Patrioti. Ciao al nostro impavido Presidente, Donald J. Trump. E ciao a milioni di americani in tutto il Paese che si sono riuniti con tristezza e dolore per piangere Charlie Kirk, ma anche per dedicarsi a portare a termine la sua missione e raggiungere la vittoria nel suo nome. Il giorno in cui Charlie morì, gli angeli piansero, ma quelle lacrime si sono trasformate in fuoco nei nostri cuori. E quel fuoco arde con una furia giusta che i nostri nemici non possono comprendere. Quando vedo Erica [la moglie di Charlie Kirk], la sua forza e il suo coraggio, mi viene in mente una famosa espressione. La tempesta sussurra al guerriero che non puoi resistere alla mia forza. E il guerriero sussurra a sua volta: “Io sono la tempesta”. Erica è la tempesta. Noi siamo la tempesta e i nostri nemici non possono comprendere la nostra forza, la nostra determinazione, la nostra risolutezza, la nostra passione. La nostra ascendenza e la nostra eredità risalgono ad Atene, a Roma, a Filadelfia, a Monticello. I nostri antenati costruirono le città. Produssero l’arte e l’architettura. Costruirono l’industria. Erica poggia sulle spalle di migliaia di anni di donne guerriere che hanno creato famiglie, costruito città, costruito industria, costruito civiltà, che ci hanno tirato fuori dalle caverne e dall’oscurità verso la luce.

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Sergio Cararo: Il Piano Trump per Gaza è una lapide sul presente e sul futuro. Ma spetta ai palestinesi decidere

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Il Piano Trump per Gaza è una lapide sul presente e sul futuro. Ma spetta ai palestinesi decidere

di Sergio Cararo

Appare evidente come il “piano Trump” sia arrivato anche a seguito del vertiginoso aumento della pressione internazionale e dell’isolamento di Israele dopo quasi due anni di aggressione ai palestinesi a Gaza che ormai molti configurano e denunciano come genocidio.

L’isolamento di Israele, l’escalation delle proteste popolari anche in Europa e Stati Uniti e le conseguenze nella regione del bombardamento su Doha da parte israeliana, hanno costretto Trump a cercare una via d’uscita che in qualche modo salvaguardasse Israele e la sua alleanza con gli USA.

La televisione israeliana Channel 12 riferisce che il team del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha apportato “cambiamenti radicali” al suo Piano per Gaza, al fine di renderlo più accettabile da Israele, dopo un incontro con il ministro degli Affari Strategici Ron Dermer e il primo ministro Benyamin Netanyahu.

Ciò significa che quello che è stato dato finora in pasto ai mass media e agli interlocutori internazionali (i 21 punti diventati poi 20, ndr), è stato già rivisto per renderlo compatibile con gli interessi di Netanyahu – pressato dalla destra religiosa – e del governo israeliano.

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Vale la pena morire per Kiev?Gerardo Lisco:

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Vale la pena morire per Kiev?

di Gerardo Lisco

 

Il quesito che attraversa oggi il dibattito europeo richiama alla memoria un precedente storico ben noto. Nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, l’opinione pubblica si domandava se valesse la pena “morire per Danzica”, ossia affrontare un conflitto mondiale per difendere l’indipendenza della Polonia. Oggi, a oltre tre anni dall’invasione russa, la stessa domanda si ripropone con un nuovo volto: vale la pena morire per Kiev?

 

Il disimpegno americano e la responsabilità europea

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, riportate dalla stampa come un sostegno incondizionato a Zelensky, vanno lette in modo diverso. Al di là della retorica, gli Stati Uniti hanno ridotto le forniture militari, segnalando un progressivo disimpegno. Il messaggio implicito è chiaro: l’Ucraina non è più una priorità strategica per Washington, bensì un problema che l’Europa deve gestire in prima persona. In parallelo, i media occidentali hanno intensificato la narrazione di un conflitto imminente. Si moltiplicano notizie su incursioni russe nei cieli della NATO, sull’abbattimento di droni e missili in Polonia, sui timori dei Paesi baltici. Persino ex generali arrivano a indicare date precise per lo scoppio della Terza guerra mondiale. Questo crescendo mediatico sembra rispondere più all’esigenza di preparare l’opinione pubblica a un’escalation che a un’analisi realistica della situazione.

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Elena Basile: Mainstream e guerra: il racconto che manca

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Mainstream e guerra: il racconto che manca

di Elena Basile

Se avessi più tempo a disposizione scriverei una rubrica ogni giorno chiamata “l’anti la Repubblica e Corriere della Sera”. Credo infatti sia essenziale svolgere un lavoro costante di risposta agli editoriali che appaiono su questi giornali, plasmando ricorrentemente l’opinione pubblica moderata delle destre e del centro-sinistra, nerbo del potere attribuito alla maggioranza Ursula, e divulgando tesi non consone ai fatti documentati, resi disponibili da un’informazione corretta.

Cercherò di riepilogare i temi preferiti che, con una monotonia estrema, vengono enunciati senza contraddittorio da giornalisti e intellettuali, che dominano la scena del pensiero mainstream da decenni.

Con un’ingenuità apparente viene posta un giorno sì e un altro no la stessa domanda: come mai – si chiedono storici, accademici e giornalisti – migliaia e migliaia di persone scendono in piazza contro le aggressioni di Israele e non contro la Russia, considerata da loro alla stregua di Israele, uno Stato che viola il diritto internazionale? (editoriale di Ezio Mauro di domenica 28 ottobre).

La risposta è semplice. La gente colta e meno colta, professionisti e persone ordinarie, ha capito l’essenziale. Il paragone con Putin, colpito da un mandato di arresto della CPI esattamente come Netanyahu, è fuori luogo. La Russia ha reagito, invadendo l’Ucraina, al disegno di dominio imperialistico che la NATO ha deciso di attuare al fine di desovranizzare il perdente della guerra fredda e attuare un regime change.

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Dante Barontini: “Ora tocca all’Italia”. La strategia delle balle guerrafondaie

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“Ora tocca all’Italia”. La strategia delle balle guerrafondaie

di Dante Barontini

Sembra abbastanza evidente che il susseguirsi di allarmi inverificabili circa la presenza di “droni russi” sui cieli d’Europa, o di “interferenze” nelle comunicazioni, sia piuttosto chiaramente una “strategia comunicativa” attribuibile per intero all’Unione Europea, proprio mentre l’America di Trump sta scaricando la guerra ucraina sul Vecchio Continente.

Mettiamo in fila solo gli episodi più clamorosi, per non farla troppo lunga.

1) Prima c’è stata la notizia che l’aereo di Ursula von der Leyen aveva perso il segnale GPS mentre volava sulla Bulgaria, dove era diretto, al punto da costringere i piloti a usare “vecchie mappe cartacee” come i turisti degli anni ‘70 e ad accumulare 1 ora di ritardo, dopo aver rischiato di mancare l’atterraggio. Nel giro di poche ore l’episodio è stato sbugiardato:

– dalla Bulgaria, paese Nato, che non ha rilevato nulla di anomalo sui propri radar;

– da alcune migliaia di esperti di aviazione, che hanno spiegato come il GPS non serva per l’atterraggio (ci sono da decenni sistemi più moderni ed efficaci, specie su un aereo “presidenziale”)

– dagli enti di controllo del volo, come FlightRadar e altri, che non hanno tracciato né cambiamenti di rotta né mancato funzionamento dei sistemi di bordo (la comunicazione tra velivolo e centrali di controllo è costante);

– dai registri dell’aeroporto, con l’aereo che aveva solo 5 minuti – e non un’ora – di ritardo.

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Il Chimico Scettico: La matematica, il segno, la pandemia

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La matematica, il segno, la pandemia

di Il Chimico Scettico

Girando sulla websfera italiana noto che si continua a parlare della pandemia e in particolare della gestione italiana della stessa (nonché, sull’onda del delirio istituzionale americano, di vaccini mRNA etc). Inutile girarci attorno, quelli pandemici furono tempi in cui “per la pubblica salute” venne messa in scena una propaganda che, a sentire chi la praticava e la incarnava, mirava a “salvare vite”. A parte i risultati finali, ben distanti da quelli attesi o sperati, a parte che si parlava di “nuda vita”, a parte la negazione dei fatti a salvaguardia della propaganda, a parte misure che per violazione dei diritti costituzionali non hanno avuto pari in occidente, a parte tutto questo la pandemia ha costituito una fase nuova del simulacro della scienza, una fase in cui forse per la prima volta la matematica irrompeva con prepotenza sulla scena, rinnegando sé stessa, a supporto dell’emergenza in un regime discorsivo dove la terminologia scientifica era utilizzata principalmente per il suo valore performativo ed emotivo.

Un esempio iconico di questa trasformazione fu rappresentato dall’uso del termine “esponenziale”, utilizzato non più nel suo significato matematico, ma come evocazione di un sentimento di crescita incontrollabile e minacciosa.

Consideriamo un caso di scuola: l’affermazione di un noto fisico secondo cui “la crescita è esponenziale, stanno solo aumentando i tempi di raddoppio”. Dal punto di vista matematico, questa frase contiene una contraddizione interna: se il tasso di raddoppio si sta allungando, significa che la derivata seconda della funzione sta diminuendo, il che per definizione esclude una crescita esponenziale.

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