Rassegna – 06/11/2025
Carlo Formenti: Post scriptum. A proposito dell’autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)
Post scriptum. A proposito dell’autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)
di Carlo Formenti
Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Visalli stiamo per consegnare all’editore Meltemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Arlacchi di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo.
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Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti delle sette più diffuse – troskisti, bordighisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. – della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “interimperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento).
Fulvio Grimaldi : “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” — Trump uno e trino, quadruplo, quintuplo…
“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” — Trump uno e trino, quadruplo, quintuplo…
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti:
https://www.youtube.com/watch?v=h3QL8Kxlokg – (C’è un breve difetto video all’inizio della registrazione, poi tutto scorre normale)
Di epoca in epoca, le parole, all’apparenza criptiche, di George Orwell ne fanno uno che meglio di Tiresia vedeva l’apocalisse verso la quale andavamo precipitando. Questo predisse a Odisseo che, una vota tornato a Itaca avrebbe dovuto ripartire ed errare ancora. Quello ci assicurò che, scampati dal gorgo nazifascismo e guerra, vi ci avrebbero riprecipitati. E ciò che si sta avventando sul mondo in questi giorni di impazzimento dei fautori di guerra e nuovi fascismi, ne realizza le previsioni.
Il protagonista assoluto è l’uomo paradosso ricomparso sulla scena, dopo il suo primo mandato, assicurando pace e riconciliazione ai quattro angoli del mondo. Oggi siamo ai missili Tomahawk concessi al corrotto despota neonazi di Kiev con cui i tecnici Nato, presenti sul campo sotto mentite spoglie fin dal colpo di Stato del 2014, vorranno mozzare le zampe all’orso russo, colpendone le strutture vitali fino a Vladivostok.
A Gaza si chiamano tregua o cessate il fuoco, o Piano di Pace, per placare i fremiti di indignazione mondiale, i rinnovati stermini di sopravviventi nell’età della pietra allestitagli da chi ci salva dal terrorismo. In Cisgiordania a 800.000 coloni armati è stato dato il via alla caccia col ferro e col fuoco di 2,3 milioni di indigeni colonizzati disarmati.
comidad: Legge di bilancio: la cleptocrazia sta nei dettagli
Legge di bilancio: la cleptocrazia sta nei dettagli
di comidad
La legge di bilancio del governo Meloni per il 2026 è stata accusata di proseguire le politiche di austerità. Non si tratta però di austerità per tutti, dato che per il welfare a favore delle imprese sono stati stanziati quattro miliardi da elargire attraverso una sorta di super-ammortamento fiscale. Queste operazioni assistenzialistiche per le imprese vengono immancabilmente etichettate con nomi suggestivi, come “Transizione 5.0”, cioè slogan che suggeriscono future meraviglie nell’innovazione tecnologica.
Ma ancora più interessante è vedere nel dettaglio cosa significhi dare soldi pubblici con il pretesto ufficiale dell’innovazione tecnologica. Significa che i soldi finiscono in Israele. Nello scorso agosto il governo Meloni ha avviato investimenti in startup israeliane di innovazione tecnologica; investimenti da finanziare attraverso Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale titolare al MEF (il dicastero dell’Economia e delle Finanze) Giancarlo Giorgetti, è ministro nel profondo dell’animo, infatti nel governo Draghi era ministro per lo Sviluppo Economico, e anche allora la sua meta preferita era Israele. Si parlava di collaborazioni sui semiconduttori, sulla transizione energetica all’idrogeno, ed altre prospettive avveniristiche. In seguito ad accordi italo-israeliani anche il ministero degli Esteri dal 2000 sostiene collaborazioni tra imprese italiane e israeliane sulla base della stessa narrativa all’insegna dell’innovazione tecnologica ed energetica. Il ministero degli Esteri italiano sta quindi promuovendo da molti anni una cordata di aziende in Terra di Sion.
Jeffrey D. Sachs e Sybil Fares: «Il banco di prova di Trump a Gaza e in Ucraina»
«Il banco di prova di Trump a Gaza e in Ucraina»
di Jeffrey D. Sachs e Sybil Fares
L’economista di fama mondiale indica due soluzioni per far finire i conflitti: Stato palestinese e neutralità ucraina
Jeffrey Sachs sostiene che il presidente Trump si presenta come un pacificatore, ma che i suoi sforzi si limitano a proporre un cessate il fuoco, ignorando le cause politiche dei conflitti. Assieme a Sybel Fares, l’economista sostiene qui di seguito che la pace non è una tregua, ma la risoluzione dei nodi di fondo. A Gaza, il «piano» di Trump fallisce perché non impone la nascita di uno Stato palestinese. In Ucraina, la chiave è invece l’arresto dell’espansione della Nato. Per passare dalle parole ai fatti, sostengono gli autori, Trump dovrebbe avere il coraggio di sfidare il complesso militare-industriale e tutti coloro che traggono profitto dalla guerra.
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Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ama presentarsi come un artigiano della pace. Nella sua retorica, rivendica i meriti per i suoi sforzi volti a porre fine alle guerre di Gaza e Ucraina. Eppure, sotto le sue fanfaronate, si nasconde un’assenza di sostanza, almeno fino a oggi.
Rocco Ronchi: Dalla politica alla geopolitica: minoranze antagoniste
Dalla politica alla geopolitica: minoranze antagoniste
di Rocco Ronchi

Le grandi manifestazioni per Gaza hanno segnato la nascita di un soggetto finalmente “politico”. Prova ne è stata non solo la reazione dell’estrema destra governativa, che ha immediatamente fiutato il nemico e ha cercato di spegnerlo nella culla agitando lo spettro della “violenza”, ma anche lo smarrimento della sinistra istituzionale che ha visto minacciata la propria comfort zone fatta di quieta inoperosità e di retorica sui valori democratici. Parlo di nascita di un soggetto politico senza qualificarlo, come d’abitudine, con l’aggettivo “nuovo”, perché proprio di questo siamo stati testimoni: del ritorno di una soggettività antagonista nel tempo della crisi epocale e definitiva della democrazia liberale. Improvvisamente e inaspettatamente, è diventato visibile un movimento di massa all’altezza dell’evento capitale che ha segnato a livello mondiale la contemporaneità, un movimento in grado di “controeffettuarlo”, come avrebbe detto il filosofo a cui non ci si può non riferire per cercare di comprendere il nostro presente (nonostante Gilles Deleuze sia morto trent’anni fa). “Controeffettuare” la fine della democrazia liberale non significa restaurarla – non si resuscitano i morti – ma provare a trasformarla, per quanto è possibile, e ben consapevoli dell’improbabilità dell’esito positivo, in un’occasione per l’affermazione della giustizia.
A fare da orizzonte alle grandi mobilitazioni è stata infatti la consapevolezza da parte del movimento dell’avvenuta trasformazione della politica quale la conoscevamo e la frequentavamo sui banchi di scuola. Mi riferisco alla politica fatta di maggioranze elettorali conquistate con la persuasione razionale, di minoranze comunque garantite, la politica intesa come arena delle opinioni in conflitto tra loro e poste su un piano almeno di formale parità, la politica, insomma, di cui hanno nostalgia i nostri intellettuali progressisti. Quella politica non c’è più. Si è dissolta come neve al sole. Al suo posto è subentrato qualcos’altro che, in mancanza di un termine migliore, prendendo a prestito un lemma oggi molto in voga, chiamo “geopolitica”.
Il prefisso “geo” aggiunto al lemma “politica” non sta infatti a significare una semplice presa d’atto della dimensione internazionale del conflitto.
Roberto Iannuzzi: Ucraina: i falchi sulle due sponde dell’Atlantico mettono all’angolo Trump
Ucraina: i falchi sulle due sponde dell’Atlantico mettono all’angolo Trump
di Roberto Iannuzzi
Incapace di superare l’idea di un mero congelamento del conflitto, Trump ha finito per abbracciare le posizioni antirusse degli europei e degli elementi più intransigenti della sua amministrazione
Le relazioni fra Stati Uniti e Russia hanno registrato un serio peggioramento. Dopo la telefonata del 20 ottobre fra il segretario di Stato USA Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, il primo ha raccomandato che la Casa Bianca cancellasse il previsto incontro fra i presidenti dei due paesi a Budapest.
Poi, il dipartimento del Tesoro ha annunciato dure sanzioni contro le due principali compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil, “a seguito della mancanza di un serio impegno, da parte della Russia, verso un processo di pace che ponga fine alla guerra in Ucraina”.
Due giorni dopo, il 22 ottobre, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione Trump aveva tolto le restrizioni all’impiego ucraino di missili a lungo raggio forniti dagli alleati europei (i quali impiegano componenti e dati di targeting provenienti dagli USA).
Trump ha definito la rivelazione una “fake news”, ma il fatto che la possibilità di autorizzare gli attacchi sia passata dal Pentagono al generale Alexus Grynkewich, comandante (di origini bielorusse) delle forze USA in Europa, e che i dati di targeting siano forniti dagli americani, lascia pochi dubbi sulla veridicità della notizia.
Il 21 ottobre uno Storm Shadow britannico ha colpito un impianto chimico russo a Bryansk. Le restrizioni all’impiego di tali missili erano state introdotte da Elbridge Colby, sottosegretario alle politiche del Pentagono, “falco” riguardo alla Cina ma notoriamente scettico nei confronti dell’impegno militare USA in Ucraina e Medio Oriente.
A luglio, due esperti militari americani avevano scritto che, così come il generale Michael Kurilla aveva vinto la battaglia contro Colby in Iran (da poco bombardato dagli USA), Grynkewich avrebbe dovuto fare lo stesso in Ucraina.
Analogamente, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto la parte del leone nell’annunciare le sanzioni alle compagnie petrolifere russe. Su Truth, il suo social preferito, Trump ha semplicemente ripubblicato l’annuncio del dipartimento del Tesoro, un po’ sottotono e senza alcuna enfasi.
Il Rovescio: Imminente sciopero della fame di massa nelle carceri del Regno Unito
Imminente sciopero della fame di massa nelle carceri del Regno Unito
di Il Rovescio
Decine di prigionieri politici nel cosiddetto Regno Unito, che hanno sopportato mesi di abusi mirati dietro le sbarre a causa del loro sostegno alla liberazione della Palestina, annunciano la loro intenzione di avviare uno sciopero della fame.
Audrey Corno, rappresentante dei Prigionieri per la Palestina (che ho intervistato il mese scorso), afferma che si tratterebbe del più grande sciopero della fame coordinato dei prigionieri nel Regno Unito dai tempi dello sciopero della fame dell’Esercito Repubblicano Irlandese/Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese nell’Irlanda del Nord occupata nel 1981, quando dieci prigionieri di guerra furono martirizzati.
Il 20 ottobre, Audrey e Francesca Nadin, entrambe in carcere per azioni dirette contro le aziende di armi sioniste, hanno consegnato una lettera al Ministro degli Interni del Regno Unito “a nome delle 33 persone ingiustamente incarcerate a seguito di azioni intraprese per fermare il genocidio in Palestina”.
Hanno cinque richieste: la fine di ogni censura sulla loro posta e sulle loro comunicazioni; il rilascio immediato e incondizionato su cauzione; il diritto a un giusto processo; la rimozione di Pal Action dalla lista dei “terroristi” proibiti; e la chiusura di tutte le strutture di Elbit Systems nel Regno Unito.
I prigionieri, tra cui figurano membri del Filton 24 e del Brize Norton 5 , sono detenuti senza accusa in diverse carceri del Regno Unito ai sensi del “Terrorism Act”, in alcuni casi per oltre un anno. Finora, i ricorsi per il rilascio su cauzione dei prigionieri non hanno avuto successo.
Gli scioperi della fame collettivi su larga scala hanno il potere di avanzare richieste coraggiose e di vasta portata che vanno oltre il miglioramento delle condizioni immediate dei prigionieri. I Prigionieri per la Palestina ne sono chiaramente consapevoli, come dimostra il modo strategico in cui hanno integrato richieste più immediate relative ai loro casi legali e alle condizioni carcerarie in attacchi più ampi alla Elbit Systems.
Giorgio Cremaschi: E allora in Sudan? Anche lì, siete sempre voi
E allora in Sudan? Anche lì, siete sempre voi
di Giorgio Cremaschi
Ci sono stati chiaramente un ordine di scuderia e una campagna organizzata. Lo ha svelato lo stesso ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, oramai membro a tutti gli effetti del governo Meloni, con particolari competenze sulla propaganda e l’ordine pubblico.
In un suo lungo post sui social il governatore di Netanyahu in Italia ha accusato tutti coloro che sono scesi in piazza per la Palestina di averlo fatto solo per ragioni politiche strumentali, perché nel frattempo nel Sudan è in corso un vero genocidio, verso il quale i terribili propal sarebbero completamente insensibili.
Assieme al capo propaganda, sono subito scesi nel campo delle tempeste di troll giornalisti politici e opinionisti di destra e liberali, che probabilmente prima non avrebbero neppure saputo trovare sulla cartina il Sudan ed in particolare la regione del Darfur, dove si compiono le maggiori stragi.
“E allora il Sudan?”Urlano in coro con l’ambasciatore tutti costoro.
Come se uno sterminio ne attenuasse o cancellasse un altro. “E allora gli armeni?”, intimava il ministro della propaganda nazista Goebbels, quando in qualche consesso internazionale gli venivano rivolte domande sugli ebrei.
Usare un altro delitto per affermare che in fondo non si è così cattivi e forse neppure colpevoli, è la tipica autodifesa di ogni criminale, che però non lo scagiona, anzi. Per quanto mi riguarda il fatto che oggi i sostenitori di Israele si nascondano dietro le stragi in Sudan, è la conferma della loro assoluta malafede e della loro piena consapevolezza del genocidio che Israele sta compiendo a Gaza.
Massimiliano Civino: Quando la sinistra ha smesso di capire il mondo
Quando la sinistra ha smesso di capire il mondo
di Massimiliano Civino
C’è un momento, nella storia delle idee, in cui la politica smette di interpretare la realtà e comincia soltanto a inseguirla. È lì che nasce la sua miseria.
Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva:
“Nella discussione scientifica si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che dev’essere incorporata nella propria costruzione.”
Per Gramsci, essere “avanzati” non significa essere più puri o più estremi, ma più capaci di capire, di includere nella propria visione anche ciò che l’avversario esprime, magari in forma distorta o regressiva. È uno sguardo radicale, nel senso etimologico di radix (radice), che scava nella profondità dei processi storici invece di fermarsi alla superficie degli eventi. Essere radicali, dunque, non significa essere estremisti, ma andare alla radice delle cose, e questa capacità di sguardo radicale è proprio ciò che la sinistra ha progressivamente smarrito.
Le opposizioni alle destre populiste non interpretano più la società: la subiscono. Reagiscono invece di analizzare, denunciano invece di comprendere. Parlano di diritti e uguaglianza, ma con un linguaggio svuotato, incapace di toccare la vita reale di chi si sente abbandonato. Così si spiega perché tanti lavoratori scelgano chi promette “ordine”, o perché minoranze discriminate sostengano leader che le disprezzano. Non è ignoranza: è disconnessione. È la conseguenza di una politica che ha smesso di fare i conti con la complessità del reale.
Francesco Fantuzzi: Verso l’israelizzazione dell’occidente?
Verso l’israelizzazione dell’occidente?
di Francesco Fantuzzi
In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.
La grande Israele potremmo dunque, in un futuro tutt’altro che remoto, essere noi occidentali, senza esserne consci e magari biasimandola pure a parole. Il modello israeliano è, per vari aspetti, un concentrato non solo territoriale delle questioni di cui si è discettato in questi ultimi sei anni, impregnati di un costante e opprimente clima emergenziale. Esattamente il clima che Israele vive dalla sua fondazione.
Fabio Massimo Parenti: Come la Cina ha vinto la guerra economica contro Trump
Alessandro Visalli: Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente
Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente
di Alessandro Visalli
Il libro di Pino Arlacchi[1] tenta un’impresa di notevole ambizione, fornire un quadro generale dell’Universo Cina partendo da una prospettiva storica comparativa e accedendo, nella Seconda e Terza parte, ad analizzarne le specificità interne di lungo e breve periodo. Il punto di partenza dell’autore è molto noto: la Cina e l’India, prese nel loro insieme, sono sempre state nel corso della storia umana il centro gravitazionale centrale per così dire ‘oggettivo’, solo da duecento anni sono divenute periferia e ora stanno ‘riemergendo’. Al contrario, solo per periodi limitati (come durante la fase apicale dell’Impero romano) quello che chiamiamo, con formula che contiene in sé il confronto e la polarità, “Occidente”[2] ha potuto confrontarsi alla pari con lo splendore “orientale”, fino a che negli ultimi trecento anni ha preso il sopravvento, seguendo un percorso che gradualmente ha acquistato energia a partire dalla ‘scoperta’ cinquecentesca dell’America e dal dominio dei commerci di lunga percorrenza e poi delle colonie. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, questo è stato, invece, economicamente, demograficamente e in termini culturali, periferia.
Fino al 1820, il polo orientale vedeva presenti, in un’area tutto sommato ristretta, oltre la metà del genere umano e della produzione (soprattutto dopo i massacri americani condotti in America da spagnoli, portoghesi e anglosassoni ai danni di circa un quarto della popolazione mondiale dell’epoca). A quella data solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita, ci racconta Arlacchi, era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia, come mostrano diversi autori[3], era più avanzata sotto molti profili, salvo quella militare. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle guerre dell’oppio (1840 e 1860)[4], è ciò che normalmente viene definito la “Grande divergenza”[5].
Concentrandosi sulla Cina, i fattori che la resero stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono oggetto specifico del libro.
A questa stabilità plurimillenaria che attraversa invasioni e sostituzioni di dinastie, fasi di oscuramento e anarchia, rivolte enormemente sanguinose (come quella dei Taiping), conservando il percorso culturale, si oppone un’esperienza del tutto diversa.
Kit Klarenberg: Il disastro ambientale segreto di Israele
Il disastro ambientale segreto di Israele
di Kit Klarenberg – kitklarenberg.com
Il 23 settembre, l’ONU ha pubblicato un rapporto passato sotto silenzio che mette in luce un aspetto quasi sconosciuto dell’Olocausto del XXI secolo a Gaza: il fatto che il genocidio perpetrato dall’entità sionista sta causando un devastante impatto ambientale non solo sulla Palestina occupata, ma più in generale sull’Asia occidentale, Israele compreso. Il danno è incalcolabile perché l’aria, le fonti alimentari, l’acqua e il suolo sono ampiamente inquinati, in misura fatale. Il recupero potrebbe richiedere decenni, se mai avverrà. Nel frattempo, la popolazione rimasta a Gaza ne pagherà il prezzo, in molti casi con la vita.
Nel giugno 2024, l’ONU aveva pubblicato una valutazione preliminare sull’impatto ambientale del genocidio di Gaza. Aveva riscontrato che la barbarica aggressione dell’entità sionista aveva avuto un profondo impatto sulla popolazione di Gaza e sui sistemi naturali da cui essa dipende. A causa di “vincoli di sicurezza” – vale a dire i continui assalti di Israele – l’ONU non aveva potuto “valutare la portata complessiva del danno ambientale [sic]”. Ciononostante, l’organismo era stato in grado di raccogliere informazioni secondo cui “la portata del degrado era immensa” ed era “peggiorata in modo significativo” dal 7 ottobre.
Ad esempio, l’Olocausto del XXI secolo di Tel Aviv ha “degradato in modo significativo le infrastrutture idriche, con il risultato di un approvvigionamento idrico gravemente limitato e di bassa qualità per la popolazione”. L’ONU ritiene che ciò “stia causando numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui un continuo aumento delle malattie infettive”. La contaminazione delle acque sotterranee è dilagante, con implicazioni catastrofiche “per la salute ambientale e umana”. Nessuno degli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza è operativo, mentre “la grave distruzione dei sistemi di canalizzazione e il crescente utilizzo di pozzi neri per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere”.
Di conseguenza, il genocidio “ha praticamente eliminato i mezzi di sussistenza dei pescatori di Gaza”.
Vincenzo Comito: Primi passi verso un nuovo ordine mondiale?
Primi passi verso un nuovo ordine mondiale?
di Vincenzo Comito
Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, a emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.
Riconoscendo tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa il PIL degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso PIL il criterio della parità dei poteri di acquisto.
William Moore: Rostislav Ishchenko avverte della rapida avanzata russa e dell’imminente collasso delle difese ucraine
Rostislav Ishchenko avverte della rapida avanzata russa e dell’imminente collasso delle difese ucraine
di William Moore – voennoedelo.com
L’analista politico Rostislav Ishchenko afferma che l’offensiva russa si sta espandendo rapidamente, mentre il fronte ucraino tra Chernihiv e Kherson rischia il collasso totale
L’analista politico russo Rostislav Ishchenko ha pubblicato un’analisi approfondita su Military Affairs [l’originale è sul portale russo cont.ws] sostenendo che l’offensiva russa in Ucraina non solo sta acquistando velocità, ma sta anche ampliando la sua portata geografica. Egli scrive che le forze russe hanno iniziato a sondare le difese intorno a Kherson e che, una volta che i combattimenti si svolgeranno nella regione di Chernihiv e nel settore settentrionale della regione di Kiev, il fronte assomiglierà effettivamente alla configurazione osservata alla fine di marzo 2022, al culmine dell’avanzata iniziale, quando le unità russe controllavano quasi il 35% del territorio ucraino.
Ishchenko invita i lettori a confrontare le lunghe ed estenuanti battaglie per Bakhmut, Chasiv Yar e Avdeevka con le operazioni molto più rapide attualmente in corso vicino a Pokrovsk e Mirnograd. Egli osserva che, mentre nel 2022 le forze russe non erano riuscite a penetrare nelle vicinanze di Seversk, oggi la città è sotto attacco e le fonti ucraine sono già scettiche sulla capacità di Kiev di mantenerne il controllo a lungo. La situazione intorno a Kupyansk è simile: dopo quasi due anni e mezzo di tentativi di raggiungere la città, è iniziato un assalto su vasta scala e i rapporti ucraini avvertono che Kupyansk potrebbe cadere nel giro di poche settimane o giorni.
Forum Palestina: Il rapporto all’ONU di Francesca Albanese inchioda i complici del genocidio a Gaza
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Il rapporto all’ONU di Francesca Albanese inchioda i complici del genocidio a Gaza
di Forum Palestina
Se il clima di “normalizzazione” imposto dal Piano Trump vorrebbe mettere sotto il tappeto i crimini commessi contro la popolazione palestinese a Gaza, il nuovo rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese non denuncia il genocidio solo come un’azione unilaterale di Israele, ma ne descrive la natura di “crimine collettivo”, reso possibile grazie alla rete di sostegno e complicità da parte di oltre sessanta Paesi. La tesi esposta nel rapporto afferma esplicitamente che senza il sostegno militare, diplomatico, economico e ideologico di Stati terzi, l’operazione israeliana non avrebbe potuto reggere nel tempo.
Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Gli Stati Uniti hanno usato sette volte il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco, coprendo Israele sul piano internazionale. Attorno a Washington si è mossa una costellazione di potenze occidentali — Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Germania e Paesi Bassi — che con astensioni, bozze annacquate e mancanza di volontà politica hanno creato l’illusione di un’azione diplomatica, rallentando in realtà qualsiasi pressione efficace.
Questa copertura è stata rafforzata dal discorso mediatico occidentale che, secondo Albanese, ha interiorizzato e amplificato le narrazioni israeliane, cancellando ogni distinzione tra combattenti di Hamas e popolazione civile palestinese e legittimando l’uso della forza in nome della “difesa della civiltà”.
Antonio Semproni: Sono felice solo quando manifesto
Sono felice solo quando manifesto
di Antonio Semproni
Su uno dei tanti cartelloni che ho visto a Roma durante le manifestazioni contro il genocidio campeggiava la scritta “avremmo dovuto liberare la Palestina/invece è stata la Palestina a liberare noi”. Facendo affidamento sulle plurime accezioni del verbo “liberare”, possiamo concludere che questo slogan imperniato su un banale gioco di parole è vicinissimo al vero. La libertà che abbiamo sperimentato durante le manifestazioni è stata la condizione per percepire una felicità quasi inedita nell’epoca delle liberaldemocrazie (o tecnocrazie) capitaliste.
Scommetto che questa constatazione valga non solo per il sottoscritto, ma anche per voi che leggete e avete manifestato: sotto la spessa scorza della giusta rabbia, ho intuito la felice libertà di moltissimi, e credo di averne avuto conferma parlando con più di qualche partecipante, fra amici, conoscenti e anche sconosciuti. Alla base di questa felice libertà c’è sicuramente un’esperienza estetica non indifferente: a prima vista, marciare in mezzo a tante persone verso una direzione ben precisa (che sia La Sapienza o la sopraelevata della tangenziale) o semplicemente incamminarsi assieme a loro è un’azione che capovolge il quotidiano e risignifica lo spazio urbano, dove ciascuno si dirige per conto proprio verso una distinta meta. Comporre insieme agli Altri la folla, costituire un pezzetto di quel gigantesco puzzle che invade le strade e le piazze ci fa accantonare le preoccupazioni individuali e persino quelle corporali: è come se il nostro corpo (con le sue energie individuali) confluisse in quelli di tutti gli Altri e viceversa.
Milizie armate da Israele per eliminare Hamas, mentre Trump appalta la ‘Nuova Gaza’Alessandro Avvisato:
Milizie armate da Israele per eliminare Hamas, mentre Trump appalta la ‘Nuova Gaza’
di Alessandro Avvisato
Un’approfondita inchiesta di Sky News, accompagnata da dichiarazioni e video rilasciate all’emittente, ha mostrato quello che era già noto a tutti: ci sono milizie di mercenari e collaborazionisti con Israele che operano nella Striscia di Gaza. La novità, semmai, è che escono allo scoperto per rivendicare un progetto di governo alternativo ad Hamas.
Il nodo delle bande di criminali al soldo di Tel Aviv, che hanno partecipato all’occupazione della Striscia e sono state la manovalanza che spesso ha trafugato aiuti umanitari per affamarne la popolazione, è emerso all’attenzione pubblica appena firmata la fragile tregua, qualche settimana fa. Hamas ha cominciato a liberare la Striscia dai collaborazionisti, come sempre è successo alla fine di ogni conflitto.
Inizialmente, il presidente statunitense Trump si era lasciato sfuggire la realtà, chiarendo che, in sostanza, Hamas stava affrontando dei criminali. Poi, però, è tornato a difendere la narrazione sionista che vuole la Striscia sottoposta alla violenza arbitraria dell’organizzazione islamica. E questo perché, ora, le bande di mercenari possono assumere un ruolo politico nuovo.
Se la tregua (durante la quale, comunque, Israele continua a uccidere palestinesi impunemente) ha di certo raffreddato lo scontro diretto tra i militanti della resistenza palestinese e l’IDF, Israele ha continuato a combattere una battaglia interna alla zona della Striscia da cui le sue forze armate si sono ritirate attraverso milizie collaborazioniste.


