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[SinistraInRete] Piero Bevilacqua: Le condizioni per tornare a parlare di socialismo

Rassegna – 08/11/2025

 

Fulvio Grimaldi: Il 7 ottobre come Rashomon — Il giorno e la storia

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Il 7 ottobre come Rashomon — Il giorno e la storia

di Fulvio Grimaldi

jfoseurbolTregua sì, tregua no, tregua bombe

Alla luce della sempre più evidente mancanza di serietà e affidabilità di ciò che l’uomo-bluff dice, o dice di fare, del carattere strumentale e propagandistico di quasi tutte le sue bombastiche mosse – segno tragico dei tempi, anche in Europa e a casa nostra – vediamo di ritrovare un po’ di sostanza passando dal piano tattico, che l’improvvisatore di trovatone e trovatine ci impone, a quello strategico. L’andazzo che il mondo aveva preso su una delle questioni che l’accompagnano e segnano da quasi un secolo, Palestina o non Palestina, ha preso improvvisamente un abbrivio e ha cambiato in profondità ogni cosa, ben oltre la circoscritta questione mediorientale. Mi riferisco al 7 ottobre 2023, di cui molto s’è detto su questa testata, ma guardando stavolta alle sue ricadute che non finiscono di mettere in discussione ogni apparente equilibrio.

“Rashomon” è il titolo del capolavoro cinematografico di Akira Kurosawa. Un film che ha segnato un’epoca della settima arte e ci ha messo di fronte al drammatico quesito se possa mai esistere una verità definitiva. Un boscaiolo, un monaco e un vagabondo si interrogano sull’assassinio di un samurai e sullo stupro di sua moglie per mano del bandito Tajômaru, che li ha coinvolti come testimoni. All’uscita del film si è parlato a lungo di un “effetto Rashomon”. Per chi conosce Pirandello, a partire da “Così è se vi pare”, le cose sono ancora più oscuramente chiare.

“L’effetto Rashomon”, proprio come Pirandello, descrive lo sconcertante dato per cui differenti testimoni, o commentatori, descrivono lo stesso evento in modo soggettivo, totalmente diverso e contrario rispetto agli altri, formulando ognuno una interpretazione, determinata dal proprio interesse e, eventualmente, dalla propria posizione morale, ideologica, sociale, politica. Un relativismo che rischia di rendere irraggiungibile le verità oggettiva.

Relativismo che, oltre alla strumentale deformazione israeliana, quella di hasbara, vale per gli eventi del 7 ottobre, dove a distanza di due anni e, forse, per sempre, le verità variano a seconda di chi ci è stato, chi ha operato, chi è intervenuto, chi ha subito, chi ha testimoniato, chi ha indagato. E perfino all’interno di queste categorie il racconto diverge.

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Piero Bevilacqua: Le condizioni per tornare a parlare di socialismo

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Le condizioni per tornare a parlare di socialismo

di Piero Bevilacqua

socialismo1.jpgUn tempo le forze politiche che ora definiamo Sinistra, e che in passato si nominavano anche Movimento operaio (Partito comunista e socialista, organizzazione sindacale di classe ecc.), agivano sulle proprie scene nazionali animate dalla consapevolezza di essere eredi di un lungo passato di lotte e di conquiste, di essere parte di un movimento internazionale e di avanzare verso il futuro secondo un programma di rivendicazioni immediate e un progetto di società da costruire. L’intero processo, che coinvolgeva milioni di persone, era accompagnato da una costante attività di analisi e di elaborazione intellettuale, dentro e fuori i partiti, che forniva alle rivendicazioni quotidiane analisi, conoscenze, orizzonti. Da qualche decennio questa dimensione intellettuale, culturale, morale, escatologica che accompagnava l’agire politico è stata abbandonata pressoché da tutti i partiti. Il patrimonio teorico che dava profondità all’agire pratico è stato dismesso come un ferro vecchio. Oggi tutto è inchiodato al presente e l’orizzonte del fronte riformatore si limita, nel migliore dei casi, alla rivendicazione di “più risorse alla sanità pubblica”, “più soldi alla scuola”, “maggiore equità sociale” e alle note bagattelle del chiacchiericcio propagandistico. Quel che vorrei qui illustrare è perché questo è accaduto e quali sono state le forze storiche che hanno portato alla disfatta presente. E, sulla base di questo chiarimento, provare a indicare le condizioni che possono far rinascere la politica quale agente di trasformazione sociale, progetto di una nuova organizzazione della società. Premettendo che il grande crollo subito dal movimento operaio organizzato è stato provocato, a mio avviso, da due agenti e processi convergenti: il successo dell’iniziativa capitalistica in due grandi Paesi, UK e USA, e il crollo dell’Unione Sovietica.

 

1. La cosiddetta globalizzazione a partire dagli ’90 ha contrapposto la mobilità mondiale del capitale alla fissità nazionale del lavoro e ai vincoli della politica entro lo spazio dello Stato-nazione.

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Gaetano Colonna: Imperialismo contro Bolivarismo

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Imperialismo contro Bolivarismo

di Gaetano Colonna

Bolivar 2025 e1762097742529.jpgNella storia dell’Occidente anglosassone vi è un peccato originale: la congiunzione fra capitalismo e imperialismo. Così come il capitalismo non si può comprendere senza l’espansione coloniale e mercantile inglese, così non si può dimenticare che nella Gran Bretagna di fine XIX secolo si è cominciato a giustificare il dominio sui popoli del mondo intero con la difesa della ricchezza accumulata dall’oligarchia britannica.

Questo peccato originale si è trasfuso, attraverso le guerre del XX secolo, nella potenza americana – fatto questo che spiega in ultima analisi perché nessuna delle amministrazioni Usa, indipendentemente dalle colorazioni di partito, può rinunciare a una politica imperialista.

Non sappiamo in questo momento se l’amministrazione Trump attaccherà o meno militarmente il Venezuela, ma quanto avvenuto da decenni nei rapporti fra lo strapotere nordamericano e il Venezuela è una delle più chiare testimonianze storiche di quanto appena detto.

La colpa del Venezuela, agli occhi delle varie amministrazione succedutesi alla Casa Bianca in questi decenni, è una sola: aver cercato di sottrarsi al dominio imperiale che gli Usa esercitano sul continente latino-americano dalla fine del XIX secolo.

 

Repubblica bolivarista

Hugo Chávez, il militare venezuelano che ha guidato il Paese dal 1999 al 2013, sostenuto per tutto questo non breve periodo da un indiscutibile e indiscusso sostegno popolare, oltre ad aver dato forma ad un sistema politico in qualche modo alternativo al modello ultra-liberista dilagante in Sud America (e non solo…), ha cercato anche di costituire una propria base ideologica, che rimane ancora il riferimento per il suo successore Nicolás Maduro.

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Luca Grecchi: Classicità, umanesimo, comunismo. La letteratura e i classici

Classicità, umanesimo, comunismo. La letteratura e i classici

di Luca Grecchi

Giorgio Riolo, La via del classico. Letteratura, società, vita quotidiana, conoscenza, Petite Plaisance, Pistoia 2025, pp. 488, euro 35

Sono stato molto contento di accogliere, nella collana che dirigo, La via del classico di Giorgio Riolo, per due motivi, uno personale e l’altro culturale. Il motivo personale è la riconoscenza all’amico Giorgio, per essere stato, ormai una trentina di anni fa, una delle prime persone, nella sua qualità di responsabile della Libera Università Popolare di Milano, ad affidarmi un corso di lezioni (insieme a Mario Vegetti), quando pure ancora non avevo pubblicato nulla. Riolo ha infatti coordinato per molto tempo questa importante associazione culturale, collegata al Punto Rosso, che nel capoluogo lombardo, principalmente tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale, è stato un riferimento notevole per la riflessione teorica comunista.

Il motivo culturale è, tuttavia, più rilevante rispetto a quello personale. La via del classico costituisce infatti una raccolta rielaborata di molte sue lezioni sulla letteratura, tenute prima presso la Biblioteca comunale di Bollate e poi, dal 2009 al 2021, presso la Libera Università Popolare, dotata di un elevato valore orientativo. Il libro rappresenta in effetti un omaggio, in un’epoca in cui i classici sono sempre meno letti, alla grande tradizione umanistica, che Riolo interpreta nella maniera a mio avviso migliore, ovvero come dotata non solo di valore “estetico”, ma anche di valore sociale, politico, in senso ampio filosofico.

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Fabrizio Casari: Il nuovo equilibrio militare globale

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Il nuovo equilibrio militare globale

di Fabrizio Casari

In Ucraina l’accerchiamento delle truppe di Kiev a Pokrovsk è completato. I russi avanzano ovunque, hanno conquistato quasi per intero le roccaforti di Pokrovsk e Kupyansk e stanno vincendo la guerra sia sul campo di battaglia che nelle retrovie ucraine, dove sistema energetico e trasporto ferroviario sono quasi paralizzati. Secondo l’Isw, l’Institute of Study of War, che basa i suoi report sulle informazioni di intelligence occidentale, «per le forze armate ucraine tutta la logistica è resa impossibile». Significa che non sono più possibili rifornimenti, cambi ed evacuazioni dei feriti.

Come sottolinea Gianandrea Gaiani, Direttore di www.analisidifesa.it, le perdite ucraine di mezzi come carri armati, veicoli da combattimento e artiglieria si aggirano tra il 75 e il 95%, e l’età dei soldati ucraini in trincea supera i 45 anni. E la situazione per Kiev peggiora di giorno in giorno per la mancanza di approvvigionamenti militari. Il Kiel Institute documenta una caduta verticale della capacità degli sponsor occidentali dell’Ucraina di rifornire adeguatamente Kiev di materiale militare.

La questione riveste importanza notevolissima per il teatro di guerra ucraniano, dal momento che la caduta delle ultime due roccaforti e la resa dei soldati ucraini formano un combinato disposto estremamente preoccupante per l’Ucraina. Né la propaganda di Kiev sostenuta dal mainstream occidentale può invertire la realtà sul terreno, che vede i russi avanzare a tenaglia spostando ogni giorno in avanti la linea del fronte.

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Ivan Katchanovski: “Maidan, la sentenza del tribunale ucraino dice che i cecchini spararono dagli edifici dei manifestanti”

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“Maidan, la sentenza del tribunale ucraino dice che i cecchini spararono dagli edifici dei manifestanti”

Roberto Vivaldelli intervista Ivan Katchanovski

Ivan Katchanovski è uno studioso affermato, docente e ricercatore presso la School of Political Studies dell’Università di Ottawa, in Canada. Specializzato in analisi politiche e dei conflitti, è autore del saggio The Russia-Ukraine War and its Origins: From the Maidan to the Ukraine War (scaricabile gratuitamente a questo link). Le sue ricerche si concentrano in particolare sugli eventi dell’Euromaidan e sulle dinamiche che hanno portato allo scoppio della guerra su larga scala nel 2022. Katchanovski è nato in Ucraina (al tempo Unione Sovietica) e ha completato la sua istruzione universitaria iniziale nel suo Paese nativo prima di trasferirsi per i suoi studi post-laurea in Canada, dove ora risiede e lavora. Lo abbiamo raggiunto per porgli alcune domande sulle origini del conflitto in Ucraina e su Maidan, temi al centro del recente dibattito televisivo tra il professor Jeffrey Sachs e Carlo Calenda.

* * * *

Nel commentare su X la disputa tra il senatore italiano Carlo Calenda e il professor Jeffrey Sachs, lei ha scritto: «I politici che diffondono propaganda su Maidan non si curano della verità o dell’Ucraina». Lei è d’accordo con gli argomenti avanzati da Sachs in quel dibattito?

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Giorgio Griziotti: Intelligenza Artificiale, tecnofascismo e guerra

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Intelligenza Artificiale, tecnofascismo e guerra

di Giorgio Griziotti

Questo documento è il compendio di un saggio di Giorgio Griziotti “How to Survive Artificial Intelligence – Intelligenza artificiale, tecnofascismo e guerra“. Per chi fosse interessato/a, il saggio è disponibile nella sua interezza cliccando qui.

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A differenza della minaccia nucleare del secolo scorso — catastrofe possibile da cui si illudeva di potersi proteggere –con l’intelligenza artificiale siamo immersi in una trasformazione devastante già in corso.

Nei discorsi dominanti si oscilla tra narrazioni semplificate: l’IA come dominio delle macchine, come promessa salvifica o come strumento transumanista.

Occorre invece un’indagine che affronti l’insieme dei fenomeni complessi generato dall’ingresso dell’IA nel paesaggio quotidiano, situandola nel contesto storico e nel regime di guerra che stiamo attraversando.

Lavorando sul concetto di neurocapitalismo sviluppato negli anni Dieci, cercavo di mettere in luce come le tecnologie digitali, i social media e le piattaforme globali avessero trasformato emozioni, cognizione e affetti in materia prima della valorizzazione e in variabili di controllo sociale. Oggi il progetto di IA dei tecno-oligarchi — Musk, Thiel, Altman &C — cerca addirittura di riconfigurare l’umano dalle fondamenta.

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Antropologhe per la Palestina: Opporsi al DDL Gasparri. Il punto di vista dell’antropologia culturale

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Opporsi al DDL Gasparri. Il punto di vista dell’antropologia culturale

di Antropologhe per la Palestina

Vogliamo in questa sede esprimere profonda preoccupazione per la presentazione del Disegno di Legge 1627 annunciato nella seduta n. 339 del 10 settembre 2025, noto come DDL Gasparri, volto a emanare “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”.

Intendiamo come antropologhe e antropologi proporre alcune riflessioni, soprattutto di ordine storico e culturale, che speriamo contribuiscano a chiarire la capziosità e la faziosità della sovrapposizione tra antisionismo e antisemitismo che il DDL propone.

Partiamo dal contesto: si tratta di un DDL su cui si è iniziato a discutere in concomitanza alle partecipatissime mobilitazioni contro il genocidio e in solidarietà alla Global Sumud Flotilla, a seguito delle quali la situazione in Palestina è arrivata a una fase di apparente tranquillità con la proposta del piano Trump, la cui natura coloniale e di congelamento dello stato delle cose non abbiamo qui lo spazio per affrontare.

La proposta del DDL è stata espressa inizialmente mediante una serie di dichiarazioni riguardanti il mondo della scuola e dell’università, atte a creare un clima di intimidazione. In quella che appare chiaramente come una campagna volta a un “regolamento di conti”, la ministra Roccella ha descritto in modo sprezzante le università come luoghi di “non riflessione”.

A ciò sono seguite le richieste alla CRUI, fatte dal segretario del MUR Marco Mancini, di regolamentare le università, nonché le diverse dichiarazioni governative che hanno commentato negativamente le mozioni di rottura dei rapporti accademici con Israele approvate da vari dipartimenti e senati accademici.

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Domenico Moro: La Grecia ritorna all’inizio dell’ottocento: 13 ore di lavoro giornaliere

La Grecia ritorna all’inizio dell’ottocento: 13 ore di lavoro giornaliere

di Domenico Moro

Aumento dellorario di lavoro in Grecia.jpegIl 15 ottobre il parlamento greco ha approvato la legge, presentata dal governo di destra di Nea Dimokratia, che porta la durata dell’orario di lavoro a 13 ore giornaliere. Si tratta di un balzo all’indietro di due secoli. Infatti, durante la Rivoluzione industriale, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la durata massima della giornata lavorativa era compresa tra le 13 e le 15 ore giornaliere.

Il movimento operaio, però, sin dall’inizio dette luogo a intense lotte, spesso sanguinose e coincidenti con sommovimenti rivoluzionari, che portarono alla progressiva riduzione della giornata lavorativa. Nel 1848 la rivoluzione in Francia portò l’orario di lavoro a 10 ore. Nel 1872 in Inghilterra la giornata lavorativa scese a 9 ore. Ma fu solo nel 1917 in Russia che, con la Rivoluzione d’ottobre, l’orario venne portato per la prima volta alle attuali 8 ore giornaliere. La riduzione della giornata di lavoro incontrò sempre forti resistenze da parte degli imprenditori, che paventavano il crollo dei profitti. In realtà, la riduzione dell’orario di lavoro, è sempre stata più che compensata dall’aumento della produttività, grazie alle continue innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato le condizioni di lavoro.

A ogni modo, l’orario di lavoro in Grecia era già più lungo che negli altri paesi dell’area euro prima dell’approvazione della giornata delle 13 ore. Secondo l’International Labour Organization (ILO), nel 2024 l’orario di lavoro settimanale era di 39,8 ore in Grecia, a fronte delle 36,1 ore in Italia, delle 35,5 ore in Francia e delle 33,6 in Germania[i]. Bisogna aggiungere, poi, che la legge che porta le ore di lavoro a 13 prevede delle limitazioni: l’aumento è su base volontaria e per un massimo di 37 giorni all’anno. Inoltre, il lavoro extra sarà compensato con un aumento della retribuzione del 40%. Malgrado tali limitazioni, si tratta di un grave arretramento per i lavoratori greci e potenzialmente per tutti quelli europei, che porta all’inversione della tendenza storica alla riduzione dell’orario di lavoro.

Dunque, per quale ragione l’orario di lavoro è aumentato? Per rispondere dobbiamo rifarci al meccanismo attraverso il quale funziona il rapporto tra forza lavoro e capitale.

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Ilan Pappè: La fine di Israele?

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La fine di Israele?

Chris Hedges intervista Ilan Pappè

fine israele pappeNonostante il dominio militare di Israele sui suoi nemici regionali, l’entità sionista si trova davvero nel momento più vulnerabile della sua storia? E, cosa ancora più importante, può sostenere il progetto dello Stato ebraico?

Lo storico israeliano Ilan Pappè sostiene che Israele stia implodendo. Egli definisce l’attuale governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu come neo-sionista, nel senso che i vecchi valori del sionismo sono diventati più estremi, più apertamente razzisti, più suprematisti e più violenti. Questo Stato neo-sionista ha abbandonato l’approccio graduale, la lenta pulizia etnica dei palestinesi, che caratterizzava i precedenti governi sionisti.

Sta usando il genocidio come arma per svuotare la Striscia di Gaza dai palestinesi e presto forse anche la Cisgiordania. È dominato da estremisti ebrei che hanno trasformato Israele in quello che lui chiama lo Stato di Giudea, distinto dal vecchio Stato di Israele.

Lo Stato di Giudea, governato da coloni ebrei fanatici, 750.000 dei quali vivono in Cisgiordania, fonde il sionismo religioso con l’ebraismo ortodosso. Cerca di stabilire un “impero israeliano” che dominerà i suoi vicini arabi, in particolare Libano, Giordania e Siria.

L’odio per i palestinesi da parte di coloro che governano questo Stato neo-sionista, lo Stato di Giudea, si estende anche agli ebrei israeliani laici. Questo, sostiene, significa che alla fine Israele si frammenterà, rendendo Israele insostenibile.

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ALGAMICA: Movimenti sociali ed elezioni in Occidente

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Movimenti sociali ed elezioni in Occidente

di ALGAMICA*

dellaporta.jpgIn occasione delle straordinarie mobilitazioni contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, è tornata di moda la discussione sul fatto che le piazze siano state piene, ma continuano a essere vuote le urne, ovvero che c’è una disaffezione al voto da parte del popolo e in modo particolare delle nuove generazioni.

Questo per un verso, mentre per l’altro versante ci sarebbe un “acceso” dibattito circa la riduzione degli spazi democratici, impugnando il fatto, tra l’altro, che la presidente del consiglio Meloni viva una sorta di orticaria nei confronti dei giornalisti, ovviamente in modo particolare quelli di sinistra.

Premesso che ai sottoscrittori di queste scarne note non importa un fico secco delle elezioni, di qualsiasi tipo, e che le ritengono un magistrale imbroglio nei confronti del cosiddetto popolo, e che questo agisce sempre impegnando il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato. Siamo perciò di fronte a chi si candida a imbrigliare e a chi di buon grado si fa imbrigliare, pur di evitare di assumere un impegno in proprio per diritti collettivi, mentre va alla ricerca di quello/i individuale/i.

Di logica, perciò, diciamo in modo convinto che gli assenti hanno sempre torto, e non hanno nessun diritto di accampare scuse.

Entriamo però più nel merito, cercando di fornire una nostra spiegazione a un fenomeno che in Occidente desta – per lor signori – qualche preoccupazione.

Detto che gli assenti hanno sempre torto, cerchiamo di capire e spiegare perché lor signori sono preoccupati dell’astensionismo passivo del popolo, fino al punto che si recano alle urne meno del 50% degli aventi diritto.

La prima risposta è che c’è una disaffezione al voto, ma questa è solo la presa d’atto di un fatto, non la spiegazione del fatto stesso.

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Eros Barone: Analisi, previsione, oggettività: su alcuni usi della dialettica materialistica

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Analisi, previsione, oggettività: su alcuni usi della dialettica materialistica

di Eros Barone

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La dialettica vera e propria è lo studio della contraddizione nell’essenza stessa degli oggetti.

V. I. Lenin, Quaderni filosofici.

1. Analisi del problema relativo al ruolo dei sindacati e applicazione del metodo dialettico in Lenin

Scopo del presente articolo è quello di esaminare l’applicazione del metodo dialettico nell’analisi di un problema, nella formulazione di una previsione e nella determinazione di ciò che è oggettivo da parte della fisica contemporanea. Si cercherà, in primo luogo, di fornire un’esemplificazione del modo in cui tale metodo è stato applicato da quel maestro del socialismo scientifico e della dialettica materialistica che risponde al nome di Vladimir Il’ič Lenin. Dalla disàmina degli aspetti salienti del modo di argomentare e di ragionare che il rivoluzionario russo aveva maturato attraverso la conoscenza dei classici del materialismo storico-dialettico (Marx, Engels, Plechanov e, per certi versi, lo stesso Kautsky), si ricava infatti una grande lezione di metodo: una lezione che Lenin aveva pienamente assimilato e che seppe applicare contro la falsificazione opportunista del marxismo, come dimostra la sua acutissima lettura della Logica di Hegel e del Capitale di Marx.

Il metodo dialettico e il rapporto tra la logica formale e la logica dialettica sostanziano tutta l’opera di Lenin, dagli scritti sulla formazione del partito rivoluzionario alle discussioni sulla costruzione della dittatura del proletariato dopo la rivoluzione vittoriosa. Nel Che fare?, rintuzzando i ragionamenti formali di un socialdemocratico che nel processo di formazione del partito vedeva solo la realtà contraddittoria e nessun punto fermo su cui far leva, talché la realtà gli appariva un circolo vizioso, Lenin afferma: «Ogni questione “si aggira in un circolo vizioso” perché tutta la vita politica è una catena senza fine composta di un numero infinito di anelli. Tutta l’arte dell’uomo politico consiste precisamente nel trovare e nell’afferrare saldissimamente l’anello che più difficilmente può essergli strappato, che è il più importante in quel dato momento e che meglio gli garantisce il possesso di tutta la catena». 1

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Manlio Dinucci: La politica delle cannoniere nucleari

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La politica delle cannoniere nucleari

di Manlio Dinucci

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato l’accordo col presidente della Cina Xi Jinping come un grande successo. Gli Stati Uniti ridurranno di 10 punti percentuali il dazio sui prodotti cinesi importanti portandolo al 47%. In cambio la Cina riprenderà l’acquisto di soia statunitense e rinvierà di un anno le restrizioni sull’esportazione negli USA di minerali delle terre rare. Si tratta in realtà di una limitata, precaria tregua commerciale.

Significativo è quanto ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi prima dell’incontro di Xi Jinping con Donald Trump. Wang Yi ha avvertito che “sta arrivando un mondo multipolare”, esortando a “porre fine alla politicizzazione delle questioni economiche e commerciali, alla frammentazione artificiale dei mercati globali e al ricorso a guerre commerciali e battaglie tariffarie”. “Il frequente ritiro dagli accordi e il mancato rispetto degli impegni, mentre si formano con entusiasmo blocchi e cricche, ha sottoposto il multilateralismo a sfide senza precedenti”, ha affermato Wang, senza nominare paesi specifici ma riferendosi chiaramente agli Stati Uniti.

Nell’incontro il presidente Xi Jinping ha sottolineato: “La Cina e gli Stati Uniti dovrebbero essere partner e amici. Questo è ciò che ci ha insegnato la Storia e ciò di cui la realtà ha bisogno”. Quale sia la posizione degli Stati Uniti è dimostrato dal fatto che, pochi minuti prima dell’incontro con Xi Jinping, Trump ha dichiarato di aver ordinato al Pentagono di avviare test sulle armi nucleari “su base paritaria” con Cina e Russia.

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Patrizia Cecconi: Non difendo Francesca Albanese, la strega

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Non difendo Francesca Albanese, la strega

di Patrizia Cecconi

È strano trovarsi all’estero, lontano da TV e connessione internet a godere l’ultimo sole su una spiaggia balcanica ed essere riportati a forza nella realtà politica da un interlocutore che, paradossalmente, è più lontano dalla politica di quanto io non lo sia dal Polo Nord.

Tutto nasce dalla mia richiesta di raggiungere l’isolotto di Sazan che è di fronte ai miei occhi, nella baia di Valona, e sentirmi rispondere che non si può più perché da un paio di mesi l’isola appartiene a un ricco immobiliarista ebreo, un certo Kushner, genero di Trump, che ne farà un resort di gran lusso solo per turismo d’élite.

In un attimo il pensiero vola a Gaza e alle mire di certi immobiliaristi, tanto sporche da aver creato sconcerto perfino in qualche buon filo-sionista nostrano. Poi il pensiero corre dall’altra parte del Canale d’Otranto, dove si sta realizzando il piano coloniale CORAL 37 di un’altra imprenditrice ebrea-israeliana la quale sta progettando la “Israeli Colony in Salento”. Ma anche a Cipro sta succedendo qualcosa di simile.

Mi chiedo se sia il sionismo che si sta incistando spazialmente nel mondo o se siano semplici acquisti di ricchi imprenditori per caso israeliani o per caso di religione ebraica.

Apro il web per un primo aggiornamento su questo inquietante fenomeno immobiliare e mi trovo di fronte una notizia che mi costringe ad accantonare per il momento questa ricerca.

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Geraldina Colotti: Il Venezuela si prepara agli attacchi militari americani

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Il Venezuela si prepara agli attacchi militari americani

di Geraldina Colotti

Alla fiera del libro di Caracas, che ha aperto i battenti il 31 di ottobre, giornalisti e intellettuali commentano l’allarme lanciato da El Nuevo Herald e ripreso dalla stampa internazionale, secondo il quale, stando a “fonti bene informate”, gli Stati uniti sarebbero sul punto di attaccare “porti e istallazioni militari venezuelane” nel segno della cosiddetta lotta al narcotraffico. Bastava, però, leggere l’opposto richiamo di due quotidiani internazionali per rendersi conto della completa contraddittorietà della notizia. Da una parte il quotidiano di Miami in lingua spagnola, dall’altra El Pais, di Spagna, che annunciava invece: Trump smentisce di  voler attaccare il Venezuela.

E, infatti, fin dalle prime ore del giorno, si poteva leggere il commento sui social del segretario di stato Marco Rubio, principale costruttore dell’aggressione in corso nei Caraibi e nel Pacifico, al Venezuela e alla Colombia: “Le tue ‘fonti’ ti hanno ingannato per scrivere una storia falsa”, diceva Rubio al Nuevo Herald. Anna Kelly, Vice Segretaria Stampa della Casa Bianca, respingeva a sua volta il rapporto del Miami Herald, quotidiano di lingua inglese a sua volta edito dalla Miami Herald Media Company e ugualmente rivolto alla comunità della Grande Miami, di forte influenza in America latina e  nei Caraibi: “Le fonti anonime non sanno di cosa stanno parlando”, diceva Kelly, aggiungendo che qualsiasi annuncio ufficiale sulla politica in Venezuela sarebbe arrivato direttamente dal presidente.

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Filippo Zingone: Sudan: gli interessi globali dietro alla guerra dimenticata

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Sudan: gli interessi globali dietro alla guerra dimenticata

di Filippo Zingone

Nella giornata di domenica le Rapid Support Forces (RSF), truppe ribelli che dall’aprile 2023 contendono il potere alla giunta militare guidata dal generale Al-Burhan, hanno preso il controllo della città di El-Fasher, capitale dello stato del Nord Darfur e ultima roccaforte delle Forze Armate Sudanesi (FAS) nelle regioni occidentali del Sudan. Immagini e testimonianze restituiscono una carneficina, con centinaia di cadaveri e scene di esecuzioni di massa anche nei pressi dell’ospedale. Ultima mattanza di una guerra che in due anni e mezzo ha provocato un numero imprecisato di vittime (tra 60 e 150 mila a seconda delle stime) e circa 11 milioni di sfollati. Un disastro che avviene in un silenzio internazionale che nasconde non solo indifferenza ma, soprattutto, i torbidi interessi attraverso cui molti attori globali supportano uno dei due eserciti in campo.

La presa di El-Fasher, posta sotto assedio per 18 mesi, segna una conquista cruciale per le RSF che, dopo oltre due anni di sanguinosissima guerra civile, controllano ormai un terzo del territorio nazionale. Ma la conquista non significa il silenzio delle armi: la situazione nella città peggiora di ora in ora e le violenze contro la popolazione civile aumentano. Diversi rapporti, tra cui quello pubblicato dallo Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale, documentano attraverso immagini satellitari i massacri compiuti dai miliziani delle RSF. E non sono solo le immagini dal cielo a raccontare la brutalità della situazione: anche numerosi video diffusi sui social network mostrano uomini armati che aprono il fuoco su civili inermi.

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Francesco Cosimato: «Spese per la Difesa: 5 per cento del Pil e zero strategia»

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«Spese per la Difesa: 5 per cento del Pil e zero strategia»

di Francesco Cosimato

Il generale Cosimato smonta la retorica sull’aumento delle spese militari e denuncia la distanza tra obiettivi politici e capacità reali

Con un’analisi basata sui numeri, il generale valuta l’impegno italiano di portare la spesa per la Difesa al 5% del Pil entro il 2035, evidenziando l’assenza di una strategia. Tra vincoli di bilancio, organici insufficienti e decisioni ideologiche, la politica continua a fissare obiettivi irrealistici. Senza tener conto dei limiti effettivi dello strumento militare.

* * * *

Se c’è una cosa difficile in Italia, è capire quanto spende lo Stato per difenderci e a che cosa serve il suo strumento militare. Per analizzare il Bilancio della Difesa, ad esempio, ci sono schiere di funzionari del Ministero dell’Economia e della Difesa, oltre a un sacco di tecnici della Ragioneria centrale in ogni ministero.

Non solo. In questo momento storico, così pieno di crisi internazionali, è sempre più difficile capire come mettere insieme le politiche da intraprendere e i mezzi umani e finanziari per realizzarle. L’espressione «Sosterremo l’Ucraina finché sarà necessario», per esempio, riflette un approccio ideologico non basato su un confronto tra esigenze e possibilità, che rischia di depauperare sensibilmente lo strumento militare.

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Carola Frediani: AI. OpenAI, giù la maschera

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AI. OpenAI, giù la maschera

di Carola Frediani

Martedì scorso OpenAI ha annunciato la sua trasformazione in una società for profit, completando quel percorso che, dalla nascita come no profit nel 2015, aveva poi deviato verso la commercializzazione dei prodotti, la corsa all’AI, e la fisionomia di una startup che punta a un’offerta pubblica iniziale e una quotazione in borsa col botto. La ristrutturazione trasforma infatti l’ex “laboratorio” dietro a ChatGPT in una società di pubblica utilità (public benefit corporation, PBC, ovvero una società a scopo di lucro legalmente tenuta a bilanciare i rendimenti degli azionisti con un dichiarato beneficio pubblico). Significa che la nuova OpenAI (ufficialmente OpenAI Group PBC) potrà emettere azioni ai dipendenti (stock option), raccogliere capitali attraverso tradizionali round di finanziamento azionario, quotarsi in borsa. Ma dichiarando di farlo a beneficio dell’umanità. Ok, esiste anche una fondazione senza scopo di lucro, a cui ha assegnato una ricca quota del 26 per cento, valutata 130 miliardi di dollari.

Ma Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, ha una quota del 27% valutata 135 miliardi di dollari, mentre le quote restanti sono detenute da altri investitori e dipendenti.

La Fondazione OpenAI controlla l’attività a scopo di lucro, scrive OpenAI nel suo comunicato. Ricordiamo che il board della no profit (ora board della fondazione) è lo stesso uscito modificato e pro-Altman dallo scontro tra lo stesso Altman e il precedente board, che si era opposto alla disinvoltura con cui la società stava cavalcando la commercializzazione dell’AI (di cui avevo scritto in newsletter).

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