Rassegna – 10/11/2025
Alessandro Visalli: La sconfitta dell’Occidente e la Guerra Mondiale a Pezzi II
La sconfitta dell’Occidente e la Guerra Mondiale a Pezzi II
di Alessandro Visalli
Il vuoto nel cuore dell’occidente. Dall’austerità alla disperazione
Il 13 settembre 2014, profeticamente, Papa Francesco nel centenario della Prima Guerra Mondiale ricordò che “anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni”[1]. Con questo breve enunciato dichiarò il segno del nostro tempo tragico.
Sono passati solo pochi anni, ma sembrano un’eternità. Si era nel tempo del Job Act di Renzi, in quello di Schäuble che al G20 si oppose alle richieste di manovre anticicliche degli Usa riaffermando il vangelo dell’austerità e il surplus di bilancio europeo e tedesco. Era il tempo in cui Obama spingeva perché fossero firmati due trattati di libero scambio, in chiave anticinese e a vantaggio delle aziende tecnologiche. Il TTIP (con l’Europa) e il TPP (con l’Asia) avevano infatti un solo scopo, come Jack Lew chiarì al G20: quello di creare le condizioni per ribilanciare le partite commerciali statunitensi. Allora come ora il mondo esportava negli Stati Uniti molto più di quanto importasse da essi, e i cittadini americani consumavano più di quanto producessero. Allora come ora il debito pubblico, traduzione di quello privato, cresceva sempre di più. Allora come ora il sistema-America era complessivamente indebitato verso il mondo. E, infine, la fiducia nella capacità sul lungo periodo (oggi anche sul breve) di sostenere questo ritmo era sfidata, minacciata.
Oggi tutti quei nodi sono giunti al pettine[2].
Per questa ragione l’Occidente appare disperato e pronto a tutto. Il punto di svolta è stato lungamente preparato dal progressivo svuotamento della posizione di forza americana, internamente preparata dalla perdita del senso comune della nazione, dell’etica del lavoro, del concetto di morale sociale vincolante, della capacità di sacrificarsi per la comunità[3]. Quindi ha subito una netta accelerazione quando lo shock del Covid ha mostrato la fragilità delle linee di approvvigionamento interconnesse e determinato una devastante crisi economica, contrastata con programmi di spesa a debito senza precedenti[4]. E quando tutto ciò si è infranto sul muro della crescente competizione cinese e del confronto con la Russia.
Chris Hedges: Il più grande alleato di Trump è il Partito Democratico
Il più grande alleato di Trump è il Partito Democratico
di Chris Hedges* – Scheerpost
L’unica speranza per salvarci dall’autoritarismo di Trump sono i movimenti di massa.
Dobbiamo costruire centri di potere alternativi – inclusi partiti politici, media, sindacati e università – per dare voce e potere a coloro che sono stati privati del loro potere dai nostri due partiti al governo, in particolare la classe operaia e i lavoratori poveri.
Dobbiamo organizzare scioperi per paralizzare e contrastare gli abusi perpetrati dall’emergente stato di polizia. Dobbiamo sostenere un socialismo radicale, che includa il taglio di mille miliardi di dollari spesi nell’industria bellica e la fine della nostra dipendenza suicida dai combustibili fossili, e risollevare le vite degli americani abbandonati tra le macerie dell’industrializzazione, del calo dei salari, di infrastrutture in rovina e di programmi di austerità paralizzanti.
Il Partito Democratico e i suoi alleati liberali denunciano il consolidamento del potere assoluto da parte della Casa Bianca di Trump, le ripetute violazioni costituzionali, la flagrante corruzione e la deformazione delle agenzie federali – tra cui il Dipartimento di Giustizia e l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) – trasformandole in cani da attacco per perseguitare gli oppositori e i dissidenti di Trump. Avvertono che il tempo sta per scadere. Ma allo stesso tempo, si rifiutano fermamente di convocare mobilitazioni di massa che possano smantellare i meccanismi del commercio e dello Stato. Trattano come lebbrosi i pochi politici del Partito Democratico che si occupano di disuguaglianze sociali e abusi da parte della classe miliardaria – tra cui Bernie Sanders e Zohran Mamdani. Ignorano spensieratamente le preoccupazioni e le richieste dei comuni elettori del Partito Democratico, riducendoli a semplici oggetti di scena usa e getta durante comizi, assemblee cittadine e convention.
Il Partito Democratico e la classe liberale sono terrorizzati dai movimenti di massa, temendo, a ragione, di essere spazzati via anch’essi. Si illudono di poterci salvare dal dispotismo aggrappandosi a una formula politica morta, proponendo candidature insipide e a contratto come Kamala Harris o la candidata del Partito Democratico e ufficiale di marina in corsa per la carica di governatore del New Jersey, Mikie Sherrill.
Davide Malacaria: Venezuela. Gli Usa sono i nuovi pirati dei Caraibi
Venezuela. Gli Usa sono i nuovi pirati dei Caraibi
di Davide Malacaria
Abbiamo ripreso il titolo da un editoriale del Washington Post del 28 ottobre, perfetto per fotografare quanto sta avvenendo, con le forze statunitensi che infestano i mari del Venezuela e affondano navi e naviganti.
Omicidi, peraltro, niente affatto chirurgici: i video dei droni che affondano le barche dati in pasto ai media sono l’ennesima trovata propagandistica volta a magnificare l’efficienza dell’Us Army.
In realtà, come rivelato il 16 ottobre da The Intercept, per affondare le prime barche – e si presume anche le successive – sono serviti “molti attacchi missilistici” e, in un caso, il naviglio colpito è stato finito a colpi di mitragliatrice. Cambia poco per gli sfortunati naviganti, ma il particolare macchia l’immagine “chirurgica” per virare sulla ferocia.
E ancora, un articolo del New York Times, dopo aver sottolineato l’illegalità di tali azioni, che dovrebbe spingere i militari alla disobbedienza, prosegue annotando che si stanno uccidendo persone che non hanno intenzioni ostili contro gli Stati Uniti e che “potrebbero essere arrestate facilmente anziché uccise sommariamente”.
Quest’ultima annotazione, in combinato disposto con quanto accennato in precedenza sugli attacchi, evidenzia il sadismo sotteso a tale operazione: nessuna pietà per i naviganti, nonostante la Us. Navy sia perfettamente attrezzata per recuperare gli uomini in mare.
comidad: La retorica intercambiabile dell’assistenzialismo per ricchi
La retorica intercambiabile dell’assistenzialismo per ricchi
di comidad
Una notiziola di qualche giorno fa è che Jeff Bezos è riuscito a inserirsi alla grande nella mangiatoia degli appalti federali per l’esplorazione spaziale; una mangiatoia che fino a qualche tempo fa sembrava avviarsi a essere un’esclusiva di Elon Musk. Il faccendiere sudafricano non ha comunque di che lamentarsi, visto che in questi giorni ha rimediato un altro appalto da un paio di miliardi. Va notato però che l’azienda di Bezos, dal nome suggestivo di Blue Origin, nonostante sia stata fondata da parecchio tempo, non si è mai distinta per ricerche e tanto meno per risultati in campo tecnologico, ma solo per la fiduciosa attesa di contratti federali, che alla fine stanno arrivando.
Ovviamente certe fortune non si costruiscono solo sugli appalti pubblici, ma anche sui sussidi governativi, cioè i regali in cambio di nulla; ciò in nome del mantra secondo il quale dare soldi ai ricchi fa bene a tutta l’economia. Secondo le ultime stime per difetto, a Musk sarebbero già andati circa trentotto miliardi di sussidi governativi sotto varie forme, dalle erogazioni dirette agli sgravi e incentivi fiscali. Un quadro da cui esce che Musk è uno dei principali miracolati dell’assistenzialismo per ricchi. Alcuni commentatori hanno sottolineato la protervia di Musk nel farsi censore dei pubblici sprechi per poi andare a riscuotere allo stesso sportello del denaro pubblico.
Nella sua breve esperienza nell’agenzia governativa per l’efficienza, istituita da Trump, il faccendiere sudafricano ha effettivamente operato molti tagli; ma pare che non fosse quello il vero scopo della sua presenza in quel ruolo governativo di presunto castigatore degli sprechi.
Pietro Garbarino: Alcune note circa gli effetti dell’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto sicurezza”
Alcune note circa gli effetti dell’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto sicurezza”
di Pietro Garbarino
Al di là delle appropriate e puntuali osservazioni svolte dall’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione circa la nuova normativa sulla sicurezza approvata dal Parlamento alcuni mesi fa, pur con il “sotterfugio” della procedura di conversione di decreto legge, va rilevato che l’entrata in vigore di tale normativa ha completamente modificato non solo una rilevante serie di norme di legge sostanziali e del codice di procedura penale, ma ha altresì inciso sulla stessa struttura del reato penale così come configurata, e consolidata nel tempo, dalla dottrina penalistica a partire dal testo dell’Antolisei.
Tale consolidato e imponente orientamento dottrinale analizzava il reato penale e ne individuava gli elementi fondamentali nel modo seguente:
• Antigiuridicità del fatto obbiettivo; cioè il fatto commesso deve essere contrario a norme giuridiche che tutelano beni e situazioni ritenute a loro volta degne di tutela da parte dell’ordinamento giuridico come, ad esempio, l’integrità della persona o la tutela dei beni pubblici o privati,
• L’elemento soggettivo in capo a colui che commette il reato, sia nel senso della volontarietà (dolo) che nel senso della imprudenza, negligenza, imperizia (colpa) di chi agisce.
Il Pungolo Rosso: Un “pericoloso comunista” sindaco di New York… E vai!
Un “pericoloso comunista” sindaco di New York… E vai!
di Il Pungolo Rosso
Ce l’ha fatta. Il “pericoloso comunista”, l’”odiatore degli ebrei”, l’uomo che “distruggerà New York” (copyright del solito Donald Trump), per giunta musulmano, è il nuovo sindaco di New York.
Ne discute ormai il mondo intero. O almeno il mondo occidentale intero.
Con una furia incontenibile Trump e i trumpiani; con molta cautela i centro-sinistri, a cominciare dalla vecchia guardia del partito democratico amerikano fino all’organo italiano della “sinistra per Israele”, al secolo “la Repubblica”. Secondo loro ha vinto la “Z Generation”. Sono molto preoccupati per le aspettative dei votanti per Mamdani, per questo puntano sul dato della giovane età, su cui ha insistito anche l’abile neo-sindaco nel suo discorso di investitura.
Ma non è questione d’età. E’ questione che da 26 anni, dalle giornate del movimento No Global (30 novembre-1 dicembre 1999) a Seattle – con l’assedio ai vertici del WTO e l’annessa battaglia di strada con la polizia – gli Stati Uniti sono il teatro di ondate di movimenti sociali e politici in tendenza sempre più radicali. Questi movimenti, il più potente dei quali è stato finora il Black Lives Matter scoppiato a fine maggio 2020, hanno espresso, insieme ad una ripresa delle lotte sindacali operaie, il profondo malessere, la rabbia di vastissimi settori del proletariato statunitense, e la necessità di una nuova fase della vita politica statunitense, sollecitando la nascita di nuove rappresentanze politiche.
Non essendoci all’oggi una situazione rivoluzionaria né negli Stati Uniti né nel resto del mondo occidentale, era giocoforza che le nuove rappresentanze politiche nascessero dentro il partito democratico e dentro il partito repubblicano. In quest’ultimo è nato e si è affermato il trumpismo, che ha come suo obiettivo politico la spaccatura in profondità del proletariato statunitense, da realizzare attraverso la violenta contrapposizione tra settori di proletariato bianco esasperato e decaduto e la massa dei proletari immigrati e delle minoranze di colore, indicati come il capro espiatorio per la decadenza dell’Amerika.
Eugenio Donnici: Luxemburg vs Bernstein. Le crisi economiche e il dilemma tra riforma sociale e rivoluzione
Luxemburg vs Bernstein. Le crisi economiche e il dilemma tra riforma sociale e rivoluzione
di Eugenio Donnici
Ci sono dei dilemmi, che sebbene siano risolti da lungo tempo, continuano ad assillare la mente e, in generale, la vita quotidiana di coloro che sono coinvolti attivamente nelle vicende politiche e sindacali. Il muoversi lungo questa direttrice, in modo quasi funambolico, continua a produrre sterili contrapposizioni, non solo all’interno di quel che resta nella “galassia della sinistra”, ma anche tra il “sindacalismo di base” (di classe) e i sindacati “concertativi”, che contemporaneamente, influenzano e gravitano nella connessa galassia.
Le parole riforma e rivoluzione esprimono due concetti, i cui significati etimologici, nel fluire del tempo e dello spazio, oltre a mutare il corso del fiume, che è un processo che rientra nel piano semantico, hanno svilito la loro “potenza” evocativa e sono diventati indifferenti, muti, nel senso che dicono tutto e il contrario di tutto.
Quando si ricorre al termine riforma, per introdurre provvedimenti legislativi che fanno finta di cambiare il contesto in cui si agisce o addirittura peggiorano le condizioni di vita di chi deve rispettare quella norma retrograda e reazionaria, la società non ne trae nessun beneficio, anzi entra in confusione ed entrano in gioco le spinte regressive, così quando ascoltiamo spot pubblicitari come la “Rivoluzione gentile del latte”, è chiaro che siamo di fronte alla vendita di illusioni, in un determinato contesto, e che quella sostanza liquida biancastra, non produce cambiamenti significativi nella vita reale.
È pur vero che l’espressione linguistica richiamata possa esprimere una metafora, tuttavia è facilmente percepibile, anche alle sensibilità più ingenue, che si tratti di una promozione di una marca di un prodotto particolare, in luogo particolare.
Nel lontano 1899, Rosa Luxemburg, nell’esporre le sue critiche al “metodo opportunista” e alla posizione revisionista di E. Bernstein, nell’ambito della Seconda Internazionale e dei conflitti interni al partito socialdemocratico tedesco, chiede: «La socialdemocrazia può contrapporre la rivoluzione sociale, il rovesciamento dell’ordine esistente, che costituisce il suo scopo finale, alla riforma sociale?». (1)
La sua risposta è: «Certo che no!».
Alberto Toscano: Il Segretario di tutte le guerre
Il Segretario di tutte le guerre
La visione MAGA di Pete Hegseth
di Alberto Toscano
La visione che Hegseth porta dentro l’amministrazione Trump è quella di un’America che può tornare «grande» solo riconoscendo la guerra come sua condizione naturale. Non più guerra soltanto contro nemici esterni, ma contro tutto ciò che — dentro e fuori i confini — viene percepito come ostacolo al primato americano: la cultura «woke», i migranti, i Paesi latinoamericani troppo autonomi, la Cina come avversario sistemico.
Questa idea di un’America «prima tra le Americhe» traduce il vecchio privilegio imperiale in una dottrina di sicurezza emisferica, dove difendere la patria significa estendere la sua influenza militare e politica sull’intero continente. Fare l’America «great again» coincide, in pratica, con rimettere ordine nella geoeconomia del Sud e riaffermare un ruolo egemonico ormai in crisi.
A tenere insieme questo progetto è una retorica da crociata, che fonde il linguaggio della fede e quello della forza: la guerra diventa una missione morale e la battaglia culturale contro il «woke» assume i toni di una purificazione necessaria. Nella visione di Hegseth, come in quella degli aderenti al «partito della guerra», la potenza americana non si misura più solo nei mezzi militari, ma nella capacità di ridare forma e senso a un’identità ferita, anche per distogliere l’attenzione dalle cause profonde delle sue crisi sociali interne.
Un articolo di Alberto Toscano, come sempre chiarificatore su quanto accade dall’altra parte dell’Atlantico e sulla natura del governo Trump.
Mario Lombardo: UE: l’Ucraina presenta il conto
UE: l’Ucraina presenta il conto
di Mario Lombardo
L’avvicinarsi minaccioso del collasso forse definitivo delle linee di difesa ucraine sul fronte del Donbass sta alimentando un’amarissima riflessione in Europa circa gli effetti disastrosi delle politiche di sostegno incondizionato al regime di Zelensky messe in campo a partire dal febbraio 2022. Le soluzioni allo studio non lasciano tuttavia intendere un ravvedimento o inversioni di rotta per cercare almeno di salvare il salvabile, ma prevedono anzi un raddoppio degli sforzi per raggiungere obiettivi economici e strategici inarrivabili. Questo auto-inganno e il persistere di tendenze autolesioniste sorprendono d’altra parte solo in apparenza. Se fosse esistito un minimo di pensiero razionale e autonomo nella classe dirigente europea odierna, il vecchio continente non si sarebbe ritrovato sulla strada del declino e dell’irrilevanza.
Tra le analisi più allarmate apparse sui media nell’ultimo periodo si può citare quella pubblicata questa settimana dal network paneuropeo Euractiv. Il sito di informazione multilingua definisce “orribile” la situazione economica europea, per poi elencare una serie di problemi consolidati che pesano sul futuro dell’Unione. In linea generale, emergono dall’articolo alcune delle cause immediate di stagnazione, perdita del potere d’acquisto e livelli di debito alle stelle. Allo stesso tempo, però, la ragione alla base di questa involuzione traspare solo tra le righe oppure è deliberatamente taciuta. Mai, cioè, si accenna a un’avventura, come quella ucraina, lanciata in maniera intenzionale per provocare una reazione da parte della Russia che fornisse l’occasione per indebolire e, nella più fervida immaginazione occidentale, frantumare questo paese, così da consentire a USA ed Europa di neutralizzarne la “minaccia” alla loro egemonia e controllare le ricchezze di cui dispone.
Giuliano Marrucci: Come li freghiamo e ci riprendiamo tutto: una guida pratica
Come li freghiamo e ci riprendiamo tutto: una guida pratica
di Giuliano Marrucci
Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà: è uno dei concetti di Gramsci più bacioperuginizzati di tutti, insieme al famoso odio per gli indifferenti e a quello per il capodanno. Non poteva essere altrimenti; la frase, infatti, in realtà è una citazione dell’intellettuale francese e Nobel per la Letteratura Romain Rolland ed effettivamente, in mano sua, era esattamente l’appello un po’ retorico e moraleggiante che sembra: cercate di analizzare razionalmente il mondo per quello che è, con tutte le sue brutture, ma non arrendetevi e continuate a praticare il bene. Ma quando Gramsci la fa sua, cambia tutto, dalla morale all’azione politica: la citazione accompagnerà tutte le fasi dell’elaborazione politica di Gramsci, dagli editoriali dell’Ordine Nuovo alle lettere ai familiari e i Quaderni scritti durante la prigionia; e, col tempo, arriverà a riassumere non solo un’intera analisi della realtà capitalistica di una profondità senza pari, ma anche un vero e proprio programma d’azione per superarla. “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà“ scriveva, ad esempio, Gramsci in un editoriale del 1920, “dev’essere la parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifici che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle file della classe operaia”: ma in che senso? Per capirlo, bisogna prima focalizzare un punto fondamentale e, cioè, che dal punto di vista della biografia intellettuale, prima di ogni altra cosa Gramsci è un filosofo della crisi.
Elena Basile: Approdo per noi naufraghi
Approdo per noi naufraghi
di Elena Basile
Il titolo del libro di politica internazionale, pubblicato da Paperfirst il 4 novembre u.s., “Approdo per noi naufraghi”, richiama l’aspirazione principale del saggio. Chi sono i naufraghi e dove è l’approdo? I naufraghi sono innanzitutto i componenti del variegato mondo del dissenso, sono la generazione Z, ancora priva di soggettività politica ma unita per la pace e la condanna del genocidio di Gaza. Sono anche i cittadini che non votano più perché sfiduciati verso le istituzioni e la politica. I naufraghi sono inoltre coloro che votano malvolentieri, non convinti, che si arrendono perché “non c’è alternativa”.
In Italia, come in Europa, è essenziale creare un’istanza politica (a partire dai partiti dell’arco costituzionale in grado di prendere decisioni storiche di condanna del genocidio e del riarmo) che possa rappresentare le esigenze esistenti di contrasto alle politiche neoliberiste e belliciste dell’imperialismo finanziario USA, di cui l’UE è ormai l’appendice poco dignitosa.
Mi è apparso importante aprire il confronto su alcuni temi di fondo che potrebbero indicare una direzione di marcia unitaria, un denominatore comune a prescindere dalle diverse sensibilità e identità dei partiti e dei movimenti accomunati dal contrasto alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente.
Il libro esamina i fattori geopolitici, economici, sociologici e culturali che hanno permesso la trasformazione antropologica di un elettorato incline a premiare la maggioranza Ursula, malgrado il tradimento degli interessi dei popoli europei, il rischio sempre più presente di un conflitto nucleare e la nostra evidente complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Girolamo De Michele: «Ddl antisemitismo», ovvero: disciplinare scuola e cultura dopo la rivolta per Gaza
«Ddl antisemitismo», ovvero: disciplinare scuola e cultura dopo la rivolta per Gaza
di Girolamo De Michele*
L’intenzione della maggioranza di governo di proporre un Ddl unificato – cioè accorpando diversi disegni di legge – sul tema «antisemitismo a scuola», sotto l’egida di Maurizio Gasparri, può essere considerato l’ennesimo episodio di un attacco sistematico alla scuola in quanto tale. Senza dettagliare un lungo elenco, basta citare il provvedimento disciplinare contro Christian Raimo e la recente revoca dell’iscrizione alla piattaforma S.O.F.I.A. dei corsi di formazione docenti del progetto «La scuola non si arruola».
In apparenza la scuola è concepita come un punching ball sul quale chiunque, passando, può scaricare un paio di sganassoni senza tema di vederseli restituiti. In realtà, l’insieme – il combinato disposto, come si dice – di provvedimenti, circolari, dichiarazioni, episodi e provocazioni delineano una strategia intelligente: dopo aver dettagliato e spacchettato la scuola nelle sue specifiche sfaccettature, si colpiscono – o si tenta di colpire, magari per saggiare la reazione – le singole componenti.
Come minimo, mettere la scuola sulla difensiva e lasciarla arroccata a proteggere questo o quel punto è già un risultato, che denota strategia e una certa intelligenza: Valditara, insomma, non è Sangiuliano, e prima si smette di pensare all’attuale ministro come una macchietta o un anello debole, meglio è.


