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[SinistraInRete] Collettivo Le Gauche: La fabbrica loquace della moltitudine. Omaggio a Paolo Virno

Rassegna – 12/11/2025

 

Collettivo Le Gauche: La fabbrica loquace della moltitudine. Omaggio a Paolo Virno

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La fabbrica loquace della moltitudine. Omaggio a Paolo Virno

di Collettivo Le Gauche

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virnoPaolo Virno, scomparso recentemente, scrisse un libro per noi ancora fondamentale dal titolo Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di vita contemporanee. Il nucleo della riflessione prende le mosse dalla riattivazione di un’antica alternativa concettuale, quella tra popolo e moltitudine, che oggi si ripropone come strumento ermeneutico decisivo per decifrare le forme della sfera pubblica contemporanea. Questa dicotomia, forgiata nel fuoco delle contese pratiche e teoriche del Seicento, dalla fondazione degli Stati moderni alle guerre di religione, vide la netta prevalenza del concetto di popolo mentre moltitudine divenne il termine perdente, espulso dal lessico politico dominante. La tesi di fondo è che, al tramonto di un lungo ciclo storico e nel pieno di una crisi radicale della teoria politica moderna, sia proprio la nozione allora sconfitta a mostrare una straordinaria vitalità, offrendosi per una clamorosa rivincita teorica.

Le due polarità hanno i loro padri putativi in Hobbes e Spinoza che le definiscono in opposizione radicale. Per Spinoza la multitudo designa una pluralità che persiste in quanto tale sulla scena pubblica, nell’azione collettiva e nella cura degli affari comuni, senza fondersi in un Uno, senza dissolversi in un moto centripeto. È la forma di esistenza politica e sociale dei molti in quanto molti: una forma permanente, non episodica o interstiziale, che egli considera l’architrave stessa delle libertà civili. All’estremo opposto, Hobbes, con un atteggiamento che Virno non esita a definire di “odio”, vede nella moltitudine il massimo pericolo per il “supremo imperio”, per quel monopolio della decisione politica che è lo Stato. Per Hobbes la sfera pubblica moderna può avere come baricentro o la moltitudine o il popolo ma non entrambi. Il popolo è un’entità unificata, dotata di una volontà unica, ed è un riverbero diretto dell’esistenza dello Stato: dove c’è lo Stato, lì si costituisce il popolo. La moltitudine, al contrario, inerisce allo “stato di natura”, è il retaggio antecedente all’istituzione del corpo politico, un rimosso che può sempre riemergere per scuotere la sovranità statale. La moltitudine, per il suo carattere intrinsecamente plurale, rifugge dall’unità politica, recalcitra all’obbedienza e, soprattutto, non trasferisce mai i propri diritti naturali al sovrano. La celebre frase hobbesiana “i cittadini, allorché si ribellano allo Stato, sono la moltitudine contro il popolo” cristallizza questa opposizione portata al suo diapason.

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Salvatore Bravo: Marxisti e credenti

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Marxisti e credenti

di Salvatore Bravo

costanzo preve mr.jpgCostanzo Preve fu hegelo-marxiano, egli testimoniò lungo la sua esistenza la necessità ontologica del dialogo. Con il dialogo si attraversano le divisioni ideologiche per ritrovarsi sul fondamento, mai definitivo, della verità. Quest’ultima si rivela nella parresia, ma non è mai “morta cosa”, perché a essa ci si deve sempre riaccostare per ridefinirla e ascoltarne la presenza. L’incomunicabilità è “assenza di pensiero” che la filosofia contribuisce a sanare. Le barriere sclerotizzano la parola e la confinano nel silenzio irrazionale.

La contrapposizione fra marxisti e credenti ha favorito il “potere” che si consolida nel guerreggiare delle opposizioni, le quali contribuiscono alla disgregazione del popolo. Tale condizione ha accompagnato la Guerra fredda e, con la fine del comunismo reale, si è ulteriormente incancrenita, poiché la sconfitta storica ha inoculato nei marxisti sopravvissuti la vergogna di essere tali. Il confronto necessita di “chiarezza emotiva”, per cui la vergogna è sicuramente un limite alla parola. Colui che porta l’impronta della sconfitta e la vive come una colpa non è nelle condizioni di dialogare. Solo la pari dignità dei dialoganti consente alla parola il confronto creativo e razionale:

“Per un confronto infatti occorre essere in due, e mentre i cristiani esistono ancora e si fanno sentire, i marxisti sembrano vergognarsi di esser rimasti tali, e non sembrano neppure essere riusciti a mantenere quella rete minima di contatti e di lavoro comune da cui nascono le “rivoluzioni scientifiche” ed i mutamenti di paradigmi. In proposito l’entusiasmo e la solidarietà verso la cosiddetta “teologia della liberazione” (fenomeno essenzialmente latino-americano) sono fenomeni assai positivi, ma non possono sostituire una riflessione che si voglia realmente “interna” alle nostre difficoltà di “marxisti che non hanno mollato” nei confronti delle nuove problematiche culturali dei credenti[1]”.

La cultura marxiana ha il merito di aver liberato l’economia dai suoi processi di ipostatizzazione. Il metodo genealogico e il materialismo storico hanno liberato l’economia da una visione dogmatica. La critica alla religione mediante la ricostruzione della genesi sociale e di classe dimostra l’uso che di essa è stato fatto per eternizzare i principi economici delle classi dirigenti.

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Ferdinando Bilotti: L’impossibile rinascita dell’industria americana (parte 1)

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L’impossibile rinascita dell’industria americana (parte 1)

di Ferdinando Bilotti

4333.0.26650006 kLwF U341015794402357JB 656x492Corriere Web Sezioni.jpgDopo decenni passati a sentire tessere le lodi del libero mercato, la fissazione di Trump per i dazi può destare sconcerto. Tuttavia, considerato di per sé, il principio della penalizzazione delle importazioni è tutt’altro che strampalato. Nel XIX e XX secolo, il protezionismo ha costituito uno strumento fondamentale per i paesi sottosviluppati che aspiravano a dotarsi d’una propria industria. Gli stessi Stati Uniti, nei decenni a cavallo del 1900, fecero ampiamente ricorso ai dazi doganali, per proteggere le proprie imprese nascenti e riuscire così ad assurgere al ruolo di potenza manifatturiera.

Già, ma oggi? Il ritorno a una simile politica è giustificato?

In linea teorica, sì. Come abbiamo già spiegato negli articoli del 21 agosto e del 6 ottobre, gli USA hanno subito un esteso processo di deindustrializzazione, che ha avuto conseguenze molto gravi per la loro economia e che minaccia di compromettere persino la tenuta delle loro finanze pubbliche e le loro capacità militari. Tassare le importazioni sembra dunque una strategia sensata, anzi addirittura obbligata. I dazi riducono la competitività di prezzo dei manufatti esteri e quindi avvantaggiano chi produce in patria. Ciò dovrebbe stimolare le aziende nazionali a riportare negli USA le attività che avevano delocalizzato e quelle straniere che esportano verso gli Stati Uniti a servire questo mercato impiantando in loco delle proprie fabbriche. Beninteso, la messa fuori gioco di chi produce più a buon mercato avrebbe un impatto negativo sul costo della vita; ma la reindustrializzazione accrescerebbe il reddito degli abitanti (si tenga presente che oggi molti statunitensi vivono in condizione di disoccupazione, sottooccupazione od occupazione dequalificata), compensando questa conseguenza negativa.

Tutto bene, quindi? Beh… no. Vi sono infatti alcuni fattori che remano contro la possibilità di rilanciare, tramite il protezionismo, il made in USA. Lo sviluppo industriale richiede abbondante forza lavoro qualificata (dai tecnici laureati agli operai specializzati, passando per il personale amministrativo di vario genere) e quindi un sistema scolastico e universitario in grado di formarla; ma gli Stati Uniti non ce l’hanno, in quanto la loro istruzione pubblica è troppo scadente e quella privata è troppo cara.

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Raphael Machado: La pressione sul Venezuela come guerra ibrida contro Russia  e Cina

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La pressione sul Venezuela come guerra ibrida contro Russia  e Cina

di Raphael Machado, chinabeyondthewall.org

La strategia di riavvicinamento al Brasile si basa proprio sullo sforzo di far uscire il Paese dall’“orbita cinese”.

Un vizio comune tra analisti e giornalisti geopoliticamente anti-imperialisti è il tentativo di spiegare tutti i conflitti internazionali con la “causa unica” della ricerca imperialista di risorse naturali – quasi sempre il petrolio. È così che viene classicamente spiegata la guerra in Iraq, ad esempio: le “Big Oil” avrebbero sfruttato l’amministrazione Bush per riaprire i mercati, prima chiusi, attraverso bombardamenti e occupazioni territoriali.

Questo tipo di spiegazione chiaramente materialista nasce da una premessa evidentemente marxiana, in quanto mira a trattare tutti i fenomeni sociali, culturali e politici come epifenomeni di fronte alla realtà preponderante e strutturale delle trasformazioni e degli interessi economici.

Come buona parte degli sforzi pseudoscientifici del XIX secolo volti a ridurre la realtà a un unico principio (come nel caso del freudismo e del positivismo), anche questo materialismo economista non regge al martellamento dell’analisi critica.

Solo per fare un esempio, nel caso iracheno, la spiegazione materialista generica non resiste alla scoperta empirica che le principali compagnie petrolifere statunitensi erano, di fatto, già sulla strada del dialogo con i paesi contro-egemonici del Medio Oriente e, proprio per questo motivo, hanno tentato senza successo di fare pressione per il non intervento e la pacificazione delle relazioni tra Stati Uniti e Iraq.

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Sergio Cararo: 7 novembre. La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi

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7 novembre. La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi

di Sergio Cararo

Le visioni della Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:

1) Per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;

2) Per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento“. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in occidente”, la quale rimane la contraddizione rimasta aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.

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Dante Barontini: La “sinistra” che guarda a New York

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La “sinistra” che guarda a New York

di Dante Barontini

Sarà il caso di fermarsi un attimo a ragionare, dopo aver letto e metabolizzato una buona parte dei commenti “sinistri” sulla vittoria di Zhoran Mamdani alle elezioni per il sindaco di New York.

Inevitabile e persino giusto che ci siano molte opinioni diverse, che in tanti scavino tra le sue dichiarazioni – pre o in campagna elettorale – per trovare debolezze, ambiguità contraddizioni con la sua immagine ufficiale (auto-assegnata, e negli Usa era quasi un suicidio politico) di “socialista”.

Inevitabile, comprensibile, ma per nulla giusto, che in tanti si affrettino a trasferire su di lui, e sui “socialisti democratici” Usa, le proprie speranze o le proprie idiosincrasie.

C’è però, secondo noi, da tenersi distanti da queste considerazioni frettolosamente pro o contro proprio perché manifestazioni da tifosi, anziché sforzi di giudizio analitico serio.

Del resto lo stesso avviene sulla guerra in Ucraina, dove qualsiasi analisi oggettiva degli interessi – e persino dei combattimenti – in campo viene liquidata come “putinismo”, fino a certe curiose esibizioni di “comprensione antifa” per un governo infestato di nazisti rei confessi.

Nella “sinistra radicale” italiana, non da oggi, sembra andata perduta la capacità di analizzare i fenomeni in modo “scientifico” per poi poter prendere una “posizione” autonoma. E quindi anche efficace.

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Leonardo Mazzei: Trump, il “cane pazzo”

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Trump, il “cane pazzo”

di Leonardo Mazzei

Nel caos d’ogni dì del nostro tempo, i fondamentali vanno spesso smarriti. È il caso del dibattito su Trump. Qualcuno lo voleva isolazionista, ripescando una ormai remota tradizione repubblicana. Altri addirittura “pacifista”, non foss’altro che per venire a patti con la realtà di un impero in decadenza.

Dopo Gaza, le bombe sull’Iran e sullo Yemen, siamo adesso alle violente minacce al Venezuela. Forse è venuto il tempo di mettere alcuni puntini sulle “i”, di rimettere un po’ di ordine sulla sostanza delle cose. Che è poi l’unico modo per orientarci nel marasma che, passo dopo passo, ci sta portando verso l’abisso di una Terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Proviamo allora a ricapitolare i punti fondamentali:

(1) Donald Trump è sì un personaggio particolare, un egocentrico al cubo che ama spararle grosse. Ma egli è innanzitutto il quarantasettesimo presidente di quella che è ancora la prima potenza mondiale, e che ambisce a restare tale. Una potenza che vuole impedire in tutti i modi il passaggio da un mondo monopolare a uno multipolare e/o multilaterale.

(2) È proprio questa decisione strategica dell’imperialismo americano, peraltro maturata ai tempi di Obama, la prima vera causa delle guerre in corso, a partire da quella d’Ucraina. Guerra scatenata dall’espansione della Nato verso est, cui è seguita la risposta difensiva di Putin.

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Fernanda Mazzoli: Preparazione alla guerra, formazione alla pace

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Preparazione alla guerra, formazione alla pace

di Fernanda Mazzoli

Un recente intervento del MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) ha avuto il doppio merito di chiarire la funzione dei corsi di formazione a scuola e di togliere ogni residuo dubbio sul clima di mobilitazione bellicista cui dovremmo tutti adeguarci in un futuro così prossimo da essere già il nostro presente.

Il Ministero ha soppresso un corso di formazione, cui avevano aderito più di un migliaio di docenti, organizzato per il 4 novembre dal Cestes (Centro Studi Trasformazioni Economico- Sociali), annullando l’accreditamento sulla piattaforma Sofia con la motivazione che l’iniziativa ” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016.1

Il ricorso al “pedagoghese”, gergo già di per sé vuoto, conferisce alla motivazione un carattere vagamente surreale e sconcerta prima ancora di indignare: non si comprende, infatti, come una iniziativa volta a sottolineare, presumibilmente rifacendosi all’articolo 11 della Costituzione, il valore della pace in un contesto internazionale contrassegnato da un crescente ricorso alle armi per risolvere situazioni conflittuali possa configurarsi come estraneo all’ambito formativo proprio della funzione docente.

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Dario Di Conzo: Se la Cina ha vinto

Se la Cina ha vinto

di Dario Di Conzo

Se l’obiettivo di un titolo apodittico come “La Cina ha vinto” è convincere il lettore della validità della propria tesi, Alessandro Aresu vi riesce pienamente. L’autore invita il lettore a osservare lo scontro di questo inizio di XXI secolo attraverso gli occhi di Wang Huning: il teorico del Partito, professore e attuale membro del Comitato […]

VRrL.jpg BO302552Se l’obiettivo di un titolo apodittico come La Cina ha vinto (Feltrinelli Editore, Milano, 2025, €15) è convincere il lettore della validità della propria tesi, Aresu vi riesce pienamente. Centonove pagine che, pur dense e concettualmente stratificate, si leggono in una sola giornata di pioggia, lasciando anche il lettore più scettico con la persistente impressione che, in effetti, la Cina possa davvero aver vinto. Una volta svanito l’impatto iniziale, sorgono tuttavia le domande: cosa ha vinto, e in che modo? Contro chi, invece, è chiaro fin dall’inizio: gli Stati Uniti.

Il libro si colloca in un dialogo aperto con due decenni di letteratura oscillante tra catastrofismo e trionfalismo. Se The Coming Collapse of China di Gordon Chang (2001) inaugurava il genere ormai screditato della Cina prossima al collasso, Has China Won? (2020) di Kishore Mahbubani ne offriva il riflesso speculare in chiave interrogativa. Aresu, al contrario, trasforma il dubbio in un’affermazione tanto provocatoria quanto rivelatrice. Eppure, la vittoria che descrive non è né economica né militare: prima di tutto, è intellettuale.

L’autore invita il lettore a osservare lo scontro di questo inizio di XXI secolo attraverso gli occhi di Wang Huning: il teorico del Partito, professore e attuale membro del Comitato permanente del Politburo che, da Jiang Zemin a Xi Jinping, accompagna da oltre tre decenni la leadership comunista. Wang è al tempo stesso oggetto e soggetto della narrazione: studiato, citato e utilizzato come dispositivo narrativo. Ispirandosi al suo libro più celebre, America against America, e al diario politico del suo periodo americano, Aresu adotta la voce del professore di Shanghai per fondere teoria politica e introspezione. Le riflessioni di Wang sul declino della vitalità spirituale americana diventano la lente attraverso cui il volume interpreta il riallineamento geopolitico del XXI secolo. In effetti, la lucidità dell’analisi di Wang e la sua straordinaria capacità di anticipare la traiettoria degli Stati Uniti hanno reso questo Tocqueville contemporaneo famoso ben oltre i ristretti circoli della sinologia e degli osservatori del Partito-Stato. Come scrive evocativamente Aresu, “L’assalto a Capitol Hill, il 6 gennaio 2021, ha fatto entrare America contro America nella leggenda”.

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Stefania Consigliere: Perché è difficile riconoscere mondi nuovi

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Perché è difficile riconoscere mondi nuovi

Gianluca Carmosino intervista Stefania Consigliere

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10230912163040043 5146120848555250357 n.jpgLo sguardo coloniale e l’impostazione eroica dell’idea di cambiamento, dice Stefania Consigliere, continuano a logorare la capacità di riconoscere l’esistenza di mondi nuovi e rischiano così di spegnerli: quei mondi prendono forma non come sconvolgimenti, ma come continua attenzione alla qualità delle relazioni che costruiamo ogni giorno. Questa intervista è stata realizzata in vista della due giorni “Partire dalla speranza e non dalla paura”, promossa dalla redazione di Comune, a Roma, il 7 e 8 novembre (programma in coda). Non avremmo potuto desiderare un articolo migliore.

Stefania Consigliere insegna presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova. Le sue ricerche, in particolare su immaginario e rivoluzione, raccolte in numerosi articoli e libri, tra cui Favole del reincanto (DeriveApprodi), sono un riferimento essenziale per tanti e tante. Consigliere sostiene che mondi altri, disorganici e imperfetti, sono già qui, ma siamo spesso incapaci di individuarli per diverse ragioni. In questa intervista parliamo di pensare mondi nuovi, di relazioni di potere, dell’attenzione come capacità preziosa.

* * * *

Ernst Bloch ha scritto Il principio speranza in esilio durante gli anni del fascismo e del nazismo. Anche tu, in Favole del reincanto, sostieni che i mondi nuovi che cerchiamo sono già qui, per quanto fragili e limitati. Come possiamo oggi, in questi tempi cupi, imparare a pensare, individuare e proteggere mondi nuovi?

Ho l’impressione che ci siano due cose, nella nostra tradizione culturale ampia, quella della modernità occidentale, che in questo momento ci impediscono di riconoscere i mondi altri, e quindi poi, a maggior ragione, di proteggerli e dar loro spazio.

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Alessandro Lolli: Noialtri girardiani

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Noialtri girardiani

Una riflessione a dieci anni dalla scomparsa del filosofo

di Alessandro Lolli

Noialtri girardiani.jpg“Chissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.

Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.

Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione “capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli falsi.

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Alessandro Avvisato: Il ‘modello Mamdani’ visto da Israele

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Il ‘modello Mamdani’ visto da Israele

di Alessandro Avvisato

Abbiamo seguito da vicino le vicende delle elezioni del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, perché sono sintomo, e forse anche un passo ulteriore, nel percorso di crescente conflitto sociale e politico interno agli Stati Uniti. L’arrivo ai massimi livelli della Grande Mela da parte di un musulmano con un programma di governo considerato ‘socialista’.

Siamo ben consapevoli di tutte le ambiguità che rimangono, sul piano strategico, nei discorsi di Mamdani: sul ruolo imperialista degli USA nei confronti del ‘cortile di casa’ latinoamericano (Cuba e Venezuela), ma anche su Israele, nonostante la sua campagna abbia fatto leva largamente sull’opposizione al piegarsi continuo dei politici stelle-e-strisce agli interessi del sionismo internazionale.

Quello che vogliamo evidenziare è un processo, radicato nelle tendenze della crisi capitalistica, piuttosto che un ‘parteggiare’: il fallimento del ‘melting pot‘ statunitense va di pari passo con la sua crisi egemonica e della sua capacità di proiettarsi come ‘polizia’ del mondo intero. Le linee di faglia etniche si allargano insieme a quelle economiche, spesso si sovrappongono, e il legame che hanno con il ruolo USA nell’ordine globale appare sempre più evidente.

In un certo senso, è la declinazione d’oltreoceano di un processo di politicizzazione che abbiamo visto anche in Italia, con milioni di persone scese in piazza contro la complicità nel genocidio dei palestinesi, e riguardo al quale è apparso chiaro l’interesse del complesso militare-industriale che oggi è al centro degli indirizzi politici di tutta la compagine NATO.

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Alex Marsaglia: Verso la Mezzanotte del mondo. Cronache dell’escalation nucleare

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Verso la Mezzanotte del mondo. Cronache dell’escalation nucleare

di Alex Marsaglia

Ci siamo, le conseguenze del fallimentare viaggio di Trump in Asia si stanno manifestando nella maniera più grave, quella dell’escalation nucleare. In un mondo in guerra convenzionale, calda e combattuta su più fronti, l’annuncio della ripresa dei test atomici da parte degli Stati Uniti non poteva passare senza conseguenze. Trump da parte sua, non essendo riuscito a sfondare il muro asiatico con i mezzi convenzionali della guerra commerciale, non poteva che tentare un’altra strada. Così ha scelto la via più pericolosa, ma inevitabile, dati i livelli di sviluppo tecnologico raggiunti: il confronto sullo sviluppo tecnico-militare nucleare.

Le dichiarazioni che si sono susseguite nelle ultime ore tra i vertici russi e quelli americani ci svelano ciò che si cela dietro la svolta tecnologico-militare e nucleare del Burevestnik. Ieri infatti il Ministro della Difesa russo Belousov, nell’annunciare l’immediata ripresa dei preparativi per condurre test nucleari su larga scala, ha svelato che a Ottobre gli Stati Uniti hanno condotto un’esercitazione in cui è stato simulato un attacco missilistico nucleare preventivo contro la Russia. Inoltre, gli Stati Uniti stanno lavorando alla creazione di un nuovo missile intercontinentale con un raggio di 13.000 km con testata nucleare in modo da chiudere immediatamente il gap apertosi con la Russia (vedi qui: https://it.infodefense.press/2025/11/05/il-ministro-della-difesa-russo-andrej-belousov-ha-dichiarato-di-ritenere-opportuno-avviare-immediatamente-i-preparativi-per-test-nucleari-presso-il-poligono-delle-nuovaia-zemljya/).

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Antiper: I fascisti italiani e la strategia atlantica negli anni ’50

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I fascisti italiani e la strategia atlantica negli anni ’50

di Antiper

Questo è il primo di una serie di articoli che intendiamo proporre sulla base della lettura del nuovo libro di Davide Conti, Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della destra italiana (1946-1976), Einaudi, 2023

Si sente ripetere spesso che il Movimento Sociale Italiano, il partito neofascista che negli anni ’40 intese raccogliere l’eredità del fascismo e della Repubblica Sociale Italiana (RSI), fosse un partito dall’approccio internazionale “terzocampista” che rifiutava l’alleanza con gli americani per ragioni storiche (proprio gli USA erano stati tra gli artefici della caduta del fascismo) e a maggior ragione rifiutava l’alleanza con l’URSS per analoghe ragioni storiche e per evidenti ragioni ideologiche.

Questa storiella del “terzaforzismo” inizia con lo stesso Mussolini che aveva avuto l’ardire di descrivere il fascismo come “terza via” tra capitalismo e comunismo (senza disdegnare però la sponsorizzazione del capitale industriale e agrario, della monarchia e del Vaticano nonché la loro protezione nell’ascesa verso il potere, protezione senza la quale non vi sarebbe stata alcuna ascesa) e prosegue con alterne vicende fino addirittura al terrorismo nero degli anni ’70; per fare un esempio, il gruppo terroristico Terza Posizione, i cui membri parteciparono alla strage di Bologna del 1980, si era dato quel nome per suggerire la propria “equidistanza” (!) tra comunismo e capitalismo.

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Thierry Meyssan: Il momento della verità: l’Occidente di fronte ai progressi militari della Russia

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Il momento della verità: l’Occidente di fronte ai progressi militari della Russia

di Thierry Meyssan

Da due anni noi occidentali ci illudiamo di riuscire a mettere in ginocchio la Russia e di fare entrare l’Ucraina nell’Unione Europea e nell’Alleanza Atlantica; nonché di portare in giudizio Vladimir Putin e di farla pagare cara alla Russia. Questo mito deve fare i conti con la realtà: Mosca dispone ormai di armi devastanti, senza eguali in Occidente, che rendono vana ogni speranza di vittoria delle nostre coalizioni. Saremo costretti a riconoscere di aver preso un abbaglio.

l 26 ottobre il presidente russo Putin e il capo di stato-maggiore Valeri Gerassimov hanno annunciato di aver completato il progetto di miniaturizzazione di una centrale nucleare per installarla su un missile. Hanno dichiarato di aver lanciato un missile 9M730 Bourevestnik a una distanza di 14.000 chilometri. La particolarità di quest’arma a propulsione nucleare, quindi illimitata, è quella di poter essere guidata in modo da aggirare i siti d’intercettazione. Secondo le autorità russe, questo la rende non-abbattibile.

Il 29 ottobre il presidente Putin ha testato un siluro Status-6 Poseidon, pure a propulsione nucleare. Durante il periodo dell’Unione Sovietica i ricercatori militari euroasiatici ritenevano che le esplosioni atomiche sottomarine potessero provocare giganteschi tsunami. Per questo motivo cercavano il modo di lanciare siluri molto più lontano di quanto si riuscisse a fare all’epoca, in modo che i cataclismi provocati non colpissero anche l’URSS.

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Edoardo Todaro: Francesca Albanese: Quando il mondo dorme

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Francesca Albanese: Quando il mondo dorme

di Edoardo Todaro

Francesca Albanese, Quando il mondo dorme, Rizzoli, Milano 2025, pp. 288, euro 18

Di rapporto in rapporto, mettere in evidenza la politica sistematica, deliberata di genocidio portata avanti dall’entità sionista che occupa da decenni la Palestina, è quanto sta facendo Francesca Albanese.

Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati, è stata messa al bando, sottoposta a sanzioni imposte dagli USA. Sanzioni dovute a quanto da lei denunciato, come nelle ultime 24 pagine di Quando il mondo dorme, dove si evidenziano i legami militari, commerciali e diplomatici, perché – riprendendo l’ultimo suo rapporto- “Il genocidio …. è un crimine a livello internazionale”.

Sono passati 5 mesi dal momento in cui Rizzoli ha edito Quando il mondo dorme, e quanto l’autrice ci descrive è tutto lì: un genocidio in piena regola. Quanto abbiamo sotto mano travalica, volutamente e consapevolmente, la denuncia su quanto l’occupazione sta portando avanti. In queste pagine ci imbattiamo in qualcosa che non può, e non deve, essere rimosso: storia, presente e futuro di una Palestina in pericolo; un’occupazione che non può essere, stando a quel diritto internazionale al quale in tanti si appigliano, che illegale. Assistiamo, succubi, a un’ opera di distruzione totale, metodica e pianificata. I luoghi comuni: “Israele vuole colpire Hamas e non i palestinesi” verso i quali la propaganda di parte tende a orientare l’opinione pubblica, vengono metodicamente confutati.

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