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[CARC] 28 novembre e 12 dicembre. Due scioperi generali, un solo obiettivo: cacciare il governo Meloni!

Newsletter n. 41 del 14 novembre 2025: è uscito RESISTENZA 11/12

Volantino

28 novembre e 12 dicembre. Due scioperi generali, un solo obiettivo: cacciare il governo Meloni!

È nell’interesse di tutti i lavoratori e di tutte le masse popolari cacciare il prima possibile il governo Meloni e impedire che la suo posto si installi un altro governo delle Larghe Intese, magari di “diverso colore”, ma che attua lo stesso programma. È nell’interesse di tutte le masse popolari imporre un governo di emergenza popolare.
Le forze ci sono. Le possibilità anche. Un ostacolo è costituito dallo spirito di concorrenza e dal settarismo che caratterizzano i gruppi dirigenti delle organizzazioni sindacali, sia quelle confederali (la Cgil) che quelle di base. Ma esiste anche la strada per aggirarlo.
Così come i lavoratori, i movimenti, le reti sociali, gli organismi operai e popolari hanno costretto i vertici delle organizzazioni sindacali a convergere nello sciopero generale del 3 ottobre, allo stesso modo possono spingerli a convergere nella mobilitazione contro la finanziaria di guerra e per cacciare il governo Meloni. Come?

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È uscito il numero 11-12/2025 di Resistenza

Editoriale. A chi si sta chiedendo cosa fare

Un bilancio delle mobilitazioni di settembre e ottobre

Fra settembre e ottobre, per circa un mese, l’Italia è stata attraversata da una mobilitazione enorme e dirompente che ha sciolto come neve al sole tutte le “analisi” sulla scarsa combattività delle masse popolari italiane.

Blocchiamo tutto è stato detto e blocchiamo tutto è stato fatto: porti, stazioni, autostrade, tangenziali. Sono stati proclamati due scioperi generali di cui uno, quello del 3 ottobre, indetto unitariamente dalla Cgil e dai sindacati di base.

Le motivazioni che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza sussistono ancora tutte – e sussisteranno finché le Larghe Intese governeranno il paese. È dunque particolarmente importante capire come è stata possibile quella mobilitazione, come alimentarla e svilupparla per dare gambe all’obiettivo di cacciare il governo dei servi della Nato, dei sionisti e della Ue e sostituirlo con un governo di emergenza popolare.

Se si sgombera il campo dai luoghi comuni, dai facili entusiasmi e dagli ingiustificati pessimismi è possibile trovare le risposte.

Cambiare tutto davvero

Il 2025 si avvia alla conclusione in un contesto di grande incertezza. Non solo sul piano internazionale, con l’estensione e gli sviluppi della Terza guerra mondiale, ma anche sul piano nazionale.

Il governo Meloni chiude il 2025 con varie medaglie sul petto, ma l’unica che ostenta è quella di governo più longevo nella storia della Repubblica pontificia italiana. Più un disguido che un merito, ma tant’è…

Le altre medaglie? Le più luccicanti sono quelle di primo governo della storia italiana a essere denunciato alla Corte internazionale per complicità in un genocidio e di primo governo ad aver varato una finanziaria che somiglia al bilancio di una piccola azienda di provincia.

Si parla poco dell’incertezza e dell’instabilità politica italiana, l’informazione mainstream si occupa più volentieri della caduta in disgrazia del principe Andrea d’Inghilterra e del delitto di Garlasco, ma la realtà fa breccia anche nel muro di gomma della propaganda di regime.

Elezioni. Irruzione o illusione?

Il 25 ottobre si è svolta a Roma l’assemblea con cui Potere al Popolo (Pap) ha lanciato la costruzione di un “blocco sociale” per cacciare il governo Meloni alle elezioni politiche del 2027.

L’iniziativa di Pap presenta alcuni aspetti molto positivi, primi fra tutti la “vocazione unitaria” e il fatto, inedito, che nel campo anti Larghe Intese si inizia a parlare di elezioni con largo anticipo, senza aspettare le contingenze dettate dal nemico.

Abbiamo individuato anche alcune questioni eluse. La prima e più importante è la seguente: i compagni e le compagne di Pap ritengono che per cacciare il governo Meloni sia necessario aspettare le elezioni del 2027, oppure ritengono che ci siano la necessità e le condizioni per non farlo arrivare a fine mandato e cioè per cacciarlo ora?

La risposta non riguarda solo Pap, ma tutti i partiti e le organizzazioni politiche e sindacali del fronte anti Larghe Intese perché da essa deriva ciò che concretamente occorre fare per dare continuità e sviluppo alla mobilitazione popolare.

Repressione e provocazioni?

Resistere, resistere e passare al contrattacco

Le oceaniche e combattive manifestazioni di settembre e ottobre hanno spaventato la classe dominante e il suo governo. Perché hanno dimostrato che non bastano più la propaganda, la diversione, l’abbrutimento, i sindacati di regime, il teatrino della politica borghese, i pompieri e i professionisti della pacificazione a tenere buone le masse popolari, la cui rabbia e indignazione è esondata nelle piazze del paese. Si sono scoperti deboli e hanno avuto paura.

La reazione è stata quella che, sempre nella storia, la classe dominante ha messo in campo in questi casi, quella di chi ha finito tutte le altre opzioni: la repressione. A suon di manganellate ai cortei, divieti di manifestare, intimidazioni poliziesche, provocazioni.

La scuola è in rivolta

Su spinta della mobilitazione delle settimane precedenti, a ottobre si è dispiegata la mobilitazione del movimento studentesco. Dalle metropoli alle città di provincia gli studenti delle scuole superiori sono entrati in agitazione e hanno dato seguito alla parola d’ordine “blocchiamo tutto” con occupazioni e autogestioni.

C’è chiaramente un legame stretto con le manifestazioni e gli scioperi in solidarietà al popolo palestinese, ma praticamente ovunque i collettivi studenteschi hanno allargato i motivi delle proteste alle rivendicazioni politiche contro il governo Meloni e il ministro Valditara e “la scuola dei padroni” (alternanza scuola-lavoro, attività che favoriscono i contatti con l’esercito e le forze dell’ordine, ecc.) e alle questioni specifiche di sicurezza e agibilità delle strutture.

Trump minaccia la guerra. Il Venezuela risponde con la mobilitazione popolare

Si fa sempre più grave la minaccia di un attacco degli Usa al Venezuela bolivariano. Dei prodromi dell’escalation abbiamo parlato nell’articolo “Il Venezuela non è una minaccia, ma una speranza” su Resistenza di settembre.

Nel momento in cui scriviamo si moltiplicano gli annunci di un’imminente azione militare degli Usa, da una parte, e le manovre del governo Maduro per sventarla, dall’altra. A confondere ulteriormente le acque, nei primi giorni di novembre, dopo settimane di aperte minacce, come al suo solito Trump ha fatto marcia indietro, negando di voler attaccare il Venezuela, ma al contempo ha detto che “il tempo di Maduro è finito”.

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Agenzia Stampa Staffetta Rossa

Sulle prossime mobilitazioni. Un blocco popolare per cambiare tutto!

Il mese di novembre si chiude con un programma fitto di scioperi, assemblee e mobilitazioni nazionali.

Il 14 novembre si terrà lo sciopero studentesco delle scuole superiori e delle università proclamato sia da Uds (Unione degli studenti superiori), Link e Rete della Conoscenza; che da Osa – Cambiare Rotta, in continuità con le iniziative No Meloni Day degli ultimi anni. Blocchiamo l’università della Bernini e del genocidio lo slogan lanciato da Cambiare Rotta, mentre Non è un paese per studenti, non è un paese per giovani lo slogan lanciato dalla Rete della conoscenza, Uds e Link. In più di 30 piazze sono previsti cortei e presidi promossi e partecipati dalle principali realtà giovanili che si sono mobilitate nelle scuole e università a settembre e ottobre per la Palestina.

La scuola non si arruola!

Il 4 novembre, in occasione della giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armare istituita dal governo Meloni, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e una parte del movimento di Resistenza contro la guerra si è mobilitato.

In tutto il paese sono state promosse e organizzate circa 40 piazze in diverse città, tra cui Milano, Bologna, Roma e Napoli, mobilitazioni, presidi e flash mob con la parola d’ordine “Il 4 novembre non è la nostra festa! Contro la militarizzazione della cultura, contro il riarmo e le politiche di guerra, per sostenere la Palestina. Costruiamo l’alternativa”.

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È uscito

il volume 14 delle Opere di Stalin

Scritti e discorsi dal marzo 1934 all’aprile 1940

Una coedizione Edizioni Rapporti Sociali – PGreco

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454
e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

 

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