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[SinistraInRete] Nico Maccentelli: La Sinistra Negata 05

Rassegna – 14/11/2025

Fulvio Grimaldi: Venezuela, diario di una rivoluzione. Assassinio della felicità

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Venezuela, diario di una rivoluzione. Assassinio della felicità

di Fulvio Grimaldi

mnvgoerthnhg.jpgQuando Iris fiorì

L’alberghetto di Caracas si chiamava Cristal. Non me lo ricordavo. Se ne è ricordata, Sandra, la Mnemosine di casa. Ma lei si chiamava Iris e non la dimentico. Siamo ai primi del nuovo millennio, in mezzo a una rivoluzione. Iris lavorava al Cristal, era un po’ sfiorita, curva e magra, il vestito lindo, ma stazzonato, liso. Adibita a funzioni di scarto, neanche cameriera, o addetta al piano. La incrociavamo nei corridoi, sempre indaffarata – e affaticata – su non si capiva bene cosa. Portava, trasportava, spazzava. Non credo avesse famiglia, era sempre lì, a tutte le ore. Ma venne il giorno della festa e il Comandante avrebbe parlato e sarebbero stati centomila ad ascoltarlo. Tutto un fremito di massa, ve lo giuro. Ti passava dentro, come toccare un filo elettrico.

Poi vidi Iris. Ma non tra i tanti, per le strade, nelle piazze, alle finestre e dai portoni. L’ho vista appoggiata a uno stipite del portone del Cristal. Trasfigurata. Nessuno la vedeva, ma lei vedeva tutti. Non più chiusa nello stinto indumento stazzonato, sfolgorava nella maglietta rossa con sopra Ugo Chavez. Come tutti là fuori. Radiosa lei, radiosa la giornata, radioso il comandante lassù sul palco che intonava “El cielo de la patria es el cielo mas divino… E centomila esplodevano nel coro. Anche Iris era radiosa. Leggera, come sospesa a mezz’aria. Poi qualcuno la richiamò dentro. La rivoluzione non aveva fatto in tempo a toccarla. Ma lei l’aveva adocchiata.

Iris, lì sullo stipite, mi ha fatto vedere la rivoluzione. E la rivoluzione profumava di felicità. Intollerabile per quelli là fuori, infelici. Oggi con i cannoni e missili puntati sulla felicità.

https://youtu.be/pzdbnHuBXOA

I miei ricordi di buona parte del mio ultimo quarto di secolo, la più felice, appunto, perché condivisa con tutto ciò che mi circondava, non saranno una grande analisi politica, sociale, ideologica, ma sono quanto del Venezuela custodisco e quanto sostiene la mia fiducia nell’uomo. Nella possibilità di uscirne, dall’oggi di Trump, Netaniahu, Meloni, von der Leyen, Paolo Mieli, Galli della Loggia- La possibilità, la certezza, del riscatto…

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Nico Maccentelli: La Sinistra Negata 05

La Sinistra Negata 05

Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)

a cura di Nico Maccentelli

 

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

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80a9265852a9.jpgParte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi.

La conclusione della nostra ricostruzione delle vicende della sinistra rivoluzionaria italiana, apparsa nelle due precedenti puntate de La sinistra negata, ci ha lasciato un senso di insoddisfazione. Non tanto per le molte cose che abbiamo trascurato parlando degli anni Sessanta e Settanta, quanto per aver solo sfiorato il problema cruciale: gli anni Ottanta.

Perché “problema cruciale”? Perché la reale forza, il grado di radicamento, la capacità di mobilitazione della sinistra di classe non sono seriamente valutabili sotto il profilo storico se non si tiene presente che quel movimento ha finito col crollare come un castello di carte, riducendosi a ben poca cosa nel giro di un paio d’anni.

Non fa piacere dirlo, specie per chi, come noi, in quel movimento, nelle sue tensioni e nei suoi valori continua ad identificarsi a fondo. Peggio sarebbe, però, far finta che nulla sia successo, e che la sinistra rivoluzionaria italiana mantenga ancor oggi intatta quella forza che fino a qualche lustro fa sembrava incontenibile. Aggirare i problemi è contrario al nostro metodo, che consiste nel guardare in faccia i nodi essenziali, per quanto sgradevoli possano essere. Cosi come contrario al nostro metodo è limitarci a gettare sguardi asettici sul passato, eludendo il fatto che quel passato sfocia nel nostro presente e ne modella i tratti, e che quindi è da quest’ultimo che occorre necessariamente prendere le mosse.

Abbiamo dunque deciso di continuare la discussione su La sinistra negata partendo dal punto in cui si concludeva, dagli anni Ottanta; prima con un articolo d’insieme, che precisi a volo d’uccello la mappa della nostra ricerca, poi con studi più dettagliati, affidati ai prossimi numeri, su singoli aspetti del problema. Ciò nel tentativo di abbozzare una risposta alla domanda di fondo: la crisi attuale della sinistra rivoluzionaria italiana è irreversibile, o rappresenta solo una sosta in un percorso che continua?

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John Bellamy Foster: Il marxismo ecologico nell’Antropocene

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Il marxismo ecologico nell’Antropocene

Xu Tao e Lv Jiayi intervistano John Bellamy Foster

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ott25 1.jpgIn questa intervista con Xu Tao e Lv Jiayi, John Bellamy Foster discute la storia e l’attualità del marxismo ecologico. Esplora le origini del termine Antropocene, il concetto di decrescita, l’incidenza della teoria della frattura metabolica e le questioni all’avanguardia che oggi devono affrontare i giovani studiosi della decrescita.

* * * *

Xu Tao e Lv Jiayi: Lei ha una grande influenza nell’ambito del marxismo ecologico. I suoi testi sono punti di riferimento per i ricercatori marxisti di tutto il mondo. Tuttavia, per quanto ne sappiamo, le sue prime ricerche si concentravano sull’economia politica marxista e sulla teoria dello sviluppo capitalistico, in particolare sulla teoria del capitale monopolistico di Paul M. Sweezy e Paul A. Baran. Cosa l’ha portato a spostare il focus della sua ricerca sul marxismo ecologico? Ha ancora ulteriori interessi e ricerche nell’ambito dell’economia politica marxista attuale?

John Bellamy Foster: Avete ragione, il mio lavoro si è concentrato sempre più sull’ecologia, anche se questo cambiamento è stato più un’aggiunta alla mia precedente ricerca in economia politica che un vero e proprio riorientamento. Sono stato attratto dalla questione ecologica in seguito alla rilevazione che il capitalismo stava generando una crisi ecologica planetaria radicata nel sistema di accumulazione classista, e che stava mettendo sempre più in pericolo l’intera umanità. Ma, allo stesso tempo, ho continuato a pubblicare importanti lavori di economia politica. L’economia politica e l’ecologia non sono questioni particolarmente diverse. La critica di Marx all’economia politica del capitale è fondamentale per tutta l’analisi ecologica marxista, e la sua critica ecologica – ora nota come teoria della frattura metabolica – è determinante per la nostra comprensione dell’attuale stagnazione economica. A mio avviso, non possono essere separate, anche se spesso dobbiamo farlo per motivi di analisi. Piuttosto, costituiscono aspetti diversi della crisi materiale del nostro tempo.

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Francesco Piccioni: La crisi nel cuore dell’impero. Da New York a noi

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La crisi nel cuore dell’impero. Da New York a noi

di Francesco Piccioni

Prese le misure agli svarioni della “sinistra”, vediamo un attimo cosa sta succedendo tra gli opinionisti mainstream alle prese con New York che sarebbe caduta in mano al “socialismo islamico”. O come altro volete chiamare il “fenomeno Mamdani”…

Semplice: è il panico totale.

Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora a un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso…

Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.

Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.

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Davide Malacaria: Trump incontra Orbán e apre all’Iran

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Trump incontra Orbán e apre all’Iran

di Davide Malacaria

Trump ha incontrato Viktor Orbán alla Casa Bianca. Un evento di rilevanza primaria se si tiene a mente che a metà ottobre era sul tavolo l’incontro con Putin a Budapest, con il primo ministro ungherese pronto a ospitare il summit. Eppure la visita ha avuto poca eco sui media mainstream dal momento che la distensione Usa-Russia e la conclusione del conflitto ucraino sono avversati con ferocia dal partito della guerra a trazione neocon.

E, però, l’incontro segnala che l’opzione è ancora sul tavolo, come peraltro accennato anche dal presidente Usa che, rispondendo a un cronista dopo il colloquio con Orbán, ha dichiarato: “C’è sempre una possibilità. Vorrei che si tenesse in Ungheria, a Budapest”. Accenno aleatorio, ma è alquanto ovvio che il summit con il primo ministro ungherese verteva su tale eventualità.

Un’eventualità che la rinnovata corsa al nucleare – con Trump che ha dato ordine di riprendere i test e la Russia che ha risposto prontamente con una misura analoga – più che allontanare, approssima. Lo spauracchio della guerra atomica è brandito proprio per rendere più digeribile all’opinione pubblica un vertice che dissolva la paura della guerra termonucleare.

A margine, l’incontro serviva allo stesso Orbán, che ha cercato e trovato una sponda americana per far fronte alla pressione della Ue, la cui irritazione per la sua posizione nei confronti della Russia e della guerra ucraina gli sta causando non pochi problemi.

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Alastair Crooke: Correnti incrociate occidentali: populismo culturale contro architettura profonda

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Correnti incrociate occidentali: populismo culturale contro architettura profonda

di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com

Il via alle elezioni di medio termine del 2026 negli Stati Uniti è stato dato questa settimana con tre elezioni importanti e una altrettanto importante per la ridefinizione dei distretti elettorali tenutasi in California. I Democratici hanno stravinto in tre importanti elezioni (New York, New Jersey, Virginia) così come hanno vinto la proposta di ridefinizione dei distretti elettorali in California. La ridefinizione dei distretti elettorali in California potrebbe garantire ai Democratici altri cinque seggi alla Camera.

Ma la lente attraverso cui interpretare questi eventi è forse migliore di quella delle ultime elezioni generali britanniche: il partito di governo era screditato e ampiamente inviso. L’elettorato britannico voleva dargli un sonoro schiaffo, cosa che ha puntualmente fatto. Il problema era che gli elettori non apprezzavano molto nemmeno i partiti alternativi. Ma per inviare il messaggio, dovevano votare per qualcosa. Il Partito Laburista ha ottenuto una schiacciante maggioranza, ma nessun mandato reale. Il Primo Ministro Starmer, e il suo partito (a quanto pare), sono ampiamente invisi quanto quelli precedenti.

Per ora la politica nel Regno Unito è in crisi. La situazione è più o meno la stessa in Francia.

Quindi, quando i titoli dei giornali affermano che i Democratici hanno “fatto piazza pulita” nelle elezioni negli Stati Uniti, probabilmente riflettono la stessa doppia antipatia evidente in Europa. I populisti americani non apprezzano l’establishment al potere di nessuno dei due partiti, considerandoli come “Pincopanco” e “Pancopinco”: la loro risposta è “una piaga per entrambe le Camere”. (Anche i Democratici hanno i loro populisti).

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Paolo Ferrero: Otto tesi sulla via cinese alla modernizzazione e nuove forme di civiltà umana

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Otto tesi sulla via cinese alla modernizzazione e nuove forme di civiltà umana

di Paolo Ferrero

Nell’ambito del Forum accademico internazionale su “La modernizzazione cinese e un nuovo modello di progresso umano”, tenutosi a Hangzhou (Cina) il 7 novembre 2025, ho tenuto la seguente relazione

1) La civiltà umana a livello mondiale sta attraversando una profonda transizione che ha messo in crisi gli equilibri che caratterizzavano la fase precedente.

2) Questo cambiamento riguarda in primo luogo un fatto assolutamente positivo e cioè il venir meno della posizione di dominio del capitalismo occidentale sul resto del mondo.

3) Il declino dell’Occidente capitalistico si riassume nella fine di tre grandi cicli storici:

a) In primo luogo è finito il ciclo politico breve, cominciato nel 1989 con il crollo dell’Unione Sovietica, che aveva reso possibile un dominio unipolare degli Stati Uniti, ed era fondato sul dominio incontrastato della grande finanza nel quadro del progetto politico e ideologico neoliberista. La globalizzazione neoliberista, nel suo sviluppo, ha dialetticamente eroso le basi su cui si reggeva questo dominio unipolare: l’esito della guerra in Ucraina come il fallimento delle sanzioni economiche ad essa connesse ne hanno sancito la fine.

b) In secondo luogo è finito il ciclo finanziario di dominio del dollaro cominciato nel 1944 con Bretton Woods e accentuato nel 1971 con la fine della convertibilità del dollaro in oro.

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Roberto Iannuzzi: Il progetto mediorientale di Israele e Stati Uniti: egemonia o collasso?

Il progetto mediorientale di Israele e Stati Uniti: egemonia o collasso?

di Roberto Iannuzzi

Le turbolenze interne a Israele, l’accelerazione del declino americano e le contraddizioni del piano Trump potrebbero mandare in fumo l’intero progetto egemonico israelo-americano per la regione

Vice
President Joe Biden visit to Israel March 2016 25279812749.jpgProprio nei giorni scorsi Israele ha commemorato il trentennale dell’assassinio di Yitzhak Rabin, il primo ministro che nel 1993 aveva firmato gli Accordi di Oslo dando il via al “processo di pace” israelo-palestinese.

Rabin fu assassinato il 4 novembe 1995 da Yigal Amir, un estremista ebreo che si opponeva alla nascita di un’autonomia palestinese in Cisgiordania in base agli Accordi di Oslo.

Ricordando Rabin, Dennis Ross (all’epoca inviato USA per il Medio Oriente, e ora membro del Washington Institute for Near East Policy, un think tank filo-israeliano di orientamento neocon) ha tracciato un parallelo fra quegli anni e la fase attuale.

 

L’idea di una “nuova Oslo

Allora, gli Stati Uniti avevano appena sconfitto Saddam Hussein, e il presidente George H. W. Bush ne approfittò per lanciare la Conferenza di Madrid (1991) che avrebbe fatto da premessa agli Accordi di Oslo.

Oggi come allora, “i nemici di Israele sono in rotta”, ha scritto Ross. Tel Aviv “ha duramente colpito Hezbollah e Hamas; il regime di Assad in Siria è crollato; e la guerra dei 12 giorni condotta da Israele e Stati Uniti ha inferto un colpo significativo all’Iran”.

Ross conclude che “come accadde con Bush nel 1991, pochi paesi sono disposti a dire di no al presidente Donald Trump”.

Il ragionamento dell’ex inviato statunitense è indirizzato al premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusato da Ross di non avere la stessa capacità di Rabin di cogliere le “opportunità” offerte dalla storia.

Ross ricorda che:

“Rabin cercò di trarre vantaggio da quelle circostanze collaborando con gli Stati Uniti per perseguire la pace con Siria, Giordania e palestinesi.

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Alessandro Visalli: L’Occidente al tramonto e in guerra

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L’Occidente al tramonto e in guerra

di Alessandro Visalli

9023367 21125829 hhhhhh.jpgSiamo al tramonto, e siamo sotto l’aspra necessità della guerra. Indispensabile, fatta e minacciata, spesso con servizievoli procuratori, per continuare a estrarre valore dal mondo pieno e coltivare il vuoto nel quale siamo precipitati. Un vuoto da tempo creato da un ‘essere sociale’ che non sa liberarsi dalle conseguenze di una libertà pensata come licenza e arbitrio solitario. Ostinatamente inconsapevole della profondità costitutiva della relazione sociale, e della responsabilità che ne deriva.

L’essere sociale del medio-Occidente vive infatti dell’insolubile contraddizione di pensarsi individuale. Di immaginarsi intersezione casuale di monadi disincarnate, dedite liberamente alla coltivazione del proprio vuoto. Un vuoto fatto di possessi compulsivi ed escludenti, di idiosincratici desideri, sommando la più assoluta eteronomia e dipendenza dalla contingente forma del mercato. Ma, al contempo, l’Occidente riesce a immaginare questa forma puramente contingente, recentissima, come normativamente universale.

Vaste conseguenze si disseminano da questo stato: nell’impossibilità di salvare la coesione sociale e l’agire politico coerente che ne deriva, la tecnica di governo del vuoto si rivolge alla creazione e rapida sostituzione di sempre nuovi miti e nemici. Si ottiene per questa via ciò che per altri promana da una superiore consistenza sociale. Lo abbiamo posto nel Capitolo primo e poi ripreso nel sesto.

Lo sforzo in corso, nelle capitali dell’Occidente collettivo, e certamente nel suo centro statunitense, è di reagire al fallimento del modello di accumulazione finanziarizzato (gestito da quello che nel primo Capitolo abbiamo descritto come il “network globalista”) concependo un nuovo progetto:

in primo luogo, transitare alla centralità della “logica territorialista”, per riportare sotto controllo quegli spiriti animali della finanza che ormai avvantaggiano soprattutto gli avversari;

per riuscire serve un metodo di finanziamento delle immani spese necessarie per ribilanciare il modello di sviluppo con metodi di autorità, dunque serve l’estrazione dalle provincie;

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Paolo Virno: Moltitudine e individuazione

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Moltitudine e individuazione

di Paolo Virno

Paolo Virno 2Pubblichiamo uno dei testi più importanti e chiarificatori del pensiero di Paolo Virno. Si tratta della postfazione al testo di Gilbert Simondon “L’individuazione psichica e collettiva”, Derive Approdi, 2001 (nuova edizione, 2021). Un testo che più di molti altri, come ci suggerisce Christian Marazzi, condensa molto del pensiero di Paolo Virno e della sua rottura epistemologica con la dominante filosofia politica dell’epoca. Paolo Virno interpreta Gilbert Simondon, filosofo assai caro a Deleuze, all’epoca quasi sconosciuto in Italia, come colui che riflette sui processi di individuazione. “L’individuazione, ossia il passaggio dalla generica dotazione psicosomatica dell’animale umano alla configurazione di una singolarità irripetibile, è forse la categoria che, più di ogni altra, inerisce alla moltitudine. A guardar bene, la categoria di popolo si attaglia a una miriade di individui non individuati, intesi cioè come sostanze semplici o atomi solipsistici”. E più oltre: “La moltitudine non accantona con gesto sbarazzino la questione dell’universale, del comune/condiviso, insomma dell’Uno, ma la riqualifica da cima a fondo. Anzitutto, si ha un rovesciamento nell’ordine dei fattori: il popolo tende all’Uno, i «molti» derivano dall’Uno. Per il popolo l’universalità è una promessa, per i «molti» una premessa. Muta, inoltre, la stessa definizione di ciò che è comune/condiviso. L’Uno verso cui il popolo gravita, è lo Stato, il sovrano, la volonté générale”. In questo testo Paolo Virno, con queste semplici parole, ma allo stesso tempo ricche di significato, ci traghetta dall’idea (solo idea!) di popolo (che ha innervato il pensiero antagonista per secoli) al concetto di “moltitudine”.

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Giuliano Santoro: Sostanza di cose sperate

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Sostanza di cose sperate

di Giuliano Santoro

Paolo Virno, scomparso a 73 anni, ha saputo pensare il comunismo rileggendo la composizione di classe e le lotte con gli strumenti della filosofia, della linguistica e dell’antropologia

«Una cosa è far finta di aver letto Schumpeter o Keynes e una cosa è far finta di aver letto il ‘Libretto’ di Mao» così, con la consueta divertita ironia, che nascondeva con fare dinoccolato e sorrisi velati da malinconia, Paolo Virno raccontava la postura teorica-politica di Potere operaio, gruppo al quale aderì da adolescente nel 1969. Lo diceva per esprimere ciò che ne aveva tratto: la larghezza degli orizzonti culturali, la necessità di misurarsi coi giganti, anche lontani o nemici, per andare alla radice delle contraddizioni.

Con le certezze che ci consegna il senno del poi, possiamo dire che quella vastità di riferimenti è stata anche la condizione del durare a lungo. In fondo, una delle caratteristiche di Virno e di molti dei suoi compagni e compagne è stata quella di aver mantenuto questa ottica rivoluzionaria senza rigidità, di non aver chiuso la porta ai mutamenti costanti del capitalismo e di averli guardati negli occhi per coglierne le contraddizioni e le opportunità liberatorie. Senza perdere radicalità ma senza abbandonarsi a rimpianti.

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Ennio Abate: In morte di Paolo Virno

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In morte di Paolo Virno

di Ennio Abate

Apprendo la notizia della morte di Paolo Virno. Ricordo che lo ascoltai una prima volta – ma non ricordo la data – a Cologno Monzese per una conferenza, quando la Biblioteca Civica era diretta sapientemente da Luca Ferrieri. Ricordo pure le sue battaglie con Franco Fortini ai tempi in cui facevano insieme ”La talpa”, inserto del “manifesto” e poi alla Casa della cultura di Milano su ”Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo, paura, cinismo nell’età del disincanto” (Theoria, 1990), un libro-manifesto delle generazioni, che Fortini chiamava dei “Fratelli amorevoli”, in fondo già adattatesi al clima a-comunista o inconsapevolmente anticomunista e Virno, invece, considerava in dinamiche e comunque positive metamorfosi.

Non ho avuto rapporti diretti con lui, ma la lettura dei suoi interventi e soprattutto del suo “Grammatica della moltitudine” (2002) influenzò la riflessione che in quegli anni – districandomi tra varie influenze (Franco Fortini, Giampiero Neri, Giancarlo Majorino) – andavo facendo per mettere a fuoco il fenomeno che chiamai/chiamammo della “nebulosa poetante” e poi “moltitudine poetante” e poi dei “moltinpoesia”. (Fu, grazie al sostegno di Giancarlo Majorino, che fondai e coordinai presso la Palazzina Liberty di Milano dal 2006 al 2012 il “Laboratorio Moltinpoesia”).
Voglio, perciò, ricordare e omaggiare l’intelligenza filosofica e politica di Paolo Virno con questi due brani, che testimoniano la mia attenzione verso il suo pensiero: – uno stralcio da un mio saggio uscito su il n. 1 de “Il Monte Analogo”, di cui fui per breve tempo direttore; – un appunto del mio diario.

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Alessandro Mariani: Caccia alle Streghe, Zakharova e non solo

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Caccia alle Streghe, Zakharova e non solo

di Alessandro Mariani

Tremate, tremate, le streghe son tornate!

Con l’approssimarsi di Halloween l’allarme si è fatto ricorrente. A farne le spese è stata Susan Fatayer, candidata alle elezioni regionali in Campania. La lobby sionista ha protestato presso i vertici di AVS reclamandone l’estromissione. Cosa aveva fatto di male questa signora di origine palestinese che fino a poco prima era una perfetta sconosciuta? Semplicemente una svista nella condivisione di un post, ma tanto è bastato perché si rispolverassero forme di dileggio personale che non si erano più udite dai tempi del Covid (“In leggerissimo sovrappeso” e per di più “napulitana”, ha detto di lei un decano del giornalismo nostrano).

Poi è toccato alle femministe politically incorrect, un’indagine giudiziaria durata nove mesi, i tempi ordinari di una gestazione rispetto a quelli biblici della giustizia penale e civile. A quanto pare tutto sarebbe scaturito da una denuncia privata per stalking ma il messaggio veicolato dai media è che le streghe avrebbero in questo caso oltraggiato via social figure pubbliche in odore di santità (Mattarella, la senatrice Segre e la Murgia, una sacra trimurti del progressismo nostrano), nonché Cecilia Sala (una tra le fate turchesi dell’informazione).

Quindi è stata la volta di Francesca Albanese, la funzionaria delle Nazioni Unite che i giornalacci della destra sottopongono a lapidazione un giorno sì e l’altro pure.

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Michele Agagliate: La classe parlante

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La classe parlante

di Michele Agagliate

Nelle democrazie esauste il popolo non vota più per cambiare la realtà, ma per interpretarla. È la finzione fondativa del nostro tempo, il trucco con cui la politica ha trasformato la partecipazione in spettacolo. La destra parla di sicurezza, la sinistra di diritti, ma in entrambi i casi si tratta di linguaggi sostitutivi, surrogati di un discorso ormai proibito: quello sul lavoro. Il lavoro non è più un tema, è una condanna silenziosa, e la povertà non è più un problema collettivo ma una colpa individuale, una macchia morale da nascondere.

Le classi popolari, un tempo protagoniste di battaglie per la giustizia, oggi marciano per paura. Paura del diverso, del migrante, dell’altro; paura di perdere anche quel poco che resta. La destra ha imparato a parlare la lingua delle viscere: non promette futuro, promette difesa. Offre appartenenza al posto dei diritti, risentimento al posto del salario, identità al posto di giustizia. Ha saputo trasformare la rabbia sociale in patriottismo economico, convincendo il povero che il suo nemico non è chi lo sfrutta, ma chi accetta di essere sfruttato a un prezzo più basso. Così dietro lo slogan “prima gli italiani” si nasconde un vecchio meccanismo industriale: comprimere i salari, dividere i lavoratori, stabilire gerarchie di miseria. L’immigrazione, in questo schema, diventa la scusa perfetta per normalizzare lo sfruttamento. Non serve più nasconderlo: basta cambiare il lessico. Si parla di “emergenza”, di “integrazione”, di “umanità”, ma alla fine tutto converge sullo stesso obiettivo: mantenere basso il costo del lavoro e alto il livello del consenso.

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La rimozione del genocidio palestinese dopo il cessate-il-fuoco, come prevedibileLavinia Marchetti:

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La rimozione del genocidio palestinese dopo il cessate-il-fuoco, come prevedibile

di Lavinia Marchetti

Moni Ovadia qualche mese fa lo disse chiaramente che il periodo peggiore sarebbe stato subito dopo il cessate-il-fuoco. L’attenzione internazionale si sarebbe allentata e dopo la distruzione il piano di sostituzione etnica avrebbe avuto il suo acme. Aveva ragione, ma lo sapevamo bene anche noi che sarebbe successo. Come avrete notato la narrazione pubblica sulla Palestina è stata drasticamente ridimensionata dopo il cosiddetto cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Quello che si rivela un falso armistizio, una tregua solo nominale, ha coinciso con un calo brusco dell’attenzione mediatica, graduale, succede sempre così, una notizia in meno al giorno, un po’ come quando si scala un farmaco: l’algoritmo dei social network pare aver “declassato” i contenuti sulla Palestina e le testate mainstream hanno quasi azzerato le notizie sul tema. La crisi non è risolta tutt’altro. Non è che improvvisamente non muoia più nessuno. Semplicemente, l’orrore in Terra Santa è stato rimosso dal discorso pubblico dominante, congelando l’indignazione collettiva proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. È un processo subdolo di oblio programmato, in cui la sofferenza di un popolo viene progressivamente espunta dalla coscienza globale: un caso esemplare di come si manipola l’opinione pubblica affinché un genocidio venga dimenticato, e soprattutto vengano dimenticati, alla chetichella, i carnefici.

Sui social network, attivisti e utenti hanno denunciato un sensibile calo di visibilità dei post legati a Gaza e Cisgiordania, quasi fossero oggetto di shadow banning.

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