Sosteneva Mao che chi approfitta del vento in poppa e sale rapidamente come una mongolfiera, quando poi piove ricade a terra come uno straccio bagnato. E aggiungeva che chi lotta deve tener conto di questo principio perchè sul suo percorso piove e abbondantemente.
Questo insegnamento può essere applicato alla situazione che stiamo vivendo in questo momento rispetto ai movimenti di lotta che hanno interessato il nostro paese, grandi movimenti di solidarietà col popolo palestinese in cui a sostegno della mobilitazione si è usata anche, con risultati abbastanza significativi, l’arma dello sciopero generale.
Ora ci troviamo di fronte, il 28 novembre e il 12 dicembre, ad altri due scioperi generali, il primo indetto dal alcune sigle del sindacalismo di base, l’altro in solitaria dalla CGIL.
La prima domanda che dobbiamo porci è questa: in quale contesto e con quali obiettivi sono stati proclamati questi scioperi? Sappiamo che l’argomento è la legge finanziaria, la sua impostazione classista e subalterna al concetto dell’austerità imposta da Bruxelles. Ovviamente tra chi ha proclamato gli scioperi c’è una diversità di vedute sulla piattaforma e sembra scontato che si vada verso scadenze diverse. Da parecchie parti però viene invocato uno sforzo unitario per scendere in piazza e dare quindi più forza alla mobilitazione. Quindi? La risposta sta nell’obiettivo che si vuole raggiungere e rispetto a questo si può dare o, meglio, si deve dare un giudizio sul che fare?
Se l’obiettivo è quello di avere una grande mobilitazione contro la politica economica del governo Meloni, è chiaro che bisogna sfruttare l’occasione per scendere in piazza assieme, e chi avanza discorsi sulle differenze rispetto alla piattaforma politica commette un grave errore di valutazione. Qui non si tratta di chi arriva primo o di giocare a chi ha la piattaforma più avanzata, ma di valutare quale forza mettiamo in campo contro un nemico comune che è il governo Meloni e la logica su cui è basata la sua legge di bilancio.
Ci sembra che da questo bisognasse partire rispetto agli scioperi programmati, ma conosciamo anche il modo di ragionare di certi gruppi che agitano le manifestazioni e purtroppo non possiamo prescindere dalla loro miopia politica e smania di protagonismo, oltre al fatto che certe scelte vengono fatte pensando ad altro (le elezioni per esempio). Per questo, come comunisti, dobbiamo combattere queste posizioni e riaffermare un corretto rapporto tra obiettivo e caratteristiche delle mobilitazioni.
Quanto alla sostanza, cioè alle piattaforme, le differenze esistono, ma si tratta di valutare non il loro spessore cartaceo, ma la praticabilità. Se non vogliamo emulare la demagogia massimalista di altri tempi, contro cui i comunisti si sono sempre battuti, dobbiamo andare al concreto delle cose separando anche gli ambiti in cui possono essere affrontare.
Se si tratta, in primo luogo, della questione salariale è chiaro che essa non riguarda il governo, ma i datori di lavoro e tra questi anche quelli pubblici. Dobbiamo ricordare a chi ci segue che su questo aspetto è essenziale la contrattazione di settore, cioè i contratti. Come stanno le cose? A livello di dipendenti pubblici in quasi tutti i comparti ci sono stati rinnovi che non sono stati firmati da CGIL e UIL e l’ultimo, quello degli enti locali, è stato firmato solo dalla CISL. La ragione del contendere è stato proprio il salario. La CGIL ha chiesto il recupero integrale dell’inflazione, mentre il governo ha offerto un misero 6%. Inoltre la CGIL ha richiesto la stessa cosa anche per i metalmeccanici.
Come hanno affrontato la situazione i sindacalisti di base? In che modo hanno reagito i lavoratori interessati? Che peso hanno avuto le scelte dei sindacati filogovernativi, a partire dalla CISL? Sono interrogativi importanti e sarebbe il caso di discuterne per capire meglio.
Quanto allo scontro col governo Meloni, che è all’ordine del giorno degli scioperi del 28 novembre e del 12 dicembre, esiste, come si è detto, una questione generale e una specifica. La questione generale è quella dell’indirizzo delle scelte del governo Meloni che sono in sintonia coi padroni e fanno l’elemosina ai lavoratori. Su questo bisogna fare una battaglia di principio che può essere motivo di unità tra sindacalismo di base e CGIL. D’altra parte esiste il problema di una piattaforma rivendicativa credibile su cui organizzarsi e lottare. Questa piattaforma riguarda la legge sul salario minimo – che peraltro non può attestarsi sui 9 euro lordi, ma deve andare ben oltre – riguarda la fiscalità, che deve essere veramente progressiva e ridotta per le fasce più deboli, l’assistenza sociale, dalla sanità, alla disoccupazione, alla normativa dei rapporti di lavoro (leggi precarietà), alla casa. Su questi punti essenziali bisogna puntare i piedi e non fare sconti a nessuno e chiarire che essi devono creare una nuova condizione dei lavoratori senza la quale non si potrà dire che le cose stiano cambiando.
Ma per arrivare a questo bisogna creare una forza materiale, coinvolgendo veramente i lavoratori, che sia in grado di battere l’avversario e arrivare al risultato. Qui la demagogia dei nuovi palloni gonfiati non basta, ci vuole la capacità concreta di battersi contro l’avversario. E ai comunisti spetta il compito di gestire questa fase correttamente, sia dal punto di vista della tattica che da quello strategico.
Forum Italiano dei Comunisti – 14/11/2025
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