Rassegna – 16/11/2025
Stefano Dumontet: Eugenetica e colonialismo. Nel cuore del dominio occidentale
Eugenetica e colonialismo. Nel cuore del dominio occidentale
di Stefano Dumontet
La terribile situazione che stanno vivendo i gazawiti, da ormai quasi tre anni, è stata presentata dalla maggioranza dei media occidentali come la lotta di una democrazia (incarnata da Israele) per la sua sopravvivenza. Una lotta contro terroristi sanguinari di oggi e potenziali terroristi di domani (i bambini) oltre che contro le donne, fattrici di terroristi non ancora nati.
L’unico, controverso, riferimento storico che si evoca è quello relativo alla lucida ferocia del terzo Reich, orientata contro gli ebrei. Gli israeliani, cittadini di uno stato confessionale ebraico, adopererebbero oggi mezzi e finalità analoghe a quelle utilizzate dai nazisti per portare avanti un programma di pulizia etnica attraverso un genocidio. In realtà, limitare il fenomeno dello sterminio dei palestinesi sulla contrapposizione genocidio sì / genocidio no, serve solo a distogliere l’attenzione dalla vera motivazione di tanta barbarie e della sua fanatica accettazione da parte delle élite occidentali.
Quello nazista fu un micidiale programma di pulizia etnica, sostenuto da una pseudoscienza, largamente condivisa nell’intero occidente, quella della “purezza della razza” o “eugenetica”. È bene ricordare che le teorie eugenetiche nacquero, almeno nella loro forma “scientificamente definita”, in Inghilterra in seguito al lavoro di Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Alla Galton Society afferì, nel tempo, il fior fiore della società britannica rappresentato da aristocratici, prelati, premi Nobel, famosi scienziati, celebri intellettuali e ricchi imprenditori. Solo per fare alcuni nomi, particolarmente noti, tra i tanti che condivisero negli anni le idee eugenetiche di Galton, citiamo il celebre economista John Maynard Keynes, James Meade (premio Nobel per l’Economia nel 1977), Peter Medaware (premio Nobel per l’Immunologia nel 1987) ed il famosissimo statistico Charles Spearman (tra i padri dei test per la misura dell’intelligenza e dell’analisi fattoriale). Anche Winston Churchill era un estimatore delle teorie eugenetiche, insieme al commediografo George Bernard Shaw.
Giorgio Gattei: Il pianeta Marx illustrato all’ingrosso: il “fatto” del capitalismo
Il pianeta Marx illustrato all’ingrosso: il “fatto” del capitalismo
Cronache marXZiane n. 18
di Giorgio Gattei
“I fatti hanno la testa dura”
(attribuito a V. I. Lenin)
1. Capitalismo. Riassumo il risultato conseguito nella Cronaca precedente: dato che le ideologie storiche (nella loro varia tipologia religiosa, per cui “ci ha creato Dio”, politica con “lo Stato che ci protegge” e filosofica dove “è l’Idea che ci illumina”) non sono altro che il riflesso nella mente, più o meno adeguato, di un determinato “stato concreto delle cose” (all’inverso di Hegel, per Marx «l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini» (Il capitale, I, p. 45), è impossibile che quelle ideologie se ne vadano per opera di una critica pur feroce ma soltanto verbale, che sarebbe anch’essa mentale, di quel medesimo “stato delle cose”. Occorre infatti che cambi quest’ultimo nella realtà, così che tutti quei riflessi ideali precedenti si dimostrino inadeguati, al punto da dover essere sostituti da un altro “concreto di pensiero”, ovvero da una diversa ideologia che sia espressione nella mente dei “tempi nuovi”. Qui vale la lezione marxiana (indigeribile agli ideologi) per cui soltanto «cambiando la base economica viene a essere sovvertita più o meno rapidamente tutta l’enorme sovrastruttura… delle forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche e filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini si rendono coscienti dei loro conflitti e si battono per risolverli» (Prefazione a Per la critica della economia politica, 1859).
Ora un mutamento epocale decisivo dello “stato materiale delle cose” fortunatamente c’è stato nella storia a seguito della scoperta accidentale del continente americano da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, che fu un evento fortuito quanti altri mai perché che cosa sarebbe successo se non ci fosse stata quella “terra di mezzo” tra l’Europa e quell’Asia che Colombo, con la sua navigazione atlantica, intendeva raggiungere? Che avrebbe fatto la fine di quei poveri fratelli Vivaldi che, usciti dallo stretto di Gibilterra nel 1291 (ma con delle galee, non con le caravelle!), scomparvero in mare lasciando dietro di sé appena l’allusione poetica di Dante Alighieri nella Divina Commedia al «folle volo» di Ulisse, la cui nave affondò nell’oceano quando «dalla nova terra un turbo nacque che tre volte fé girar con tutte l’acque / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù…/ infin che ‘l mare fu sopra noi richiuso» (Inferno, canto xxvi).
Francesco Cappello: Sudan. L’altro genocidio
Sudan. L’altro genocidio
di Francesco Cappello
Il Sudan si trova al centro di dinamiche che rischiano di comprometterne ulteriormente l’integrità. Sono attivi fenomeni che provocano instabilità, ottimali per la continuazione dell’accaparramento delle risorse del paese africano da parte di agenti esterni
Non si tratta di una guerra civile tribale, ma di un genocidio pianificato alimentato da potenze straniere interessate alle ricchezze naturali, in particolare l’oro, complici la mancanza di attenzione internazionale e la complicità di paesi occidentali che sostengono l’RSF (forze di intervento rapido paramilitari) come fa la Francia, Israele, EAU e altri [*].
Il conflitto attuale è l’esplosione di una tensione irrisolta risalente, come vedremo, ai crimini del Darfur e al fallimento della transizione post-El Bashir, dove i generali in competizione, finanziati e armati da potenze esterne, si contendono il controllo strategico ed economico di un paese estremamente ricco di oro. Le vaste riserve d’oro del Sudan agiscono da calamita geopolitica, attirando l’interesse di potenze esterne che, attraverso il finanziamento di gruppi armati (le FSR, eredi delle milizie genocidarie), trasformano la ricchezza potenziale in un ciclo di violenza e guerra per procura.
L’entità dei massacri a danno della popolazione
A partire dall’inizio del secolo a oggi, l’analisi della letteratura consente di ricostruire alcune stime di massima sull’entità dei massacri a danno della popolazione civile. Un rapporto del Council on Foreign Relations (via il database CRED) stima che, nel periodo da settembre 2003 a gennaio 2005, ci siano state circa 121.582 morti nella regione del Darfur, con un “eccesso di mortalità” stimato di circa 118.142 morti. Université catholique de Louvain. Altre fonti (tra cui studi epidemiologici e analisi dell’ONU) riportano che fino al 2008 il totale delle morti (violenza + malattia/fame) potrebbe essersi avvicinato a circa 300.000 persone nella regione del Darfur. Guardian
Fonti più recenti relative al conflitto scoppiato nel 2023 indicano che solo nei primi mesi della guerra ci sono stati decine di migliaia di morti civili — ad esempio, un articolo riporta che il conflitto dal 2023 avrebbe causato “almeno 40.000 morti” in Sudan. AP News
Pasquale Liguori: Virno, Fanon e Virno ancora: antidoto alla pseudo-moltitudine
Virno, Fanon e Virno ancora: antidoto alla pseudo-moltitudine
di Pasquale Liguori
Il 7 novembre è morto Paolo Virno. Ho iniziato a leggerlo da studente, con i suoi editoriali sul Manifesto. Negli anni ho inseguito, con fatica, le pagine più ostiche dei suoi libri. È un percorso da lettore, non da addetto ai lavori. Non so se agli amici e ai custodi della sua opera piacerà che un lettore qualunque lo evochi, magari risultando irriverente. Ma a me interessa riportare una sua intuizione dentro il presente, farle provocare attrito con ciò che accade. Credo che questa vitalità discreta, più che la devozione, gli sarebbe piaciuta.
Maggio 1990. Al salone del libro di Torino si tiene una conferenza sull’«identità culturale europea». Intellettuali (Vattimo, Derrida) discutono la crisi di quell’identità. Notano che è un «cumulo di paradossi», un territorio di «non più», un concetto «estenuato fino al collasso». È l’élite culturale europea che mette in scena un dibattito su sé stessa, ma lo fa solo per certificare la propria impotenza, la propria “dissoluzione”.
Paolo Virno scrive a riguardo un editoriale sul Manifesto, lo si può trovare nella bella raccolta “Negli anni del nostro scontento” edita da DeriveApprodi. La sua diagnosi è spietata: quel dibattito accademico è vacuo. E lo è perché ignora la lezione che, trent’anni prima, Frantz Fanon aveva imposto al mondo: “abbandoniamo questa Europa”.
Per Virno, l’intuizione di Fanon non era una semplice rivendicazione anticolonialista. Era una rottura metodologica. Fanon non intendeva rampognare l’Europa per aver tradito i propri “ideali universalistici” (il Diritto, l’Uomo, la Cultura); aveva attaccato quegli stessi ideali, smascherandoli come linguaggio del dominio.
Salvatore Bravo: Lenin e la metafisica
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Lenin e la metafisica
di Salvatore Bravo
In Materialismo ed empiriocriticismo (1908) Lenin pone le condizioni per la pensabilità della rivoluzione. Il marxismo dogmatico conduceva all’inazione, in quanto la storia era consegnata alle leggi supreme e positivistiche della storia speculari alle leggi di natura, per cui bisognava attendere l’ordine delle leggi. Una delle motivazioni del fallimento del biennio rosso in Italia fu l’attesa incrollabile negli eventi, per cui non ci si adoperò per coordinare le azioni tra operai e campagne, ma si attese la rivoluzione che non si materializzò.
Lenin comprese nel suo genio l’urgenza di ricostituire il legame tra pensiero ed essere senza dogmatismi e ponendo la centralità della coscienza del partito e della classe operaia in relazione dialettica e pensata con la storia. La scissione tra pensiero ed essere aveva assunto caratteri di “scientificità”, si pensi al fisico Mach per il quale anche le teorie scientifiche erano prospettive che funzionavano e non rispondevano alla realtà come essa era nella sua verità, giacché l’essere umano è prigioniero della sua rappresentazione e dei suoi sensi, questi ultimi sono l’unica realtà accessibile e pertanto l’in sé resterà sempre un “segreto e un mistero”. La filosofia di Mach è una forma di positivismo che cela l’idealismo, o meglio è idealismo travestito di idealismo, così affermava Lenin. Tale concezione in campo filosofico e politico ledeva fortemente la prassi e la razionale dialettica progettuale, poiché i singoli come i gruppi sociali sono interni a una rappresentazione del mondo e di conseguenza la progettualità è prospettica e non ha nessun valore oggettivo, essa è fortemente limitata dal soggettivismo interpretativo.
Andrea Balloni: La politica al tempo della società dello spettacolo: il caso Mamdani
La politica al tempo della società dello spettacolo: il caso Mamdani
di Andrea Balloni
Il Paese di Hollywood continua a fare cinema. Come ho scritto nel mio ultimo articolo, “[…] i suoi vertici ricreano ogni giorno un mondo magico e fasullo […]”.
E questa è la volta del film sul nuovo sindaco di New York.
Zohran Mamdani, che dichiara che i miliardari non dovrebbero esistere, è diventato sindaco della Grande Mela con il supporto di George Soros, il criminale multimiliardario filantropo che da decenni finanzia azioni e progetti sovversivi internazionali.
Come dimostra il New York Post attraverso l’analisi di alcuni documenti finanziari, in circa dieci anni la Open Society Foundation di Soros, per mezzo di una rete di finanziamenti definiti dal quotidiano “ultra-woke”, ha indirettamente convogliato un totale di 37 milioni di dollari a una decina di gruppi di fantasinistra e fantamarxisti che hanno appoggiato e fatto propaganda attiva per sostenere la campagna elettorale di Mamdani.
Torno quindi al concetto di magia cinematografica, attraverso la cui lente gli americani intendono continuare a stravolgere la visione della realtà.
Facciamo dissolvere il fumo degli ultimi effetti speciali e ragioniamo:
– com’è possibile che un ultracapitalista neoliberista impunito, che si è arricchito con speculazioni finanziarie criminali, un sovversivo odiatore dichiarato del socialismo, uno che fa parte dei peggiori club di potenti del mondo, finanzi la campagna elettorale di un socialista, uno che dice che i miliardari non dovrebbero esistere?
Tiziano Cardosi: Dalle grandi opere inutili e imposte alla grande opera suicida
Dalle grandi opere inutili e imposte alla grande opera suicida
di Tiziano Cardosi
Riflessioni dopo il convegno di Avigliana 18 ottobre 2025 “Grandi opere – Storie di opacità”
Prima di entrare nel merito dei temi che concernono l’estrema ipotesi di essere chiamati a modellare una diversa politica estera per il paese, occorre procedere a un’operazione preliminare, decolonizzare la mente dalla macchina della menzogna che inquina la vita pubblica, nazionale e internazionale in ogni dove.
Alberto Bradanini
Dalle grandi opere inutili e opache…
Le parole dell’Ambasciatore Alberto Bradanini sull’inquinamento della politica estera può benissimo essere esteso anche ad altri aspetti del mondo contemporaneo, per esempio il mondo delle grandi opere inutili, imposte e anche molto opache; pure queste nascono da falsità che dopo decenni riempiono ancora la bocca di troppi. La principale è che i problemi economici dell’Italia nascano da un insufficiente sistema infrastrutturale, dall’eccessivo intervento dello Stato nel sistema economico, dagli ostacoli posti al libero dispiegarsi dell’iniziativa privata. Dopo decenni di verifiche empiriche possiamo dire serenamente che è vero il contrario, è arrivata una stagnazione di lunga durata proprio nello stesso momento in cui c’è stato l’avvento di TAV SpA e delle grandi opere, lo smantellamento dell’IRI, la tempesta delle privatizzazioni.
Enrico Tomaselli: Quattro teatri per Trump
Quattro teatri per Trump
di Enrico Tomaselli
Che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti fosse dovuta a un insieme di fattori, di cui due principali, l’ho sempre sostenuto e ne sono assolutamente convinto. Il primo di questi è stato che una parte minoritaria del deep power statunitense riteneva urgentemente necessario modificare il modo in cui veniva gestita la strategia imperial-egemonica degli USA, in particolare da quel blocco di potere che possiamo identificare nella convergenza tra il mondo politico democratico (inteso come partito) e i neocon. Il secondo, la disponibilità su piazza di una figura – Trump appunto – che aveva le caratteristiche necessarie per poter competere vittoriosamente alle elezioni, con riferimento in particolare al movimento MAGA.
Tutto ciò, naturalmente, va comunque inquadrato alla luce di un presupposto ovvio ma spesso ignorato, ovvero il fatto che per una potenza imperiale è assolutamente fondamentale avere una strategia globale che ragioni su tempi lunghi, e che quindi non può essere soggetta a cambiamenti radicali ogni quattro anni, sulla base delle alternanze alla presidenza. Ciò implica non solo che tali strategie vengano definite prevalentemente al di fuori delle singole amministrazioni, ma che vi sia un apparato che provvede non solo a elaborarle, ma anche ad assicurarsi che vengano applicate. Ed è precisamente ciò che chiamiamo correntemente deep state (e che io preferisco definire deep power); che non va però immaginato come una organizzazione segreta, una sorta di Spectre, ma – appunto – come un insieme di poteri, istituzionali e non, la cui durata non è soggetta al voto popolare, e la cui composizione può, entro certi limiti, essere mutevole.
Alla luce di quanto detto, appare chiaro come un presidente degli Stati Uniti, per quanto formalmente dotato di grandi poteri, sia di fatto limitato, nel suo agire, da un quadro generale predeterminato. E Trump non fa eccezione. Per quanto ami pensarsi e presentarsi come un monarca, ogni sua scelta è possibile all’interno di questo ambito circoscritto. Che però, altrettanto ovviamente, deve in qualche misura tener conto anche delle oscillazioni dell’elettorato, cui in ultima analisi spetta formalmente il potere di scelta dei suoi rappresentanti.
Alessandra Ciattini: Michel Clouscard. Un marxismo inesplorato
Michel Clouscard. Un marxismo inesplorato
di Alessandra Ciattini
Non so se il marxismo occidentale sia morto, non so neppure se esso sia riassumibile in una formula, date le mai sopite discussioni sui temi centrali impostati e trattati da Marx, ma posso dire che mi capita spesso di incontrare nuovi studiosi marxisti (almeno che si dichiarano tali) a me sconosciuti, ma non ad altri, operanti sia nell’ambito delle scienze sociali sia in quello delle scienze dure.
In particolare, in questo campo, anche a causa dell’attualità dei temi ecologisti, molti autori, come Georges Gastaud, hanno ripreso a lavorare sulla Dialettica della natura [1]. A mio parere essi (o meglio alcuni di essi) meritano tutto il nostro interesse soprattutto oggi nell’attuale scenario internazionale lacerato da scontri e da conflitti, il cui esito potrebbe essere la sconfitta di tutte le classi in lotta, come prevedevano nel 1848 Marx ed Engels.
Naturalmente occorre in primis valutare il loro contributo e la loro coerenza con la definizione di socialismo, che mi pare appropriata, ma non schematica, proposta da Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, per i quali quest’ultimo deve essere identificato con “una società in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comune e i produttori lavorano in associazione per soddisfare i bisogni della società definiti dai produttori stessi… Ci saranno solo strutture controllate democraticamente per amministrare la produzione di cose e servizi al fine di soddisfare i bisogni della società umana” [2]. A loro parere (ed io concordo), una tale forma di società per ora non è mai esistita, anche se si sono tentati esperimenti interessanti che hanno dato vita a società complesse, ibride, non più capitaliste ma in trasformazione, tenendo sempre presente che la transizione può avere esiti diversi e inaspettati (https://sinistrainrete.info/marxismo/26741-guglielmo-carchedi-e-michael-roberts-la-teoria-del-valore-di-karl-marx-per-comprendere-il-funzionamento-del-capitalismo-oggi), non sempre umanamente controllabili secondo quella che Adam Ferguson nel Settecento definì la legge delle conseguenze involontarie. Gli stessi politici cinesi collocano la loro società solo nella fase primaria del socialismo, da cui non si potrà rapidamente uscire.
Marco Consolo: Argentina, JP Morgan ed elezioni
Argentina, JP Morgan ed elezioni
di Marco Consolo
Fiumi di inchiostro sono stati versati sul risultato elettorale in Argentina e sulla “vittoria schiacciante” del partito di governo, La Libertad Avanza di Javier Milei alle elezioni di medio termine del 26 ottobre. Molto si è scritto sugli equilibri politici interni, sulle alleanze, su quali siano stati i fattori che hanno reso possibile una vittoria sorprendente per molti aspetti.
Ma forse non tutti sanno che il 24 ottobre (2 giorni prima delle elezioni) a Buenos Aires si era tenuta la riunione annuale del vertice di JP Morgan Chase Bank, la più grande banca d’affari degli Stati Uniti. Ovvero, una delle banche che ha stabilito le condizioni della sottomissione economica dell’Argentina al sistema finanziario internazionale. E così, mentre nelle strade si chiudeva la campagna elettorale, i poteri forti si riunivano nei salotti eleganti di Buenos Aires, senza troppo chiasso, in abiti scuri e la spilla di JP Morgan sul bavero.
Si sa, ça va sans dire, i banchieri non badano a spese (soprattutto con soldi che non sono loro). E così, parcheggiati nella zona VIP dell’aeroporto internazionale di Ezeiza, hanno fatto bella mostra di sé più di una dozzina di jet privati di alti funzionari della banca, il meglio dell’aviazione executive mondiale, il cui costo per aeronave oscilla tra i 57 e i 61 milioni di dollari.
La presenza di JP Morgan nel bel mezzo di una campagna elettorale caratterizzata dall’incertezza e dalle tensioni cambiarie è stata un’ispezione diretta del laboratorio economico argentino, il più ortodosso del pianeta. Il governo di Javier Milei ha trasformato il Paese in un esperimento neo-liberista radicale, con deregolamentazione, privatizzazioni e indebitamento in nome della libertà di mercato. Ma quella libertà ha dei proprietari, atterrati a Ezeiza con jet di lusso e la JP Morgan è ospite d’onore. Detto in altri termini, prima delle elezioni, i banchieri avevano già deciso chi avrebbe governato, chi avrebbe gestito l’economia e il debito estero, chi avrebbe controllato l’energia e il prezzo delle bollette. Lungi dall’essere un fatto isolato è la rappresentazione plastica di una politica di svendita della sovranità travestita da modernizzazione.
Tiziano Bonini: Il “vero uomo” e l'”uomo bravo”
Il “vero uomo” e l'”uomo bravo”
di Tiziano Bonini
Qual è il problema dei maschi contemporanei? Soprattutto dei più giovani?
A molti di voi questa domanda suonerà strana, o marginale. Eppure me la faccio spesso. Negli ultimi anni, tra i banchi delle mie classi (insegno sociologia dei media a studenti universitari) ho notato un divario crescente tra studentesse e studenti. Le studentesse sono in genere molto più motivate e brillanti degli studenti. Quando poi le ritrovo un anno dopo a chiedermi la tesi, sono ancora più mature e determinate. Leggono libri, hanno idee creative, sono puntuali e autonome. Gli studenti maschi al contrario, tranne qualche rara eccezione, sono un po’ infantili, poco motivati, e vanno guidati passo dopo passo. E quando parliamo di questioni di genere, media e piattaforme digitali, i maschi assumono una posizione difensiva e un po’ vittimistica, della serie: “Io non sono maschilista ma…”
Non sono uno studioso di questioni di genere, e in quanto maschio bianco cisgender occidentale ormai avviato verso i cinquant’anni, non ho nemmeno l’esperienza vissuta necessaria per comprendere cosa stia succedendo ai giovani maschi occidentali. Però sono cresciuto con gli studi culturali britannici e come sociologo condivido l’idea, con molti altri colleghi, che il genere (come la tecnologia e molto altro) sia una costruzione sociale, e in quanto costruzione sociale, può essere (faticosamente) modificata o negoziata.
Per capire meglio cosa accade ai giovani maschi contemporanei, mi sono messo a leggere. Qualche mese fa avevo letto un libro dell’economista americano Richard Reeves, che negli Stati Uniti ha ottenuto ampia risonanza, tanto da essere citato da Barack Obama: Of Boys and Men. Why the modern male is struggling, why it matters and what to do about it.. Il libro di Reeves parte dalla premessa che negli ultimi decenni, mentre le donne hanno conquistato maggiori diritti e opportunità in ambito educativo e lavorativo, molti uomini sembrano in difficoltà a fronteggiare questi mutamenti. Il libro di Reeves si interroga su questo squilibrio, sostenendo che gli uomini — in particolare i meno istruiti e i neri americani — stanno sperimentando una crisi profonda, fatta di abbandono scolastico, isolamento sociale, disoccupazione, dipendenze e tassi di suicidio più elevati che in passato.
Federico Rucco: Ucraina. Pokrosvk è perduta, e forse anche la guerra infinita
Ucraina. Pokrosvk è perduta, e forse anche la guerra infinita
di Federico Rucco
Le forze armate russe ormai controllano Pokrovsk dopo quasi venti mesi di combattimenti. La città ucraina è un nodo logistico fondamentale, un centro di controllo delle vie di trasporto e dei rifornimenti. Ora, però, la situazione è cambiata. E, secondo il think tank statunitense Institute for Study of War, conquistare o perdere la ‘fortezza’ non inciderà sullo sviluppo della guerra. Curioso che tale constatazione arrivi solo ora, quando la sorte della strategica cittadina ucraina appare segnato e non nei due anni o nei mesi trascorsi. Una valutazione che ricorda molto quella della volpe e dell’uva.
“Era importante dal punto di vista operativo perché controllava una linea di rifornimento che supportava la logistica ucraina, con ricadute su altre posizioni nei villaggi più piccoli e nei campi intorno a Pokrovsk”, osserva George Barros analista dell’ISW. Kiev da tempo è stata costretta a cercare altre soluzioni. In sostanza, Mosca ha già raggiunto l’obiettivo reale. “I russi hanno già ottenuto ciò a cui puntavano. Da qui in poi, continuare non ha senso”, ribadisce l’analista rivelando che la perdita di importanza di Pokrosvk venga decretata solo quando è ormai perduta.
Pokrovsk è infatti un importante snodo ferroviario e stradale che ollega la parte orientale del territorio al resto del Paese.
Sempre secondo l’ISW, alcuni filmati geolocalizzati pubblicati il 6 novembre indicavano avanzamenti dell’esercito del Cremlino anche a nord della città di Myrnohrad (a est di Pokrovsk) e si segnalavano passi in avanti anche nell’area orientale e sud-orientale.
Alex Marsaglia: “Scudo per la democrazia”? Come l’UE prepara il nuovo giro di censure…
“Scudo per la democrazia”? Come l’UE prepara il nuovo giro di censure…
di Alex Marsaglia
L’Unione Europea affina le armi di guerra psicologica e stringe le maglie della repressione: la Commissione Von der Leyen definisce il “Centro per la Resilienza Democratica”, nuovo elemento chiave dello “Scudo della Democrazia”.
È stato presentato nei giorni scorsi dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen il documento preliminare che intende creare il cosiddetto “Centro per la Resilienza Democratica”, il nuovo apparato diventerà un elemento chiave del cosiddetto “Scudo della Democrazia” e riunirà esperti dei paesi UE e dei paesi candidati (vedi qui: https://www.theguardian.com/world/2025/nov/07/eu-plans-centre-for-democratic-resilience-to-fight-online-disinformation).
Ormai la retorica dei tecnocrati europeisti adotta un lessico militarista che si impasta con quello liberale, per tessere le maglie di una gabbia autoritaria sempre più spinta totalmente funzionale all’impresa imperialista di assalto alla Russia, in cui la democrazia è ridotta sempre più a simulacro. Ovviamente si fa ampio utilizzo dei più ambigui termini postmoderni, come quello della “resilienza” per giustificare le più atroci misure repressive della libertà di stampa e di espressione. Come da tradizione storica viene infatti utilizzata la lotta contro “il nemico esterno”, cioè la Russia e la Cina, per legittimare la caccia al “nemico interno”, cioè chiunque osi dissentire dalla propaganda russofobica e sinofobica di guerra. Pertanto vengono predisposti organismi in sede sovranazionale adibiti a coordinare «la lotta contro la manipolazione dello spazio informativo e gli attacchi ibridi» all’unico fine di approfondire i meccanismi di censura che si attivano nei singoli Stati membri.
Gabriela Jiménez: “In Venezuela, stiamo costruendo una scienza per la vita e per la pace”
“In Venezuela, stiamo costruendo una scienza per la vita e per la pace”
Geraldina Colotti intervista la Ministra Gabriela Jiménez
Alla Fiera del Libro di Caracas, Gabriela Jiménez Ramírez, Ministra del Potere Popolare per la Scienza e la Tecnologia e Vicepresidente Settoriale di Scienza, Tecnologia, Ecosocialismo e Salute, presenta i testi pubblicati dal Fondo editoriale del suo Ministero, diretto dalla giornalista Mercedes Chacín. Riflessioni che indicano gli assi attorno ai quali si articola il lavoro di ideazione, formazione e organizzazione del Ministero di Scienza e Tecnologia, e che si configura come uno dei principali motori del processo bolivariano, in articolazione produttiva con tutti i settori della società.
* * * *
Sotto la sua direzione, che segue le indicazioni del presidente Maduro, il Venezuela sta ottenendo grandi risultati a livello scientifico, riconosciuti a livello internazionale. A cosa è dovuto? Qual è il suo segreto?
Questo è il segreto del popolo venezuelano che il comandante Hugo Chávez ha emancipato invitandolo a fare della scienza un atto collettivo, un atto comunitario, un atto di pace, un atto di costruzione e di organizzazione sociale. La scienza nella scuola, la scienza nei laboratori, la scienza nei campi, la scienza nella letteratura per la decolonizzazione delle forme e dei processi di produzione. E così il Venezuela oggi ottiene più di 20 medaglie per i suoi vivai scientifici, nelle olimpiadi internazionali di robotica, chimica, astronomia, matematica… E in questo lavoro invitiamo tutti i bambini e le bambine del Venezuela, con i loro padri, con le loro madri, a fare scienza per la vita, che è fondamentale di fronte a un cambiamento di civiltà, di fronte a un mondo che è molto convulso per l’odio, per le aggressioni. Il Venezuela fa scienza per la vita e per la pace.
Alberto Giovanni Biuso: I valori dell’Occidente
I valori dell’Occidente
di Alberto Giovanni Biuso
Qual è la cifra etica dell’occidente contemporaneo? Rispondere non è difficile. È sufficiente cogliere il nesso tra le parole e le azioni. Parole molto note sino a essere inflazionate, sino ad aver perduto il loro spessore, significato e valore. Tra le tante, basterebbero le seguenti: pace, diritto, inclusione, giustizia, libertà.
La pace è diventata una minaccia per la peggiore classe dirigente nella storia dell’Europa moderna dalle paci di Westfalia (1648) al presente; forse un analogo, ma in toni ancora alti rispetto al XXI secolo, si può trovare nella classe dirigente che condusse l’Europa al suicidio della Prima guerra mondiale. L’ attuale Unione europea e il Regno Unito stanno infatti operando non solo per allontanare ogni prospettiva di accordo tra l’Ucraina e la Russia ma per attivamente proseguire nell’opera di distruzione dell’Ucraina, nel provocare in tutti i modi possibili la Russia e nel supplicare gli Stati Uniti di continuare a finanziare la NATO, umiliandosi in ogni situazione e circostanza davanti a Trump e alla sua amministrazione.
Da anni l’Unione Europea sta puntando tutto sul pervasivo controllo delle vite dei suoi cittadini e su un’economia drogata dalle armi. Obiettivi che si esprimono anche nella ormai apertamente dichiarata intenzione di indirizzare la ricerca universitaria verso scopi militari e pedagogie militariste, anche mediante il cosiddetto dual use: «Come ha dichiarato la commissaria [europea] a ricerca e innovazione Zaharieva, il programma Horizon sarà reso ‘dual use di default’ per rispondere all’impellenza di ‘rendere gli europei più sicuri’» (J. Bonasera e M. Rossi, Orizzonti di guerra: l’università e la ricerca nell’epoca del dual use, ‘Connessioni precarie’, 24.10.2025). La guerra è infatti diventata necessaria alla sopravvivenza stessa di un ceto dirigente globalista, atlantista e oligarchico.
Vincenzo Maddaloni: L’effetto Mamdani: riaccendere la speranza dei disperati
L’effetto Mamdani: riaccendere la speranza dei disperati
di Vincenzo Maddaloni
Nell’era della disuguaglianza, la vittoria di Zohran Mamdani eletto sindaco di New York, è il segnale di una rivolta per ottenere un nuovo contratto sociale: un capitalismo temperato dalla consapevolezza del rispetto umano. La sua sfida è incommensurabile. Se fallisse, i conservatori rivendicherebbero la propria vittoria; se avesse successo, potrebbe ridefinire la “governance progressista” per le generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro.
Zohran Mamdani , deputato trentatreenne dell’assemblea statale è figlio dello studioso indo-ugandese Mahmood Mamdani e della regista indo-americana Mira Nair, ha sconfitto il peso massimo della politica Andrew Cuomo, diventando il primo sindaco musulmano sudasiatico-americano di New York. Per una metropoli da tempo sinonimo del capitalismo di Wall Street, il suo trionfo è più di un semplice sconvolgimento politico: segna una svolta epocale, un riorientamento sulla qualità della vita degli umani.
Sorprendente è la storia degli antenati di Mamdani che, hanno attraversato i continenti del Sud del mondo. I suoi lontani parenti migrarono dal Gujarat all’Africa orientale come commercianti sotto il dominio britannico. Suo padre, Mahmood Mamdani, fu tra le migliaia di sud-asiatici espulsi dall’Uganda da Idi Amin nel 1972, affermandosi in seguito come uno dei principali pensatori postcoloniali africani. Sua madre, Mira Nair, nata in India e laureata ad Harvard, è diventata un’acclamata regista. Il loro figlio, nato a Kampala nel 1991, si trasferì a New York all’età di sette anni.



