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[SinistraInRete] Enrico Tomaselli: Il “Grande Gioco” del Medio Oriente

Rassegna – 18/11/2025

Enrico Tomaselli: Il “Grande Gioco” del Medio Oriente

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Il “Grande Gioco” del Medio Oriente

di Enrico Tomaselli

noer7igtheiL’operazione Al Aqsa Flood del 7 ottobre 2023 è indiscutibilmente un evento che ha cambiato completamente il quadro geopolitico mediorientale, ed i suoi effetti sono destinati a protrarsi ancora a lungo. Ovviamente, il primo e più evidente è stato lo stop al processo di stabilizzazione-integrazione, avviato da Trump durante il suo primo mandato, e che va sotto il nome di Accordi di Abramo. Riaccendendo violentemente i riflettori sulla questione palestinese, ha messo in luce come sia semplicemente impossibile immaginare un disegno strategico per la regione senza affrontare questo nodo.

In ogni caso, sia durante la fase finale della presidenza Biden, che durante il primo anno del secondo mandato di Trump, la strategia statunitense è stata sostanzialmente basata sulla delega completa a Israele, affinché risolvesse militarmente la questione; Netanyahu, oltretutto, assicurava di poterlo fare in modo pressoché definitivo. Ma due anni di guerre su sette fronti diversi hanno dimostrato non solo che la sicumera del leader israeliano era del tutto infondata, ma che al contrario lo sforzo bellico di Tel Aviv è valso sostanzialmente a far crescere a dismisura la dipendenza dello stato ebraico da Washington. Esattamente come è stato per l’Ucraina di Zelensky, a un certo punto è apparso chiaro che il proconsole statunitense nella regione non era più in grado di svolgere il ruolo di proxy militare, e che persino sotto il profilo politico stava determinando più danni di quanto fosse possibile immaginare. E non solo sul piano internazionale, ma anche nel cuore elettorale dell’impero.

Ciò ha reso necessario che fosse Washington a riassumere le redini del gioco. Ovviamente per gli Stati Uniti non è possibile sganciarsi dal conflitto mediorientale così come stanno facendo con quello ucraino. Intanto, perché la potente lobby sionista negli states non lo permetterebbe. E poi perché non c’è un equivalente dei paesi europei per ricoprire un ruolo di supplenza. Da tempo, sicuramente da quando Netanyahu ha iniziato la sua ormai ventennale carriera politica, il rapporto tra Tel Aviv e Washington è progressivamente mutato, sino al punto che oggi Israele è diventato un vero e proprio simbionte.

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Paolo Virno: Il decennio della controrivoluzione

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Il decennio della controrivoluzione

di Paolo Virno

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10fdb459a2bd4d72a59159a2965d6a03mv2Per ricordare Paolo Virno pubblichiamo un testo tratto da Nel sottosopra degli anni Ottanta. Le contraddizioni di un decennio, edito da MachinaLibro nel 2024.

Il contributo riprende e rielabora la discussione tenutasi il 10 giugno 2023 al Festival 6 di DeriveApprodi, in occasione dell’uscita della nuova edizione de Sentimenti dell’aldiqua — libro cardine per comprendere e analizzare gli anni Ottanta.

In quell’occasione Paolo Virno, insieme a Marco Mazzeo e Adriano Bertollini, ha riflettuto sul significato e sull’attualità di quell’analisi.

La fotografia che accompagna l’articolo è stata scattata proprio in quel giorno.

* * * *

Il libro fu ed è ancora una meditazione sul mutamento delle forme di vita dopo la sconfitta politica, e più ancora sociale, dei movimenti rivoluzionari. Quali sono le tonalità, i ritmi delle nostre giornate allorché si è eclissata anche solo la possibilità di un mutamento radicale del modo di produzione capitalistico? Perché analizzare i giorni della controrivoluzione partendo dalle emozioni e dai sentimenti? Perché in queste tonalità emotive si manifestava una relazione con il mondo e con i propri simili in maniera più vivida che in qualche balbettio politico. Vi era un grano di verità in quei sentimenti, come se fosse un trattato sull’epoca, riguardo alla nostra relazione con la vita e la sua finitezza, i potenti e gli impotenti, il trionfo del nuovo capitalismo – del capitalismo linguistico. Non si trattava di una via umile e rassegnata di affrontare il proprio tempo, al contrario, vi era una smodata ambizione: vediamo qual è la relazione qui e oggi con il proprio stare al mondo e vediamolo attraverso la situazione emotiva prevalente, che non è un orpello di cose più solide e serie, come procacciarsi il reddito, ma qualcosa che sta alla base e che si dipana all’interno dei modi di procurarsi il reddito.

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Silvano Poli: Turn up the… History. Riorientare il desiderio e l’azione

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Turn up the… History. Riorientare il desiderio e l’azione

di Silvano Poli

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000000.jpgG. W. F. Hegel affermava che la lettura del giornale è la pregheria dell’uomo moderno. Inevitabile come il segno della croce per ogni buon cristiano, molti di noi l’altro ieri hanno aperto gli occhi e scrollato le notizie sul loro calamitico smartphone. A colonizzare il “feed” (quella che una volta era la home) c’era la vittoria di R. Mamdani a nuovo sindaco della Grande Mela. L’entusiasmo, o l’astio sono palpabili, gli appellativi arcinoti e ripetuti fino allo sfinimento: Mamdani è di colore, musulmano e pure socialista.

Il trionfo newyorkese è solo la ciliegina sulla torta di una serata che per i Dem è puro ossigeno. Nella stessa notte, infatti, il partito blu si è portato a casa i Governatori di New Jersey e di Virginia, affiancando anche la maggioranza nel Parlamento federato dello stato “Madre dei Presidenti”. Decisivi sono state anche la vittoria della “Proposition 50” per la ridefinizione dei collegi dei rappresentanti alla Camera – classica storia di Gerrymandering e opposizione al Texas rosso – fortemente voluta dal partito Dem Nazionale e osteggiata ferocemente da Trump; così come la riconferma di tre giudici nella corte federale della Pennsylvania. In breve, dopo mesi di stato comatoso, questo è forse il primo colpo di reni da parte di un partito che sembrava aver assorbito tutta l’inettitudine di Biden e l’ignavia di Harris – che con Mamdani è riuscita a non prendere ancora una volta una posizione strategicamente intelligente. È, di certo, una vittoria degli outsider, di quelle frange ostracizzate dal partito principale: dimostrazione di come il core del partito sia ancora dominato da un’avversione antipopolare che non ha nulla da invidiare ai neocons, ai tecno oligarchi e ai Trump Boyz. E, tuttavia, è indubbio che dopo mesi, se non anni di notizie pessime, una buona notizia non possa non avere l’effetto di galvanizzare l’ambiente e tutti i movimenti.

È certo che Mamdani rappresenti uno dei migliori risultati auspicabili negli USA e che l’egemonia del gigante d’oltreoceano ci porti a fare nostre le sue vicissitudini, a renderci tristi per le sconfitte dei (presunti) “compagni” a stelle e strisce ed entusiasti per le loro vittorie.

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Davide Malacaria: Gaza: l’ingegneria della fame

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Gaza: l’ingegneria della fame

di Davide Malacaria

Dopo l’entrata in vigore della tregua, 10 ottobre, Israele ha violato il cessate il fuoco almeno “282 volte”, uccidendo 242 persone e ferendone altre 622. Né si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.

Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla.

A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi.

E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico. Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.

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Jeffrey Sachs: La manovra di Trump all’ONU è imperialismo americano mascherato da processo di pace

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La manovra di Trump all’ONU è imperialismo americano mascherato da processo di pace

di Jeffrey Sachs, commondreams.org

La Palestina continua a essere l’eterna vittima delle manovre di Stati Uniti e di Israele. Le conseguenze sono devastanti non solo per la Palestina, che ha subito un vero e proprio genocidio, ma anche per il mondo arabo e oltre

Questa settimana, l’amministrazione Trump sta promuovendo una risoluzione elaborata da Israele presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) volta a eliminare la possibilità di uno Stato di Palestina. La risoluzione ha tre obiettivi. Stabilisce il controllo politico degli Stati Uniti su Gaza. Separa Gaza dal resto della Palestina. E consente agli Stati Uniti, e quindi a Israele, di determinare la tempistica del presunto ritiro di Israele da Gaza, il che vuol dire: mai.

Questo è imperialismo mascherato da processo di pace. Di per sé non sorprende. Israele dirige la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ciò che sorprende è che Stati Uniti e Israele potrebbero farla franca con questa farsa, a meno che il mondo non si esprima con urgenza e indignazione.

La bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite istituirebbe un Consiglio di Pace dominato da Stati Uniti e Regno Unito, presieduto nientemeno che dallo stesso Donald Trump e dotato di ampi poteri sulla governance, i confini, la ricostruzione e la sicurezza di Gaza. Questa risoluzione metterebbe da parte lo Stato di Palestina e subordinerebbe qualsiasi trasferimento di autorità ai palestinesi alla benevolenza del Consiglio di Pace.

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E. Gentili, F. Giusti, S. Macera: Finanziaria 2026: quanto ci costa

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Finanziaria 2026: quanto ci costa

di E. Gentili, F. Giusti, S. Macera

È uscita la Relazione Tecnica della Ragioneria dello Stato: un testo che conferma l’orientamento liberista della Legge di Bilancio 2026. Leggendolo risulta evidente la continuità con le Finanziarie degli anni precedenti, segnate da un sostanziale equilibrio tra la riduzione dei costi e l’utilizzo della leva fiscale per evitare leggi patrimoniali e progressività delle imposte.

Ancora una volta, risorse sempre maggiori andranno alle imprese, specie sotto forma di sgravi contributivi e fiscali, mentre il welfare state viene rifinanziato soprattutto nei suoi profili meno strutturali, ossia meno legati alla concreta soluzione dei problemi (i famosi “bonus”). Assai grave è l’assenza di spesa per l’attuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, che dovrebbero fungere da argine, sia pur parziale, a quel divario interregionale dei servizi che vede le isole e le aree meridionali in forte sofferenza per istruzione, assistenza agli anziani, asili nido e servizi sociosanitari.

Per non dire della miopia di fondo rispetto ai reali bisogni del welfare d’una popolazione sempre più anziana e per questo bisognosa di sostegno (e quindi di maggiori risorse). Tale dato fa tutt’uno con la proverbiale incapacità italica di attuare politiche rivolte ai giovani e atte a contrastare il calo delle nascite.

  1. Costi in tema di fisco: Volendo individuare un elemento qualificante della Manovra, si può indicare la revisione dell’aliquota Irpef, che passerà dal 35% al 33% per il reddito compreso tra una cifra superiore ai 28.000 € e fino a 50.000 €.

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Gabriele Guzzi: Eurosuicidio: come l’Unione Europea si è condannata con le proprie mani

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Eurosuicidio: come l’Unione Europea si è condannata con le proprie mani

di Gabriele Guzzi

L’economista Gabriele Guzzi spiega perché l’Europa paga il prezzo di scelte che hanno anteposto i mercati a tutto il resto

Nel suo ultimo libro, Eurosuicidio, Gabriele Guzzi analizza le radici strutturali della crisi europea. L’Ue, nata per unire il continente, ha posto i mercati e la moneta al centro del progetto politico, sacrificando sovranità democratica e giustizia sociale. Il risultato, sostiene l’autore nell’introduzione al libro che Krisis pubblica qui di seguito, è un’Europa priva di direzione, schiacciata da vincoli economici che ne minano la stessa esistenza.

 

In breve

Origini della crisi La tesi dell’economista è che le difficoltà dell’Ue non sono fortuite, ma sono l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle sue origini. In sintesi, la causa della crisi è l’Ue stessa e la sua struttura istituzionale.

Euro come Eurosuicidio La frontiera più avanzata dell’integrazione è l’euro, definito da Gabriele Guzzi l’atto fondativo dell’Eurosuicidio. Mettere insieme Paesi differenti in un’unione monetaria senza un’unione politica ha creato i presupposti per l’auto-annichilimento.

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Chris Hedges: Gli USA sono una repubblica delle banane

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Gli USA sono una repubblica delle banane

di Chris Hedges* – Scheerpost

mbidjpghof4oIl Presidente Trump è un esempio perfetto di tutti i despoti latinoamericani da quattro soldi che terrorizzano la popolazione, si circondano di adulatori, scagnozzi e delinquenti e si arricchiscono (Trump e la sua famiglia hanno accumulato  più di 1,8 miliardi di dollari in contanti e regali sfruttando la presidenza), erigendo al contempo monumenti di cattivo gusto a se stessi.

“Trujillo in Terra, Dio in Cielo” —  Trujillo en la tierra, Dios en el cielo  — fu affisso per ordine dello Stato nelle chiese durante i 31 anni di regno di Rafael Leónidas Trujillo nella Repubblica Dominicana. I suoi sostenitori, come quelli di Trump,  lo candidarono al Premio Nobel per la Pace. La pastoressa truffatrice di Trump, Paula White-Cain, offrì una versione aggiornata dell’autodeificazione di Trujillo quando avvertì: “Dire di no al presidente Trump sarebbe come dire di no a Dio”.

Trump è la versione gringo di Anastasio “Tachito” Somoza in Nicaragua  o di François “Papa Doc” Duvalier ad Haiti, che modificò la costituzione per farsi nominare “Presidente a vita”. Una delle immagini più celebri del lungo regno del dittatore haitiano mostra Gesù Cristo con una mano sulla spalla di un Papa Doc seduto, con la didascalia: “L’ho scelto io”.

I criminali dell’ICE sono l’incubo dei temuti Tonton Macoute, la polizia segreta di  Papa Doc composta da 15.000 uomini, che ha detenuto, picchiato, torturato, incarcerato o ucciso indiscriminatamente tra i 30.000 e i 60.000 oppositori di Duvalier  e che, insieme alla Guardia presidenziale, ha consumato metà del bilancio dello Stato.

Il Presidente Trump è il  venezuelano Juan Vicente Gómez , che ha saccheggiato la nazione per diventare l’uomo più ricco del Paese e ha disdegnato l’istruzione pubblica per – nelle parole  della studiosa Paloma Griffero Pedemonte – “mantenere il popolo ignorante e docile”.

El Presidente – in ogni dittatura – segue lo stesso copione. È un’opera buffa grottesca. Nessun elogio è troppo oltraggioso. Nessuna tangente è troppo piccola. Nessuna violazione delle libertà civili è troppo estrema. Nessuna stupidità è troppo assurda. Ogni dissenso, per quanto tiepido, è tradimento.

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kamo: Rompere la pace dentro territori, fabbrica e università della guerra

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Rompere la pace dentro territori, fabbrica e università della guerra

di kamo

banner Guerra e Industria
formazione 4.pngPrima di presentare il testo, una piccola introduzione di riepilogo delle “puntate passate”, per meglio inquadrare il senso dell’iniziativa «Guerra alla guerra» dell’11 ottobre scorso con la redazione di Infoaut e i compagni di Askatasuna Torino. Va premesso infatti che come Kamo non abbiamo pensato questo incontro soltanto in rapporto alle ultime settimane e mesi di mobilitazione per la Palestina e contro la guerra – tempi intensi e convulsi di “aria frizzante”, che hanno visto anche Modena scendere in piazza in massa per la Palestina e in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, per fermare il genocidio e “bloccare tutto”, a partire da quella che chiamiamo la «fabbrica della guerra», cioè quell’intreccio di territorio, industria e sapere in ristrutturazione in funzione del riarmo e della guerra, che pone Modena tra i centri dello sviluppo capitalista in trasformazione bellica. 

L’incontro lo abbiamo voluto collocare soprattutto come il punto di condensazione dei precedenti cicli di discussione che abbiamo organizzato negli anni passati, in particolare «Militanti» (2023) e «La fabbrica della guerra» (2024-2025). Ciò di cui ci interessa ragionare è infatti come si possa esprimere la militanza politica nella fase attuale, e le sfide che le ultime piazze ci chiamano a raccogliere: se nel ciclo «Militanti» abbiamo tentato di riallacciare e riscostruire, selezionandoli e facendoli nostri, i fili di una tradizione novecentesca di militanza comunista che va da Lenin al movimento di inizio terzo millennio, passando dall’Autonomia operaia degli anni Settanta e alla nascita dei centri sociali – sempre con l’obiettivo di approfondirne la portata teorica e storica e i loro limiti, di riappropriarci di strumenti e soprattutto di riattualizzare il punto di vista della rottura rivoluzionaria –, con «La fabbrica della guerra» invece abbiamo voluto esaminare i processi di radicale e accelerata riorganizzazione e trasformazione del capitalismo innescati dalla guerra, che ci coinvolgono direttamente sul territorio emiliano e modenese.

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Carlos Martinez: Mao era un mostro?

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Mao era un mostro?

di Carlos Martinez

jaerpiofi6tbhujPer celebrare il 130° anniversario della nascita di Mao Zedong, pubblichiamo di seguito un estratto dal capitolo “No Great Wall: on the continuitys of the Chinese Revolution” del libro di Carlos Martinez L’Oriente è ancora rosso – Il socialismo cinese nel XXI secolo , che valuta l’eredità politica di Mao e si concentra in particolare su alcuni degli episodi più controversi associati alla sua leadership.

L’estratto si propone di fornire un’analisi dettagliata ed equilibrata del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, e di spiegare perché la maggior parte della popolazione cinese continua a venerare Mao e perché, come disse Deng Xiaoping , “il Partito comunista cinese e il popolo cinese lo considereranno sempre come un simbolo, un tesoro molto prezioso”.

La ragione fondamentale è che, più di ogni altro individuo, Mao Zedong simboleggia ed è responsabile della liberazione della Cina e della costruzione del socialismo cinese. Carlos scrive:

Gli eccessi e gli errori associati agli ultimi anni di vita di Mao devono essere contestualizzati in questo quadro generale di progresso trasformativo senza precedenti per il popolo cinese. Il tasso di alfabetizzazione in Cina prima della rivoluzione era inferiore al 20%. Alla morte di Mao, era intorno al 93%. La popolazione cinese era rimasta stagnante tra i 400 e i 500 milioni per circa cento anni, fino al 1949. Alla morte di Mao, aveva raggiunto i 900 milioni. Crebbe una fiorente cultura letteraria, musicale, teatrale e artistica, accessibile alle masse popolari. La terra fu irrigata. La carestia divenne un ricordo del passato. Fu istituita l’assistenza sanitaria universale. La Cina – dopo un secolo di dominazione straniera – mantenne la propria sovranità e sviluppò i mezzi per difendersi dagli attacchi imperialisti.

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Il Pungolo Rosso: Abu Mazen a Roma, nel silenzio di tomba del movimento per la Palestina

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Abu Mazen a Roma, nel silenzio di tomba del movimento per la Palestina

di Il Pungolo Rosso

Nei giorni scorsi Abu Mazen è stato a Roma, a rapporto prima dal duo Mattarella-Meloni, poi dal neo-crociato amerikano Leone XIV.

Cosa sia venuto a fare non è un mistero per nessuno: è venuto ad assicurare l’Italia (lo stato, le banche e le imprese italiane) che la sua “Autorità nazionale” si muoverà integralmente e fedelmente all’interno del piano neo-coloniale e schiavista di Trump, ma senza dimenticare gli “amici italiani” negli eventuali affari della ricostruzione di Gaza. E lo farà in totale contrapposizione alla resistenza palestinese (Hamas), costringendo questa alla resa e alla consegna delle armi.

Come premio per questo giuramento di fedeltà all’imperialismo occidentale tutto, Italia compresa, è venuto a mendicare il riconoscimento da parte di Roma di quello stato di Palestina accanto all’intoccabile stato di Israele che l’entità sionista ha reso materialmente del tutto impossibile, ormai, da decenni.

E’ poi passato dal papa neo-crociato a garantirgli il suo impegno, in chiave anti-islamica, “in favore della presenza cristiana in Palestina”.

Insomma, Abu Mazen è venuto a Roma a fare l’Abu Mazen, quello – tanto per dire – che da 16 anni ha il mandato scaduto, ma si rifiuta di indire elezioni che perderebbe di sicuro; quello che nel 2006-2007 chiese allo stato occupante un aiuto militare per sconfiggere Hamas a Gaza; quello che era talmente intimo con il macellaio Barak, il ministro della difesa sionista del tempo, da essere informato in anticipo dell’”operazione piombo fuso” (risulta dai files di Wikileaks, come ricorda Amadeo Rossi, ne Il muro della Hasbarà, Zambon, 2018, p. 223); quello che ha definito i combattenti di Hamas e delle formazioni della resistenza “figli di cane”, e fermiamoci qui.

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comidad: La finzione dell’impresa privata

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La finzione dell’impresa privata

di comidad

Tra i classici intramontabili della fintocrazia non c’è soltanto la pantomima del conflitto tra politica e magistratura, ma anche il fasullo dibattito sulla patrimoniale, nel quale la destra può recitare abusivamente la parte del baluardo anti-fiscale. In questo “evergreen” della mistificazione politica a fare da sponda al gioco delle parti c’è talvolta qualcuno della cosiddetta “sinistra” che evoca una mitica “tassa sui super-ricchi”, che in epoca di mobilità dei capitali e di concorrenza fiscale tra Stati è praticamente impossibile da realizzare; perciò parlare di patrimoniale ha il solo effetto di spaventare quel ceto medio che possiede una casa e dei risparmi. Stavolta però la Meloni ha evocato il babau della patrimoniale facendo tutto da sola, lasciando credere che in campo vi fosse una proposta di tassazione dei patrimoni da parte della fantomatica “sinistra”. Insomma, una delle tante performance che la Meloni mette in scena a uso dei suoi fan.Alcuni osservatori trattano la questione dei supporter della Meloni come se fosse una sorta di enigma antropologico, alla stregua dell’individuazione dell’anello mancante tra l’australopiteco e il pitecantropo. In realtà la stupidità e la cieca fedeltà al capobranco non spiegano tutto. Certe manifestazioni particolarmente abiette e regressive della destra vanno comunque inquadrate in una narrazione che è trasversale agli schieramenti politici. La fiaba dominante consiste nel rovesciamento del concetto di socialismo, interpretato come se fosse per forza questione di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Su questa falsa narrazione la destra può costruire il proprio mito di argine contro la minaccia dell’esproprio proletario. Il problema si pone in termini esattamente opposti, dato che l’esproprio avviene costantemente a danno dei ceti poveri.

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Fabrizio Poggi: La (vera) portata dello scandalo corruzione a Kiev. Se i media italiani censurano il NYT…

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La (vera) portata dello scandalo corruzione a Kiev. Se i media italiani censurano il NYT…

di Fabrizio Poggi

Lo scandalo affaristico che sta interessando la “democrazia” nazigolpista di Kiev non sembra aver ricevuto la necessaria attenzione sui media italici. Ma, se non ne parlano i media di regime nostrani, lo fa il New York Times e lo fa – forse non casualmente – pressoché in contemporanea con lo svolgersi degli eventi.

Dunque, nei giorni scorsi, l’Ufficio Nazionale Anticorruzione (NABU, quel fantomatico ufficio messo in piedi da Washington per il controllo sulle “élite” ucraine) ha condotto una perquisizione a casa del socio d’affari di Vladimir Zelenskij, Timur Mindic, direttore dello studio “Kvartal 95”. Innegabile che si tratti quantomeno dell’avvisaglia di un attacco diretto allo stesso Zelenskij e dato che in particolare il NABU è agli ordini diretti degli USA, la cosa non è di poco conto.

Nel corso delle indagini, scrive il New York Times, in 15 mesi sarebbero state raccolte 1.000 ore di registrazioni audio, documentando «le attività di un’organizzazione criminale di alto livello».

Pare che il caso contro Mindic fosse aperto da tempo, osserva PolitNavigator e i media avevano a lungo diffuso voci su registrazioni effettuate dagli investigatori nel suo appartamento nel centro di Kiev, che era essenzialmente uno dei quartier generali della cerchia ristretta di Zelenskij. Ne era seguito il tentativo del regime di liquidare il NABU, inizialmente con successo, fintanto che non erano scoppiate proteste, si erano intromessi diplomatici occidentali e Zelenskij aveva dovuto far abrogare la legge che liquidava la struttura.

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Geraldina Colotti: Minacce di golpe in Honduras

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Minacce di golpe in Honduras

di Geraldina Colotti

Una “cospirazione contro il processo elettorale”. Così, il consigliere honduregno, Marlon Ochoa, ha qualificato il simulacro del sistema di Trasmissione dei Risultati Elettorali Preliminari (Trep), svolto domenica scorsa dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Il simulacro del Trep è stato uno degli esercizi chiave per misurare la capacità tecnologica del sistema prima delle elezioni generali del 30 novembre, ma i guasti segnalati hanno generato preoccupazione tra i partiti politici e gli osservatori nazionali.

Il CNE non ha ancora rilasciato un rapporto ufficiale sulle cause tecniche dei guasti segnalati né sulle accuse di Ochoa, arrivate pochi minuti dopo che Rixi Moncada, candidata presidenziale di Libre (il partito di governo), aveva affermato durante un comizio tenutosi nella capitale che non avrebbe riconosciuto i risultati trasmessi dal Trep: “Il CNE – aveva detto Moncada – ha fatto un simulacro sul sistema di trasmissione dei risultati e questo, sia nella trasmissione satellitare che nella trasmissione di una delle aziende attraverso i canali dati, è stato un fallimento totale”. La candidata aveva per questo fatto riferimento a una denuncia presentata da Ochoa al Ministero pubblico in merito a “26 audio” filtrati, contenuti in una chiavetta Usb, circa l’esistenza di un piano interno e istituzionale, orchestrato dall’opposizione e da membri del CNE a questa legata, per sabotare l’esito democratico delle elezioni attraverso l’uso improprio del sistema di trasmissione dei voti.

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