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[SinistraInRete] Effimera: Immaterial Workers of the World | Che te lo dico a fare? – a cura di Paolo Virno

Rassegna – 20/11/2025

Effimera: Immaterial Workers of the World | Che te lo dico a fare? – a cura di Paolo Virno

Immaterial Workers of the World | Che te lo dico a fare? – a cura di Paolo Virno

di Effimera

DeriveApprodi n18 1.jpegSuccede che quando si spegne una luce, altre si accendano. Per rimediare al buio, innanzitutto. Ma anche perché prende avvio una sorta di trasmissione di energia e di afflati vitali, di propagazione e diffusione di potenza. Come nei vasi comunicanti, il contenuto non sparisce ma viceversa tracima e si distribuisce.

Eravamo sulle scale di una stazione italiana con il cellulare e le borse in mano quando è arrivata, sulla lista di Effimera, la notizia della morte di Paolo Virno e in quel momento una lampada si è accesa nella testa sull’immagine folgorante di Virno e degli Immaterial Workers of the World. Avevamo davvero potuto dimenticare? Avevamo davvero dimenticato?

Sono passati più di 25 anni dalla pubblicazione, nella primavera del 1999, sul n. 18 della rivista DeriveApprodi del documento dal titolo “Che te lo dico a fare?”. Un testo seminale, tra i cui principali estensori, per non dire il fondamentale, forse unico, c’è, appunto, Paolo Virno. È suddiviso, dopo una premessa, in tre parti.

 

Parte I

La prima parte, intitolata significativamente “La giornata lavorativa sociale”, è la parte sicuramente più radicale e affascinante, perché porta alle estreme conseguenze, quasi provocatoriamente, un insieme di analisi sulle trasformazioni produttive, tecnologiche e del lavoro del capitalismo contemporaneo.

Le prime analisi sul tema risalgono agli anni Novanta laddove si usò la nozione di “postfordismo”. Queste hanno trovato spazio su alcune influenti riviste autonome. Pensiamo, tra le altre, a Luogo Comune (che ha visto tra i suoi protagonisti Virno stesso), Riff Raff, Futuro Anteriore, Altre Ragioni, la stessa DeriveApprodi Rivista, eccetera. Si tratta di riviste che, in stretta relazione con il pensiero d’oltralpe (pensiamo a Futur Anterieur, Alice, ai primi numeri di Moltitudes…), intorno all’anno Duemila hanno cominciato a promuovere il pensiero operaista.

Il testo “Che te lo dico a fare?” è presentato sotto forma di tesi, come allora usava.

Si comincia a teorizzare che l’attività produttiva (di plusvalore) non è più recintata dal lavoro produttivo ma tracima verso un esterno sempre più largo e sempre più  irregolare, che tende sempre al nero:

“il lavoro postfordista è sempre anche lavoro sommerso. Questa espressione non significa solo lavoro non contrattualizzato, ‘lavoro nero’. Il lavoro sommerso è in primo luogo vita non retribuita, ovvero quella parte dell’attività umana che, completamente omogeneizzata nel lavoro, non viene tuttavia computata come forza produttiva”.

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Riccardo Fedriga: Musk e Wikipedia: la guerra delle enciclopedie

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Musk e Wikipedia: la guerra delle enciclopedie

di Riccardo Fedriga

grokipedia la enciclopedia digital creada por elon musk fotomontaje cg«L’errore è la causa della miseria umana; è il cattivo principio che ha generato il male nel mondo; per opera sua nascono e perdurano nell’anima nostra tutti i mali che ci affliggono; solo applicandoci seriamente a evitare l’errore possiamo sperare in una salda e autentica felicità». Così Nicolas Malebranche apriva, nel 1674, la sua Recherche de la vérité. La verità, per il filosofo francese, non era possesso ma esercizio: un atto di vigilanza contro l’illusione di una chiarezza apparente. Cercarla, diremmo oggi, significava interrogare i propri pregiudizi, svelarne le assunzioni non giustificate, non confermarli.

Passano i secoli, le epoche si sovrappongono, e nel nostro presente, il 30 settembre 2025, tale Elon Musk twitta su X: «We are building Grokipedia @xAI — a massive improvement over Wikipedia. Frankly, it is a necessary step towards the xAI goal of understanding the Universe».

Il tempo fugge, ma gli errori restano e il povero Malebranche se n’è andato a gambe all’aria: la verità non si cerca più, è tale perché garantita. Sorge un sospetto, aleggia uno spettro: non è che dietro il disegno di “comprendere l’universo”, come scrive il tycoon, si nasconda l’antichissima voglia di prendere in mano le redini del potere? Sembrerebbe. Per Musk, infatti, “migliorare” Wikipedia significa cancellare un sapere collaborativo, plurale e verificabile e sostituirlo con un’unica fonte di conoscenza sorvegliata: non più il sapere distribuito delle comunità online, ma l’intelligenza artificiale di un sistema proprietario, elevata a dogma di una nuova teologia tecnocratica. È un passaggio che dice molto sul rapporto tra conoscenza e controllo, tra la libertà come accesso socialmente condiviso al sapere e le forme del potere.

Si capisce allora che cosa si celi dietro una critica a un’enciclopedia: il desiderio di ricondurre la molteplicità dei saperi a un principio d’autorità, di restituire alla verità una dimensione quasi teologica. In questa prospettiva, ciò che è vero non si verifica ma si crede: la conoscenza diventa un atto di fede nell’apparato che la produce e la custodisce, una forma di potere che si presenta come neutrale perché si presenta come unica e chiusa a ogni interpretazione.

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Laura Carrer: Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali

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Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali

di Laura Carrer

logo doctorow.pngDa alcuni anni conosciamo il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: un modello economico basato sull’estrazione, controllo e vendita dei dati personali raccolti sulle piattaforme tecnologiche. Lo ha teorizzato Shoshana Zuboff nel 2019 in un libro necessario per comprendere come Meta, Amazon, Google, Apple e gli altri colossi tech abbiano costruito un potere senza precedenti, capace di influenzare non solo il mercato e i comportamenti degli utenti, ma anche, tramite il lobbying, le azioni dei decisori pubblici di tutto il mondo.

L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema.

In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità.

“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’AI usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’AI e affittato agli inserzionisti”.

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Sergio Scorza: Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna… “Ha stato Gheddafi!”

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Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna… “Ha stato Gheddafi!”

di Sergio Scorza

Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)“.

Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.

In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro“), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e…. udite, udite, la Libia di Gheddafi!

Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.

Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.

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Michele Castaldo: La signora Anna Negri e gli anni ’70 e ’80

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La signora Anna Negri e gli anni ’70 e ’80

di Michele Castaldo

Lunedì 10 novembre, il Corriere della sera, giornale dell’establishment, che ha difeso attraverso i suoi editorialisti l’azione dello Stato sionista di Israele che ha compiuto e continua a compiere un genocidio nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, bene, questo giornale pubblica una intervista alla figlia di Antonio (detto Toni) Negri che da regista promuove il suo film intervistata da quel campione di ex “comunista” di Walter Veltroni.

I temi trattati sono due, un primo tema riguarda la sua condanna del padre per essersi dedicato prevalentemente, se non esclusivamente, alla lotta politica e poco, o per niente alla famiglia. Al punto che lo ha voluto a tutti i costi rimproverare negli ultimi giorni della sua vita e accompagnarlo a morire coi sensi di colpa.

Un secondo tema, più specifico, riguardo al ruolo avuto da alcune formazioni politiche che negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso avevano intrapreso, quella che veniva definita la lotta armata per il comunismo.

Sono stato, a tutto tondo, un militante comunista di quegli anni e ancora tale mi ritengo oggi, quando mi manca poco prima di abbandonare la carcassa alla grigia terra, e fui travolto dall’entusiasmo di quegli anni a dedicarmi alla causa dei disoccupati, degli operai, dei senza casa, dei contadini poveri, degli immigrati, contro l’imperialismo, contro le stragi di Stato, contro le azioni camorristiche e la mafia, contro la repressione dello Stato, contro lo squadrismo fascista e così via.

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Guglielmo Forges Davanzati: Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre

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Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, leggi economiche e guerre (Mondadori, Milano, 2025) Stefano Lucarelli adotta un’originale chiave interpretativa per dar conto delle guerre in corso, sintetizzata in questi termini: “l’evidenza scientifica support[a] una «legge» di tendenza verso la centralizzazione del capitale che distrugge la democrazia e fomenta la guerra. Man mano che i mercati internazionali si aprono, la concorrenza fra capitali conduce a un esito molto diverso da ciò che viene auspicato dai modelli teorici mainstream: la proprietà azionaria parcellizzata e diffusa viene sottoposta al controllo di fatto di pochi. Questo esito si accompagna a una tendenza protezionistica da parte degli Stati Uniti, il Paese che più subisce i tentativi di controllo dei capitali provenienti da chi ha maturato maggiori surplus commerciali. Ed è il dragone cinese a essere divenuto il grande creditore degli Stati Uniti”.

Questa chiave interpretativa è in larga misura assente nella letteratura economica contemporanea e può farsi risalire – oltre che ovviamente a Marx – a Hilferding e, più di recente, al volume Monopoly capital di Baran e Sweezy del 1966. È noto, a riguardo, il passaggio di Marx – nel capitolo 25 del volume 1 del Capitale – che qui conviene riportare:

“With the increasing mass of wealth which functions as capital, accumulation increases the concentration of that wealth in the hands of individual capitalists, and thereby widens the basis of production on a large scale and of the specific methods of capitalist production… It is the concentration of capitals already formed, destruction of their individual independence, expropriation of capitalist by capitalist, transformation of many small into few large capitals.

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Eric Gobetti: Quale treno della vergogna?

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Quale treno della vergogna?

di Eric Gobetti

Il convoglio fantasma carico di esuli istriani che viene aggredito quando passa per Bologna è l’ennesima falsificazione che gira attorno al confine orientale e alle foibe

È l’inverno del 1947. Un treno pieno di profughi provenienti dall’Istria viene fermato alla stazione di Bologna da ferrovieri comunisti, aizzati dai dirigenti del partito. I manifestanti non si limitano ad aggredire i passeggeri con insulti, sputi, pietre, ma negano loro il cibo, l’acqua, qualunque forma di assistenza preparata con cura dalle associazioni caritatevoli di stampo cattolico. E arrivano a rovesciare sui binari il latte destinato ai bambini. I bambini… sempre odiati dai comunisti, come il ben noto stereotipo insegna.

È un’immagine suggestiva, toccante, adatta a suscitare disprezzo verso un’ideologia che sostiene di stare dalla parte della gente. Un’immagine però falsa, come ha dimostrato in maniera ineccepibile una ricerca recentemente resa pubblica su Giap e condotta dal collettivo Nicoletta Bourbaki, anche sulla base della tesi di laurea di Alberto Rosada. Falsa perché quel treno in realtà non è mai stato fermato da nessuna folla comunista assetata di sangue innocente: né pietre, né sputi, né latte negato ai bambini, sono veri. D’altronde il Pci, e lo sappiamo da molte altre fonti, non faceva all’epoca alcuna campagna contro i profughi, che anzi diverse amministrazioni comuniste hanno accolto, pur non avendone alcun tornaconto elettorale.

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Salvatore Bravo: Essere marxisti oggi

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Essere marxisti oggi

di Salvatore Bravo

marks engels.jpgIl declino degli ideali e della prassi comunista che si constata nella contemporaneità ha la sua causa in un groviglio di contingenze storiche i cui effetti giungono fino a noi. L’articolo di Costanzo Preve “Essere marxisti oggi Un invito al dibattito teorico in sette punti” del 1988 è attualissimo, è uno specchio nel quale i comunisti del nostro tempo possono guardarsi e riconoscersi. Certo, rispetto al 1988, la condizione è notevolmente più difficile. Non esiste un Partito comunista. Si è frantumato in una serie di minuscoli “club” . Ciascuno riesce a ottenere pochi decimali alle elezioni e nell’immaginario comune il comunismo è associato allo stalinismo. Il sistema ha usato in modo proficuo la caduta del Muro di Berlino. Siamo tra le macerie del presente e tra le macerie bisogna riprendere il cammino.

Essere comunisti in assenza di un partito popolare è quasi eroico. La missione resta quella descritta da Costanzo Preve: ricostruire la progettualità con linguaggio chiaro, in modo da evitare forme desuete di snobismo culturale. Semplicità senza semplicismo, in tal modo resistenze e pregiudizi possono-potrebbero cadere. Si tratta di un lavoro lungo e poco gratificante il cui esito non è scontato. Nel tempo dell’individualismo senza etica, i comunisti devono mostrare che il comunismo è alleanza fra individualità e comunità, e tale processo emancipa dalla “solitudine senza eguali” del liberismo nella quale l’individualità affonda per smarrirsi in nuove e antiche forme di miseria materiale e spirituale:

“Essere marxisti oggi, significa soprattutto spiegare il marxismo alla gente comune, nel modo più semplice possibile. La semplicità, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la semplificazione. Fra le due nozioni, vi è la differenza che c’è fra l’oro e il piombo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in condizioni assai migliori delle attuali, il marxismo semplificato portò a far ritenere come sbocco “di sinistra” il modo nuovo di fare l’automobile, l’industrializzazione della piana di Gioia Tauro, la ricostruzione estremistica di partitini settari. Negli anni Settanta, in condizioni comunque migliori delle attuali, il marxismo semplificato non seppe resistere e crollò di schianto di fronte alle teorie della cosiddetta ‘“complessità” (cioè della opacizzazione della società a sé stessa travestita da presa di coscienza virtuosa), del differenzialismo postmoderno, e della “sinistra europea” integrata nel capitalismo delle multinazionali.

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Phil A. Neel: Teoria del partito

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Teoria del partito

di Phil A. Neel

mgiddàbofAbbiamo tradotto questo importante articolo di Phil A. Neel apparso su Ill Will che tratta della teoria del partito.

Ci sembra che questo testo risuoni con alcuni dei problemi teorico-pratici che, su una scala certamente differente, si sono imposti nella riflessione militante dopo le incredibili settimane di piena del movimento “Blocchiamo Tutto”. Ora che la marea si è abbassata due sentimenti si sono fatti spazio tra le realtà politiche: da un lato il ritorno ad una certa disillusione dettata dall’andamento del movimento in relazione alla fase oggettiva imposta dalla “tregua” nella Striscia di Gaza, dall’altro una tensione a capitalizzare “politicamente” questo movimento. Avevamo avvertito che la traduzione e l’esondazione di questo fenomeno sociale su altri terreni non sarebbe stata né scontata, né facile, e che avrebbe richiesto una certa presa di responsabilità collettiva da parte delle realtà politiche. In questi giorni si sono moltiplicati generici appelli a organizzarsi, appelli che condividiamo, ma ciò che non è chiaro è per quale scopo e con quale prospettiva. Per quanto ci riguarda abbiamo avanzato l’ipotesi che questo movimento sia un epifenomeno italiano dell’assemblaggio generale di un “nuovo” iper-proletariato dopo il lungo inverno neoliberale e che procedere con gli schemi organizzativi tipici della fase precedente è un lavoro inutile e dannoso. Utilizzando le parole di Phil A. Neel ci pare che ancora una volta ci si concentri sul tentativo di prendere “il comando” dei processi in corso, piuttosto che sullo sviluppo della “soggettività collettiva”, rischiando di rimanere ancora una volta con un pugno di mosche in mano. Ma non c’è da deprimersi, come sottolinea l’autore questi sono passaggi necessari e per certi versi inevitabili.

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Davide Romaniello, Antonella Stirati: Output potenziale vs piena occupazione

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Output potenziale vs piena occupazione

Implicazioni per l’economia italiana di un cambio di paradigma

di Davide Romaniello, Antonella Stirati

Abstract: Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita

piena occupazione o rivoluzione.png1. Introduzione

Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita. Il lavoro riprende un articolo degli autori in corso di pubblicazione su The Review of Evolutionary Political Economy e si affianca al contributo di Claudia Ciccone recentemente apparso su questa rivista.

 

2. Le nuove regole fiscali per i Paesi ad alto debito

Le nuove regole fiscali dell’Unione Europea, entrate in vigore il 30 aprile 2024, prevedono che Commissione europea, governi e Consiglio europeo concordino un piano di aggiustamento strutturale della durata di 4–5 anni (estendibile a 7 in presenza di riforme e investimenti coerenti con gli obiettivi UE). Il parametro centrale sarà la crescita della spesa pubblica netta, cioè al netto di interessi sul debito, fondi UE, cofinanziamenti, misure straordinarie e variazioni cicliche dei sussidi di disoccupazione. Deviazioni superiori allo 0,3% in un anno o allo 0,6% cumulato attivano la procedura per disavanzo eccessivo, imponendo una riduzione del disavanzo dello 0,5% annuo.

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Fabrizio Casari: Ucraina, l’agonia del regime

Ucraina, l’agonia del regime

di Fabrizio Casari

Marzo 2021. In un controllo casuale spuntano duecento chili di banconote. Due quintali di bigliettoni fascettati, mica due buste della spesa. C’erano dentro 28,8 milioni di dollari e 1,3 milioni di euro. Destinazione Ungheria, viaggio di sola andata. Era solo l’antipasto, la portata principale doveva ancora arrivare. Erano passate solo 4 settimane dall’inizio dell’operazione Militare Speciale russa in Ucraina e già la tribù di Zelensky cominciava a mettere al sicuro parte dei finanziamenti europei e statunitensi stanziati per far sì che gli ucraini, carne da cannone per l’ennesima tappa di ampliamento verso Est della NATO, obbligassero la Russia ad una guerra lunga, costosa, difficile da vincere.

L’inchiesta di oggi, quasi 4 anni dopo, è ancor più devastante. C’è un suo uomo chiave: Timur Mindich, ideatore dello schema di tangenti, del valore di 86 milioni di euro, con il pagamento del 10-15% su ogni contratto energetico. Nella sua casa sono stati scoperti water e bidet d’oro massiccio, credenze di cucina straripanti di sacchetti di banconote da 200 euro.

Mindich è intimo amico di Vladimir Zelensky. Amico di assoluta fiducia, tanto che è comproprietario tuttora della casa di produzione Kvartal 95, che fino al 2019, quando l’allora comico Zelensky vinse le elezioni, ne produceva gli show. Soprattutto, è stato Mindich a presentare a Zelensky il miliardario Kolomoyskyi, principale finanziatore della sua campagna elettorale nel 2019.

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Alessio Mannino: I miliardari non dovrebbero esistere? Giusto. Ma tassarli non basta

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I miliardari non dovrebbero esistere? Giusto. Ma tassarli non basta

di Alessio Mannino

Tassare di più gli ultraricchi (non genericamente i ricchi, né tanto meno i benestanti) è perfettamente giusto. Ma politicamente molto difficile. E inutile, se non si accompagni a un blocco della circolazione dei capitali all’estero. Proposte per un prelievo mirato sui milionari affermano quindi un sacrosanto valore di principio, almeno in un’ottica anti-liberista di redistribuzione delle ricchezze. E possono di conseguenza rappresentare armi di contrasto all’immagine di mondo oggi, purtroppo, comune e vincente: quella per cui le immani concentrazioni di potere economico in alto, sono accettate e anzi ammirate da chi sta in basso. In quanto i loro titolari, secondo quell’inganno di pura marca ideologica che va sotto il nome di “meritocrazia”, se le sarebbero meritate. Tuttavia, la sola forza di una petizione simbolica non basta, per porre i termini della questione su basi di realtà. Se si voglia, cioè, fare un discorso compiutamente politico. Ossia credibile.

Lasciamo perdere le pur condivisibili intemerate del neo-sindaco newyorkese Zohran Mamdani (“i miliardari non dovrebbero esistere”) e restiamo in Italia, dove la Cgil ha rilanciato un’idea che ogni tanto riciccia fuori a sinistra: la patrimoniale. Maurizio Landini propone un’aliquota dell’1,3% sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro. Secondo un’analisi di quest’anno di uno dei primi studi di consulenza al mondo, il Boston Consulting Group (“Global Wealth Report 2025: Rethinking the Rules for Growth”), nel nostro Paese la platea di chi possiede almeno un milione di dollari in ricchezza finanziaria è costituita da 517 mila persone. Poco più dell’1% dei quasi 43 milioni di italiani contribuenti.

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Redazione: Gaza. La Russia batte un colpo. All’ONU un piano alternativo a quello di Trump

Gaza. La Russia batte un colpo. All’ONU un piano alternativo a quello di Trump

di Redazione

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lunedì doveva votare su una bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti per approvare il piano di Trump per Gaza. Il testo prevede in particolare un mandato fino alla fine di dicembre 2027 per un “comitato per la pace” che dovrebbe essere presieduto dal presidente degli Stati Uniti e da Toni Blair e autorizza l’invio di una “forza internazionale di stabilizzazione”.

Ma il sito statunitense Axios fa sapere che la Russia ha di fatto già respinto la bozza di risoluzione degli Stati Uniti su Gaza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non solo. Mosca ha infatti presentato una sua contro-bozza di risoluzione.

Nella bozza russa pubblicata sempre da Axios, si chiede che sia il segretario generale delle Nazioni Unite “a individuare opzioni per l’attuazione” del Piano firmato a Sharm el Sheik. E gli chiede di presentare rapidamente al Consiglio di Sicurezza un rapporto generale che contenga anche “opzioni sul dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione a Gaza”, una accezione diversa rispetto al testo statunitense che conteneva tra l’altro i dettagli della forza militare internazionale da dispiegare nella Striscia di Gaza.

Nei giorni scorsi, gli statunitensi avevano fatto circolare informalmente una bozza, sostenendo di avere il supporto dei Paesi della regione per l’autorizzazione a una forza di stabilizzazione e a un consiglio transitorio per la governance di Gaza per due anni.

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Marco Santopadre: Ci sono gli Emirati dietro gli eccidi e la pulizia etnica in Sudan

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Ci sono gli Emirati dietro gli eccidi e la pulizia etnica in Sudan

di Marco Santopadre

Mentre proseguono i combattimenti tra l’esercito e le cosiddette “Forze di Supporto rapido” (RSF) e altre milizie in diverse zone del paese, le notizie che provengono dal Sudan sono sempre più terribili.

Un’organizzazione medica locale ha accusato le milizie di aver portato avanti un “tentativo disperato” di nascondere le prove delle uccisioni di massa nel Darfur bruciando i corpi delle vittime o seppellendoli in fosse comuni.

La “Sudan Doctors Network” ha dichiarato che i paramilitari stanno raccogliendo “centinaia di corpi” dalle strade di el-Fasher, la città della regione occidentale del Darfur conquistata dalle RSF il 26 ottobre. «Ciò che è accaduto a el-Fasher non è un episodio isolato, ma un altro capitolo di un vero e proprio genocidio perpetrato dalle Forze di Supporto Rapido» scrive l’associazione.

Si ritiene che molti residenti siano ancora intrappolati in alcune zone della città. Altre persone in fuga da el-Fasher verso il nord sarebbero morte, secondo Al Jazeera, «perché non avevano cibo né acqua, o perché avevano riportato ferite a causa degli spari».

Molti civili fuggiti da el-Fasher hanno raccontato agli operatori di “Medici senza frontiere” di essere stati «presi di mira a causa del colore della loro pelle» dai miliziani appartenenti per lo più alle componenti arabe o arabizzate della società sudanese.

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