intifada palestina

[SinistraInRete] Pasquale Liguori: Palestina oltre la mistificazione della pace

Rassegna – 22/11/2025

Pasquale Liguori: Palestina oltre la mistificazione della pace

lantidiplomatico

Palestina oltre la mistificazione della pace

di Pasquale Liguori

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile

bnerignl.jpgIeri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale.

Leggi tutto

Lotte, linguaggio, natura umana: l’itinerario politico-teorico di Paolo Virno

machina

Lotte, linguaggio, natura umana: l’itinerario politico-teorico di Paolo Virno

Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero

Intervista tratta da Gli operaisti

0e99dc 366e20efb68c4476950169a5ad9bb513mv2.jpgL’intervista che pubblichiamo oggi, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, è tratta dal volume Gli operaisti (DeriveApprodi, 2005). È un documento importante perché ricostruisce il percorso politico-intellettuale di Paolo Virno, illumina le tracce di ragionamento lasciate aperte dal filosofo e dalla sua tradizione del pensiero. Diversi i nodi che vengono trattati: oltre alle esperienze di organizzazione degli anni Settanta, Virno ci parla delle scommesse degli anni Ottanta e Novanta, ossia il tentativo di capire in che modo la trasformazione del paese negli anni della contro­rivoluzione avesse creato un nuovo tipo umano, oltre che natural­mente diverse forme di produzione, che potevano ormai comincia­re a esprimersi conflittualmente; dei limiti e delle ricchezze della tradizione operaista; dei filoni di ricerca affrontati da «marxista critico», concentrandosi su questioni fondamentali come il linguaggio, la comunicazione e la possibilità di porre al centro politicamente la natura umana.

* * * *

Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e quali gli inizi della tua attività militante?

P.V.: Mi sono formato politicamente a Genova, dove la mia famiglia viveva e io facevo il liceo. Genova era esposta all’influenza di Torino, dove nel ’67 ci furono le prime occupazioni. Nell’estate di quell’anno si mobilitarono gli studenti medi, più vivaci di quelli universitari, che invece erano in contatto con le organizzazioni tradizionali dei partiti, Ugi e via dicendo. Come studenti medi fondammo il Sindacato degli studenti, che nell’autunno del ’67 fece i primi scioperi su tematiche già sessantottesche, lotta all’autoritarismo, solidarietà con gli studenti greci dopo il golpe, e via di questo passo. Questa fu l’iniziazione. Alcuni di quelli con cui feci politica a quel tempo hanno avuto i destini più diversi: da Carlo Panella che adesso lavora per Mediaset, a Franco Grisolia che sta nella segreteria di Rifondazione, trotzkista da allora a oggi senza variazione alcuna (questo hanno di buono i trotzkisti, che si proseguono!).

Leggi tutto

Alan Freeman: DeepSeek e l’open source: tecnologia, forma di proprietà e sistema sociale nuovi

futurasocieta2.png

DeepSeek e l’open source: tecnologia, forma di proprietà e sistema sociale nuovi

di Alan Freeman

Freeman immagine articolo.jpgLa tecnologia capitalista ha raggiunto un nuovo punto di svolta. L’era elettronica ha liberato gli oggetti mentali dalla loro dipendenza da ogni specifica base materiale, cioè sono riproducibili a prescindere dal supporto materiale prescelto, sia esso un libro, un Cd, un file digitale, ecc. Questa è una causa della loro rapida espansione nella produzione e nell’uso, al punto che stanno diventando i prodotti primari del lavoro umano. Le nuove tecnologie, mentre rendono possibile la riproduzione degli oggetti mentali a costi irrisori, creando le basi per industrie di massa, abbattono anche i tempi di lavoro e, quindi, i costi della produzione materiale. Pertanto, l’unico modo in cui la produzione può espandersi è nella sfera dell’output immateriale. Questo include sia i servizi (per esempio, sanità, istruzione, tempo libero, ecc.) sia i prodotti mentali, che sono strettamente correlati. L’uscita di DeepSeek annuncia una fase della storia, a cui il capitalismo industriale ha dato vita, radicata nella diffusione generale di un nuovo tipo di valore d’uso, prodotto con una nuova tecnologia. Per questo ha sconvolto i mercati e costituisce una risposta da parte di una start-up cinese al presunto dominio Usa in fatto di intelligenza artificiale. Il suo carattere open source, cioè basato su un nuovo tipo di proprietà, diversa da quella privata, è adatto a questa riproducibilità, prestandosi particolarmente a una diffusione in un sistema socialista in cui l’obiettivo del bene collettivo predomina su quello del massimo profitto. La conoscenza e le idee sono oggetti da condividere, mentre gli Stati Uniti le trattano come qualcosa da proteggere e monopolizzare. Pertanto l’IA open source entra in contraddizione col modo di produzione capitalistico, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, siano essi anche prodotti mentali.

Leggi tutto

Enrico Tomaselli: Sul voto del Consiglio di Sicurezza

metis

Sul voto del Consiglio di Sicurezza

di Enrico Tomaselli

Che Russia e Cina perseguano una politica fondamentalmente basata sulla difesa degli interessi nazionali, è cosa che dovrebbe essere ben nota. Anche se trattandosi di potenze che agiscono su scala globale ciò ovviamente comporta una proiezione politica – e quindi un posizionamento – ben al di là del territorio nazionale e della più stretta area d’influenza. Com’è facilmente comprensibile, questo comporta anche delle assunzioni di responsabilità, nei confronti dei paesi partner, e più ampiamente implica una proiezione dell’immagine di sé offerta al mondo – e su cui si costruisce un rapporto non solo di fiducia e stima, ma anche di affidabilità. Sapere che se Mosca o Pechino assumono una posizione, che la si condivida o meno, si può però essere certi che la sosterranno coerentemente.

Ritengo che questo sia un tratto distintivo della politica internazionale di entrambe i paesi. Ragion per cui è con un certo stupore che ho registrato la votazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella serata di ieri, che ha tra l’altro contraddetto le mie relative previsioni.

Il voto, ricordiamo, era sulla proposta di Risoluzione 2803 presentata dagli Stati Uniti, e ricalcava sostanzialmente – accentuandone taluni tratti negativi – il cosiddetto piano Trump in 20 punti, relativamente al conflitto nella Striscia di Gaza. La Russia, che pure aveva avanzato una sua proposta, decisamente più equilibrata, al momento del voto ha deciso di non opporre il veto, così come ha fatto la Cina, dando via libera alla Risoluzione statunitense, approvata con 13 voti favorevoli, 0 contrari e 2 astensioni (Cina e Russia appunto).

Leggi tutto

Enrico Grazzini: Come gli USA drenano ricchezza dall’Europa

lafionda

Come gli USA drenano ricchezza dall’Europa

di Enrico Grazzini

 

Trump mente: l’Europa non succhia risorse all’America. È vero il contrario. I dati sulla bilancia dei pagamenti lo dimostrano

Il presidente americano Trump afferma che l’Europa succhia soldi all’America e che i rapporti economici tra Stati Uniti ed Europa sono fortemente squilibrati a danno degli USA: ma questo è falso. La bilancia commerciale tra Europa e USA è deficitaria per l’America, ma le partite correnti – che comprendono la bilancia commerciale (gli scambi di beni e di servizi), il saldo dei redditi (da capitale e lavoro) e i trasferimenti unilaterali – sono equilibrate, e sul piano finanziario gli USA succhiano capitale dall’Europa. Occorre sottolineare che, quando si parla di flussi internazionali di fondi, ciò che conta davvero non è la bilancia commerciale di beni e servizi ma il saldo complessivo delle partite correnti, che è equilibrato.

Gli USA hanno un forte deficit commerciale con la Cina, intorno ai 295 miliardi di dollari (dati 2024). Il deficit commerciale (beni e servizi) con l’Europa è molto minore, pari a 57 miliardi di euro. Infatti, secondo la BCE, nel 2024 i Paesi dell’area euro hanno presentato un surplus degli scambi commerciali di beni rispetto agli Stati Uniti pari a 213 miliardi di euro. Al tempo stesso i Paesi dell’eurozona presentano un deficit per gli scambi di servizi (servizi digitali, di intrattenimento, servizi finanziari e di consulenza, ecc.), quasi altrettanto rilevante: in questo caso gli USA sono in surplus per ben 156 miliardi, sempre nel 2024. Gli USA registrano un forte surplus, pari a 52 miliardi, anche sui trasferimenti di redditi, grazie agli interessi e ai dividendi che riscuotono sui capitali investiti in Europa.

Leggi tutto

Davide Malacaria: Israele e la guerra nel cuore dell’Impero

piccolenote

Israele e la guerra nel cuore dell’Impero

di Davide Malacaria

Qualcosa di grosso sta succedendo negli States e non è solo l’elezione di Mamdami a sindaco di New York, pure impensabile solo qualche mese fa avendo contro tanta comunità ebraica americana e tanti miliardari. Qualcosa che può essere identificata come una vera propria rivolta contro l’Israel First, secondo una precipua definizione di The American Conservative.

Se la rivolta nel partito democratico si disvela nell’ascesa di figure socialiste come Mamdami – un socialismo americano, nulla a che vedere con la sinistra europea – che ieri ha visto la vittoria a Seattle di un altro sindaco che si dice “socialista”, molto più interessante appare quanto accade nel partito repubblicano.

In questo ambito è ormai guerra aperta tra movimento Maga e l’establishment neocon, conflitto che verte sulla sudditanza Usa a Israele e sulla morsa dello Stato profondo su Trump. Uno scontro nel quale sta uscendo fuori di tutto. E qui le cose si fanno davvero interessanti.

A guidare la rivolta, a parte alcuni esponenti politici del mondo Maga, alcuni influencer più seguiti del New York Times e del Washington Post messi assieme, un fenomeno tutto americano che è un po’ il prosieguo delle figure immortalate nei film anni ’70 e ’80 che vedevano il solitario speaker radiofonico denunciare le malefatte del sistema.

Leggi tutto

Patrizio Paolinelli: Nuovo umanesimo, vecchia ideologia: come trasformare il dissenso in stupidità

sinistra

Nuovo umanesimo, vecchia ideologia: come trasformare il dissenso in stupidità

di Patrizio Paolinelli

Ha senso riflettere sulla stupidità umana? Sì, perché aiuta a capire cos’è l’intelligenza. In questa direzione muove il libro di Armando Massarenti intitolato, Come siamo diventati stupidi. Una immodesta proposta per tornare intelligenti, (Milano, Guerini e Associati, 2024, pp. 200). Prima di procedere, una nota sull’autore. Massarenti è caporedattore del Sole 24 Ore, giornalista culturale e divulgatore di filosofia per diletto. Dunque è utile occuparsi delle sue idee per l’influenza che esercitano sull’opinione pubblica tramite la testata della Confindustria; perché il suo libro fornisce un’aggiornata panoramica della psicologia umana in chiave cognitivista; e perché, come sosteneva Marx, per capire una società bisogna leggere i reazionari che produce.

Ma che cos’è la stupidità? Tra i germi di questa infezione del corpo sociale Massarenti individua: una generalizzata inclinazione al pessimismo; la scarsa propensione ad affidarsi ai dati statistici per leggere la realtà; la tendenza all’esibizionismo morale (comportamento espressivo che su Internet conduce a una “corsa incontrollata verso l’indignazione”); la scarsa razionalità nell’affrontare i problemi sociali; esercitarsi in “palestre di pregiudizi e regole arbitrarie” come la sociologia e in generale le scienze umane.

Da questo pur incompleto elenco risulta chiaro che la stupidità è un modo di pensare di cui occorre sbarazzarsi. Ma come? Per rispondere prendiamo l’ultimo punto dell’elenco: è davvero necessario rinunciare alle scienze umane tout court?

Leggi tutto

Mario Sommella: Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

di Mario Sommella

mbtohèù.jpgGenocidi a geometria variabile

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.

Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.

Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.

Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.

Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.

 

Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato

Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.

Leggi tutto

Francesca Albanese: Perché accuso 63 nazioni di complicità nel genocidio di Gaza

lantidiplomatico

Perché accuso 63 nazioni di complicità nel genocidio di Gaza

Middle East Eye intervista Francesca Albanese

nerèpaj9jhdLa relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha accusato le principali potenze europee, tra le quali Regno Unito, Italia e Germania, di complicità nel genocidio di Gaza e ha avvertito che i funzionari dei loro governi dovranno affrontare conseguenze legali.

In un’intervista rilasciata al podcast Expert Witness il 3 novembre, Albanese ha discusso i risultati del suo ultimo rapporto, intitolato  Gaza Genocide: A Collective Crime , in cui ha citato prove della presunta responsabilità di 63 stati nel consentire le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. 

Nonostante le prove schiaccianti di genocidio e atrocità di massa a Gaza e in Cisgiordania, gli stati più potenti d’Europa continuano a fornire copertura diplomatica, militare e politica a Israele, ha dichiarato a Middle East Eye.

Ha criticato il primo ministro britannico Keir Starmer per non aver riconosciuto il rischio di genocidio e per la presunta complicità del suo governo nella condotta di Israele contro i palestinesi.

“Il Regno Unito è uno di quei casi interessanti in cui la leadership politica ha contribuito a creare consenso attorno alla guerra che Israele ha scatenato contro la popolazione di Gaza”, ha ricordato.

Ha inoltre denunciato la repressione del Regno Unito nei confronti di Palestine Action, affermando che ha contribuito a creare “un clima di complicità”.

Leggi tutto

Sandro Moiso: Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso

carmilla

Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso

di Sandro Moiso

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro

pro pal torino.jpgIn occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni o con le allusioni». Affermazione fatta in un contesto in cui Bibi Netanyahu, da sempre indicato come uno degli sponsor dell’odio che portò al più importante omicidio politico della storia dello stato ebraico per mano di un ebreo di origini yemenite, si è tenuto lontano dalle celebrazioni molto probabilmente per timore delle contestazioni nei suoi confronti.

Ma ciò che qui è interessante annotare, più che il ricordo di un uomo che quando era «ministro della Difesa – poi beatificato dall’Occidente in seguito al suo assassinio a opera di fanatici oggi al governo in Israele – impiegò tutto il peso dell’IDF sui Territori rivelandone pienamente il carattere coloniale e di forza d’occupazione. Già nel 1987 il pugno della repressione – spari sulla folla, rastrellamenti, demolizioni e detenzione di massa – fu spietato, anche a fronte di un sollevamento prevalentemente civile e non armato», come ha giustamente ricordato Giovanni Iozzoli su Carmilla il 4 novembre di quest’anno, è costituito dal fatto che l’”abisso” evocato dall’attuale presidente israeliano è prossimo a quel “precipizio” indicato per il futuro di Israele da un altro ebreo israeliano, Michel Warschawski, fondatore del movimento anti-sionista Alternative Information Center fin dal 1984:

Il misto di nazionalismo offensivo e di vittimismo provoca all’interno della società israeliana una violenza che non è facile misurare dall’esterno. Eppure basta ascoltare le trasmissioni dei dibattiti alla Knesset per rendersene conto: [dove] si fa a gara a chi presenta il progetto di legge più drastico non solo contro i «terroristi» ma contro ogni forma di dissidenza in Israele. La Corte suprema e i media, ma spesso anche la polizia e la Procura, pur facendo parte delle strutture di polizia o militari., vengono regolarmente denunciati come anti-ebraici, e persino come «mafia di sinistra». […]

Leggi tutto

Mario Lombardo: Gaza, pace che sembra genocidio

altrenotizie

Gaza, pace che sembra genocidio

di Mario Lombardo

Il “piano di pace” per Gaza di Donald Trump, che sta per essere oggetto di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rimane un documento che non migliora di una virgola le prospettive di emancipazione del popolo palestinese, né tantomeno prepara un percorso credibile verso la creazione di uno stato sovrano e indipendente. Malgrado ciò, la proposta americana è appoggiata in pieno – almeno a livello ufficiale – da praticamente tutti i paesi arabi e musulmani, mentre lo stesso stato ebraico, che pure respinge fermamente alcune parti del piano, vede in essa il mezzo per facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi genocidi e di occupazione in una fase segnata dal rallentamento forzato dello sterminio iniziato all’indomani dei fatti del 7 ottobre 2023. Il progetto Trump viene quindi valutato con estrema cautela dalle forze palestinesi e della Resistenza in generale, poiché serve in definitiva a soddisfare gli interessi degli attori coinvolti dalla Casa Bianca nel processo in corso, nessuno dei quali coincide con le aspirazioni degli abitanti della striscia.

Il quotidiano iraniano in lingua inglese Tehran Times ha scritto domenica che il piano di Trump “funziona, in ultima analisi, da maschera diplomatica”, poiché fa riferimento al processo di “auto-determinazione palestinese per rassicurare i paesi arabi”, mentre, in realtà, “incorpora [nel processo] le necessità di sicurezza che riflettono le priorità di Israele”. Ognuno dei partecipanti alla farsa del “piano di pace”, in realtà, ottiene – o punta a ottenere – un vantaggio strategico. Per gli Stati Uniti, spiega ancora il Tehran Times, si tratta di “rafforzare la loro influenza [in Medio Oriente], facilitare la vendita di armi” e “posizionarsi come mediatori indispensabili”.

Leggi tutto

Mauro Armanino: La privatizzazione del futuro e i suoi disertori

linterferenza

La privatizzazione del futuro e i suoi disertori

di Mauro Armanino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Casarza Ligure, novembre 2025. Chi controlla il presente controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro. Lo scrisse il romanziere e militante George Orwell nel suo libro dal titolo ‘1984’. Ci troviamo nell’altro millennio e siamo testimoni più o meno consapevoli del progressivo spossessamento del futuro dei poveri. Si trovino essi nella parte ‘sud’ o ‘nord’ del mondo così com’è stato ridotto in questi ultimi decenni della storia. La tragedia provocata delle oltre 50 guerre in atto nel pianeta e la conseguente creazione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo non è altro che un futuro trafugato e che mai più troverà dimora. La strategia di controllo mirato e spesso istituzionalmente violento delle migrazioni internazionali conferma, specie nelle migliaia di morti alle frontiere, l’arbitraria e spesso definitiva sottrazione del futuro a chi aveva il diritto di cercarlo altrove.Chi controlla il presente controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro. Lo scrisse il romanziere e militante George Orwell nel suo libro dal titolo ‘1984’. Ci troviamo nell’altro millennio e siamo testimoni più o meno consapevoli del progressivo spossessamento del futuro dei poveri. Si trovino essi nella parte ‘sud’ o ‘nord’ del mondo così com’è stato ridotto in questi ultimi decenni della storia. La tragedia provocata delle oltre 50 guerre in atto nel pianeta e la conseguente creazione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo non è altro che un futuro trafugato e che mai più troverà dimora.

Leggi tutto

Paolo Vernaglione Berardi: Paolo Virno filosofo dell’avvenire

comuneinfo2

Paolo Virno filosofo dell’avvenire

di Paolo Vernaglione Berardi

Per Nietzsche i filosofi dell’avvenire sarebbero stati quelli che, avendo attraversato la catastrofe della modernità, avrebbero vissuto il tempo nuovo del pensiero. Paolo Virno è stato e sarà filosofo dell’avvenire. Lo è stato perché ha praticato l’autonomia dell’intelletto e ha identificato in pieno l’intelletto con la prassi. In questo è consistita la sua maestria. Paolo ha vissuto fino in fondo e fino alla fine la seconda metà dello scorso secolo e in tre momenti tra fine secolo e il secondo decennio di questo, è stato artefice di una teoria politica permanente.

Il primo momento è stato nel 1977, quando chi aveva 18 anni era un “cane sciolto”, leggeva Lotta continua e a volte Rosso e senza conoscerlo riconosceva un’appartenenza, una passione e una rottura. L’appartenenza istintiva era quella a una storia iniziata nei primi anni Sessanta e culminata nel ’68; ed era quella a una intellettualità di massa che, come aveva mostrato Michel Foucault proprio nell’annus terribilis, archiviava l’intellettuale universale e trovava nella metropoli il campo specifico della prassi, dei conflitti e dell’esodo dalla società del lavoro. La passione era quella del personale che è politico, e lo sarebbe sempre stato, ed era la passione di dover fare la cronaca del presente, di registrare con la parola scritta quel presente che Paolo indicava come il tempo storico in cui cogliere l’occasione rivoluzionaria. La rottura è stata quella di quel ‘77 fenomenale che Paolo riconosceva come il momento di esplosione del capitalismo industriale e l’avvento sulla scena della storia di nuovi soggetti sociali che si liberavano dal lavoro, dalla delega e dalle politiche d’ordine e giudiziarie del PCI che si faceva stato e dei sindacati compatibili e concertanti.

Leggi tutto

Gigi Sartorelli: Palestinesi usati come scudi umani, silenzio dell’intelligence USA

contropiano2

Palestinesi usati come scudi umani, silenzio dell’intelligence USA

di Gigi Sartorelli

Il 12 novembre l’agenzia britannica Reuters ha diffuso le informazioni ottenute da due ufficiali dell’intelligence statunitense, rimasti anonimi, secondo i quali i servizi stelle-e-strisce avevano raccolto in autonomia già alla fine del 2024 (cioè agli sgoccioli del mandato di Joe Biden) prove dell’uso da parte israeliano di palestinesi come scudi umani.

Le fonti hanno rivelato che gli agenti USA avevano prove di funzionari israeliani che discutevano di come l’IDF avesse inviato, in tunnel sotto Gaza ritenuti potenzialmente minati, dei palestinesi con lo scopo evidente di usarli come ‘esca’ per possibili trappole. Inoltre, queste prove sono state condivise e discusse con la Casa Bianca, che dunque era informata delle azioni israeliane.

Ovviamente, la notizia ha sollevato domande, ai vertici statunitensi, su quanto questa pratica fosse diffusa e se derivasse da ordini diretti di comandanti militari. Ma questa assomiglia più a una difesa non richiesta che non alla consapevolezza derivante dal bersagliamento continuo dei civili e delle infrastrutture vitali della Striscia, a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni.

Quello che Reuters non ha potuto determinare, in base alle informazioni fornite dalle fonti, è se i palestinesi fossero “prigionieri”, ovvero veri e propri ostaggi spesso imprigionati senza alcuna accusa, o civili presi a caso. Ma queste distinzioni, come detto, nell’azione sionista sono spesso sfumate, e tutto ciò, insieme alle tante notizie simili, rafforza il convinvimento che quella di utilizzare “scudi umani” non fosse un’idea di soldati semplici.

Leggi tutto

 

Sharing - Condividi