Rassegna – 24/11/2025

Leo Essen: Heidegger ha vinto Marx ha perso
Heidegger ha vinto Marx ha perso
di Leo Essen
1.
Il gioco, come osserva Fink con una pesantezza heideggeriana, appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana. In altri termini, il gioco non è un’attività accessoria né un semplice divertimento, ma un modo originario in cui l’essere umano si rapporta al mondo. Di più: La totalità dell’ente, dice, funziona come un gioco. Di più: Il gioco funziona come motore del lavoro del costruire e del demolire. Il gioco come allegoria del cosmo. Come creazione originale e produzione. Rapimento estatico, fascinazione incantata. Momento oscuro e dionisiaco della panica cancellazione di sé. Apoteosi della sovranità. Liberazione dai gravami dell’esistenza.
Il gioco in quanto esistenziale: In-der-Welt-sein, Mitsein, Sorge, Entwurf, Geworfenheit, Sein-zum-Tode e Tutt-u-Cucuzzaru.
Poi c’è il gioco inautentico. Quello che si oppone al lavoro, e come il lavoro diventa necessario alla sussistenza – la contraddizione che muove il mondo (Omnis determinatio est negatio), il produci consuma crepa. L’apparato di civilizzazione della società altamente tecnicizzata, il suo sistema razionale, amministra la produzione, il consumo, il traffico, la comunicazione e il divertimento. Nel gioco sembra di essere trascinati via da questo mondo preordinato, dal tempo parcellizzato e ormai reso estraneo, sembra di raggiungere un nuovo mondo di impulsi di libertà e di realizzazione immaginaria dei desideri. E, invece, poiché siamo nella società dell’industria e della tecnica (e della scienza), dice Fink, ci sono pericoli di tipo nuovo: il gioco cattura le masse in enormi manifestazioni circensi e poiché lo sport della domenica offre materia di discussione dopo la grigia settimana lavorativa, c’è sempre un’immensa industria al lavoro, un’industria del passatempo, una fabbrica per il consumo del gioco o, ancora più inquietantemente, uno sfruttamento della voglia di giocare in una manipolazione totale, che continua a vigere anche là dove i singoli si sentono totalmente liberi e sembrano godere della loro libertà di scelta.
Fulvio Grimaldi: Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara
Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara
Se non è zuppa è pan bagnato
di Fulvio Grimaldi
Quando ero alla BBC…
C’è un filo, più nero che rosso, che corre tra elementi apparentemente lontani e separati come la BBC, Israele e quello che si dice distingua le maggioranze dalle opposizioni. Trovate che questo filo sia un po’ tirato per i capelli? Giudicherete in fondo. Intanto è un filo lungo il quale scorre un bel po’ di biografia (mia) e di storia (altrui).
Avete visto: grande scandalo alla BBC, madre di tutte le emittenti, anzi di tutte le fonti di informazione, affettuosamente chiamata “Auntie”, zietta, dai sudditi (suoi e del sovrano). Si è dimesso la figura, solitamente sacrale, del grande capo Tim Davie, e pure quella della grande direttrice Deborah Turness. E’ successo là dove ancora vige un antiquato e da noi dismesso principio: la responsabilità politica di chi sta in alto e conduce. Perché non è che siano stati questi due numi dell’informazione a cinque stelle ad aver manomesso l’intervista a Donald Trump, al punto da farlo apparire il Masaniello dell’assalto al Capitol Hill. Hanno pagato i capi, perché responsabili della baracca. Pensate al presidente dell’Authority, irremovibile a dispetto di fetidi intrallazzi.
Con la BBC ho avuto un contratto di cinque anni da redattore a Bush House, Londra. La mia è conoscenza di causa. Era molti anni fa e, al netto di qualche incrinatura, Auntie gode tuttora di buona fama. Meritata, o abbaglio mediatico? Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Certo, se pensiamo alle nostre di bocche da fuoco, tra polveri bagnate e micette fatte passare per informazione… E’ che l’emittente britannica, pur consanguinea culturalmente, socialmente e, dunque, politicamente, dell’establishment, ha l’accortezza (che da noi è stata obliterata) di esibire, a rottura di una linea generale di sistema, più tory che labour, l’eclatante fuoricoro. Stravaganza tollerata poichè garanzia di obiettività, indipendenza, pluralismo. Serve una occasionale, ma clamorosa – e solitaria – testa matta che le cose le diceva come stavano e mandava tutti a dormire convinti di una loro zietta cane da guardia a difesa del volgo e dell’inclita.
comidad: L imperialismo è soprattutto una guerra di classe
L imperialismo è soprattutto una guerra di classe
di comidad
I governi e i media europei fanno sfacciatamente il tifo per l’intervento militare statunitense in Venezuela; non a caso un po’ alla volta tutti i paesi europei stanno scoprendo di avere qualche cittadino ingiustamente detenuto dal regime di Maduro. Forse però l’attesa sarà delusa. Quello che dice Trump ovviamente lascia il tempo che trova, visto che può cambiare idea di lì a cinque minuti; quindi va presa con le molle la sua dichiarazione circa la possibilità di aprire un dialogo col regime venezuelano.
L’apertura diplomatica potrebbe preludere ad un attacco proditorio, com’è avvenuto contro l’Iran; oppure potrebbe trattarsi di un tentativo di prendere le distanze dal segretario di Stato Marco Rubio, che è il vero regista di questo attacco al Venezuela, ed è inoltre un “neocon” (come a dire: un jihadista del liberalismo), perciò molto inviso alla base popolare di Trump. Il segretario di Stato è stato ribattezzato Narco Rubio, a causa di suo cognato, Orlando Cicilia, noto trafficante di droga; perciò le accuse di narcotraffico lanciate adesso a Maduro sembrano la storia del bue che dice cornuto all’asino.
Ci sono però altri aspetti che stanno ad indicare un’offensiva di pubbliche relazioni da parte di Trump, nel tentativo di recuperare credito nei confronti dell’opinione pubblica che prima lo sosteneva, e adesso lo sostiene sempre meno. Tra le ultime dichiarazioni di Trump ce n’è infatti anche una che sembrerebbe indicare un cambiamento di posizione sulla pubblicazione dei fascicoli del caso Epstein, finora tenuti riservati, poiché pare coinvolgano non soltanto vari personaggi di spicco, ma anche i servizi segreti israeliani.
Giuseppe Libutti: Roma, il centrosinistra e il mito della “cura condivisa”
Roma, il centrosinistra e il mito della “cura condivisa”
Quando il neoliberismo si traveste da partecipazione civica
di Giuseppe Libutti
“L’affidamento in adozione è uno strumento attraverso il quale Roma Capitale promuove la conservazione e il miglioramento del verde pubblico, consentendo ai cittadini, singolarmente o in forma associata, di occuparsi della gestione, manutenzione e cura delle aree verdi comunali.” Così recita il sito ufficiale del Comune. In pratica, cittadini e associazioni possono presentare domanda per “adottare” alberi, aiuole e spazi verdi, offrendo gratuitamente un servizio alla città.
La chiamano “cura condivisa del verde urbano”, la presentano come un’opportunità per cittadini “attivi” e “responsabili”. Ma la realtà è ben diversa: Roma Capitale sta gradualmente sostituendo servizi pubblici essenziali con attività svolte gratuitamente dai cittadini. Compiti che dovrebbero spettare ad AMA e al personale comunale retribuito vengono delegati alla popolazione senza compensi, senza tutele e senza una vera pianificazione.
Ciò che l’amministrazione propone come un modello virtuoso di partecipazione civica si rivela, nei fatti, una sofisticata espressione del neoliberismo in salsa progressista: trasformare un dovere pubblico in un gesto volontario, sostituire lavoro qualificato con prestazioni gratuite, nascondere l’esternalizzazione dei servizi dietro parole rassicuranti come “comunità”, “bene comune”, “cura condivisa”.
Gli strumenti utilizzati — adozioni di aree verdi, patti di collaborazione, accordi per la gestione dei beni comuni — vengono raccontati come innovazioni democratiche.
Pino Arlacchi: Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela
Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela
di Pino Arlacchi*
Tra le false narrative dei fatti del mondo che imperversano in Occidente, quella sul Venezuela è la più oltraggiosa. Non credete a una parola di ciò che i padroni dei mezzi globali d’informazione dicono sul paese, Maduro e l’aggressione iniziata dagli Usa 27 anni fa, con l’elezione a presidente di Hugo Chávez, e tuttora in corso.
Gli eventi quotidiani smentiscono le menzogne che tentano di coprire una guerra di rapina e sopraffazione coloniale condotta da una potenza giunta all’ultima tappa del suo declino. Il Venezuela è un paese forte, stabile, e deciso a non piegarsi. Un paese che vincerà, pur pagando duramente il prezzo della sua sovranità. La sconfitta Usa sarà la 65ª dall’inizio della Guerra fredda (la 66ª è in dirittura di arrivo, in Ucraina). E ciò avverrà sulla scia di quanto accaduto a quasi tutte le loro guerre, invasioni e tentativi di cambio di regime. Controllate le cifre sfogliando lo studio appena pubblicato su Foreign Affairs, bibbia dell’establishment Usa.
La domanda giusta da porsi, allora, non è quella su quanto durerà Maduro, ma quella su quanto durerà Trump. L’aggressione è un’ulteriore tacca anti-Trump che il deep state ha segnato sulla cintura. Pentagono e intelligence s’oppongono a questa pantomima dello sbarco in Normandia voluta da Rubio e sottoscritta dal presidente. Il deep state, vero padrone dell’America, subisce, abbozza, di fronte a una mossa di politica estera sconsiderata, contraria all’interesse nazionale e decisa da un presidente eletto, per giunta, con il mandato di porre fine alle guerre (e alle sconfitte) infinite.
Clara Statello: Crosetto e il Totalitarismo di Guerra: chi non pensa come la NATO è un nemico della Nazione
Crosetto e il Totalitarismo di Guerra: chi non pensa come la NATO è un nemico della Nazione
di Clara Statello
“5000 hacker contro la disinformazione”. L’annuncio shock di Crosetto e il drammatico salto di qualità del totalitarismo di guerra
Il nuovo millennio iniziava con una grande promessa per noi della generazione Erasmus: Internet. La connessione ci avrebbe garantito libertà e democrazia, conoscenza e condivisione. A tutelare il web affinché si mantenesse uno spazio libero, a combattere contro i potenti, c’erano loro, gli hacker.
Figure leggendarie della nuova era postmoderna, avevano addirittura messo su un nuovo partito, il partito dei Pirati. E noi, che pensavamo ancora alla rivoluzione, eravamo bollati come “novecenteschi”. Peccato che i nuovi partigiani ci hanno messo davvero poco a genuflettersi davanti a quello stesso potere che promettevano di voler combattere.
In fondo Google, Meta, il governo israeliano o il Pentagono, pagano bene. Alcuni episodi emblematici: Anounymous Italia, anziché colpire simboli di potere e oppressione, la scorsa primavera ha lanciato attacchi DDos contro testate, giornalisti e media indipendenti, come OttolinaTV, Pressenza e Marx21. Il pretesto: le fantomatiche ingerenze russe nel voto per Bruxelles.
Insomma, da paladini della libertà, i pirati del web si sono trasformati in cyber fascisti, esperti in incursioni criminali contro chi esercita il diritto alla libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.
Andrea Guazzarotti: L’Ucraina e noi: l’europeismo contro se stesso
Salvatore Palidda: Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità
Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità
di Salvatore Palidda
Paese sconfitto alla seconda guerra mondiale (insieme a Germania e Giappone), l’Italia fu costretta a una quasi totale sottomissione alla nuova potenza mondiale dominante lo spazio euro-mediterraneo.
Ma prima di descrivere questa svolta storica e poi gli sviluppi sino a oggi, è utile una digressione storica-geopolitica. Ricordiamo che il sea power (il potere marittimo teorizzato da Mahan[1]) impone che la potenza che vuole dominare uno spazio geopolitico deve accaparrarsi il controllo dei punti cruciali per esercitarlo. Nello spazio euro-mediterraneo l’Italia è il principale punto geostrategico in quanto la penisola e le sue isole sono situate al suo centro. Sin dai tempi di Cartagine e poi di Roma ciò era evidente, tant’è che Roma poté battere la rivale solo accaparrandosi del controllo della Sicilia per sfruttarne la posizione geostrategica, l’enorme risorsa di legname per costruire la sua flotta e quella di grano per pagare il soldo ai suoi militi.[2] E all’epoca delle repubbliche marinare -in assenza di un potere imperiale dominante- queste potevano rastrellare ricchezze enormi non solo grazie all’abilità e alla ferocia dei loro pseudo-nobilotti, noti come i più sperimentati pirati del mondo (più di quelli che la regina Elisabetta aveva integrato nella sua flotta per affermare la sua potenza che però in Mediterraneo doveva arborare la bandiera genovese per potere navigare senza problemi). Il successo di queste potenze marittime fu soprattutto grazie all’intesa ben oliata con i sultani della simile potenza marittima che era Costantinopoli. Ciò, nonostante le crociate o pseudo-guerre di religione, poiché condividevano con i genovesi, i veneziani, i pisani e gli amalfitani la stessa logica dell’accumulo di ricchezze (il business innanzitutto). Inoltre, via via si impadronirono dei punti nevralgici dello spazio mediterraneo rubando non solo le ricchezze ma anche i saperi locali e facendone schiavi i dominanti costretti a pagare somme enormi per riscattare la loro emancipazione. Ma poi queste repubbliche marinare cercavano sempre l’intesa con la potenza spagnola dominante il Mediterraneo (vedi Braudel, 2010).
Dopo Yalta, l’assetto del mondo bipolare impose che l’Italia doveva collocarsi nella sfera occidentale che passava sotto l’egemonia degli Stati Uniti. L’internazionale comunista stabilì che i partiti dei paesi occidentali si adeguassero per definire e seguire le loro specifiche “vie nazionali al socialismo”.
Andrea Cavazzini: Morte dell’ermeneutica e fine della storia
Morte dell’ermeneutica e fine della storia
Su Michele Ranchetti
di Andrea Cavazzini
Difficile scrivere su Ranchetti, almeno nel senso della scrittura “scientifica” normalizzata, che richiede premesse, svolgimento e conclusioni in una forma autoconclusiva e non bisognosa di interrogarsi sulle proprie ragioni e condizioni. Difficile perché, al contrario, le scritture e i lavori di Ranchetti non partecipano di alcuna legittimità univoca e predefinita, non beneficiano dei presupposti rassicuranti delle istituzioni e degli specialismi; ma anche perché la loro intelligibilità intrinseca dipende da un sistema di riferimenti, da un gioco di costellazioni storiche e culturali, che non possono in nessun modo essere riassorbiti dalla corrispondenza del testo ad una norma di valutazione, e la cui condivisione più o meno ampia è diventata altamente problematica già durante la vita di Ranchetti.
In altri termini, leggere e interpretare Ranchetti richiede un lavoro di esegesi particolarmente complesso. E, poiché Ranchetti stesso ha riflettuto sulla crisi dell’esegesi, non solo come pratica savante, ma anche e soprattutto come atteggiamento intellettuale e morale, e come posizione esistenziale, in questa circolarità tra l’oggetto di una meditazione e la chiave di lettura di un’opera si trova forse di che intendere un percorso fortemente atipico e sfuggente.
In un testo relativamente tardo, ma alquanto in anticipo rispetto a una situazione che oggi è evidente in tutto il mondo, intitolato In morte dell’ermeneutica, Ranchetti avanza questa diagnosi:
“Il presente” non sembra più corrispondere a nessuna forma di consocibilità, non appartiene a nessun sistema di misura […]. Fra il passato recente e il presente sembra essere intervenuta una cesura perché non è più operante il sistema di correlazioni su cui si regge, per solito, qualsiasi intelligenza dei fenomeni.1
Ranchetti parte dalla situazione dell’insegnamento universitario: l’esercizio della critica del dato culturale ricevuto e tacitamente accettato, cui dovrebbe essere iniziato lo studente, diventa impossibile a partire dal momento in cui «il dato è inesistente».2 L’inesistenza di un “dato” condiviso tra le generazioni e gli strati sociali, tra i ruoli e le funzioni, l’assenza anzi di una coerenza organica entro gli orizzonti culturali anche di singoli gruppi o individui, fan sì che non solo l’atto critico, ma la stessa operazione interpretativa divengono senza oggetto:
Il Simplicissimus: Gaza e Darwin
Gaza e Darwin
di Il Simplicissimus
Oggi che la cronaca langue forse è il caso di fare qualche passo oltre la soglia delle tristi cronache. Tutte le persone dotate di un cervello e di un cuore, cosa ormai piuttosto rara, si domandano come sia stato possibile assistere per due anni a un genocidio a cielo aperto come quello di Gaza senza intervenire, anzi armando e sostenendo finanziariamente il sionismo stragista. Parlo dell’Occidente ovviamente, che solo dopo due anni di orribili massacri ha cominciato a prendere ipocritamente e timidamente le distanze, più pro forma che nella sostanza. Tanto che la famosa tregua di Trump, in realtà mai davvero osservata, fondava le sue basi sulla messa in mora dell’idea di uno Stato palestinese. Ora possiamo discutere all’infinito del potere delle lobby israeliane che ovviamente esiste e non può essere messo da parte, ma con questo non si coglierebbe il nucleo di un problema che si ripresenta di volta in volta con sempre maggior frequenza negli ultimi anni. Per esempio il cinismo assoluto con cui le élite occidentali hanno immolato il popolo ucraino in nome delle loro mire sulla Russia, per esempio la noncuranza verso le vite dei loro stessi cittadini facendoli divenire cavie paganti dell’industria farmaceutica, per esempio l’impudenza nel sottrarre diritti e libertà facendo finta che questa sia democrazia.
Tutto questo va spiegato in termini più profondi, cioè in quelli della cultura anglosassone che ha di fatto spazzato via tutte le altre, almeno nel nostro mondo al tramonto. Essa si regge da secoli su tre pilastri: l’individualismo assoluto che esalta le virtù dello scontro e sottovaluta il solidarismo, il maltusianesimo da ricchi che vede la soluzione di ogni problema in una caduta demografica e il darwinismo sociale.
Fernanda Mazzoli: Ancora su guerra e pace a scuola
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Ancora su guerra e pace a scuola
di Fernanda Mazzoli
La normalizzazione della scuola, ovvero il suo allineamento all’agenda neoliberista, è cosa ormai avvenuta, sia sul piano normativo, sia nei fatti e nello spirito di chi vi lavora, al netto di qualche malumore e qualche distinguo.
Tuttavia, rischia di restare sempre un passo indietro rispetto al contesto politico e sociale in cui è inserita, rallentata dal peso dei saperi disciplinari (per quanto alleggeriti e banalizzati in pillole di sapere) e dalla lentezza dei processi di apprendimento, per rimediare alla quale si iniettano dosi crescenti di digitale. Complessivamente diligente agli ordini che vengono dall’alto, resta comunque inadeguata e proprio per questo tenuta a regolarsi giornalmente sull’implacabile orologio che scandisce tempi e ritmi della vita collettiva, seguendo naturalmente il progredire delle lancette nella direzione impressa dagli orologiai.
E le lancette, adesso, vanno in direzione della preparazione psicologica a un’eventualità bellica e docenti e studenti, per anni ammaestrati a considerare la globalizzazione come un pacifico ipermercato su scala mondiale in cui comperare e consumare in perfetta letizia di mente e di corpo merci di ogni natura, anche culturale ed emotiva, si trovano impreparati.
C’è quindi un gap da colmare, tanto più che ce lo chiede l’Europa, dove prendono le cose più seriamente: solo per citare alcuni esempi, in Polonia si introducono nei programmi scolastici esercitazioni militari e corsi di pronto soccorso, in Lituania si prevede di istruire i ragazzini a costruire e pilotare droni.
Nadia Cavalera: Paolo Virno. Il linguaggio della moltitudine
Paolo Virno. Il linguaggio della moltitudine
di Nadia Cavalera
C’è un punto, in ogni pensiero che conti davvero, in cui la vita e la teoria smettono di essere due linee parallele e si curvano l’una dentro l’altra.
Paolo Virno ha vissuto esattamente in quella piega.
Filosofo napoletano, militante del ’68 e del ’77, detenuto politico, docente e scrittore ironico, Virno non ha mai concepito il pensiero come contemplazione, ma come gesto, pratica, forma di vita.
Per lui la filosofia non serviva a rendere il mondo “un po’ migliore”, ma a rovesciarlo – a pensarlo altrimenti, fino a cambiarne la grammatica.
Nato a Napoli nel 1952 e cresciuto tra Genova e Roma, attraversò da giovanissimo le grandi lotte operaie e studentesche.
Entrò in Potere Operaio dopo le occupazioni di Torino del ’69, e nel movimento del ’77 riconobbe un momento di svolta epocale: non una rivoluzione sconfitta, ma un cambio di paradigma – “che i più spregiudicati compresero e gli altri no”.
Nel 1979 fu arrestato nel cosiddetto Processo 7 aprile, accusato ingiustamente di partecipazione a un’organizzazione eversiva. Passò anni tra carceri speciali e domiciliari, fino all’assoluzione nel 1987.
Fu proprio in quegli anni di reclusione che il suo pensiero prese forma: nelle celle di Rebibbia e Palmi iniziò a interrogarsi sul linguaggio, la memoria, l’azione. Da quell’esperienza nacquero riviste come Metropoli e Luogo Comune, dove una generazione di intellettuali tentò di pensare il comunismo dopo la fabbrica fordista.
Geraldina Colotti: Un Cile stanco e indebitato sceglie la destra: Jara fatica a invertire la rotta
Un Cile stanco e indebitato sceglie la destra: Jara fatica a invertire la rotta
di Geraldina Colotti
Quasi 16 milioni di cileni erano chiamati alle urne, il 16 novembre, per eleggere il successore del presidente Gabriel Boric, oltre che per rinnovare tutta la Camera (155 deputati) e metà del Senato (25 senatori). Per via del ripristino del voto obbligatorio (con relativa multa per i trasgressori) e dell’iscrizione automatica, si è registrato un altissimo tasso di partecipazione (oltre l’85%), il più alto nella storia del paese dal ritorno alla democrazia (1990).
Il primo turno delle elezioni generali ha promosso al ballottaggio, che avrà luogo il prossimo 14 dicembre, Jeannette Jara, candidata della coalizione di centrosinistra al governo (Unidad por Chile), con il 27% delle preferenze, e l’ultraconservatore José Antonio Kast, che ha ottenuto il 24%. Il terzo candidato, Johannes Kaiser, sempre di ultradestra, ha già detto che porterà a Kast il suo 14%, e così probabilmente sarà per il 19,5% dei voti ottenuti dal secondo, il populista Franco Parisi, e per il 12,7% totalizzato dalla destra tradizionale di Evelyn Matthei.
Stando così le cose, la destra supererebbe il 50% e riporterebbe il Cile di nuovo sulla sua sponda estrema, abbandonata dal paese alla fine della dittatura di Augusto Pinochet. Sdoganata ampiamente a livello internazionale, soprattutto dopo l’arrivo di Trump al governo degli Stati uniti, l’estrema destra non nasconde più il suo rimpianto per la dittatura.


L’occultamento del conflitto intra-europeo prima dell’esplosione di quello russo-ucraino
