Rassegna – 30/11/2025

Collettivo Le Gauche: Capitalismo monopolistico e surplus in Sweezy e Baran
Capitalismo monopolistico e surplus in Sweezy e Baran
di Collettivo Le Gauche
Amos Cecchi in Paul M. Sweezy. Monopolio e finanza nella crisi del capitalismo afferma che la genesi del capolavoro di Paul Sweezy e Paul Baran Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana affonda le sue radici nella metà degli anni ‘50, quando Paul Sweezy iniziò a concepire l’opera e a lavorarci al fianco di Paul Baran a partire dal 1956. La lettera che Sweezy scrisse a Baran nel novembre del 1956 rappresenta il vero e proprio manifesto programmatico dell’opera, delineando con chiarezza l’impostazione teorica innovativa che i due autori intendevano perseguire. In quella corrispondenza Sweezy identificava una serie di problemi reali da affrontare, a partire dalla necessità di forgiare un’idea operativa e concretamente applicabile del concetto di surplus. Questo richiedeva di comprendere che il surplus non si riferisce in modo diretto alla distribuzione convenzionale dei dati sul reddito nazionale ma deve essere analizzato attraverso la lente marxiana del lavoro produttivo e improduttivo, da aggiornare criticamente alle condizioni del capitalismo moderno. La difficoltà e al contempo il paradosso da sciogliere era il riconoscimento che grandi quote di salari vengono in realtà pagate attingendo al surplus. Intere categorie di lavoratori, così come settori economici fondamentali come la pubblicità e la finanza, non generano surplus ma lo assorbono, un campo di indagine del tutto inesistente per l’economia keynesiana e neoclassica. Il programma di ricerca si articolava poi in una duplice analisi settoriale. In primis l’analisi del settore produttivo, ossia il luogo della generazione del surplus, che richiedeva uno studio del capitalista istituzionale, delle sue leggi di funzionamento, del suo rapporto con la struttura di classe, delle sue politiche dei prezzi e dei salari e dei vincoli tecnologici. Secondariamente era indispensabile un’analisi del settore improduttivo, dedicato all’assorbimento del surplus, che esaminasse le diverse categorie di “assorbitori”: i consumatori di lusso, le industrie improduttive, la spesa governativa e le complesse relazioni di trasferimento tra di essi. Un altro punto cruciale riguardava lo studio delle interazioni, piene di problemi inesplorati, tra il settore produttivo e quello improduttivo. Sweezy osservava come in un’economia capitalistica sottosviluppata salari e profitti nel settore improduttivo potessero essere determinati dal settore produttivo, molto più grande, ma come questa dinamica non fosse più valida in un’economia matura come quella statunitense dell’epoca, dove il settore improduttivo poteva benissimo superare in dimensioni quello produttivo.
Fulvio Grimaldi: Siria, nazionicidio senza soluzione di continuità
Siria, nazionicidio senza soluzione di continuità
E le stelle stanno a guardare
di Fulvio Grimaldi
Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla è lui stesso il nemico. (Berthold Brecht)
Nell’aprile venne scatenata in Siria, la “primavera araba”, quella con cui le potenze avevano già sistemato quanto in Medioriente si opponeva alla ricolonizzazione e all’espansione del sionismo. Ero da quelle parti, richiamato in Siria da una semisecolare frequentazione e dalla consapevolezza di cosa avrebbe significato uccidere questa nazione. Uno Stato cuore della Storia, cultura, liberazione araba e protagonista, con l’Egitto, la Libia, lo Yemen, il Libano, Algeria e l’Iraq, delle sue prospettive di giustizia sociale e autodeterminazione, avrebbe subito l’intento con il quale l’imperialismo intendeva riprendersi quanto una grande rivoluzione aveva sottratto al suo millennario sistema di negazione e spoliazione.
Nella primavera del 2011, in Libia si andava compiendo la distruzione del paese africano più prospero e socialmente equo, intollerabile modello politico-economico e promotore della sovranità e dell’autodeterminazione di tutto il continente. All’ufficio stampa del Ministero degli Esteri a Damasco, dove ero giunto ai primi clangori della locale “primavera araba”, mi mostrarono dei video di Deraa, dove, settimane prima, erano scoppiati tumulti contro l’aumento dei prezzi del carburante determinati da una prolungata siccità. Vi si vedevano scontri tra manifestanti disarmati e una polizia che si limitava a contenere la folla e non utilizzava strumenti di repressione. Tuttavia echeggiavano spari e le immagini mostravano cecchini appostati dietro mura e alberi. Le persone che cadevano, morivano o rimanevano ferite, si trovavano in entrambi gli schieramenti. Di sequenze di questo tipo ce n’erano a decine. Servivano a far dire ai compari lontani che “il regime ammazzava il suo popolo”. Come Gheddafi, come Milosevic.
Primavera araba, o terrorista?
Le autorità riferivano, credibilmente alla luce delle immagini e della prassi del regime change, di provocatori che si erano inseriti nelle manifestazioni, poi scoppiate anche a Damasco, Oms e Aleppo, per offrire agli interessati nei media e nelle cancellerie occidentali, il destro per parlare di una sanguinaria repressione del “dittatore Bashar el Assad”.
Elena Basile: Le differenze tra il piano per Gaza e quello sull’Ucraina
Le differenze tra il piano per Gaza e quello sull’Ucraina
di Elena Basile
Il piano di pace a Gaza è una farsa tragicomica che diviene emblematica della politica internazionale odierna, pilotata da un Occidente in declino economico e tracollo morale che ha trasformato la democrazia in demagogia, il diritto in forza, la libertà di stampa e di espressione in censura sistematica del pensiero diverso. Così ritorniamo alla Società delle Nazioni e ai mandati coloniali. Gaza, avulsa dallo Stato palestinese, pur ben definito dalle risoluzioni dell’Onu, viene governata da un Consiglio di pace il cui presidente, Trump, deciderà le fasi di un improbabile autogoverno palestinese, demandato alle calende greche. Anp e arabi moderati sembrano sostenere il progetto che appare soprattutto una iniziativa plutocratica per il bene delle multinazionali.
Difficile comprendere come una forza internazionale composta di eserciti dei Paesi arabi moderati potrà mai installarsi su un territorio ancora sotto il controllo di Hamas. L’organizzazione ha comprensibilmente rifiutato di disarmare, data la sfiducia nei patti con Israele e la scarsa lungimiranza del piano di pace. Mentre l’aspirante al Nobel si diletta con mediazioni che sembrano scritte per un copione hollywoodiano, Netanyahu agisce, continuando a eseguire il progetto del grande Israele, seminando distruzione e morte in Palestina, rendendo il genocidio visibile e concreto per tutti coloro che hanno l’onestà di guardarlo in faccia.
Il Pungolo Rosso: Un flusso continuo di droni cinesi per Zelensky&Co. attraverso il triangolo Cina-Cechia-Ucraina
Un flusso continuo di droni cinesi per Zelensky&Co. attraverso il triangolo Cina-Cechia-Ucraina
di Il Pungolo Rosso
Anche se la pensiamo in modo quanto mai diverso sulla guerra tra NATO e Russia in Ucraina, Paolo Selmi ci sta simpatico. Anzitutto per il prezioso, instancabile, rigoroso lavoro di decostruzione delle balle spacciate in Italia e in Europa dalla propaganda di guerra anti-russa, che impazza qui da quasi quattro anni (lo si trova sulla home page di “Sinistra in rete”). Ma anche per il suo stile franco e pungente, che talvolta non si ritrae neppure davanti alle verità a lui più sgradite.
E’ il caso di questo suo post di ieri che prende atto di un dato di realtà che non aveva mai considerato, e che forse è ignoto alla maggior parte dei militanti: esiste, è esistito almeno fino all’inizio di giugno 2025, un flusso continuo e regolare di droni cinesi per l’esercito di Kiev che, attraverso la Cechia, arrivava in Ucraina, con l’annesso giro di mazzette milionarie, come si conviene al mercato nero proprio di ogni guerra che si rispetti. La ditta cinese implicata è la stessa che rifornisce di droni dual use l’esercito sionista, che li usa sistematicamente per assassinare palestinesi: la DJI (Da-Jiang Innovations) di Shenzhen.
La cosa, francamente, ci era nota da tempo, ed ha come base il dato di fatto che nella produzione di droni e componenti di droni la Cina ha una posizione dominante sul mercato mondiale. La ha anche in Ucraina. Scrive Quinn Urich (su “Russia Matters!” del 10 settembre scorso) che “con solo il 5% delle aziende di difesa ucraine che dichiarano di non utilizzare componenti cinesi nei propri sistemi, la stragrande maggioranza dei droni che solcano i cieli è probabilmente prodotta in Cina o contiene diversi componenti chiave realizzati in Cina.
Francesco Dall’Aglio: Il piano Trump sulla guerra in Ucraina e le scomposte reazioni europee
Il piano Trump sulla guerra in Ucraina e le scomposte reazioni europee
di Francesco Dall’Aglio
Da 48 ore la bolla social occidentale è letteralmente impazzita. Il piano è inaccettabile, il piano è stato scritto da Putin, il piano è stato scritto in russo e ve lo dimostriamo[1], Trump è al soldo di Putin, Trump e Putin sono due dittatori e i dittatori alla fine trovano sempre un accordo (il tutto è perfettamente esemplificato da una vignetta comparsa su Politico) e, soprattutto, questo piano è il tradimento della resistenza ucraina e porta alla capitolazione del paese.
Ora, “capitolazione” ha un significato ben preciso: significa che ti arrendi al nemico senza condizioni sperando al massimo di avere salva la vita, nemmeno le proprietà, e rimettendoti interamente alle sue decisioni per quanto riguarda la futura organizzazione di quello che era il tuo stato. È inutile dire che nel piano di pace non c’è nulla di tutto questo. Al contrario, ci sono alcuni punti che non sono affatto vantaggiosi per la Russia e altri che sono vantaggiosissimi per l’Ucraina, vista la situazione attuale e la poca probabilità che possa cambiare. Non solo non è una capitolazione, ma è l’ultimo tentativo di salvare quello che resta dello stato e della dirigenza del paese.
Dal punto di vista territoriale l’Ucraina ovviamente mantiene la sua indipendenza e il suo sbocco sul mare. La sua sicurezza verrà garantita da una serie di accordi, tra cui un accordo di non aggressione da parte della Russia (che si immagina reciproco). Tra questi accordi c’è anche quello da parte della NATO di cessare la sua espansione (ormai di posti nei quali potrebbe espandersi ce ne sono ben pochi…) e di non schierare truppe in Ucraina, e la rinuncia, inserita nella Costituzione ucraina, a entrarvi – e questo, naturalmente, era uno dei punti fondamentali delle richieste russe, e uno dei motivi dell’inizio del conflitto.
Maurizio Brignoli: I rapporti di forza in Medio Oriente e le motivazioni strategiche dietro la tregua di Gaza
I rapporti di forza in Medio Oriente e le motivazioni strategiche dietro la tregua di Gaza
di Maurizio Brignoli
Nonostante le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump (2017-2021; 2025-) – che a un intervistatore, che gli chiedeva cosa pensasse di quanto detto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (1996-1999; 2009-2021; 2022-) sul fatto che la campagna militare sarebbe proseguita nonostante gli accordi del 19 gennaio, rispondeva con queste parole: «La guerra è finita. È finita. Okay? Lo capite?»1, che evidenziano un comprensibile nervosismo visto che Netanyahu ha fatto già saltare ripetuti tentativi di interrompere la strage – siamo riluttanti a usare la parola “pace”, prima di tutto perché quella in atto non è una guerra, ma un’operazione coloniale di sterminio con intenti genocidi condotta contro un popolo colonizzato in seguito alla rivolta iniziata il 7 ottobre 2023 (la storia degli imperialismi occidentali abbonda di operazioni di questo tipo)2, in secondo luogo c’è il rischio che questo “cessate il fuoco”, per altro violato ripetutamente da Tel Aviv, in meno di un mese, più di 280 volte con l’uccisione di 242 palestinesi e centellinando le consegne di aiuti umanitari a Gaza3, sia solo una pausa imposta da Trump, dato che gli Usa iniziavano a subire ripercussioni negative dal genocidio sia sul piano interno che esterno.
Quali sono dunque gli elementi che dopo due anni hanno portato alla sospensione dello sterminio dei palestinesi?
L’intervento dell’imperialismo dominante
Metteremmo al primo posto l’intervento dell’unica entità che ha la forza per costringere Israele a interrompere il genocidio e cioè gli Usa. È necessaria una puntualizzazione preliminare: non sono gli Usa al servizio di Israele, ma il rapporto di forze è inverso, gli Usa costituiscono una potenza imperialistica con proiezione a livello mondiale (ben esemplificato dal progetto di “unipolarismo” delineato dopo la fine dell’Urss), Israele è, dalla Guerra dei 6 giorni del 1967, un prezioso alleato in una regione cruciale che persegue un progetto di imperialismo regionale ben coordinato con i disegni liberal-neocon di ridisegnare le mappe mediorientali utilizzando come testa d’ariete proprio lo stato sionista.
Francesco Cappello: Il Non Paper del ministro della guerra vede pericoli e minacce ovunque
Il Non Paper del ministro della guerra vede pericoli e minacce ovunque
di Francesco Cappello
Crosetto ci invita ad affacciarci alla finestra di Overton [1] delle sue interessate paranoie sulla guerra ibrida
Abbandoniamo tutte le nostre strampalate teorie sul perché le bollette energetiche siano lievitate, la sanità pubblica non funziona, le piccole imprese falliscono ed evitiamo di dare credito a tutte quelle teorie che siamo soliti adottare per spiegarci come mai i cittadini italiani si mostrino sempre più restii a votare. Crosetto nel suo Non-paper [2] del 18 novembre 2025 e presentato al Consiglio Supremo di Difesa il giorno successivo, intitolato “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva“, “costruito integrando informazioni non classificate del comparto intelligence con analisi estrapolate da fonti aperte attendibili” ci dice l’indiscutibile verità. È colpa dei russi che insieme a cinesi iraniani e altri attori ostili ci danneggiano quotidianamente. Siamo in una guerra permanente e invisibile, la “Guerra Ibrida”. Questa minaccia è così “subdola” e “incessante” che “ogni giorno erode in modo silente la sicurezza delle nostre società“.
Si definisce minaccia ibrida “quella portata da attori statuali (anche attraverso attori non-statuali che operano come agenti o proxy) mediante una combinazione di azioni sinergiche in vari domini (diplomatico, informativo, militare, economico-finanziario dell’intelligence). È oggi una delle principali sfide per le democrazie occidentali. L’obiettivo è erodere la resilienza democratica, minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, dividere le società, influenzare le opinioni pubbliche con false informazioni.
L’effetto immediato di questo allarme, ovviamente, è la necessità improcrastinabile di nuove strutture, poteri e, soprattutto, finanziamenti.
A leggere il Non Paper di Crosetto viene in mente il testo dei Negrita ‘Nel Blu – Lettera ai padroni della terra [*]
I pericoli: il terrore quotidiano e l’espansione del potere digitale
Ferdinando Bilotti: L’impossibile rinascita dell’industria americana (parte 2)
L’impossibile rinascita dell’industria americana (parte 2)
di Ferdinando Bilotti
Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto che il ripristino di una struttura industriale adeguata alle dimensioni e alla popolazione degli USA richiederebbe il ritorno in patria di quelle produzioni di massa che oggi i consumatori americani acquistano dalla Cina. Abbiamo visto anche, però, che diversi fattori impediscono all’amministrazione Trump di sanzionare pesantemente le merci cinesi e quindi di fare leva sui dazi per promuovere tale ritorno. Alla politica trumpiana, pertanto, arriderà un successo soltanto parziale, in quanto ad accettare le condizioni da essa imposte saranno, fra i tradizionali esportatori manifatturieri in terra americana, unicamente l’UE e alcuni paesi asiatici meno importanti della Cina. Abbiamo spiegato, inoltre, come l’imposizione dei dazi potrebbe spingere le imprese di tali aree a trasferirsi non negli USA, bensì in altri paesi, per beneficiare di costi di produzione più bassi; e come per il governo statunitense potrebbe risultare impossibile ottenere il pieno rispetto degli impegni riguardanti l’effettuazione di investimenti.
L’industria americana, in compenso, nel prossimo futuro potrebbe giovarsi dell’orientamento bellicista assunto dall’Unione Europea. Questo difatti le imporrà un riarmo che in tempi brevi non sarà conseguibile senza fare largamente ricorso alle produzioni di armamenti americane, in ragione di problemi di natura sia materiale (al momento l’apparato industriale militare europeo non è abbastanza sviluppato da poter supportare le ambizioni dei leader comunitari, e la riconversione di quello civile a fini bellici non può essere immediata) che finanziaria (gli attuali prezzi energetici si ripercuoteranno anche sui costi di produzione dei sistemi d’arma realizzati in Europa). Tuttavia, non è scontato che i popoli europei accettino senza reagire – nelle urne e nelle strade – i tagli alla spesa sociale necessari a finanziare l’espansione di quella militare. Inoltre, va rammentato che l’industria militare statunitense, pur avendo mantenuto un certo radicamento in patria, dipende comunque da forniture di componenti estere, ragion per cui, così come la fuga delle industrie dall’Europa si tradurrebbe solo in parte nella comparsa negli USA di nuovi stabilimenti, così la domanda europea di armi americane si tradurrebbe solo in parte in una maggiore attività di impianti produttivi ubicati negli Stati Uniti.
Alastair Crooke: L’operazione statunitense “bait and switch” mira ai principi della “causa prima” di Putin
di Alastair Crooke – Strategic Culture Foundation
Il cosiddetto “piano di pace” in 28 punti, redatto come un presunto trattato legale, apparirà a qualsiasi lettore esperto come un prodotto dilettantesco
Come al solito l’ottimo Simplicius (vecchia ‘volpe di canneto’) aveva analizzato perfettamente la situazione, come ce l’aveva presentata nel suo “La proposta di pace” trapelata nasconde intrighi” che vi abbiamo presentato due giorni fa. È adesso il turno di Alastair Crooke di darcene conferma. Buona lettura.
* * * *
Ora disponiamo dei dettagli del cosiddetto “piano di pace” in 28 punti fornito dal parlamentare ucraino Goncharenko, che sostiene essere una traduzione dell’originale.
Il testo, redatto come un presunto trattato legale, apparirà a qualsiasi lettore esperto come un lavoro amatoriale, basato in diverse parti su “discussioni successive” e “aspettative”.
In altre parole, molto è lasciato ambiguo, vago e non definito con precisione; un piano del genere sarebbe ovviamente inaccettabile per Mosca (anche se potrebbe non rinnegarlo apertamente). Ciononostante, il piano ha suscitato rabbia e reazioni negative in Europa.
Loretta Napoleoni: La “Pipeline” degli aiuti a Kiev e il precedente dell’Afghanistan
La “Pipeline” degli aiuti a Kiev e il precedente dell’Afghanistan
di Loretta Napoleoni
Durante il conflitto afghano degli anni ’80, l’anti-soviet jihad, la cosiddetta Pipeline degli aiuti americani e sauditi era un intricato e opaco sistema di finanziamento dei mujaheddin. Per celare il flusso di miliardi di dollari e armi destinati ai mussulmani che venivano arruolati per combattere i soldati sovietici la CIA usò come canale di distribuzione l’Inter-Services Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani. In questo modo venne consegnato di fatto all’ISI il controllo totale sulla distribuzione delle risorse, permettendo ai servizi pachistani di indirizzare preferenzialmente gli aiuti verso i gruppi islamisti più vicini ai propri interessi strategici nella regione, marginalizzando le fazioni laiche o nazionaliste. Sappiamo tutti come è andata a finire questa storia, ma ciò’ che molti non sanno sono gli effetti negativi della Pipeline sulle istituzioni pakistane e sul futuro della regione.
Allora si sapeva poco o nulla di quanto stava realmente accadendo in Pakistan e in Afghanistan, erano i tempi della guerra fredda e l’Occidente considerava il blocco sovietico il nemico. Tuttavia, mentre noi vivevamo nell’oblio, questo fiume di denaro, gestito in gran parte in contanti e con una supervisione americana volutamente distante per “plausibile negabilità”, innescò una corruzione sistemica all’interno dell’apparato militare e dell’ISI pakistano. Una parte significativa dei miliardi di dollari inviati da Washington non raggiunse mai i mujaheddin sul campo, ma venne intascata da generali, agenti dei servizi e funzionari corrotti come tangente per il “servizio” di transito.
Dante Barontini: L’Ucraina, senza più “amici” credibili, deve scegliere
L’Ucraina, senza più “amici” credibili, deve scegliere
di Dante Barontini
Ma quale “piano” c’è per arrivare a una pace in Ucraina? Col passare delle ore e dei giorni si affastellano notizie probabili e completamente false, ipotesi e testi del tutto differenti. E non si tratta di semplici dettagli: possibilità di entrare nella Nato oppure no, limiti alla dimensione dell’esercito e al tipo di armi oppure niente limitazioni, riconoscimento di aver definitivamente perso territori oppure status da lasciare in sospeso (garantendo così la ripresa della guerra al primo “fraintendimento”).
Abbiamo già chiarito ieri che quella in corso tra Ginevra (domenica) e Abu Dhabi (oggi) è solo una pre-trattativa interna all’ex “Occidente collettivo”, con gli Stati Uniti che hanno presentato prima a Zelenskij e poi anche ai “volenterosi” (Francia, Gran Bretagna e Germania, bypassando completamente l’Unione Europea) una bozza in 28 punti.
Su quella è partita un fuoco di sbarramento “europeo” (niente affatto compatto, bisogna dire) riassumibile nella parola d’ordine “non può essere una capitolazione”.
Si è saputo poi che il testo era stato dato solo a Zelenskij per discuterne preventivamente in via riservata. E quindi la responsabilità della “fuga di notizie” era attribuita dagli inviati Usa – Witkoff e Kushner, come per Gaza – proprio a lui, nel classico gioco poco “diplomatico” teso a far saltare la proposta chiamando a raccolta tutti gli “oppositori europei”.
OttoParlante: Bentornata Realpolitik: dopo la Russia, Trump ammette anche la vittoria cinese?
Bentornata Realpolitik: dopo la Russia, Trump ammette anche la vittoria cinese?
di OttoParlante
Il Marru
“L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, si è improvvisamente accorto che il mondo non gli obbediva più. E dopo un’indagine approfondita, ha concluso che la causa principale era la Cina”. Non perdetevi il long form del buon Jin Canrong di stamattina su Guancha: “La logica è semplice: il mondo sta attraversando enormi cambiamenti, la Cina è la variabile e gli Stati Uniti sono la forza dominante nell’ordine esistente. Gli Stati Uniti sono insoddisfatti dei cambiamenti apportati dall’ascesa della Cina e quindi vogliono prenderci di mira. Biden e Trump possono discutere su altre politiche, ma concordano su una: vedono la Cina come il loro unico avversario, il che è peggio del fatto che l’altra parte veda te come il suo avversario numero uno. Perché numero uno implica almeno che ci siano un secondo, un terzo, un quarto, un quinto e un sesto avversario, mentre solo significa solo te”; per chi segue questo canale non suona certo come chissà che novità, ma una cosa è essersi imbattuti in un concetto qualche volta di passaggio, un’altra è abituarsi a utilizzarlo come lente per inquadrare tutto quello di un certo rilievo che riguarda gli USA – piano di pace o non piano di pace, guerra ibrida contro il Venezuela, Accordi di Abramo e corteggiamento dei sauditi. bolla dell’intelligenza artificiale e stablecoin, liti amorose con gli alleati/vassalli. Tutto, e sottolineo tutto, deve essere interpretato in prima istanza come un pezzo del puzzle della grande guerra sistemica degli USA contro l’unico avversario cinese, anche quando sembra controintuitivo: ieri, ad esempio, Trump ha parlato al telefono prima con Xi e poi con Takaichi Sanae e ha messo un freno all’avventurismo dell’estrema destra giapponese.



