Rassegna – 04/12/2025

Pier Paolo Caserta: I nuovi mostri (giuridici)
I nuovi mostri (giuridici)
di Pier Paolo Caserta
Un’epoca di passioni tristi produce idee confuse funzionali al mantenimento degli assetti di potere. Le articolazioni del potere – oligarchie, clientele, consorterie – traggono sempre vantaggio dalla confusione del linguaggio.
Di certo il capitalismo non ha mai mirato a “combattere la violenza”, bensì a proiettarla nel campo dei subalterni per neutralizzarne il potenziale rivoluzionario, che si è realizzato quando la violenza degli oppressi si è rivolta consapevolmente verso gli oppressori. Per la verità, la tecnocrazia neoliberale, ultima forma realizzata del capitalismo, ha raggiunto il risultato con tale efficacia che non soltanto non si vede alcuna rivoluzione all’orizzonte, ma la stessa conflittualità sociale è stata intorpidita. Persino l’esperienza del dolore e del negativo è stata atrofizzata. Il tecno-capitalismo mira, piuttosto, a distruggere le relazioni, a tutti i livelli. Mira al massimo della mercificazione, che, per essere realizzato, presuppone al contempo il massimo della disumanizzazione. Al culmine dell’ideologia mercantile, che si prolunga e si rafforza nel nuovo ordine digitale, la forma attuale del capitalismo ha da tempo scoperto che la maggiore efficacia nel distruggere le relazioni si dispiega adottando pose inclusive, che inducono all’autocensura preventiva. Nessuno, infatti, vuole essere stigmatizzato, tutti vogliono la loro spilletta di persona civile. Ma questo mondo delle ombre, fatto di valori positivi tutti incentrati sull’individuo e non più sulla collettività, è una proiezione dei feticci prodotti dall’individualismo competitivo.
Esemplificando il suo catechismo neoliberista, Margaret Thatcher disse che “non esiste la società, esistono solo gli individui”. Isolato, alienato, radicalmente atomizzato e lasciato a tu per tu con il Mercato, con i corpi intermedi collassati, l’individuo-monade non concepisce più alcuna lotta né alcuna stabile aggregazione collettiva. L’universo valoriale è interamente ritagliato a misura dell’individuo. I diritti individuali neoliberali, dunque, assolvono alla specifica funzione di giustificare il valore assoluto del Mercato.
John J. Mearsheimer: Il futuro cupo dell’Europa
Il futuro cupo dell’Europa
di John J. Mearsheimer
Questo discorso è stato pronunciato durante una conferenza tenutasi al Parlamento europeo a Bruxelles il 10 novembre 2025
L’ Europa è oggi in profonda difficoltà, principalmente a causa della guerra in Ucraina, che ha avuto un ruolo chiave nel minare quella che era stata una regione in gran parte pacifica. Purtroppo, è improbabile che la situazione migliori negli anni a venire. Anzi, è probabile che l’Europa sia meno stabile in futuro di quanto non lo sia oggi.
L’attuale situazione in Europa è in netto contrasto con la stabilità senza precedenti di cui l’Europa ha goduto durante il periodo unipolare, che durò all’incirca dal 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino al 2017, quando Cina e Russia emersero come grandi potenze, trasformando l’unipolarismo in multipolarismo. Ricordiamo tutti il famoso articolo di Francis Fukuyama del 1989, “La fine della storia?”, in cui sosteneva che la democrazia liberale era destinata a diffondersi in tutto il mondo, portando con sé pace e prosperità. Questa argomentazione era ovviamente completamente sbagliata, ma molti in Occidente ci hanno creduto per oltre 20 anni. Pochi europei immaginavano, all’apice dell’unipolarismo, che l’Europa si sarebbe trovata oggi in così gravi difficoltà.
Quindi, cosa è andato storto?
La guerra in Ucraina, che a mio avviso è stata provocata dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti, è la causa principale dell’insicurezza europea odierna. Tuttavia, c’è un secondo fattore in gioco: lo spostamento dell’equilibrio di potere globale nel 2017 dall’unipolarismo al multipolarismo, che avrebbe sicuramente minacciato l’architettura di sicurezza in Europa. Ciononostante, ci sono buone ragioni per pensare che questo spostamento nella distribuzione del potere fosse un problema gestibile. Ma la guerra in Ucraina, unita all’avvento del multipolarismo, ha garantito grossi problemi, che difficilmente si risolveranno nel prossimo futuro.
Vorrei iniziare spiegando come la fine dell’unipolarismo minacci le fondamenta della stabilità europea. Poi discuterò degli effetti della guerra in Ucraina sull’Europa e di come questi abbiano interagito con il passaggio al multipolarismo, alterando profondamente il panorama europeo.
Alberto Giovanni Biuso: Fisica e politica
Fisica e politica
di Alberto Giovanni Biuso
Wolfgang Pauli, uno degli iniziatori della fisica quantistica, una volta diede la seguente risposta, a proposito di un articolo che gli era stato sottoposto: «das ist nicht einmal falsch», ‘non è neanche sbagliato’, poiché i suoi contenuti non avevano semplicemente senso. Nel 2002 alcuni articoli sulla gravità quantistica scritti a Parigi dai fratelli Igor e Grichka Bogdanov vennero giudicati al loro apparire uno scherzo proprio perché i loro contenuti erano privi di senso. E tuttavia questi articoli erano riusciti a ottenere giudizi positivi nelle procedure di peer review, la valutazione che le riviste scientifiche danno degli articoli loro proposti. Il procedere della faccenda mostrò che non si trattava di una burla, che i Bogdanov avevano scritto i loro testi con intenzioni ‘scientifiche’ serie. In ogni caso ben cinque riviste, tre delle quali molto prestigiose, avevano pubblicato dei testi che erano intrisi di affermazioni errate o assurde.
Si tratta di un episodio molto grave, il quale si spiega anche con lo stallo nel quale la fisica teorica è impantanata da quasi ormai mezzo scolo. Dopo lo sviluppo delle prime teorie quantistiche si era pervenuti negli anni Sessanta al cosiddetto Modello standard di tali teorie. Da allora non si è registrato alcun progresso sostanziale e anzi i grandi obiettivi della conciliazione tra teoria dei quanti e relatività e della unificazione delle quattro forze fondamentali della materia in una Grande Teoria Unificata si sono rivelati completamente fallimentari.
La teoria che sembrava poter conseguire tale obiettivo si chiama Teoria delle stringhe, diventata poi Teoria delle Superstringhe. Questa teoria è un esempio eclatante di ciò che il fisico quantistico Lee Smolin non esita a definire la situazione tragica della fisica teorica contemporanea: «Per parlar chiaro, abbiamo fallito: abbiamo ereditato una scienza, la fisica, che aveva continuato a progredire a tale velocità così a lungo che spesso veniva presa a modello per altri generi di scienza. La nostra comprensione delle leggi della natura ha continuato a crescere rapidamente per oltre due secoli, ma oggi, nonostante tutti i nostri sforzi, di queste leggi non sappiamo con certezza più di quanto ne sapessimo nei lontani anni Settanta» (L’universo senza stringhe. Fortuna di una teoria e turbamenti della scienza, Einaudi, Torino 2007, p. X).
Sergio Cararo: I furbetti della manipolazione e dell’indignazione
I furbetti della manipolazione e dell’indignazione
di Sergio Cararo
In soli tre giorni abbiamo assistito a un combinato disposto di disinformazione, manipolazione e stigmatizzazione teso a coprire e rimuovere eventi politicamente scomodi per la narrazione dominante.
Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente nell’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’Usb e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.
Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.
Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.
Giuseppe Masala: La guerra degli zombie europei alla Russia
La guerra degli zombie europei alla Russia
di Giuseppe Masala
Nel contesto del sempre più evidente disinteresse di Washington per la Nato e la UE la posizione bellicista di molte capitali europee assume sempre di più la logica del giocatore d’azzardo che per non perdere tutto rilancia. Quella che preparano a Londra, Parigi e Berlino è sempre di più una guerra degli zombie contro la Russia
Mentre sul campo di battaglia ucraino appare sempre più evidente la rotta delle truppe del regime di Kiev, sul piano della diplomazia a rompere l’inerzia è il piano di pace proposto da Trump che poi non è altro che la presa d’atto di ciò che il conflitto armato ha decretato e che, al massimo, può essere visto come il tentativo da parte della Casa Bianca di limitare i danni militari, diplomatici ed economici innanzitutto per gli USA, ma anche per i suoi scriteriati vassalli europei.
Definire scriteriato il comportamento europeo non può essere considerato esagerato perchè chiaramente fondato sulla completa negazione della realtà ovvero l’evidenza che l’Ucraina ha perso la guerra nonostante l’enorme aiuto della Nato, degli USA e della UE sia sul piano militare che su quello diplomatico ed economico. Va detto che per i paesi europei questa è una realtà difficilissima da accettare perché sancisce la completa e catastrofica sconfitta anche della Nato e della UE come istituzione. Alla luce di questo si comprendono i tentativi europei di questi giorni di riuscire a sabotare le trattative di pace sia portando Zelensky dalla propria parte, sia usando metodi poco ortodossi tra alleati come quello di divulgare intercettazioni tra il plenipotenziario americano Witkoff e i suoi interlocutori russi.
Redazione: Perché gli Stati Uniti non possono più imporre i propri “valori” all’Arabia Saudita
Perché gli Stati Uniti non possono più imporre i propri “valori” all’Arabia Saudita
di Redazione
Washington deve sempre più spesso negoziare non da una posizione di dominio assoluto, ma di vantaggio relativo
La visita del Principe Ereditario e Primo Ministro saudita Mohammed bin Salman a Washington, nel novembre 2025, ha segnato non solo il suo ritorno alla Casa Bianca dopo sette anni, ma un riallineamento strategico di portata storica. L’incontro con il Presidente Donald Trump, caratterizzato da una formale cena di Stato e colloqui approfonditi, ha prodotto una serie di accordi che spaziano dalla difesa all’intelligenza artificiale. Lo scrive Murad Sadygzade, Presidente del Middle East Studies Center di Mosca nel suo ultimo articolo.
Nel dettaglio, gli Stati Uniti hanno designato l’Arabia Saudita come “Major Non-NATO Ally”, hanno siglato un patto di difesa che apre la strada alla vendita di caccia F-35 e carri armati e hanno annunciato una cooperazione sul nucleare civile, i minerali critici e le tecnologie avanzate. In cambio, Riyadh ha promesso investimenti negli USA che potrebbero raggiungere la soglia simbolica del trilione di dollari.
L’agenda, ha proseguito l’esperto, si è estesa ben oltre la cerimonia, con incontri a Capitol Hill e un forum dedicato agli investimenti in AI ed energia. L’evento è stato orchestrato come l’apertura di un “nuovo capitolo” nell’alleanza strategica, sancendo la riabilitazione politica di Mohammed bin Salman e consolidando il ruolo saudita come partner centrale per Washington.
Marco Pondrelli: Marx e il materialismo dialettico
Marx e il materialismo dialettico
di Marco Pondrelli
Un libro scritto a nove mani rischierebbe normalmente di risultare poco organico e omogeneo, ma questo testo smentisce immediatamente tale pregiudizio. Fin dal titolo chiarisce e mantiene fermo il proprio oggetto di ricerca, mostrando che il dialogo tra teoria e pratica del marxismo può essere trattato con coerenza anche in un’opera corale. Gli autori scrivono nella Prefazione: “Questo libro, assieme a quelli che seguiranno, cerca di iniziare a colmare un particolare buco nero teorico indicando gli elementi principali del materialismo dialettico, oltre a smentire e confutare il presunto e inesistente divorzio tra Marx e il materialismo dialettico” [pag. 4].
Potrebbe sembrare un ragionamento teorico astratto, soprattutto in un periodo in cui la situazione italiana è per la sinistra e i comunisti particolarmente difficile. Tuttavia, la difficoltà che stiamo vivendo in Italia è dovuta anche – ma non solo – alla mancanza di un approfondimento teorico su questi temi. Lo studio e l’elaborazione teorica, fondamentali per la formazione di quadri dirigenti, non hanno avuto un ruolo significativo nel movimento comunista post-’89.
La teoria marxiana non è solo descrittiva. Gli Autori sottolineano infatti che “la dialettica marxiana non si limita a descrivere i fenomeni, ma orienta anche l’azione politica attraverso la previsione dei momenti in cui le strutture esistenti possono crollare e lasciare spazio al nuovo” [pag. 7]. Se non si comprende il marxismo come prassi rivoluzionaria, non se ne coglie appieno il senso.
Alfonso Gianni: The War Must Go On
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The War Must Go On
di Alfonso Gianni
Rallenta su un fronte, quello palestinese, s’inasprisce sull’altro, quello russo-ucraino, proprio mentre, e forse proprio per questo, cominciano a circolare proposte di pace, che a quanto ci è dato per ora di sapere non sono poi tanto diverse da quelle avanzate poco dopo l’inizio della guerra, casomai peggiorative per l’Ucraina; senza oscurare i cinquanta e più focolai di guerra tutt’ora accesi, di cui il più grave è forse quello “dimenticato” in Sudan, o quelli che possono aprirsi da un momento all’altro (vedi gli Usa contro il Venezuela): il sistema di guerra, che ormai sovraordina le relazioni internazionali, non si ferma. Al contrario si autoalimenta. Attraverso inganni e autoinganni, falsità e costruzioni immaginarie di nemici alle porte. Nulla ci viene risparmiato, perché la guerra non è più la prosecuzione della politica con altri mezzi, è la sostituzione della politica. Conseguentemente della diplomazia, ridotta ad ancella muta di un simile cambiamento.
Per averne un’ennesima prova, basta gettare l’occhio sulla risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto in Palestina, che non ha fatto altro che ribadire i venti punti del cosiddetto piano di pace presentato da Trump alcune settimane fa. Un piano che fin dal suo primo annuncio si presentava come un ricatto rivolto ad Hamas e ai palestinesi: o accettate questo o sarete distrutti. Il principio di realtà è totalmente ignorato, anzi capovolto. Anche i più realisti, che non osavano chiamare i venti punti trumpiani un piano di pace, ma al massimo un progetto di tregua o anche soltanto un momentaneo “cessate il fuoco”, sono stati smentiti. Per quanto persino quest’ultimo fosse meglio del genocidio continuo, e come tale da più parti era stato accolto, tutto si può dire tranne che abbia retto alla prova dei fatti. A meno che non si voglia, come i vari inviati ed esponenti dell’Amministrazione Trump hanno fatto, fingere che una tregua possa tranquillamente “tenere” ed essere definita tale a fronte del perdurare delle uccisioni giornaliere di palestinesi, delle distruzioni operate dall’esercito israeliano in terra di Palestina, del consolidamento del possesso del 53% del territorio, demarcato dalla famigerata linea gialla, delle violenze, rivolte persino contro i molli tentativi dell’esercito israeliano di contenerne la furia aggressiva, perpetrate dai coloni in Cisgiordania, la cui condizione è ulteriormente peggiorata con l’invasione di Gaza da parte dell’Idf.
Nico Maccentelli: La Sinistra Negata 06
La Sinistra Negata 06
Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)
a cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.
La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. (Seconda parte)
2. I FATTORI SOGGETTIVI.
Malgrado quanto si è detto, non ci si deve illudere che il crollo subito dalla sinistra di classe nel corso degli anni Ottanta sia stato dovuto in via esclusiva all’iniziativa dell’avversario.
La storia delle classi subalterne italiane e delle loro espressioni organizzate ha conosciuto momenti di repressione più dura (anche se non sotto il profilo della mistificazione ideologica, oggi acuta quanto mai in passato) senza che ciò comportasse un vero e proprio salto generazionale, né il formarsi di un drammatico vuoto di memoria.
È nostro avviso che, se ciò è avvenuto, la causa vada ricercata anche in debolezze interne, che hanno dettato reazioni sbagliate e confuse a quanto stava accadendo. Cercheremo di esaminare brevemente alcuni dei comportamenti dannosi e autolesivi che hanno consentito alla repressione di colpire tanto in profondità.
Durante l’emergenza
Alla fine degli anni Settanta la sinistra rivoluzionaria coltiva un senso di potenza rasentante l’illusione dell’invincibilità. Non vi è scuola, non vi è quartiere, non vi è grande fabbrica, nelle maggiori città italiane, in cui non si respiri aria di insubordinazione. Inoltre il ’77 ha instaurato forme di socialità e
di aggregazione in gran parte sconosciute al ’68. È possibile vivere assieme, come una grande tribù, riducendo al minimo i contatti con la società “esterna”. Per molti resta indimenticabile l’enorme corteo che alla fine del 1977 si è mosso attraverso Bologna, a conclusione del convegno sulla repressione, e la sensazione respirata nei giorni precedenti di potersi quasi impadronire di una intera città.
Giuseppe Gagliano: La Banca Romana e il lungo filo che porta fino a Siena
La Banca Romana e il lungo filo che porta fino a Siena
di Giuseppe Gagliano
Lo scandalo della Banca Romana appartiene a un’Italia lontana, quella dei salotti umbertini, dei ministri che si muovevano tra Montecitorio e i palazzi romani con passo felpato, dei giornali che sapevano ma tacevano, dei governi che cadevano per un dossier rimasto troppo a lungo chiuso in un cassetto. Ma più si osserva quella vicenda e più si ha la sensazione che l’Italia, nei suoi tratti profondi, non sia mai cambiata davvero. Era il 1893, eppure la storia potrebbe essere scivolata senza sforzo fino ai giorni in cui il Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo, veniva trascinato sulla scena pubblica tra svalutazioni, aumenti di capitale, derivati travestiti da strumenti salvifici e un intreccio di poteri che rendeva impossibile distinguere ciò che era politico da ciò che era bancario.
La Banca Romana era, all’epoca, uno dei sei istituti autorizzati a emettere moneta. Un privilegio enorme che avrebbe richiesto rigore, trasparenza, controlli severi. Era invece gestita come un feudo personale, un crocevia tra finanza e potere, dove la carta moneta non era un bene pubblico ma un passepartout per agevolazioni, prestiti a fondo perduto, salvataggi selettivi. Le sue casse si svuotavano mentre Roma, proclamata capitale da poco, diventava un cantiere immenso. Cantieri gonfiati, terreni venduti e rivenduti, palazzi costruiti con soldi presi a prestito e mai restituiti. La crisi immobiliare, maturata con la stessa velocità con cui le strade della città prendevano forma, travolse la banca come un’onda lunga. E la risposta della dirigenza fu un gesto che appartiene alla lunga tradizione delle scorciatoie italiane: stampare più denaro di quanto fosse consentito, creare una doppia contabilità, mascherare buchi con altri buchi, rimandare la resa dei conti in un eterno “domani”.
È difficile non rivedere in questo quadro la lunga stagione del Monte dei Paschi. Anche lì un territorio, Siena, trasformato in una cittadella del potere; anche lì una banca che non era una banca qualsiasi, ma la cassaforte di una classe dirigente, l’epicentro di un progetto politico locale che irradiava influenza fino a Roma. MPS aveva un peso di bilancio enorme nella provincia e nella regione, era la principale finanziatrice di iniziative culturali, sportive, sociali.
Emanuele Maggio: Le quattro narrazioni sul conflitto in Ucraina
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Le quattro narrazioni sul conflitto in Ucraina
di Emanuele Maggio
Le posizioni sul conflitto ucraino si possono riassumere in QUATTRO grandi categorie, a partire dalla differenza tra antiamericanismo e filoamericanismo, declinati secondo interpretazioni MORALI dei fenomeni (cioè fantasiose, sceniche), oppure REALISTE (cioè basate sugli interessi delle Potenze e delle loro élites).
ANTIAMERICANISMO MORALE
L’antiamericanismo morale è tipico di coloro che istintivamente non credono a una sola parola dei media occidentali e istintivamente simpatizzano per i nemici degli Usa, fossero anche gli Unni di Attila. Secondo questa interpretazione, gli Usa e l’UE sono il Male Assoluto e qualunque cosa è meglio.
Costoro interpretano il conflitto ucraino secondo la propaganda di Mosca: la Russia, ultimo baluardo della cristianità, è intervenuta in Ucraina per debellare il nazismo e proteggere la popolazione russofona. Qualunque altra cosa è da imputare all’Occidente malvagio.
ANTIAMERICANISMO REALISTA
Chi appartiene a questa categoria sottolinea le responsabilità occidentali all’origine del conflitto ucraino e gli interessi delle élites occidentali nella sua continuazione.
Dante Barontini: Giornalisti, vil razza dannata
Giornalisti, vil razza dannata
di Dante Barontini
Premessa breve, ma necessaria. Siamo un giornale, alcuni di noi hanno lavorato per decenni in altri media, frequentando redazioni, l’alto e il basso della società, palazzi del potere, bar dove cronisti e “fonti riservate” si incontrano quotidianamente.
Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.
Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).
E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.
In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.
coniarerivolta: Contro la finanziaria di guerra la mobilitazione è necessaria
Contro la finanziaria di guerra la mobilitazione è necessaria
di coniarerivolta
Di fronte a una manovra che smantella il Welfare e i servizi pubblici e apre le porte a un gigantesco riarmo imposto da Bruxelles, dalla NATO e dal governo italiano, lo sciopero del 28 novembre lanciato da USB diventa uno spartiacque decisivo. I numeri dell’economia italiana parlano chiaro, raccontando di un Paese che arretra mentre si accumulano più armi e meno diritti di cittadinanza.
Crescita in caduta libera: l’Italia fanalino di coda dell’Europa
La Commissione Europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano per il 2025, dallo 0,8% atteso a inizio anno allo 0,4% della stima del 17 novembre. Mentre l’Eurozona crescerà in media dell’1,3%, l’Italia diventa così il suo fanalino di coda. È importante sottolineare che l’enfasi sulla crescita non è un vezzo. Meno crescita vuol dire, meno occupazione e meno opportunità di lavoro complessive, quindi condizioni di vita peggiori per milioni di persone. Un rallentamento della crescita si scarica, dunque, direttamente sulle spalle di lavoratori e lavoratrici. Questo rallentamento, inoltre, non è casuale, e arriva dopo tre anni in cui il Governo Meloni si è distinto come primo della classe nell’applicazione zelante dei vincoli del Patto di stabilità ed è tornato a praticare politiche di austerità. L’Italia è tornata all’avanzo primario già nel 2024 ed ha previsto di mantenerlo per tutto il triennio successivo.
Clara Statello: La strana democrazia di Macron: che diamine sta accadendo in Francia?
La strana democrazia di Macron: che diamine sta accadendo in Francia?
di Clara Statello
Liberté, Egalité, Fraternité…ma solo finché sta bene a me. Che il motto dei liberal, falsamente attribuito a Voltaire, “non sono d’accordo con ciò che dici ma sono pronto a dare la vita affinché tu possa dirlo” nel corso della guerra in Ucraina si fosse trasformato in “sei libero di dire e pensare ciò che vuoi, finché la penserai come Ursula von der Leyen”, è cosa arcinota.
Ma che la Francia, la patria dell’Illuminismo e della Rivoluzione, la Nazione che ha donato la statua della Libertà agli Stati Uniti, il Paese di Sartre, Camus, Voltaire, Robespierre, Montesquie, che ha dato rifugio ai nostri perseguitati politici, si sia trasformato in uno Stato se non totalitario, certamente autoritario, è davvero difficile da credere.
Purtroppo, però, i fatti parlano chiaro e dipingono un governo che, nonostante il consenso più basso di sempre, usa il pugno duro contro i “dissidenti” (chiamiamoli così, visto che ormai, in democrazia liberale, non esiste l’opposizione) e calca la mano sulla repressione. Anche contro i ragazzi dei licei.
E’ notizia pubblicata oggi (27 novembre 2025) sul cartaceo del Corriere della Sera, l’intervento violento della polizia nei confronti degli studenti dei licei più esclusivi di Parigi, per “sedare” la tradizionale sfida natalizia della guerra degli abeti.
Si tratta di un gioco goliardico tra i ragazzi dei licei Henri-IV e Louis-le- Grand, in cui si è formata l’elite del Paese: da Emmanuel Macron a Jaque Chirac, da Michel Foucault a Simone Veil, da Jean Paul Sartre a Roland Barthes.
Paolo Di Marco: Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050
Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050
di Paolo Di Marco
1- i fatti
È molto che se ne parla, a volte anche a livello di massa (tanto che ci avevano anche fatto un film), e fino all’anno scorso sembravano falsi allarmi, tanto che l’IPCC ne dava una probabilità del 4% nel 2100; gli studi più recenti hanno invece rovesciato il quadro: non è più questione di se ma di quando; e il quando più probabile è tra il 2025 e il 2095, con centro nel 2050: per allora l’AMOC, la grande corrente (Atlantic Meridional Overturning Circulation) che porta le acque calde dal sud al nord e riporta le acque fredde da nord a sud, redistribuendo il calore su tutta la superficie marina e poi terrestre (trasporta 50 volte l’energia prodotta in un anno da tutta l’umanità) si fermerà.
Il collasso ha una causa semplice: il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacciai della Groenlandia, e l’acqua dolce diminuisce la salinità delle acque del nord, che è il motore base della circolazione.

