Rassegna – 08/12/2025

Collettivo le Gauche: Le prospettive dell’economia europea
Le prospettive dell’economia europea
di Collettivo le Gauche
Il libro collettivo Tornare alla pianificazione. Politiche industriali dopo la globalizzazione è un formidabile strumento per capire in quale direzione si sta muovendo la politica economica dell’UE
1. Introduzione
Il saggio Produttività e competitività: una critica dei concetti dominanti di Matteo Gaddi, Nadia Garbellini e Gianmarco Oro intraprende una decostruzione radicale dei pilastri concettuali del linguaggio economico contemporaneo, smascherando la loro presunta neutralità per rivelarne il nucleo ideologico e politico. Dimostrano come termini come produttività e competitività, sistematicamente presentati come tecnici e universali, siano in realtà dispositivi che legittimano precise relazioni di potere, giustificando la compressione salariale, la precarizzazione e un modello di crescita squilibrato a vantaggio del capitale.
La critica muove da un’analisi minuziosa del concetto di produttività. Nel dibattito pubblico e istituzionale, in particolare in Italia, la stagnazione della produttività viene indicata come la causa prima della crescita lenta, dei bassi salari e della perdita di competitività. La soluzione proposta è un suo aumento, da ottenersi spesso attraverso riforme strutturali del mercato del lavoro. Criticano ciò che si misura esattamente con questo termine. La metrica universalmente adottata, il valore aggiunto reale (a prezzi costanti) per ora lavorata, non è affatto un indicatore neutrale di efficienza tecnica o fisica. Essa affonda le sue radici nella contabilità della crescita di matrice neoclassica, la quale, a sua volta, poggia sulla teoria della funzione di produzione aggregata. Quest’impianto teorico, oggetto di una critica devastante già durante la Controversia delle due Cambridge ad opera di economisti come Piero Sraffa, Luigi Pasinetti e Pierangelo Garegnani, è valido solo nell’irrealistico caso di un sistema economico che produce un unico bene composito.
Il cuore del problema risiede nell’uso del valore aggiunto reale come proxy del volume della produzione fisica. Per considerare vero questo assunto è necessario accettare una serie di ipotesi estremamente restrittive e irrealistiche: in primo luogo, l’assenza totale di importazioni di beni intermedi, in secondo luogo, una struttura della domanda finale immutabile nel tempo e, in ultima analisi, l’ipotesi che l’economia produca una sola merce.
Massimo De Angelis: Pulsazioni del comando e conflitto di riproduzione. Note a margine di un incontro di Effimera
Pulsazioni del comando e conflitto di riproduzione. Note a margine di un incontro di Effimera
di Massimo De Angelis
Massimo De Angelis interviene in merito ad alcuni interventi del convegno di Effimera “Anni di guerra: menzogne, verità, scintille“, che si è svolto lo scorso 15 novembre 2025 al C.S. Cantiere a Milano (e di cui pubblicheremo a breve gli atti). Nel corso del convegno sono state poste questioni dirimenti: “che fare?” e “dove sta Gaia?”. Si tratta di tematiche cui non possiamo sottrarci. Gaia non è un’aggiunta ecologica, un capitolo separato da affiancare a quelli sulla transizione egemonica o sull’economia politica. È il piano di fondo su cui si muove l’intero campo di forze: ciò che precede e condiziona ogni forma di cooperazione, ciò che la pulsazione del comando deve continuamente aggirare, contenere, dislocare o compensare. Ma contro questa pulsazione (aggiungeremmo schizofrenica) si oppone una “contro pulsazione”: “la sfida – dice l’autore – non è scegliere tra geopolitiche alternative. È intervenire nei punti in cui il sistema pulsa: nelle crepe del comando, nelle pressioni della riproduzione sociale, nelle soglie che Gaia impone, nelle forme di comune che emergono come contro-pulsazioni operative”.
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Il punto di vista radicale – quello che va alla radice delle cose – non inizia dai rapporti tra gli Stati, né dalle oscillazioni dei mercati globali, e nemmeno dalle strategie delle grandi potenze o degli sviluppi tecnologici. La radice, direbbe il giovane Marx, è l’umano stesso: il modo concreto in cui, cooperando in forme plurime, riproduce la propria vita e le condizioni del proprio agire.
Lavinia Marchetti: Perché tanto odio nei confronti di Francesca Albanese?
Perché tanto odio nei confronti di Francesca Albanese?
di Lavinia Marchetti
Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato. Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa. Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio.
– UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILE
Prima stratificazione: il genere. Francesca Albanese occupa una posizione di autorità in un territorio tradizionalmente maschile, quello della sicurezza, della guerra. Entra in aula a Ginevra con un ruolo formale, produce rapporti che svelano e attaccano il marcio che si annida dietro le relazioni internazionali e si permette di usare il linguaggio e le categorie che nessun governo (o stampa di regime) vuole sentire: occupazione coloniale, apartheid, genocidio, e, come se non bastasse si permette, dalla sua posizione, di chiedere sanzioni ed embargo sulle armi. La sua presenza rompe l’immagine rassicurante della giurista “tecnica”, incaricata di smussare gli spigoli, niente linguaggio diplomatico. La sua lingua resta sobria, però sceglie parole che nessuno con un ruolo istituzionale dovrebbe dire.
Clara Statello: Trump negozia le condizioni di resa dell’Ucraina, UE fuori dalla realtà e dalle trattative
Trump negozia le condizioni di resa dell’Ucraina, UE fuori dalla realtà e dalle trattative
di Clara Statello
Le trattative per la pace in Ucraina sono le trattative per la resa dell’Ucraina. Non è la Federazione Russa a dover accettare le condizioni degli Stati Uniti – o men che mai dell’UE – ma sono gli Stati Uniti a dover negoziare con la Russia le condizioni per una sconfitta dignitosa e meno dolorosa possibile per l’Ucraina.
Washington non ha le carte per imporre dure condizioni od ottenere importanti concessioni da Mosca.
Questa situazione non è più eludibile e l’Occidente, a poco a poco, ne sta prendendo atto.
Irrealismo occidentale
“Irrealistico” è l’aggettivo che ha caratterizzato la giornata di ieri. Dopo la lunga riunione al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e gli inviati di Trump, i lamentosi cori delle prefiche occidentali non si sono fatti attendere.
Owen Matthews ha pubblicato sul Telegraph un articolo che più che un’analisi politica è una presa di coscienza già dall’intitolazione: Putin è ora al posto di guida. Sottotitolo: L’Europa non ha un piano alternativo realistico, né può permettersi di sostenere la continua guerra dell’Ucraina.
Andrea Zhok: La guerra ibrida permanente
La guerra ibrida permanente
di Andrea Zhok
Oggi è stata ufficializzata la notizia della presa di Pokrovsk da parte dell’esercito russo e simultaneamente la conquista di Volchansk.
Nell’ultimo mese l’esercito russo ha conquistato 505 kmq di territorio, che per un paese grande come l’Ucraina è ancora poco, ma che segnala una chiara progressione rispetto al periodo precedente.
L’onnipresenza dei droni rende le rapide avanzate con carri armati e autoblindati impossibili, ma questo rende anche le conquiste fatte più resistenti a eventuali contrattacchi.
I segnali di un declino delle capacità operative ucraine al fronte sono evidenti, e tuttavia i segni di una fine rapida del conflitto sono controversi.
Dal fronte alcuni comandanti ucraini hanno inviato a Zelenski la comunicazione che, in caso di sua firma di un accordo che comporti il ritiro dal Donbass, essi non obbediranno.
Naturalmente in una guerra moderna questo è più un gesto che un’effettiva prospettiva di resistenza a oltranza: se dovessero venir meno, per decisione centrale, i rifornimenti, il fronte collasserebbe in poche settimane.
Così come collasserebbe se gli USA ritirassero, come hanno minacciato di fare a più riprese, la fornitura di informazioni satellitari e di intelligence.
Fabio Mini: Attacchi preventivi? “Altro che ‘proattivi’: siamo già in guerra anche senza pretesti”
Attacchi preventivi? “Altro che ‘proattivi’: siamo già in guerra anche senza pretesti”
di Fabio Mini
Attenendomi alle dichiarazioni pubbliche del Comandante supremo della Nato, generale Cristopher Cavoli e sulla base della conoscenza della sintassi operativa, ho desunto che la Nato non solo in campo cyber, ma in tutti i sensi e domini, è già in guerra contro la Russia e attaccherà per prima. Sta già mobilitando le forze di tutti i Paesi per quella “difesa” che si dovrebbe realizzare con un attacco preventivo sulla Russia talmente devastante da impedirle perfino di rispondere. “Perché – dice Cavoli – se non ci riusciamo al primo colpo, ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”.
In quest’ottica è inutile farsi delle illusioni. Qualcuno per conto nostro ha deciso che siamo in guerra e anche contro chi. Perdono così di valore tutti i distinguo di casa nostra e tutte le dichiarazioni ufficiali dei russi che non si sognano nemmeno di attaccare la Nato. A meno che… una decisione già presa nel 2022 e da allora in piena fase di strutturazione delle forze, anche nucleari, perseguita in barba alla fondamentale correzione di rotta imposta dal presidente Trump all’Aja. Al termine del vertice Nato è stato ufficialmente dichiarato che non si considera la Russia una minaccia a breve termine (da ora a 3 anni), nemmeno a medio termine (da 3 a 10 anni) ma, proprio a volercela tirare, a lungo termine (oltre 10 anni). Tale dichiarazione è stata ignorata dai principali alleati e dalla Nato stessa che invece considerano la Russia come nemico permanente. A prescindere da cosa potrà succedere da qui a 3 o 10 anni e anche da ciò che accadrà all’Ucraina.
Mjriam Abu Samra e Pasquale Liguori: La piazza e il potere che neutralizzano gesti e Palestina
La piazza e il potere che neutralizzano gesti e Palestina
di Mjriam Abu Samra e Pasquale Liguori
Chiunque abbia studiato la storia dei movimenti sa che c’è un momento in cui il conflitto autentico smette di abitare l’emotività e si fa politica.
Accade, ad esempio, quando la protesta non si accontenta più di sfilare o di rappresentarsi, ma raggiunge i luoghi in cui il potere opera, si consolida, si narra. Per questo le redazioni, gli studi televisivi sono sempre stati spazi decisivi nelle grandi fratture del Novecento.
Dalla presa e chiusura delle grandi testate borghesi durante la rivoluzione russa del 1917 alla collettivizzazione di giornali e tipografie nella Spagna del ’36; dagli scioperi e blocchi dell’ORTF nel maggio francese alle grandi proteste contro il gruppo Springer nella Germania del ’68; dalle mobilitazioni del ’67 a Hong Kong, che presero di mira anche organi di stampa coloniale, fino agli assedi dei media di Stato durante le rivoluzioni arabe del 2011: la lista è lunga, diversissima, e nei suoi intrecci racconta una sola cosa.
La stampa non è mai stata un osservatore imparziale. È parte dell’infrastruttura di potere.
Non è un’opinione. È un fatto storico.
Quando un movimento diventa serio, la prima reazione del potere non è la repressione poliziesca: è il panico dei suoi giornali.
Roberto Paura: Decentrare il presente: la sfida del Longpath
Decentrare il presente: la sfida del Longpath
di Roberto Paura
Ari Wallach: Longpath, Traduzione di Maria De Pascale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2025 - pp. 187, € 25,00
Per un caso che non definiremmo fortuito, nel pieno dell’ultima pandemia – annus horribilis 2020 – apparve un libro destinato a influenzare il dibattito internazionale: The Good Ancestor di Roman Krznaric, poi tradotto tre anni dopo in italiano con il titolo Come essere un buon antenato. Krzanric vi sosteneva l’esigenza di assumere – o meglio tornare ad assumere – un pensiero di lungo termine come antidoto alla contrazione del tempo tipica dei nostri giorni. Pensare in termini di tempo profondo, come già invitava a fare alcuni decenni fa Alvin Toffler nel suo testo-cult Lo choc del futuro, nel quale divideva gli ultimi 50.000 anni in 80 cicli di una sessantina d’anni circa, così da darci l’idea di come da un lato i cambiamenti siano stati estremamente lenti (quanti cicli passati a vivere nelle caverne), e di come dall’altro questi cambiamenti stiano accelerando di ciclo in ciclo (cfr. Toffler, 1971). Ma soprattutto pensare in ottica transgenerazionale, come già proponeva la Grande legge degli haudenosaunee, la legge orale fondante della Confederazione degli irochesi: ogni decisione dev’essere presa tenendo conto delle conseguenze sulle sette generazioni future. L’anno in cui quel libro uscì dimostrava plasticamente le conseguenze del brevetermismo: il mondo relegato in casa a causa di un virus il cui salto di specie era stato favorito dall’erosione degli habitat naturali da parte dell’espansione antropica, e la cui diffusione esponenziale era stata resa possibile dagli incessanti spostamenti di cose e persone su scala globale per tenere in piedi l’economia di mercato fondata sul principio della crescita infinita.
Quella di Krznaric sembrò una ricetta per il mondo migliore che dovevamo edificare. In parte è stata anche seguita, più nella forma che nella sostanza: prova ne è la riforma costituzionale italiana del 2022, che ha inserito all’art. 9 la tutela dell’ambiente e della biosfera nell’interesse delle future generazioni e, solo pochi giorni fa, la legge che ha introdotto la “valutazione di impatto generazionale”, che impone un’analisi preliminare degli impatti delle nuove politiche pubbliche in particolare sulle giovani generazioni, quelle al di sotto dei 35 anni.
Mario Sommella: La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea
La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea
di Mario Sommella
Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.
Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.
Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.
Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.
Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione
Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.
Paolo Crocchiolo: Marxismo ed evoluzionismo
Marxismo ed evoluzionismo
di Paolo Crocchiolo
A fronte di letture distorte e fuorvianti del darwinismo, quale quella dei darwinisti sociali che giustificano in senso classista e razzista la “prevalenza del più forte”, una lettura marxista valorizza la parità biologica di tutti i membri della specie umana e vede i tratti comuni dell’evoluzione naturale e di quella sociale. L’esacerbarsi delle diseguaglianze, dovuto al sistema di sfruttamento capitalistico, rende sempre più urgente, anche per salvarci dal rischio dell’estinzione, un ristabilimento della parità di diritti e di opportunità economiche.
Introduzione
Molto a lungo e ancor oggi, almeno in parte, il pensiero di Darwin non ha goduto e non gode di buona fama tra i marxisti e gli intellettuali di sinistra in generale. Questo perché, contrariamente alle intenzioni dello stesso Darwin, la sua teoria, principalmente a opera di Herbert Spencer, è stata rappresentata in forma semplicistica, anzi del tutto travisata mediante espressioni decontestualizzate quali “la sopravvivenza del più adatto” che si prestava alla facile, benché del tutto impropria traduzione di “sopravvivenza del più forte”; il che nel secolo scorso ha contribuito ad aprire la strada a posizioni eticamente inaccettabili quali l’eugenetica e, ancor prima, la “missione civilizzatrice” dell’Occidente.
Le più recenti acquisizioni nel campo dell’evoluzionismo hanno, invece, smantellato la falsa rappresentazione del darwinismo e i pregiudizi che ancora persistono sulla sua presunta incompatibilità con la Weltanschauung marxista. Anzi, il marxismo per molti aspetti si colloca in perfetta continuità con il pensiero di Darwin. Infatti, l’evoluzionismo modernamente inteso, dimostrando la parità biologica di tutti gli esseri umani, può rappresentare una valida piattaforma scientifica per sostenere la lotta contro ogni forma di discriminazione economica e sociale dei più vulnerabili, fondata sul presupposto di una loro presunta inferiorità e quindi addotta a giustificazione del loro sfruttamento.
Caitlin Johnstone: Ah, la cara vecchia propaganda di guerra
Ah, la cara vecchia propaganda di guerra
di Caitlin Johnstone*
Proprio mentre si diffonde la notizia che Trump ha dato a Maduro un ultimatum per lasciare immediatamente il Venezuela se vuole salvarsi la vita, il Wall Street Journal, di proprietà di Murdoch, ha pubblicato un articolo di propaganda bellica incredibilmente sfacciato intitolato “Come le gang venezuelane e i jihadisti africani stanno inondando l’Europa di cocaina“.
“Il Venezuela è diventato un importante trampolino di lancio per enormi volumi di cocaina spediti verso l’Africa occidentale, dove i jihadisti stanno contribuendo a trafficarla in Europa in quantità record”, inizia l’articolo, che si spinge a sottolineare che “la campagna di pressione dell’amministrazione Trump contro il leader venezuelano Nicolás Maduro, che si sostiene sia fortemente coinvolto nel traffico di droga, ha attirato l’attenzione mondiale sul ruolo del Paese nel traffico di droga”.
L’articolo di propaganda è chiaramente rivolto sia agli europei che agli americani, sottolineando la battuta del Segretario di Stato Marco Rubio del mese scorso, secondo cui gli europei “dovrebbero ringraziarci” per aver fatto esplodere presunte navi della droga provenienti dal Venezuela, perché, a suo dire, parte di quella droga finisce in Europa.
C’è tutto. Accrescere il sostegno internazionale per una guerra per un cambio di governo. Spaventare i “jihadisti”. Il dittatore malvagio e spaventoso. L’intero pacchetto di propaganda bellica.
I mass media lo fanno ogni volta che l’impero americano si agita per la guerra. E la stampa di Murdoch è sempre la più eclatante trasgressore.
Nicolò Bellanca: Il nuovo volto del capitalismo: quando le élite uniscono lavoro e capitale
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Il nuovo volto del capitalismo: quando le élite uniscono lavoro e capitale
di Nicolò Bellanca
Nel nuovo capitalismo i redditi da lavoro si sommano a quelli da capitale. Spetta alla sinistra immaginarne una vera democratizzazione.
Il capitalismo sta cambiando, ma non nel modo in cui molti pensano. La tesi è provocatoria: stiamo assistendo non tanto alla sparizione delle classi sociali, quanto alla loro trasformazione radicale. E questo ha conseguenze enormi per le politiche redistributive della sinistra.
Oltre Marx: quando tutti sono capitalisti e lavoratori
Nel capitalismo classico, quello descritto da Marx e Ricardo, le classi erano nettamente separate: da un lato i capitalisti che vivevano di rendite, dall’altro i lavoratori che vivevano di salario. Oggi questa distinzione è sempre meno netta. L’economista Branko Milanović ha coniato un termine per descrivere questo fenomeno: homoploutia – dal greco “stessa ricchezza”. Si riferisce a quella fetta crescente di popolazione che appartiene contemporaneamente al decile più ricco sia per redditi da capitale che per redditi da lavoro. Negli Stati Uniti, circa il 30% del top 10% rientra in questa categoria – vale a dire il 3% della popolazione totale.
Sono manager, professionisti, imprenditori che guadagnano stipendi elevati e al contempo accumulano patrimoni significativi. La loro identità di classe è ibrida: capitalisti-lavoratori o lavoratori-capitalisti. Non sono più la borghesia rentier di un tempo, ma neppure i salariati tradizionali.
Emanuele Maggio: Zerocalcare, Scurati e gli altri come “fascisti irrisolti” (con test per scoprire se lo sei anche tu)
Zerocalcare, Scurati e gli altri come “fascisti irrisolti” (con test per scoprire se lo sei anche tu)
di Emanuele Maggio
Gli intellettuali italiani, nei confronti del fascismo, si dividono ancora in due categorie: coloro che impediscono a se stessi di essere fascisti e coloro che non impediscono a se stessi di essere fascisti.
I primi, poiché impediscono a se stessi di essere fascisti, lo vorrebbero impedire anche agli altri. Costoro non concedono a se stessi la libertà (diremmo quasi la tentazione) di essere fascisti.
Essi non sono liberi di essere antifascisti, ma sono obbligati a essere antifascisti, e dunque vorrebbero estendere universalmente tale obbligo.
A obbligarli hanno un poliziotto nella testa, e concludono che tutti dovrebbero averlo. Il loro antifascismo è una posizione di principio ideologica, oppure un comando morale, non una scelta politica razionale e motivata.
I secondi, coloro che non impediscono a se stessi di essere fascisti, si dividono a loro volta in due categorie: quelli che, liberi di essere fascisti, scelgono di essere fascisti (o postfascisti o parafascisti) e quelli che, liberi di essere fascisti, scelgono di essere antifascisti.
L’antifascismo di questi ultimi è l’unico autentico, in quanto scelta consapevole e libera, responsabile e concreta di fronte alla storia, ricostruibile razionalmente a ritroso nelle sue tesi fondanti.
Non c’è alcun valore nell’essere antifascisti, se non si è liberi di esserlo, ovvero: se non si è liberi di essere fascisti, e se non si lascia anche gli altri liberi di essere fascisti, affinché anche gli altri possano diventare antifascisti liberi.
Gianandrea Gaiani: Il caso (clinico) di Kaja Kallas. Come ha potuto l’Europa ridursi così?
Il caso (clinico) di Kaja Kallas. Come ha potuto l’Europa ridursi così?
di Gianandrea Gaiani
Le ultime dichiarazioni dell’Alto Commissario europeo per la Politica Estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, impongono (o almeno dovrebbero imporre) una seria riflessione sulla qualità politica e culturale della Commissione von der Leyen e dei suoi massimi esponenti, che stanno portando l’Europa non solo al disastro economico e all’irrilevanza strategica ma anche al ridicolo, allo scherno, al disprezzo, al pubblico ludibrio presso la comunità internazionale.
Kallas non è nuova a gaffes leggendarie come quando auspicava la dissoluzione della Federazione Russa in repubbliche in guerra tra loro (con 6,500 testate nucleari in libertà?) o quando si distinse in un dibattito acceso con la Cina mostrando di non sapere chi avesse vinto la Seconda guerra mondiale. Giornalisti e opinionisti cinesi hanno più volte mostrato stupore e incredulità per questo Alto commissario Ue che ”parla come una liceale”.
Nel marzo scorso presentò (nella foto sotto), insieme al Commissario alla Difesa e Aerospazio Andrius Kubilius, il “Joint White Paper for European Defence Readiness 2030” (Libro bianco congiunto per la prontezza della difesa europea 2030), definito pomposamente Libro Bianco ma composto da appena 22 paginette piene di banalità.
Più recentemente il segretario di stato Marco Rubio non ha neppure voluto incontrarla nell’ambito dei colloqui per portare la pace in Ucraina e del resto Kallas è riuscita ad andare sopra le righe anche in questa circostanza facendosi promotrice di un piano che ribalta la percezione della realtà.





