Per capire le questioni che sono alla base della condizione attuale dei lavoratori in Italia bisogna uscire dalla propaganda e considerare le cose con realismo.
Sappiamo bene che è dagli anni ’80 del secolo scorso che il lavoro dipendente e in particolare quello operaio hanno subito l’azione convergente delle pesanti ristrutturazioni padronali e della politica consociativa delle Confederazioni che avevano, e ancora oggi hanno in mano il controllo della contrattazione sindacale.
Gli effetti della ristrutturazione produttiva e le normative relative ai rapporti di lavoro hanno prodotto com’è ovvio una situazione di debolezza nei rapporti di forza tra padronato e lavoratori delegando a CGIL-CISL-UIL l’impostazione di una contrattazione tutta rivolta alla accettazione di contenuti in linea con la nuova fase.
Fortunatamente tutto questo non è avvenuto in silenzio. L’omertà è stata rotta più volte dai tentativi di uscire dal controllo consociativo tra padronato, governi e sindacati confederali tramite quello che oggi viene chiamato sindacalismo di base. In una prima fase si è trattato di un movimento spontaneo di protesta che in un secondo tempo si è materializzato in strutture sindacali.
Si tratta oggi di valutare a che punto siamo di questo processo di riconquista di quella che per convenzione possiamo chiamare autonomia operaia, in modo di evitare che si faccia di questa un simbolo ideologico o peggio se ne facciano rappresentazioni che nascondono lo stato reale dei fatti.
In concreto, due sono le domande. La prima: come ha inciso fino ad oggi il sindacalismo di base nella contrattazione e quindi nei rapporti di forza. La seconda: quale è stato lo sviluppo organizzativo e con quale impostazione sindacale si è proceduto?
E’ quindi tempo di bilanci per evitare che le solite mosche cocchiere riproducano una realtà mistificata. Come nel caso dell’ultimo ‘sciopero generale’ che ha confermato fragilità che vengono confuse nel calderone di una protesta indiscriminata.
Partiamo intanto da un dato concreto: chi controlla la contrattazione negli accordi di categoria e con quale rapporto coi lavoratori?
Se consideriamo il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego viene fuori che gli ultimi sono stati firmati tutti dalla CISL e quello degli enti locali anche dalla UIL mentre la CGIL ha puntato i piedi non firmando perchè ritiene, giustamente in questo caso, che gli aumenti salariali sono stati solo del 6% mentre l’inflazione è stata del 17%. A fronte di questo però non ci sono state sostanziali reazioni dei dipendenti pubblici. Quindi la domanda è: quali sono i reali rapporti di forza? Come si esprime una volontà alternativa dei pubblici dipendenti rispetto alle conclusioni contrattuali a cui si è addivenuti? Su questo non c’è stato dibattito e la questione è stata rimossa.
Se andiamo ad affrontare la questione dei contratti in tutto il complesso delle categorie di lavoratori dipendenti – parliamo di commercio, tessili, chimici, braccianti agricoli, edili, metalmeccanici, alimentaristi, ecc, che rappresentano la quasi totalità dei lavoratori dipendenti privati – dobbiamo constatare che, laddove i rinnovi contrattuali sono stati firmati, il protagonismo del sindacalismo di base è stato assolutamente ininfluente. Se poi estendiamo l’analisi al confronto tra politica economica del governo e risposta autonoma dei lavoratori contro questa politica non si è andati oltre qualche slogan gridato nelle manifestazioni.
Ma allora, possiamo forse concludere che il sindacalismo di base non esiste? Certamente no, la conclusione non può essere questa, ma bisogna riportare le cose alla loro dimensione reale e capire se esso ha deviato dalle premesse iniziali di essere effettivamente la rappresentanza sindacale di base che si contrapponeva ai vertici consociativi delle Confederazioni CGIL-CISL-UIL o arriva poi a rappresentare solo minoranze raggruppate, peraltro, in modelli organizzativi di tipo confederale.
Questo punto di arrivo della situazione ripropone una discussione aperta che va fatta soprattutto rispetto a due obiettivi, il corretto recupero dell’esperienza del sindacalismo di base e la funzione effettiva che esso deve esercitare rispetto all’insieme dei lavoratori.
Recupero della funzione del sindacalismo di base vuol dire riaffermare il principio che la contrattazione deve tornare in mano ai lavoratori e che gli strumenti per arrivare a questo obiettivo devono essere adeguati al suo raggiungimento.
L’idea del sindacalismo di base, in partenza, era quella di rivolgersi ai lavoratori e spingerli ad esprimere la volontà di gestire i propri interessi di classe contro il confederalismo consociativo, consapevoli che il diritto di decidere sulle trattative spetta a loro. Una funzione dunque di rottura di vecchi schemi del sindacalismo della tessera per imporre invece un modello rappresentato dai consigli di lavoratori e lavoratrici.
La proposta di questo modello organizzativo avrebbe comunque fatto i conti con tutte le trappole normative e di riconoscimento di maggiore rappresentativita che sono il tappo che impedisce di cambiare le cose e per questo lo sviluppo del sindacalismo di base doveva essere parallelo alla difesa del diritto di sciopero e della libertà di organizzazione sindacale e di rappresentanza: una battaglia di tipo politico e costituzionale.
E’ avvenuto invece che in luogo della rivoluzione copernicana nel mondo sindacale è venuto alla luce il topolino di una riproduzione di logiche confederali in sedicesimo, anche se con propositi radicali. Ma la radicalità non sta nelle parole, bensi nella forza reale dei lavoratori e della loro determinazione a cambiare le cose.
I cattivi maestri del minoritarismo politico stanno invece riproducendo la rappresentazione distorta di una necessità. Per questo, se vogliamo portare avanti un progetto autentico di autonomia di classe, bisogna arrivare a una verifica di come sono andate le cose.
Forum Italiano dei Comunisti – 09/12/2025
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