Rassegna – 10/12/2025

Andrea Zhok: Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
di Andrea Zhok
Il professore di Filosofia morale ricostruisce la tragedia che negli ultimi due anni ha sconvolto il Medio Oriente
Nel suo ultimo libro, Andrea Zhok rilegge gli eventi compresi fra l’attacco del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco del 9 ottobre 2025. Un diario che, senza negare i crimini di guerra compiuti da Hamas, svela la falsa coscienza di Israele e di tutto l’Occidente. Dagli allarmi ignorati al ritardo nella risposta israeliana, dal quadro geopolitico precedente alle narrazioni mediatiche non comprovate, Zhok mette in evidenza le ambivalenze che hanno segnato questi due tragici anni. Krisis presenta l’introduzione del volume, pubblicato da Il Cerchio.
* * * *
Il 7 ottobre 2023 mi trovavo a Modena per un incontro pubblico, quando arrivò la notizia dell’attacco dei miliziani di Hamas sul territorio israeliano. Parlandone, nell’immediatezza dell’evento, con un amico, saggista ed esperto geopolitico, notammo subito il carattere sorprendente dell’attacco, su quello che è probabilmente il confine più sorvegliato del mondo, e soprattutto l’incomprensibile lentezza della risposta israeliana. Tant’è vero che in prima istanza ipotizzammo che qualche Stato estero, come l’Iran, avesse interferito con le telecomunicazioni israeliane.
Oggi, a più di due anni di distanza da quell’evento che ha aperto la strada a una crisi di gravità inedita, e ben lungi dall’essere risolta, molti dettagli si sono chiariti 1. Alle 6.30, ora locale, del 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas, dopo aver neutralizzato i sistemi di sicurezza israeliani nei pressi della barriera ad alta tecnologia che separa Gaza da Israele, riuscirono a sfondarla.
Ci fu un concomitante lancio di razzi oltre la barriera, alcuni dei quali arrivarono fino a Be’er Sheva, e dalle brecce le truppe di Hamas, ma anche gruppi improvvisati di palestinesi non organizzati, si riversarono in territorio israeliano, invadendo i kibbutzim limitrofi, incluso quello di Re’im, nei cui pressi si stava svolgendo un festival musicale, il Nova festival.
Fabio Ashtar Telarico: Con l’incontro Trump-Mamdani i socialisti e i trumpiani paiono (quasi) sulla stessa lunghezza d’onda
Con l’incontro Trump-Mamdani i socialisti e i trumpiani paiono (quasi) sulla stessa lunghezza d’onda
di Fabio Ashtar Telarico
L’immagine è sembra pensata per risultare assurda. Nello Studio Ovale, il presidente repubblicano in carica, che per mesi ha definito il sindaco eletto di New York un “comunista” e una minaccia per la repubblica, è ora al suo fianco e loda le sue idee “d’impatto” sull’edilizia abitativa e sui prezzi sotto un ritratto da poco riscoperto del presidente Franklin D. Roosevelt. Dall’altro lato del podio, un sedicente socialista, eletto con la promessa di rendere la più grande città americana “a prova di Trump”, ringrazia lo stesso Trump per il tempo concessogli e parla con sincerità di come possano lavorare insieme per rendere New York accessibile.
Il sistema politico ha fatto del suo meglio per insistere sul fatto che questi due uomini appartengono a due estremi inconciliabili di una scena politica polarizzata. Nei mesi precedenti le elezioni municipali di New York, Trump ha messo in discussione la cittadinanza di Zohran Mamdani, definendolo “comunista” e “antisemita”, e ha apertamente suggerito che avrebbe potuto essere arrestato se avesse mantenuto la sua promessa di sfidare le leggi federali sull’immigrazione. Il presidente ha anche minacciato di tagliare miliardi di dollari di finanziamenti federali a New York se gli elettori lo avessero comunque scelto. Inoltre, la mattina dell’incontro tra Trump e Mamdani, la Camera dei Rappresentanti ha persino approvato una risoluzione che denunciava “gli orrori del socialismo” in un attacco simbolico contro l’ideologia che Mamdani rivendica apertamente come propria. Da parte sua, Mamdani si è candidato e ha vinto come nemico di Trump, promettendo di opporsi ai raid dell’agenzia per l’immigrazione, di difendere gli immigrati e di usare il municipio per proteggere i newyorkesi dalle politiche del presidente.
Eppure, quando finalmente appaiono fianco a fianco, gran parte di quella tensione passa in secondo piano. Trump non apre con discorsi roboanti sulla legge e l’ordine o sulle guerre culturali, ma con un programma economico condiviso.
Norberto Fragiacomo: Il Soggettivismo, Spauracchio Dei Filosofi
Il Soggettivismo, Spauracchio Dei Filosofi
di Norberto Fragiacomo
Un inquietante fantasma dicono si aggiri per i corridoi dei dipartimenti di filosofia: cattedratici e studenti sbiancano dinanzi alla prospettiva di imbattersi in esso, poiché un incontro fortuito potrebbe comprometterne reputazione, credibilità e carriera.
Mi riferisco al solipsismo (noto anche come idealismo soggettivo, soggettivismo o egoismo), figlio illegittimo e mai riconosciuto della filosofia europea moderna. A questo “ismo” negletto dedicai una decina di anni fa uno scrittarello (scherzosamente) apologetico1, cercando di restituirgli un po’ di dignità; oggi vorrei occuparmi brevemente della sua genesi e dei motivi per cui è reputato una bizzarria sconveniente, se non addirittura blasfema.
Nel pensiero antico – ce lo insegna Emanuele Severino – i concetti di certezza e verità sono sovrapponibili, nel senso che la mente umana è idonea perlomeno in astratto a cogliere la realtà ultima delle cose, a “conoscere il vero”. Soggetto e oggetto-mondo esistono a priori e parallelamente, compito del primo è investigare il secondo e comprenderne il significato.
È appena nel XVII secolo che, con Cartesio, si determina una frattura: per il filosofo francese l’indagine non può partire da un’ipotetica sostanza esterna, che potrebbe avere natura illusoria, ma deve prendere avvio da quel dato indiscutibile che è il nostro pensiero. Anziché ricorrere al modo infinito egli coniuga il verbo alla prima persona singolare: cogito ergo sum, penso dunque sono. È quindi il signor Descartes che, pensandolo, crea l’universo? Niente affatto, perché il transalpino non è certo un eretico, bensì un buon cristiano, e la sua è soltanto una premessa metodologica: è grazie alla mediazione del Dio creatore – un autentico deus ex machina! – che la materia riacquista la concretezza e la tangibilità di cui dapprincipio si dubitava. Può sembrare singolare allo studente di oggi che per dimostrare la sussistenza di qualcosa che tocchiamo quotidianamente con mano si ricorra a un’astrazione o – per dirla con Pascal – a una scommessa, ma dobbiamo tener conto che la secolarizzazione postmoderna ha inciso in profondità sul comune sentire degli esseri umani e sulla loro propensione a credere in determinati fenomeni soprannaturali.
Sergio Cararo: Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina
Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina
di Sergio Cararo
Il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump pubblicato venerdì si propone di “ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale”, rilanciando esplicitamente la dottrina Monroe, nata per contrastare qualsiasi ingerenza europea nell’emisfero occidentale e in seguito utilizzata per giustificare gli interventi militari statunitensi in America Latina. Contestualmente indica un esplicito bye bye ai vecchi partner europei, anzi li indica quasi esplicitamente come dei competitori.
La frammentazione del mercato mondiale e la riorganizzazione imperialista fondata su blocchi regionali, economici e geopolitici, va prendendo forma piuttosto nitidamente.
Ma se sull’America Latina si torna ad ambizioni egemoniche e linguaggi ottocenteschi, è proprio sull’Europa che il documento di 33 pagine utilizza un linguaggio nuovo definendola a rischio di “cancellazione della civiltà” dovuta al declino economico, alla crisi demografica, alle politiche migratorie permissive e all’erosione della libertà di espressione.
In un paragrafo, appena più rassicurante per i governi europei già andati nel panico, è scritto che “l’Europa resta tuttavia strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti”, ma il rapporto manifesta una visione piuttosto diversa rispetto al passato, sottoposta a giudizi non certo lusinghieri per i partner storici europei finora giudicati affidabili, dal dopoguerra in poi, da ogni amministrazione Usa.
Ennio Abate: Ridotto a “insopportabile leggerezza delquotidiano”?
Ridotto a “insopportabile leggerezza delquotidiano”?
Il comunismo nel buio (15)
di Ennio Abate
Ho ritrovato questa mia nota polemica del 1995. Riguarda uno scritto di Luciano Amodio, letto quando frequentavo la redazione milanese di Manocomete. Conferma – oggi cosa evidente e amara – che lo “spostamento”, teorizzato da un’area della intellettualità di sinistra nella Milano degli anni ’90, era un abbandono definitivo della questione del comunismo.
* * * *
1. Meglio morto che ridotto a Quotidiano. Meglio bandire la parola comunismo dal vocabolario piuttosto che triturare “la Cosa”, “la Causa”, “la Possibilità”, facendo così del comunismo – da secoli (da sempre, forse) questione di profondità – una questione “di superficie”.1 (E col massimo rispetto per il Quotidiano – s’intende – che “puro” appare mostruoso quanto il “puro” comunismo!). Così vorrei sintetizzare la mia prima, sconsolata e polemica, impressione dopo la lettura di «Il comunismo o “l’insopportabile leggerezza” del quotidiano» di Luciano Amodio (Manocomete, 1, giugno 1994).
2. Col rischio di apparire custode di ortodossie o amministratore, da nessuno delegato, di lasciti storici, pongo un problema: il comunismo è innegabilmente ridiventato un’incognita, una questione sprofondata. Ma – fossimo nell’epoca della morte del comunismo o – come altri sostengono – del suo massimo occultamento – come di esso si deve parlare? Lo consideriamo ancora tra le questioni “di profondità”?
Dante Barontini: L’incerta strada per “la pace” in Ucraina
L’incerta strada per “la pace” in Ucraina
di Dante Barontini
Seguire l’andamento delle trattative tra Stati Uniti e Russia per porre fine alla guerra in Ucraina è difficile per tutti. Ma non è impossibile capire il senso in cui vanno. L’importante è fare una “tara” drastica sui media occidentali – divisi da tra reazionari trumpiani speranzosi e “dem” guerrafondai – e badare al sodo anziché alla propaganda.
Una prova della difficoltà? Eccola. La ex prestigiosa Cnn, di stretta osservanza “bideniana”, sa quanto noi cosa si siano detti gli inviati di Trump (Witkoff e Kushner) nelle cinque ore di colloquio con Putin e Ushakov. Che è poi quanto riferito dai rispettivi portavoce: “la delegazione statunitense ha illustrato le proposte di correzione al piano avanzate dall’Ucraina in Florida e la Russia ha spiegato cosa gli sembrava accettabile e cosa no”.
La sintesi sta in una bozza di piano in 27 punti, ora, e quattro documenti di accompagnamento dal contenuto sconosciuto. La delegazione è poi ripartita da Mosca direttamente per Washington, senza fermarsi a Bruxelles dove Zelenskij stava attendendo insieme agli europei. Dettaglio che chiarisce quanto sia “potente” il peso politico della UE e della stessa Kiev in questa trattativa.
Un po’ poco per imbastire un pezzo interessante… E dunque cosa fa l’ex prestigiosa Cnn? Si sbizzarrisce in dettagli psicologici su Putin – come se disponesse di referti medici o di “confessioni inconfessabili” – che vanno da “Putin non vuole la pace”, ma “ama essere supplicato”, fino al definitivo “È utile fare un passo indietro e guardare il mondo e l’invasione russa attraverso i suoi occhi”. Segue analogo trattamento psicoanalitico per spiegare la “condiscendenza” di Trump verso il “dittatore russo”.
Paolo Ferrero: Caso D’Orsi e Barbero: Contro la censura di guerra martedì sit it a Torino
Caso D’Orsi e Barbero: Contro la censura di guerra martedì sit it a Torino
di Paolo Ferrero
La capitale sabauda, nell’ultimo mese, è stata teatro di un deciso salto di qualità sul piano dell’impedimento della libera circolazione delle idee. E’ bene comprenderlo a fondo per poterlo fermare, prima che sia troppo tardi.
Nel mese di novembre è stata impedita una conferenza del Professor Angelo D’Orsi, contro la russofobia, al Polo del 900. La censura è stata sollecitata dagli onorevoli Calenda e Picerno ed è transitata dal sindaco di Torino, il piddino Lorusso.
Nei giorni scorsi, i salesiani di Torino hanno ritirato la disponibilità all’utilizzo del Teatro Grande Valdocco – che era stato regolarmente concesso e affittato – impedendo in questo modo la conferenza dei professori Alessandro Barbero e Angelo D’Orsi su “ La democrazia in tempo di guerra. Non sappiamo chi, questa volta, abbia fatto pressioni per far saltare tutto ma certo debbono aver portato argomenti molto convincenti… Interessante notare che il giornale “la repubblica”, nel dare la notizia della censura, ha titolato: “Democrazia in tempo di guerra, annullato l’incontro filorusso con gli storici D’Orsi e Barbero”.
Questo titolo, che riassume la calunnia di cui viene fatto oggetto chiunque si opponga alla guerra, ci dice tre cose :
– Parlare di democrazia in tempo di guerra viene oggi etichettato come posizione filo russa. Si tratta palesemente di una calunnia, di una fake news in quanto il dibattito verteva sull’Italia e non sui rapporti tra questa e la Russia. Siamo quindi nel regno della disinformazione gestita dai media main stream.
Giacomo Gabellini: La National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un bagno di realtà
La National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un bagno di realtà
di Giacomo Gabellini
Nei giorni scorsi, la Casa Bianca ha pubblicato la National Security Strategy of the United States of America, che ricalca le linee guida della bozza della National Defense Strategy rivelate a settembre da «Politico» e dal «Washington Post».
Il documento si apre con la premessa del presidente Trump, il quale sottolinea come «nei passati nove mesi, abbiamo risollevato la nostra nazione – e il mondo intero – dall’orlo della catastrofe. Dopo quattro anni di debolezza, estremismo e fallimenti micidiali, la mia amministrazione si è mossa con risolutezza e rapidità storica per ripristinare la potenza statunitense sia in patria che all’estero, così da portare pace e stabilità nel mondo».
Secondo Trump, «nessuna precedente amministrazione è riuscita a conseguire un cambiamento di rotta di simile portata in un lasso così ristretto di tempo». I capisaldi della svolta vengono individuati nella efficace difesa dei confini; nel blocco dei flussi migratori; nella ricostruzione delle forze armate, “depurate” dai devastanti condizionamenti woke; nella maggior contribuzione degli alleati al finanziamento delle funzioni legati alla difesa.
Trump rivendica con orgoglio che, «attraverso l’Operazione Midnight Hammer, abbiamo distrutto le capacità iraniane di arricchimento dell’uranio. Ho qualificato i cartelli della droga e i gruppi criminali stranieri come organizzazioni terroristiche. Nell’arco di otto mesi, abbiamo posto fine a otto sanguinosi conflitti – quelli tra Cambogia e Thailandia, tra Kosovo e Serbia, tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, tra il Pakistan e l’India, tra Israele e l’Iran, tra l’Egitto e l’Etiopia, tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Abbiamo inoltre concluso la guerra a Gaza restituendo alle loro famiglie tutti gli ostaggi vivi rimasti».
Gli Stati Uniti, sottolinea Trump, «sono tornati a essere forti e rispettati – e grazie a questo, stiamo portando pace in tutto il mondo. In tutto ciò che facciamo, poniamo gli Stati uniti al primo posto».
Domenico Moro: Europa contro Russia
Europa contro Russia
Dobbiamo riabituarci a morire in guerra?
di Domenico Moro
Recentemente in Francia hanno suscitato un notevole scalpore le dichiarazioni pubbliche rilasciate dal generale Fabien Mandon, capo di stato maggiore della difesa francese. Secondo Mandon, bisogna ritornare ad “accettare di perdere i propri ragazzi. Ciò che manca è la forza d’animo per accettare di farsi male, per proteggere ciò che siamo. Se il nostro paese vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i suoi figli, perché bisogna dirlo, a soffrire economicamente perché le priorità andranno alla produzione per la difesa, allora siamo a rischio”[i]. Quindi, bisogna riabituarsi non solo a sacrifici nel nostro tenore di vita per finanziare un aumento degli armamenti, ma soprattutto a morire in guerra in Francia, e, a quanto pare, in tutta Europa.
Cento anni fa la possibilità per un giovane europeo di essere ucciso in guerra era considerata nell’ordine delle cose, per quanto spiacevole. Dopo i massacri della Prima e della Seconda guerra mondiale, in Europa e, in generale, nei paesi avanzati dell’Occidente collettivo, si è affermata l’inaccettabilità di morire in guerra. Questa posizione si è riscontrata anche negli Usa, sebbene, a differenza dell’Europa occidentale, avessero conservato una postura esplicitamente imperialista anche dopo la Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta negli Usa fu la guerra del Vietnam, durante la quale i coscritti di leva si rivelarono inadatti a sostenere i pericoli di morte del combattimento, e si evidenziarono le difficoltà a motivare i soldati (e il sostegno dei civili) da parte dell’ideologia dominante[ii]. La risposta degli Usa fu l’introduzione delle Forze Armate professionali. Infatti, dalla fine della guerra del Vietnam, a intervenire nelle numerose guerre che sono state intraprese dagli Usa sono stati i volontari professionisti. Ma, come dimostra il ritiro statunitense dall’Afghanistan, anche le perdite di professionisti risultano poco digeribili dall’opinione pubblica statunitense.
La stessa tendenza al passaggio dalla leva obbligatoria a una leva di volontari professionisti si è affermata, tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, anche nei principali stati dell’Europa occidentale a partire da Germania, Francia, Italia e Spagna.
Mario Sommella: “Don’t Look Up” dall’oceano
“Don’t Look Up” dall’oceano
AMOC, 2050 e l’umanità in piedi sulla scogliera
di Mario Sommella
C’è una scena che ormai fa parte del nostro immaginario: in Don’t Look Up (2021), il film di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa che distruggerà la Terra. Provano a dirlo al mondo, ma la politica gioca a rimandare, i media trasformano la catastrofe in un talk show, i social riducono tutto a meme, un miliardario della tecnologia cerca di farci affari. Alla fine, la cometa arriva davvero.
Quel “non guardare in alto” del titolo è un ordine politico, mediatico e culturale: non guardare il problema, non disturbare il mercato, non interrompere lo show.
Se spostiamo lo sguardo dall’astronomia ai mari, oggi abbiamo qualcosa di analogo: il possibile collasso dell’AMOC, la grande corrente atlantica che tiene in piedi il nostro clima. Non c’è un asteroide nel cielo, ma c’è un oceano che manda segnali sempre più chiari. E, come nel film, la reazione dominante è: minimizzare, rinviare, trasformare l’allarme in rumore di fondo.
-
La corrente invisibile che rende abitabile l’Europa
L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un gigantesco “nastro trasportatore” di calore: porta acqua calda e salata dai tropici verso Nord, dove si raffredda, diventa più densa, sprofonda fino a 3.000 metri e torna verso Sud come corrente profonda. È uno dei pilastri del clima terrestre.
Grazie all’AMOC, l’Europa occidentale è molto più mite di quanto la sola latitudine farebbe pensare. Senza questo flusso, città come Londra o Parigi avrebbero inverni molto più duri. Questa corrente trasporta una quantità di calore enormemente superiore a tutta l’energia che l’umanità produce in un anno: è un’infrastruttura termica gratuita, costruita dall’oceano in milioni di anni.
Giuseppe Gagliano: Qatargate: il grande circo europeo che non chiude mai
Qatargate: il grande circo europeo che non chiude mai
di Giuseppe Gagliano
A Bruxelles c’è uno scandalo che non conosce stagioni. Non va in vacanza, non chiude per festività, non rispetta turni. È il Qatargate, che tre anni dopo continua a fare più audience di qualunque Commissione d’inchiesta e soprattutto a dimostrare una verità imbarazzante: l’Unione Europea è bravissima a parlare di trasparenza, purché nessuno si azzardi a indagare davvero.
La nuova puntata è andata in onda il 3 dicembre, quando una commissione parlamentare ha deciso che l’immunità dell’eurodeputata Alessandra Moretti poteva tranquillamente saltare. Voto maggioritario, solenne indignazione di lei (“è un voto politico”), autosospensione dal partito come da manuale e tutti pronti a fingere stupore. Curiosamente, la decisione arriva proprio quando la stessa area politica è già travolta dallo scandalo che coinvolge Mogherini e Sannino. Ma sarà certamente un caso, come sempre a Bruxelles.
Per Elisabetta Gualmini, invece, è andata diversamente: immunità salva, applausi in sala e sospiri di sollievo. La differenza? Ufficialmente, la mancanza di prove sufficienti. Ufficiosamente, la solita geometria variabile delle maggioranze europee, dove un voto vale più della giustizia e i numeri decidono ciò che la morale non riesce nemmeno a inquadrare.
Nel frattempo, Evangelia Kaili, la protagonista originaria del Qatargate, continua a rilasciare interviste da Abu Dhabi come se nulla fosse. Dice che il Belgio non è un posto sicuro per i politici.
Davide Malacaria: Usa. Il Capo del Pentagono nella tempesta
Usa. Il Capo del Pentagono nella tempesta
di Davide Malacaria
Il Capo del Pentagono Pete Hegseth è finito un’altra volta nell’occhio del ciclone: dopo l’attacco a una barca venezuelana sospettata di trasportare droga, avrebbe dato l’ordine di uccidere i sopravvissuti.
Hegseth afferma di non aver dato lui l’ordine e che non era presente quando è stato impartito e Trump lo sostiene, ma le accuse montano. Apparentemente questa tempesta sembra nascere dalla necessità di chiudere la porta sia a nuove aggressioni contro le barche venezuelane sia, soprattutto, alla guerra che incombe su Caracas, rimuovendo dalla scacchiera il pezzo più ingaggiato in questa criminale determinazione.
Ma è davvero così? In realtà, la questione è più complessa. Hegseth è solo un esecutore, la tragica partita si deciderà nello scontro tra neocon e Trump, con i primi che vogliono a tutti i costi la guerra mentre Trump continua nella sua muscolare indecisione, non fosse altro che perché sa che lo spettacolo dei marines che ritorneranno in patria dentro sacchi di plastica – e ce ne saranno se attacca – lederà non poco la sua immagine.
A volere a tutti i costi questa guerra sono i neoconservatori, i quali non hanno nulla da perdere, dal momento che da decenni governano gli Usa da dietro le quinte lasciando che altri si prendano le responsabilità delle loro sanguinarie follie. E, nello specifico, contano sul Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, che più di altri sta spingendo per l’attacco.
comidad:La NATO è un libro di fiabe e una cosca d’affari
La NATO è un libro di fiabe e una cosca d’affari
di comidad
Sta circolando una narrazione secondo la quale l’amministrazione Trump starebbe cercando una via negoziale per uscire dal conflitto in Ucraina, mentre i paesi europei si sarebbero fossilizzati in una posizione bellicista senza sbocco. La premessa di questa narrazione appare inconsistente, dato che gli USA non hanno attualmente la competenza e la determinazione per condurre un negoziato. Il regime russo lo sa benissimo, ma la sua propaganda è impostata su un’immagine di equilibrio e ragionevolezza, perciò Putin non può negarsi a incontri diplomatici, per quanto avviati dagli USA all’insegna della cialtroneria. La propaganda è uno strumento tipico dei regimi ancora in grado di esprimere una mediazione interna e una sintesi politica, mentre negli USA e in Europa la cosiddetta politica procede in base ai colpi di mano e ai fatti compiuti delle lobby d’affari, per cui non può esserci una propaganda dotata di un filo narrativo unico, ma soltanto spot pubblicitari in funzione di questo o quel business. I governi europei devono far finta di prepararsi a un conflitto con la Russia perché ciò consente di far circolare qualche centinaio di miliardi per le solite cosche d’affari. Un vero riarmo infatti non è una semplice questione di soldi e appalti, ma riguarda il mettere in campo una serie di risorse in termini di energia, materie prime e impianti. Nel mitico riarmo europeo non si scorge nulla del genere, e la pubblicistica UE a riguardo è, non a caso, fondata su scarsi dati concreti e moltissime elucubrazioni geopolitiche.
Guglielmo Forges Davanzati: Cala lo spread, ma non per merito del governo
Cala lo spread, ma non per merito del governo
di Guglielmo Forges Davanzati
La recente “promozione” dei conti pubblici italiani da parte di Moody’s (da Baa3 a Baa2) e la riduzione dello spread sono stati salutati dal Governo come successi storici. Una verifica più attenta di ciò che è successo può, però, indurre a dubitare dell’interpretazione dell’Esecutivo. Vediamo perché.
Innanzitutto, va messo in evidenza il radicale cambiamento di opinione su questi temi da parte dell’attuale maggioranza e della sua leader: nel 2018, Giorgia Meloni definiva il giudizio delle agenzie di rating “attendibile come la previsione di una cartomante”, aggiungendo che le istituzioni che valutano la solidità dei conti pubblici di un Paese sono niente altro che “pagliacci”.
In effetti, vi sono buone ragioni per dubitare dell’efficacia e della trasparenza del loro operato, nello svolgimento del loro compito di valutare la capacità di uno Stato di rimborsare il debito: gli errori commessi sono stati clamorosi, a partire dall’assegnazione di un buon giudizio a Lehman Brothers poco prima del suo fallimento, per continuare con la valutazione positiva attribuita a Parmalat a ridosso del crack finanziario e per finire con l’apprezzamento dei mutui subprime in concomitanza con l’ondata di insolvenze.
Vi è di più, dal momento che alcuni economisti attribuiscono la crisi finanziaria globale del 2007-2008 proprio agli errori di valutazione commessi dalle agenzie di rating.



