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[SinistraInRete] Il PungoloRosso: Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta schiacciata da una feroce controrivoluzione

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Rassegna – 18/12/2025

Il PungoloRosso: Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta schiacciata da una feroce controrivoluzione

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Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta schiacciata da una feroce controrivoluzione

di Il PungoloRosso

Picture1 1Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale, che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste.

L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan, anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2).

Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”.

Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo contenuto neo-coloniale?

Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI) (3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU), segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati.

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Pino Arlacchi: La Cina spiegata all’Occidente

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La Cina spiegata all’Occidente

di Pino Arlacchi*

cina spiegata occidente.jpgRiceviamo e volentieri pubblichiamo.

“Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!“

* * * *

Il ritorno della Cina in cima ai destini della terra è stato definito il più grande evento del nostro tempo, ma non è facile da spiegare, a meno che non si voglia chiudere subito il discorso dichiarando scontata la supremazia millenaria della sua civiltà rispetto alle altre, e in particolare rispetto alla civiltà europea.

L’argomento in questo caso può essere che la Cina è così perché è sempre stata così. Il crollo dell’Ottocento e l’incorporazione subordinata della Cina nelle trafile del capitalismo occidentale fino al 1949 sono da considerare poco più di un blip. Un accidente storico lungo una vicenda plurisecolare di stabilità sistemica. Un semplice inciampo che tra cento anni sarà appena menzionato.

Se decidiamo di vedere le cose in questo modo, attraverso il filtro di un determinismo storico assoluto, non c’è molto di cui dibattere, non ci sono speciali indagini da condurre e non ci sono segreti da scoprire.

Seguendo questa linea di pensiero, tuttavia, occorre prendere per buona, senza coglierne l’acuminata dose di paradosso, la celebre risposta del ministro degli Esteri di Mao Tse-Tung, Chou EnLai, alla domanda di Henry Kissinger se la Rivoluzione francese fosse stata un bene per l’umanità: «È troppo presto per dirlo».

Se invece non ci accontentiamo della spiegazione che attribuisce sic et simpliciter alla superiorità della Cina come Stato e come civiltà la straordinaria continuità storica di questi ultimi, e se non vogliamo aspettare cent’anni, la prima domanda che dobbiamo porci è se il governo della Cina post-1949 ha rappresentato o no una rottura completa con il sistema di governo del Celeste Impero e con le sue radici nella cultura e nella filosofia più antiche della Cina stessa.

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Michele Prospero: Come gli USA chiudono l’era Bush

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Come gli USA chiudono l’era Bush

di Michele Prospero

La nuova strategia di sicurezza nazionale archivia la filosofia neocon, che voleva gli Stati Uniti profeti in armi dell’impero e dell’egemonia liberale. Riconosce legittimità ad alcune pretese russe anche in relazione alla guerra in Ucraina, da terminare il prima possibile nonostante l’opposizione degli europei. La sinistra non lasci alla destra autoritaria la bandiera del negoziato

Ma quale nuovo patto Molotov-Ribbentrop! Non è esagerato rimarcare, su due punti specifici almeno, il carattere assai innovativo delle pagine della National Security Strategy (NSS)firmata da Trump. In primo luogo, il rapporto annuale declassa l’avvelenata inimicizia con Pechino: da sfida sistemica condotta senza esclusione di colpi, quella con il Dragone diviene una competizione certo cruciale per prolungare l’egemonia americana ma gestibile attraverso le vie ordinarie. Inoltre la NSS cancella, ed è la cesura più urticante, il fondamento del pensiero neoconservatore, cioè lo scontro tra culture e modelli inconciliabili come verniciatura ideologica dell’unipolarismo a stelle e strisce.

Dopo George W. Bush gli stessi leader democratici hanno raccolto il nocciolo delle riflessioni di Irving Kristol, imperniate sul mito di un “internazionalismo tipicamente americano” da esibire in alternativa al postulato minimalista di un ordinamento pluralistico retto da organismi per la cooperazione e da norme comuni tra pari. Alla cosiddetta ottica tradizionale di New York, trionfante nel dopoguerra con la mappa della deterrenza, venne contrapposta la prospettiva di Washington, che rielaborava l’intera teoria politica delle relazioni internazionali secondo i paradigmi dell’etica dell’interventismo in nome dei diritti violati.

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Manlio Dinucci: Il patrone del mondo

Il patrone del mondo

di Manlio Dinucci

La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 del Presidente Trump prevede una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Non c’è nulla di nuovo in spese così astronomiche, ma questa volta la Casa Bianca aggiunge il costo della lotta all’immigrazione e deduce i benefici della Trump Gold Card.

Questo pacchetto mira a trasformare gli Stati Uniti (con un debito superiore a 33.000 miliardi di dollari) in una fortezza in grado di eludere i creditori, ponendo fine all’era della globalizzazione economica che ha caratterizzato gli anni di Clinton-Bush-Obama-Biden.

* * * *

La Casa Bianca ha pubblicato, a firma del Presidente Trump, la “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America”, il documento annuale che traccia le linee fondamentali della politica statunitense. Un documento di tale importanza è stato essenzialmente ignorato dal nostro mainstream politico-mediatico, lo stesso che tutti i giorni riporta le esternazioni mediatiche di Trump. Bisogna per questo conoscerne i concetti fondamentali.

Anzitutto – sottolinea il documento – per “garantire che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni avvenire, occorre una strategia coerente e mirata su come interagire con il mondo.” Tale strategia poggia su due pilastri l’uno collegato all’altro:

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Italo Di Sabato: Ci stanno preparando alla guerra. E lo fanno contro di noi

Ci stanno preparando alla guerra. E lo fanno contro di noi

di Italo Di Sabato, da Osservatorio Repressione

Se militarizzano la società e ci chiamano nemici, la risposta è una sola: disertare la loro guerra, sottrarsi alla paura, spezzare il linguaggio che la legittima, difendere lo spazio vivo del dissenso. L’Europa nell’era della guerra diffusa: governo, disciplina e vite sacrificabili

Ci stanno preparando alla guerra. Non è un artificio retorico né un eccesso polemico: è la forma che sta assumendo la politica nel nostro presente. Mentre l’opinione pubblica viene saturata dal linguaggio dell’emergenza, mentre i governi si rifugiano dietro il mantra del “non c’è alternativa”, la società europea viene progressivamente inglobata in un regime che trasforma l’eccezione in normalità. Questa normalizzazione dell’eccezione costituisce la nuova razionalità del potere: una razionalità bellica che permea la vita civile anche in assenza di un conflitto dichiarato.

 

Lo stato di eccezione come infrastruttura del presente

La teoria politica ha da tempo chiarito la natura dello stato di eccezione. Per Carl Schmitt esso rappresenta il luogo in cui la sovranità si manifesta pienamente sospendendo l’ordinamento giuridico [1]. Walter Benjamin ha osservato come la modernità, lungi dall’essere un’epoca regolata dalla legge, sia invece attraversata da un “stato di eccezione permanente” [2]. Giorgio Agamben ha ulteriormente mostrato come tale eccezione, da misura straordinaria, si sia trasformata in dispositivo stabile di governo [3].

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Verso l’ucrainizzazione dell’Unione Europea, la “democrazia di guerra”Alex Marsaglia:

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Verso l’ucrainizzazione dell’Unione Europea, la “democrazia di guerra”

di Alex Marsaglia

Mentre in Italia sembra non si possa più parlare non solo di russofobia, russofilia e verità, ma nemmeno di democrazia, com’è stato dimostrato dal secondo pesante episodio di censura subito in meno di un mese da parte di Angelo d’Orsi e stavolta con lui un parterre de roi che includeva altri 17 professori, studiosi, ambasciatori e giornalisti di fama internazionale; curiosamente si torna a parlare di “democrazia” proprio in Ucraina.

Uso le virgolette perché parlare di democrazia in Ucraina è evidentemente un ossimoro. A farlo è stato Donald Trump che sta disperatamente cercando di spingere un accordo di pace includendo, come impone la diplomazia nonché il buonsenso, anche le ragioni dei russi in quanto parte in causa dello scontro. Per fare questo accordo ha ovviamente bisogno di un rappresentante del popolo ucraino legittimo, cosa che attualmente Zelensky non è più. I termini del suo mandato sono infatti scaduti il 20 maggio 2024 e prorogati da lui stesso ad libitum.

Questa sospensione delle elezioni, che sono solo una parte di ciò che richiede una democrazia minimamente compiuta, è consentita dalla Costituzione dell’Ucraina che prevede l’istituzione della legge marziale e una sospensione di ogni tipo di consultazione politica in caso venga dichiarato lo Stato di Guerra. Zelensky ha per l’appunto approfittato di questa base dell’ordinamento ucraino per estendere il più possibile il suo mandato, nonostante il suo disconoscimento da parte della stessa Rada sia arrivato già la scorso Febbraio (vedi qui: https://www.farodiroma.it/il-parlamento-ucraino-ha-bocciato-qualunque-proroga-della-presidenza-zelensky-ma-lue-non-se-ne-e-accorta-vladimir-volcic/).

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Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

 Ventunesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE XI

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fn. «andare alle masse» e democrazia operaia

Questi militanti e quadri capivano, soprattutto, che dalla loro azione sindacale, che comprendeva sia la lotta, sia l’educazione in quella “scuola di comunismo” vera e propria, dipendeva il successo dell’intera rivoluzione fra le masse, fra i non iscritti, fra i non simpatizzanti, fra i dubbiosi, fra i renitenti, fra i disfattisti, fra tutto quel campionario di umanità che ogni giorno timbrava entrata e uscita al lavoro. Una responsabilità enorme, operativamente ben più complessa di chi dava la linea. E questo lo stesso Lenin lo aveva ben chiaro, eccome se lo aveva! Non mancava di rimarcarlo, soprattutto ai suoi, che magari di quel mondo avevano scarsa, o poca conoscenza. Tomskij aveva fatto sicuramente tesoro di tutto questo. Questa relazione, e man mano che aggiungiamo tessere al mosaico ce ne accorgiamo sempre di più, attinge a piene mani, è intrisa della lezione leninista, e non come semplice, meccanica ripetizione di slogan, bensì come traduzione ed elaborazione di una linea ben più profonda. Ecco perché continua a ribadire certi concetti, che riprende subito dopo questa doverosa, necessaria, interruzione:

Le decisioni sono giuste o sbagliate, buone o cattive. Ma non si può sempre lasciarne la responsabilità al partito. Ecco perché è necessario redistribuirla, attraverso una democrazia operaia (рабочая демократия) ben più ampia rispetto a quanto finora successo. E se oggi, in verità meno di ieri, si sentono voci perplesse che obiettano – “Ma non è terribile gettarsi nel mare delle libere elezioni senza liste predefinite?” – basti pensare a quanto recentemente accaduto nelle elezioni dei comitati di fabbrica di Mosca: lì il successo elettorale, pur in assenza di liste predefinite, è stato schiacciante. Possiamo anche guardare ad altri centinaia di esempi, dove proprio i non iscritti hanno modificato sì le liste comuniste, ma per aumentare i candidati comunisti da votare! E che dire dei casi dove, chiesta e ottenuta l’abolizione delle liste e proceduto alla presentazione individuale dei candidati, i lavoratori hanno eletto gli stessi candidati comunisti presenti nelle liste? In una situazione dove ciascun lavoratore sapeva perfettamente chi stava scegliendo in quel momento?

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Marco Consolo: In Honduras le urne sono piene di brogli

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In Honduras le urne sono piene di brogli

di Marco Consolo

HONDURAS CNE 1.jpgDopo 10 giorni dalle elezioni generali in Honduras (presidenziali, legislative e municipali) nel Paese regna l’incertezza e cresce la tensione. A oggi, ancora non si conosce il risultato finale di un voto pesantemente marcato da denunce di irregolarità e brogli, e da strane e molteplici interruzioni del sistema di trasmissione dei dati da parte del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).

Mentre scrivo, il sito web del CNE ha ripreso a funzionare, dopo diversi giorni di oscuramento. Secondo gli ultimi dati “ufficiali” del CNE, in base all’97% dei verbali esaminati, al primo posto ci sarebbe Nasry Asfura, candidato del conservatore Partito Nazionale (e di Trump), con il 40,53% dei voti, seguito a ruota da Salvador Nasralla (presentatosi con il Partito Liberale), con il 39,16%, con poco più di 40.000 voti di differenza tra i due candidati conservatori.

Secondo i dati del CNE, Rixi Moncada, candidata del partito progressista LIBRE (Libertad y Refundaciòn), oggi al governo del Paese, sarebbe al terzo posto, con il 19,32%.

Il testa a testa “ufficiale” di queste ore è quindi tra i due candidati delle destre esponenti del bipartitismo tradizionale (Partido Nacional e Partido Liberal), che ha governato il Paese sin dalla sua nascita, con una alternanza tra i due partiti. Ma oltre a LIBRE, lo stesso Nasralla, ha denunciato “brogli”, affermando che il sistema era stato ‘manipolato’ e che “c’è ancora molta strada da fare prima che possiamo accettare i risultati”.

Il CNE ha tempo fino a 30 giorni dalla votazione per pubblicare i risultati ufficiali e c’è da scommettere che, come ha già fatto nel passato, allungherà il brodo il più possibile per prendere per stanchezza (e sotto Natale) i contendenti.

 

LIBRE non accetta i risultati, ma ammette la sconfitta

La scorsa domenica (una settimana dopo le elezioni), Rixi Moncada ha dichiarato che LIBRE non avrebbe accettato il risultato elettorale, sia per le innumerevoli irregolarità riscontrate, sia per la sfacciata “ingerenza e coercizione” del Presidente statunitense Trump.

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Leo Essen: Marx ha vinto Heidegger ha perso

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Marx ha vinto Heidegger ha perso

di Leo Essen

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Nell’Austro-marxismo, con autori come Adler e Hilferding, si sviluppa una forma di idealismo in cui lo Stato acquisisce una propria autonomia: la politica determina l’economia e la violenza diventa il motore della storia. Da questa prospettiva nasce la convinzione che, poiché la violenza è cieca e i suoi esiti imprevedibili, uno sviluppo regolato da leggi sia inconcepibile. Ne consegue una rivalutazione del momento soggettivo e individuale, considerato una dimensione irriducibile alla generalizzazione e, quindi, refrattaria sia alla legge sia alla conoscenza scientifica.

Questo orientamento richiama Weber, che cercò l’essenza del capitalismo non nella sua anatomia e fisiologia economica, ma nella pluralità di atteggiamenti mentali e comportamenti umani sintetizzati nella nozione di spirito del capitalismo, ovvero nella calcolabilità che caratterizza l’impresa capitalistica. Così il capitalismo venne identificato con la razionalità e la scienza. Secondo Colletti, si tratta di un modo per catturare alcuni temi del marxismo: la realtà sociale viene ridotta ai significati che i membri della società attribuiscono al mondo.

L’Austro-marxismo, reagendo al positivismo della Seconda Internazionale, sviluppò quindi la teoria dell’autonomia della politica: la politica determina l’economia, e la violenza determina la storia.

Weber, nel tentativo di conciliare criticismo e marginalismo, elaborò il concetto di tipo ideale, cercando allo stesso tempo di confutare e assimilare alcuni nuclei fondamentali del pensiero di Marx. Questa operazione contribuì alla fortuna di giovani marxisti come Lukács, ma ne evidenziò anche i limiti: Weber cercò il capitalismo non nei luoghi indicati da Marx – storia, società, economia, classi – ma negli atteggiamenti mentali e comportamenti che sintetizzò nello spirito del capitalismo, ossia in una generica nozione di calcolabilità tipica della gestione d’impresa. Così il capitalismo finì per identificarsi con la razionalità tecnica della scienza.

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Jeffrey Sachs: L’impero della hybris e della brutalità di Trump

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L’impero della hybris e della brutalità di Trump

di Jeffrey Sachs – Common Dreams

La recente Strategia per la Sicurezza Nazionale (SSN) del 2025 rilasciata dal Presidente Donald Trump si presenta come un progetto per un rinnovato vigore statunitense. È pericolosamente sbagliata in quattro modi.

In primo luogo, la SSN è ancorata alla grandiosità: la convinzione che gli Stati Uniti godano di una supremazia ineguagliata in ogni dimensione chiave del potere. Secondo, si basa su una visione del mondo spiccatamente machiavellica, trattando le altre nazioni come strumenti da manipolare a vantaggio USA. Terzo, poggia su un nazionalismo ingenuo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come vincoli alla sovranità statunitense, anziché riconoscerli come quadri che rafforzano la sicurezza sia degli USA che globale.

In quarto luogo, segnala una brutalità nell’uso che Trump fa della CIA e delle forze militari. A pochi giorni dalla pubblicazione della SSN, gli Stati Uniti hanno sfacciatamente sequestrato in alto mare una petroliera carica di petrolio venezuelano, con la debole giustificazione che la nave aveva precedentemente violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran.

Il sequestro non è stata una misura difensiva per scongiurare una minaccia imminente. Né è minimamente legale sequestrare navi in alto mare a causa di sanzioni unilaterali statunitensi. Solo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tale autorità. Invece, il sequestro è un atto illegale progettato per forzare un cambio di regime in Venezuela. Segue la dichiarazione di Trump di aver ordinato alla CIA di condurre operazioni coperte all’interno del Venezuela per destabilizzare il paese.

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Geraldina Colotti: Venezuela-Usa, geopolitica dell’ultimatum

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Venezuela-Usa, geopolitica dell’ultimatum

di Geraldina Colotti

Negli uffici adiacenti il Parlamento, in Venezuela, un gruppo di giornalisti comunitari produce contenuti per la multipiattaforma internazionale Rompiendo fronteras, comunicando alternativas (rompiendofronterasmundial@gmail.com), che intende la comunicazione in termini di informazione, formazione e mobilitazione globale: dai territori al mondo. Al contempo, riceve i report dei colleghi che stanno accompagnando il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, nella sua visita al quartiere popolare di Petare, il più grande dell’America latina. Le televisioni venezuelane trasmettono l’evento in diretta.

“Ehi, guardate qui!” esclama Franklin, che segue in particolare i social. Tutti si voltano verso lo schermo del computer, dove un cronista di opposizione sta trasmettendo “en vivo y en directo” un programma in YouTube. Con tanto di immagini e video di appoggio, sostiene che, in quello stesso momento, Maduro sta scappando in Iran. Nei giorni precedenti, lo davano in fuga verso il Brasile, il Qatar, la Russia… e dipingevano una Forza armata nazionale bolivariana (FANB) sull’orlo di disintegrarsi per le contraddizioni interne. Davano anche per certa la fuga del generale Jesús Rafael Suárez Chourio, figura storica del chavismo, oggi deputato. Per l’estrema destra, in Venezuela, è già iniziata la “transizione post-socialista”.

Tra il serio e il faceto, i giornalisti sbugiardano l’operazione e girano un piccolo video esplicativo.

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Giuseppe Masala: “CORE 5”: Gli USA scelgono un mondo multipolare e declassano l’Europa

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“CORE 5”: Gli USA scelgono un mondo multipolare e declassano l’Europa

di Giuseppe Masala

La testata USA specializzata in sicurezza globale sostiene di aver visto una versione “non censurata” del Documento di Sicurezza Strategica USA nella quale vi sarebbe riportato che Washington sostiene la nascita di un nuovo organismo, il Core5, per gestire gli affari globali e che l’Europa ne sarebbe esclusa relegandola a area del mondo marginale

La prestigiosa testata americana defenceone.com, specializzata in sicurezza globale e difesa nazionale, dichiara di aver preso visione di una versione segreta e più estesa del Documento di Sicurezza Strategica Nazionale USA (SSN) divulgato in questi giorni, e che già nella versione pubblica ha avuto enorme eco soprattutto in Europa.

Defence One sostiene che nella versione “allargata” (e originaria) che ha potuto leggere sono presenti due ulteriori capitoli di estrema rilevanza. Il primo si intitola eloquentemente “Make Europe Great Again”, mentre il secondo si intitola “Core 5”. Il primo, come è facile intuire delinea le strategie per far rinascere una Europa, ritenuta a Washington, in piena decadenza, mentre il secondo delinea la nascita di un nuovo organismo informale – che di fatto sostituirebbe il G7 – e che avrebbe il compito di gestire gli affari globali. “Core 5”, appunto perché sarebbe composto da cinque paesi.

 

Make Europe Great Again

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Davide Malacaria: Haaretz: Israele, il genocidio e la santificazione della morte

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Haaretz: Israele, il genocidio e la santificazione della morte

di Davide Malacaria

“Nello spinoso dibattito se il termine ‘genocidio’ si possa applicare alle politiche e alle azioni di Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, i fatti chiave non sono in discussione. Certo, c’è una discussione statistica su quanti abitanti di Gaza siano stati uccisi e quanti abbiano perso casa, ma questo dibattito tecnico chiarisce in realtà la posizione di Israele. Stiamo discutendo se 70.000 persone uccise siano sufficienti a dimostrare un genocidio o se sia necessario un numero più alto”. Inizia così un articolo di Zvi Bar’el su Haaretz che collega quanto sta accadendo nella Striscia e in Cisgiordania alla repressione degli arabi-israeliani e di quanti difendono le loro ragioni, e la loro esistenza, all’interno di Israele.

“Ma questo conteggio – indipendentemente dal fatto che sia grande, piccolo o equivalente a un genocidio – nasconde una verità ancora più orribile”, continua Bar’el. “Una parte considerevole dell’opinione pubblica israeliana ritiene che l’uccisione e l’espulsione degli abitanti di Gaza siano giustificate e che, anche se ciò rientrasse nella definizione di genocidio, sia stato giusto perpetrarlo”.

“Fortunatamente, desiderare non attira nessuna punizione. Così gli israeliani possono continuare a sognare, felici, la scomparsa dei palestinesi non solo da Gaza, ma anche dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est e da Israele. Il pericolo che ciò comporta è che nel momento in cui il desiderio di annientare un’etnia e una nazione diventa legittimo, esso trova i canali attraverso i quali trasformarsi in realtà anche senza l’annientamento fisico”.

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