Rassegna – 30/12/2025

Il Rovescio: Rivolte senza rivoluzione (e un commento)
Rivolte senza rivoluzione (e un commento)
di Il Rovescio
Cosa chiediamo a un testo? Non necessariamente che sia condivisibile, ma che affronti delle questioni importanti e che nel farlo offra una buona base di discussione. È il caso, ci sembra, di questo contributo che abbiamo tradotto. Al di là dei foucaultismi e dei “tiqqunismi” che contiene, e malgrado qualche ambiguità che lo caratterizza, questo testo illustra con una certa precisione la fase storica in cui siamo entrati e – cosa non molto frequente – cerca di analizzare le innovazioni organizzative sperimentate dai movimenti di rivolta degli ultimi tempi. Alla fine del testo troverete un nostro commento.
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I. L’èra delle rivolte non è finita
Coloro che cercano una scienza rivoluzionaria del presente devono prepararsi alla delusione. Non esiste alcuna bussola per navigare nei nostri mari tumultuosi, alcuna chiave universale o formula magica capace di raddrizzare la nostra nave e collocarci senza equivoci sulla via della rivoluzione. L’oscurità del nostro orizzonte è più profonda di tutto ciò che abbiamo conosciuto nelle nostre vite. Tuttavia – anche se si potrebbe perdonare ai nordamericani di pensare il contrario – i movimenti non mancano: su scala mondiale, le onde si alzano e s’infrangono a un ritmo così stordente che diventa impossibile seguirne tutte le manifestazioni, anche per coloro che vi si dedicano.
Soltanto gli ultimi sei mesi hanno visto disordini massicci in Turchia, Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. Prima di questo: Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… e la lista è sicuramente incompleta. In ogni circostanza, delle mobilitazioni che riuniscono decine di migliaia di persone hanno portato a crescenti scontri con le forze dell’ordine in diverse città, provocando delle crisi nazionali di sicurezza.
Giuseppe Gagliano: Mosca, l’autobomba e la soglia invisibile della guerra
Mosca, l’autobomba e la soglia invisibile della guerra
di Giuseppe Gagliano
L’attentato che colpisce la struttura
L’uccisione del tenente generale Fanil Sarvarov, avvenuta il 22 dicembre in un parcheggio residenziale nel sud di Mosca, segna un passaggio ulteriore nella trasformazione del conflitto russo-ucraino. Non è soltanto l’eliminazione di un alto ufficiale, ma un colpo portato alla spina dorsale organizzativa delle Forze armate russe. Sarvarov, responsabile dell’addestramento operativo dello Stato maggiore, incarnava la continuità e la trasmissione del sapere militare: una funzione meno esposta mediaticamente, ma decisiva per la capacità di rigenerazione dello strumento bellico.
La dinamica è chiara e studiata. Un ordigno collocato sotto l’auto, l’esplosione all’alba, il ferimento mortale e il decesso poco dopo in ospedale. Un’azione che non cerca lo spettacolo, ma l’efficacia. Il Comitato Investigativo russo parla apertamente di omicidio e traffico illecito di esplosivi, indicando la pista dei servizi speciali ucraini come una delle principali. È il linguaggio della guerra segreta, dove l’attribuzione non è mai definitiva ma sempre politicamente orientata.
Precedenti e metodo
L’attentato a Sarvarov non arriva nel vuoto. È il terzo episodio, in poco più di un anno, che colpisce generali russi di alto rango con ordigni esplosivi nell’area di Mosca.
comidad: La fine di una globalizzazione mai cominciata
La fine di una globalizzazione mai cominciata
di comidad
La genesi storica delle talassocrazie è strettamente intrecciata con la pirateria. Negli ultimi giorni di dicembre del 1600 fu costituita la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, che, secondo alcune ricostruzioni storiche, fu anche una delle prime società per azioni, quindi l’antenata delle attuali multinazionali. Ovviamente la Compagnia esisteva già prima di formalizzarsi legalmente, ed era una delle tante associazioni a delinquere dedite alla pirateria. La legalizzazione della Compagnia delle Indie fu un episodio di cronaca di notevole risonanza e se ne trovano tracce anche nella letteratura. L’Amleto fu pubblicato tra il 1602 e il 1603, ma scritto nel corso dei due anni precedenti; nel terzo atto dell’Amleto il re Claudio dice che nelle “correnti corrotte” di questo mondo spesso la mano aurea del delitto riesce a spostare la bilancia della giustizia a proprio favore, e ciò proprio usando i proventi del delitto per comprarsi la legge.
La talassocrazia statunitense è considerata l’erede della talassocrazia britannica; perciò il fatto che l’amministrazione Trump abbia adottato la prassi di abbordare e saccheggiare le navi che trasportano petrolio venezuelano, è considerata da alcuni come una regressione infantile ai primordi pirateschi della talassocrazia, a prima del diritto internazionale della navigazione ed a prima della globalizzazione. Potrebbe essere un’interpretazione abbastanza valida se opportunamente dimensionata, cioè se si evita di credere che davvero esistesse un diritto internazionale e non un suo simulacro. Un trattato internazionale sul diritto della navigazione (l’UNCLOS) è stato firmato dagli USA nel 1982, ma mai ratificato dal senato; ciò nella pratica ha significato per Washington applicare il trattato solo nei casi in cui gli faceva comodo.
Leo Essen: Lenin: Lezione ai geopoliticanti
Lenin: Lezione ai geopoliticanti
di Leo Essen
Il titolo più appropriato per questo straordinario libretto di Lenin, scritto nel 1916, avrebbe potuto essere La fine del «laissez-faire». La lettura è particolarmente indicata per quei geopolitici che fanno ruotare la storia attorno a un punto fisso, la giurisdizione statale. In Lenin, invece, nulla svolge la funzione di perno centrale: nemmeno le categorie della produzione e della finanza, che risultano sempre affettate dalle classi e dalle forme giuridiche ed economiche.
Dove va il capitalismo?, si chiede Lenin.
L’antico capitalismo — quello della libera concorrenza — risponde, va a carte quarantotto.
La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre — anzi quattro — elementi di rottura fondamentali.
1) Socializzazione.
La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.
2) Calcolo.
La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.
Osservatorio Repressione: Torino. La violenza che non fa notizia
Torino. La violenza che non fa notizia
di Osservatorio Repressione
Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.
Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.
E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.
La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.
Andrea Zhok: “Russofilia Russofobia Verità”. L’elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II
“Russofilia Russofobia Verità”. L’elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II
di Andrea Zhok
Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D’Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell’Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo “Chi vi paga?”, cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono “A che ora tua madre smette il turno sulla tangenziale?” devi rispondere educatamente dandogli un orario – e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)
Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c’è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.
L’Ucraina ha esportato in questi anni – grazie alle leggi europee che lo consentivano – milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione a oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all’estero.
Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all’estero, mentre in patria l’auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.
Fabrizio Poggi: Indovinate cosa chiede Vladimir Zelenskij all’Italia (tramite La Stampa)?
Indovinate cosa chiede Vladimir Zelenskij all’Italia (tramite La Stampa)?
di Fabrizio Poggi
Soldi, soldi e ancora soldi: è questo il succo delle dichiarazioni di Vladimir Zelenskij a La Stampa e «alcuni dei principali media internazionali». Soldi, principalmente per mantenere, a pace conclusa, un esercito ucraino di 800.000 uomini, come agognato dai nazigolpisti di Kiev. Un numero, commenta l’articolista del giornale torinese, Francesco Semprini, che costituisce «un altro dei principali nodi del piano di pace nato su impulso di Washington e successivamente emendato dagli emissari di Europa e Ucraina… Un numero che però l’Ucraina non sarebbe in grado di garantire autonomamente, perché non ci sono risorse finanziarie sufficienti».
Ci vorranno anni, dice infatti il “Walter Chiari” della tragicommedia ucraina, prima che Kiev sia in grado di pagarsi da sola le proprie forze armate ed è dunque «per questo che sto portando avanti un dialogo con i leader internazionali: considero il finanziamento parziale del nostro esercito da parte dei nostri alleati come una ulteriore garanzia di sicurezza per l’Ucraina… per ora, abbiamo bisogno del sostegno dei partner». E, catechisticamente, l’articolista commenta commosso che «Nonostante il cammino verso la pace, a quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, sia ancora lastricato di incertezze e complessità, nelle parole del leader ucraino è sempre presente il richiamo alla speranza. Un tratto che ha sempre caratterizzato la postura ucraina nell’arco di questi quarantasei mesi di resistenza». Manca solo l’evangelica preghiera per la trasformazione di un farabutto, che continua a mandare al macello decine di migliaia di giovani ucraini, in un apostolo della fede e l’omelia è completa.
Gianandrea Gaiani: L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia
L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia
di Gianandrea Gaiani
La decisione di congelare a tempo indeterminato i beni finanziari russi in Europa e di procedere a un prestito comune da 90 miliardi di euro per finanziare l’Ucraina si presta a diverse valutazioni.
Senza voler ripetere i dettagli già ampiamente illustrati dall’articolo di Giacomo Gabellini, gli aspetti più rilevanti della vicenda sono almeno tre.
Il primo ha risvolti interni alla UE e alla tenuta della Commissione von der Leyen: è fallito il tentativo, reiterato per mesi da tutti i principali commissari europei e da molti leader nazionali, di sequestrare i beni russi per finanziare l’Ucraina giustificando l’atto illegale con il valore morale di sostenere Kiev col denaro del suo nemico russo.
Invece di lanciare proclami per mesi attribuendo patenti di “putiniani” a chiunque mettesse in dubbio l’opportunità e la legalità del furto degli asset russi, i leader europei avrebbero risparmiato molte brutte figure rinunciando alle dichiarazioni pubbliche (molte sopra le righe) e chiudendosi in una stanza, anche per litigare, ma per uscirne poi con una decisione precisa e condivisa.
La conseguenza di questo dilettantesco pressapochismo è un compromesso in cui hanno vinto le posizioni prudenti espresse da cinque nazioni, tra cui Italia e Belgio, preoccupate di dover affrontare cause giudiziarie e del crollo di credibilità dell’intera Area Euro agli occhi degli investitori internazionali.
The Islander: L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare
L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare
di The Islander
Come ricordiamo spesso, questo spazio “Interventi”è finalizzato a ospitare contributi e opinioni interessanti, utili per inquadrare la complessità del mondo in modo razionale. Anche e soprattutto quando le analisi ospitate non coincidono perfettamente con le nostre.
Sulla mancata rapina degli “asset russi” depositati in Europa ci siamo espressi più volte, e restiamo convinti di aver centrato il problema.
Qui, comunque, nonostante una differenza di interpretazione su quale sia stato l’ostacolo principale per i “rapinatori” (se i pareri contrari di parecchi paesi membri oppure “i mercati”), il ruolo dell’”ecosistema finanziario globale” è delineato in modo chiaro.
E aiuta a comprendere la gravità – e la follia sistemica – dei caporioni della UE. Colonialisti nel cervello, ma senza più una visione realistica del mondo né le physique du rôle per imporre la propria volontà.
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Non con carri armati, non con trattati, non con dichiarazioni di guerra, ma con qualcosa di molto più permanente: la politicizzazione della proprietà sovrana.
Agata Iacono: Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso
Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso
di Agata Iacono
Non è la costituzione dello Stato di Israele, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha dato origine al sionismo. Il sionismo come progetto e ideologia esisteva già.
Fu Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico che nel 1896 propose la creazione di “una patria legalmente garantita per il popolo ebraico in Palestina”, e organizzò il primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897.
Il sionismo si prefigurava già, quindi, alla fine del XIX secolo, come colonialismo d’insediamento in un territorio già abitato, fiorente e ricco di secoli di storia, tradizioni, cultura interreligiosa, dove pacificamente vivevano mussulmani, cristiani, ebrei. Ma l’Italia non è nuova a questa equiparazione spuria e antistorica.
All’indomani della giornata della memoria nel gennaio del 2007, ad esempio, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accogliendo un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto e di studenti di ritorno da una visita scolastica ad Auschwitz, tuonò “contro ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo”. E non solo.
Nel novembre 2016, lo stesso Napolitano, non più in carica, si sentì in dovere di scrivere una lettera aperta all’Osservatorio antisemitismo, per ribadire che l’antisionismo è una forma di antisemitismo.
“Negare le ragioni storiche della nascita dello Stato di Israele è una forma di antisemitismo. Vale anche per l’Unesco. Lottiamo insieme per l’indipendenza e la sicurezza di Israele” (https://share.google/P9Mmog9JHfWXoXpGL)
Gianmarco Pisa: “Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi
“Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi
di Gianmarco Pisa
La giornata internazionale dei diritti umani, 10 dicembre, corrisponde, qui a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla seconda giornata, quella della restituzione in plenaria dei Tavoli di lavoro, dei panel conclusivi, e della proclamazione del Manifesto di Caracas per la verità, la pace e la sovranità dei popoli, della Assemblea dei Popoli per la sovranità e la pace, la grande assise internazionale, di lotta contro la guerra e per la pace, che ha portato nella capitale venezuelana mille delegati provenienti da ben cinquanta Paesi di tutto il mondo, letteralmente da tutti e cinque i continenti. Già la restituzione dei tavoli di lavoro fornisce una prima ricostruzione di massima della vastità, dell’ampiezza e della ricchezza dei temi che sono stati sviluppati e che sono stati oggetto di relazioni, confronto e dibattito: guerra economica; guerra cognitiva e, in particolare, voci del mondo emergente contro la guerra mediatica; difesa della madre terra; difesa dei diritti delle persone migranti contro razzismo, xenofobia, suprematismo; unione dei popoli del Sud globale; giovani generazioni, la generazione geniale contro l’etichetta di “generazione Z”; e infine, ma non certo per importanza, di fronte all’escalation statunitense nel mar dei Caraibi, all’ennesima aggressione in corso contro il Venezuela bolivariano (ma si potrebbero aggiungere Cuba socialista e tutti i Paesi i cui governi non sono “allineati” alle imposizioni statunitensi), al proliferare della violenza armata, della militarizzazione e della guerra a ogni latitudine, “bolivarismo contro monroismo”, la dottrina e il pensiero di Simón Bolívar contro la famigerata e attualissima dottrina Monroe.

