Rassegna – 03/01/2026

Mario Sommella: Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere
Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere
di Mario Sommella
Quando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.
La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:
• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;
• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;
• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.
Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.
Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.
L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti
Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.
Gabriele Repaci: Fascismo, storia e ideologia: note critiche sull’uso contemporaneo del concetto
Fascismo, storia e ideologia: note critiche sull’uso contemporaneo del concetto
di Gabriele Repaci
1. Introduzione
Negli ultimi decenni, e con crescente intensità nel dibattito politico contemporaneo, il termine fascismo ha subito un processo di progressiva inflazione semantica. Esso viene impiegato come categoria onnicomprensiva per designare fenomeni tra loro eterogenei: governi autoritari, regressioni dello Stato di diritto, politiche securitarie, populismi di destra, fino a forme di dominio economico esercitate da élite transnazionali. Questa estensione indiscriminata del concetto non rappresenta un avanzamento della comprensione critica del presente, ma al contrario ne segnala una regressione sul piano analitico.
L’uso inflazionato del termine svolge infatti una funzione eminentemente retorica e morale, più che teorica. Fascismo diventa sinonimo di male politico assoluto, un’etichetta mobilitabile a prescindere dalle condizioni storiche, sociali ed economiche in cui i fenomeni analizzati si producono. In questo modo, una categoria nata per descrivere un preciso assetto di potere viene trasformata in un giudizio di valore metastorico, perdendo la propria capacità esplicativa.
Dal punto di vista del materialismo storico, tale slittamento è tutt’altro che neutrale. La dissoluzione del fascismo come concetto storicamente determinato comporta l’oscuramento dei rapporti di classe, delle condizioni economiche e delle specifiche dinamiche politiche che ne resero possibile l’ascesa nel primo Novecento. Chiamare fascismo ogni forma di autoritarismo contemporaneo significa sottrarsi all’analisi concreta delle nuove configurazioni del dominio capitalistico, rifugiandosi in una categoria del passato elevata a metafora universale.
Questo saggio muove da una tesi semplice ma rigorosa: il fascismo è stato un fenomeno storico specifico, nato e sviluppatosi in un contesto politico-sociale determinato, e conclusosi con la sconfitta militare dei regimi dell’Asse nel 1945.
Geminello Preterossi: Logica sacrificale e cattiva coscienza
Logica sacrificale e cattiva coscienza
di Geminello Preterossi
La logica sacrificale perseguita Aldo Moro: dal “deve accettare di morire” alla liquidazione dell’art. 32 II comma, causa Covid, sancito dalla Consulta. È un paradosso amaro: monumentalizzazione retorica e rimozione etico-politica vanno di pari passo. Un atteggiamento che serba quasi un accanimento sospetto, un bisogno inconscio di negare, rivelativo di un modo complessivo di vedere il rapporto con il potere: quello che si è via via affermato dopo la cesura del ’78 e il cambio di regime mascherato del ’92/’93, e che non ha nulla a che fare con l’energia della Costituente e le sue culture politiche, tantomeno con il lascito, le convinzioni profonde e la sensibilità di Moro. Anche in virtù di tale abreazione, si spiega l’adesione totale all’ideologia del vincolo esterno presuntamente salvifico e il conseguente riorientamento dei cosiddetti “poteri neutri”, già in parte dopo Moro e definitivamente dopo Maastricht. Poiché oggi prevalgono gli arcana imperii finanziari, e l’unica fede è la salus fisica (non civile), si moralizzano gli interessi dei giganti farmaceutici. Tanto si trova sempre un leguleio, un praticone dell’Amministrazione, pronto a legittimare l’illegittimabile.
Il nodo è teorico, e per coglierne certe implicazioni è utile richiamare il saggio che Habermas (esponente prototipico del pensiero liberal-progressista) ha dedicato a Il coronavirus e la protezione della vita (uscito nei Blätter für deutsche und internationale Politik nel 2021 e pubblicato in italiano dal Mulino nel 2022).
Leonardo Animali: Se Leone diserta il riarmo
Se Leone diserta il riarmo
di Leonardo Animali
C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella – già ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu – il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno, e quelle rese note il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio (parole rafforzate nell’Angelus sulla “pace disarmata” pronunciate il 26 dicembre, festa di santo Stefano). Altro che figura defilata rispetto a Francesco: Leone mette al centro la nonviolenza, attacca l’ipocrisia della politici che sostengono il riarmo, prende le distanze da chi parla di guerra per fare la pace e da chi usa le religioni per promuovere una cultura bellicistica
C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.
Alessandro Volpi: Pillole di bancarotta n. 4
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Pillole di bancarotta n. 4
di Alessandro Volpi
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi ci parlano del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offrono una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.
Infine, ci illustrano le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
* * * *
La follia della Bce
Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.
Emanuele Maggio: Ma davvero Hamas è “terrorismo”?
Ma davvero Hamas è “terrorismo”?
Alcuni semplici fatti e puntini sulle i
di Emanuele Maggio
Nel diritto internazionale non esiste alcuna classificazione di Hamas come organizzazione terroristica. Singoli suoi atti sono stati considerati terroristici in virtù della Risoluzione ONU 1269/1999 (la quale sostiene che una forza combattente che è nel suo diritto, come Hamas, compie comunque terrorismo se colpisce obiettivi civili).
Non è terrorista l’organizzazione in sé, che è un vero e proprio apparato burocratico, un partito-Stato con decine di migliaia di funzionari, impiegati, collaboratori della società civile, impegnato a garantire la continuità statale dei servizi sanitari, scolastici, sociali sul suolo palestinese di Gaza.
L’ala militare di Hamas è una piccola parte della sua organizzazione, e gli atti terroristici di questa ala militare sono una minima parte dei suoi atti di combattente legittimo secondo il diritto internazionale (legittimità derivante dalle Risoluzioni 194/1948, 242/1967, 338/1973 e altre successive).
L’analfabetismo politico-giuridico dilagante impone una precisazione: che Hamas sia nel suo diritto nell’usare la forza militare contro Israele non significa che è buono bravo e bello, significa solo che è l’autorità politico-militare de facto di un Paese invaso (la Palestina), e dunque detiene la legittimità della resistenza all’invasore. Questo semplice fatto giuridico non esclude il giudizio politico su Hamas, che per molte buone ragioni può essere assolutamente negativo.
Eugenio Donnici: Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
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Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
di Eugenio Donnici
1.
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro».
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.
Mario Sommella: Oltre la melanconia di sinistra
Oltre la melanconia di sinistra
di Mario Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.
La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura.
Sergio Cararo: La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun
La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun
di Sergio Cararo
L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. E’ indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con la lotta del popolo palestinese.
Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.
Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.
I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.
Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.
a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.
Mario Sommella: Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale
Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale
di Mario Sommella
C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.
Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.
L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni.
Andrea Zhok: Il compito che ci spetta
Il compito che ci spetta
di Andrea Zhok
In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.
Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale e inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.
Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.
L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.
Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una posizione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.
Thomas Fazi: La lezione di diritto impartita dal Belgio alla Commissione europea
La lezione di diritto impartita dal Belgio alla Commissione europea
di Thomas Fazi
Thomas Fazi descrive il braccio di ferro tra Bruxelles e il premier belga sui capitali russi congelati in Europa
Acuto osservatore delle politiche di Bruxelles, Fazi sostiene che, opponendosi alla confisca dei beni di Mosca depositati presso Euroclear, il premier belga ha difeso il diritto internazionale dalle pressioni di Germania e Commissione. Ma la risposta di Bruxelles non si è fatta attendere. L’Unione europea ha aggirato il veto attraverso un escamotage finanziario da 90 miliardi di euro, che scarica il rischio della guerra direttamente sui contribuenti europei.
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Il primo ministro del Belgio ha imparato a proprie spese che non c’è bisogno di essere un sedizioso populista per incorrere nell’ira dell’Unione europea. Fino a poco tempo fa, il conservatore moderato Bart De Wever era rimasto fuori dai riflettori europei. Nulla di cui stupirsi, dato che il suo partito appartiene al gruppo dei Conservatori e riformisti al Parlamento europeo, che si è allineato con forza alla Commissione di Ursula von der Leyen sull’Ucraina.
Eppure, in pochi mesi De Wever è diventato il nemico pubblico numero uno dell’establishment di Bruxelles. La sua colpa? Opporsi al piano Ue di sequestrare i beni congelati russi detenuti in Europa.




