[SinistraInRete] Lorenzo Mari: L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva

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Rassegna – 07/01/2026

Lorenzo Mari: L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva

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L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva

di Lorenzo Mari

maduro.jpgL’invasione statunitense del Venezuela di questi giorni, con la destituzione manu militari del governo in carica, ha riproposto con grande forza molte questioni, relative innanzitutto alla fragilità del diritto internazionale, all’ingerenza militare di alcuni Paesi su vaste aree del mondo – ridotte così alla funzione di “scacchiere geopolitico” – e, non da ultimo, la possibile esistenza di una “questione venezuelana”. Forza che tuttavia, nel caso venezuelano, non corrisponde affatto a chiarezza: è almeno dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ovvero con l’ascesa del chavismo, che la situazione politica del Paese latinoamericano torna ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica europea e statunitense senza per questo dar luogo, nella maggior parte dei casi, ai necessari approfondimenti. Prima del colpo di mano trumpiano, il copione si è ripetuto tale e quale nell’ultimo scorcio del 2025, con l’assedio delle navi militari statunitensi al largo delle coste del Paese, raddoppiato, a livello simbolico, dalla più o meno contemporanea attribuzione del Nobel per la Pace a María Corina Machado, leader dell’opposizione di destra al governo post-chavista di Nicolás Maduro.

Con ciò, non si intende di certo sintetizzare un’analisi assai complessa, né sminuire l’insieme di contraddizioni, anche gravi, rappresentato da un governo come quello di Maduro, che, ad esempio, ha inteso rilanciare l’esperimento politico partecipativo delle comunas e ha parimenti mantenuto agli arresti un numero imprecisato di persone – spesso, senza che fossero noti i capi di imputazione – tra i quali, da più di dodici mesi, il cooperante italiano Alberto Trentini (con aumentata apprensione, in questi giorni, a causa della destabilizzazione politica e militare in corso). Allo stesso tempo, altre accuse di Maduro sulla stampa liberale internazionale – come ad esempio l’accusa trumpiana all’intero Venezuela di essere una sorta di “narco-Stato”[1] – risultano allo stato attuale meno credibili, ma hanno nondimeno contribuito alla costruzione dello stereotipo di una nazione intera intrappolata in un ciclo apparentemente infinito di autoritarismo politico e di dipendenza economica, a ogni livello, dalle proprie risorse petrolifere[2].

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Francesco Cappello: 2026 – Un anno di guerra?

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2026 – Un anno di guerra?

di Francesco Cappello

Guerra e declino economico statunitense. La debacle della Moneta a debito e gli squilibri delle bilance commerciali conducono inevitabilmente alla guerra. Gli USA intendono frenare l’avanzamento della cooperazione commerciale cinese in Sudamerica e in generale l’avanzata dei BRICS in Sudamerica e in Medioriente. Gli USA mirano a utilizzare la forza militare e il protezionismo dei dazi per garantire la sopravvivenza del dollaro, costringendo il mondo a finanziare il debito americano con la ricchezza reale estratta dalle nuove colonie

Attacco aereo al Venezuela 1.jpgLe prime vittime dell’attacco al Venezuela

In passato il contrasto al narcotraffico in mare era stato gestito dalla Guardia Costiera come un’operazione di polizia (fermo, ispezione e arresto). Oggi, invece, l’amministrazione statunitense ha iniziato a utilizzare la forza letale diretta, bombardando e affondando imbarcazioni sospette in acque internazionali. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi come “esecuzioni extragiudiziali” senza processo. Bombardare una nave sulla base di un semplice sospetto nega alle persone a bordo il diritto di essere processate. Sinora almeno 36 imbarcazioni sono state bombardate e affondate. Sono 115 i morti accertati.

 

Guerra e declino economico statunitense

Nella condizione di de-industrializzazione e de-dollarizzazione in cui si trovano gli Stati Uniti la gestione dei loro diversi tipi di debito risulta assai difficile. Gli Stati Uniti devono trovare compratori dei loro titoli di Stato. Soprattutto devono convincere i finanziatori del debito americano di essere ancora affidabili, ossia di avere le ricchezze necessarie a restituire i capitali prestati agli Stati Uniti con i relativi interessi. Poiché il vero sottostante del dollaro statunitense è sempre stato il suo sistema militare con 800 basi sparse per il mondo, ecco che gli Stati Uniti ricorrono come da tradizione alla rapina delle risorse altrui Manu militari (Venezuela ora e in prospettiva Nigeria e Iran così come Canada e Groenlandia per il controllo delle risorse dell’artico).

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Alberto Bradanini: Quando è troppo è troppo!

Quando è troppo è troppo!

di Alberto Bradanini

Sanctions shutterstock
1848729172 resize.jpg1. Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).

Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.

In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.

È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare.

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Leonardo Bargigli: Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela

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Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela

di Leonardo Bargigli

Per comprendere gli eventi drammatici dei giorni scorsi, è saggio seguire il giusto invito a ricercare le basi materiali della guerra, applicandolo al caso dell’aggressione statunitense contro il Venezuela. Sebbene sia del tutto ovvio che si tratti di una guerra per il petrolio, non possiamo fare a meno di osservare che sui mercati c’è abbondanza di offerta e che gli USA sono da anni tornati a essere grandi produttori di greggio. Perché il petrolio venezuelano è così importante?

Le caratteristiche del greggio venezuelano (che è pesante) si adattano alla capacità di raffinazione statunitense (senza dimenticarsi che il governo statunitense ha già rubato le raffinerie di proprietà venezuelana presenti sul proprio territorio).

Pur essendo gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, le qualità estratte all’interno dei propri confini sono leggere e quindi sono di preferenza esportate piuttosto che consumate in loco. Questo rende necessario importare greggio pesante che, al momento, proviene principalmente da Canada e Messico.

Quest’ultimo paese ha però recentemente deciso di tagliare le proprie esportazioni, verosimilmente a causa del calo della produzione e della preferenza accordata alla raffinazione interna. Le importazioni canadesi sono aumentate, ma le relazioni con questo Paese sono tese a causa dell’aggressività trumpiana, per cui l’amministrazione statunitense, presumibilmente, preferisce non dipendere unicamente da esse.

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Sergio Cararo: Smontiamo la montatura

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Smontiamo la montatura

di Sergio Cararo

Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.

In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.

Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.

In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a trentasette ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.

Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.

Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.

Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.

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comidad: I controsensi del bullimperialismo

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I controsensi del bullimperialismo

di comidad

Purtroppo Trump non ha potuto motivare il suo bombardamento natalizio in Nigeria con la dottrina Monroe, poiché pare che all’ultimo momento lo abbiano informato che la Nigeria non si trova in America Latina. Pagliacciata per pagliacciata, Trump poteva tirare fuori la dottrina Kipling, cioè quel “fardello dell’uomo bianco” celebrato nella famosa poesia del 1899. Il “messaggio” del bombardamento è abbastanza scontato: gli USA ribadiscono che vanno a colpire chi gli pare col pretesto che gli pare, e il bersaglio di turno non troverà nessun protettore disposto a rischiare per lui. Ciò era ben chiaro già nel novembre scorso, quando il bombardamento americano venne annunciato. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese è stato affidato a un portavoce, il che è di per sé il segnale di un basso profilo; ma la dichiarazione cinese, al di là della rituale esortazione agli USA di non cercare pretesti religiosi per la sua ingerenza su altri paesi, faceva soprattutto capire che Pechino non avrebbe mosso un dito per proteggere la Nigeria, come pure non sta muovendo un dito per difendere il Venezuela; a parte, ovviamente il vendere i soliti droni.

Il bullo agisce in base a uno schema comportamentale teso a dimostrare che tutti gli altri sono delle merde e che nessuno avrà le palle per sfidare il suo racket. Si dice spesso, ed erroneamente, che le guerre hanno motivazioni economiche; la Nigeria, come il Venezuela, ha grandi riserve di petrolio, e gli USA vorrebbero disporne. Ma il petrolio, di per sé, non giustifica i costi e i rischi di una guerra, dato che si può ottenere tutto il petrolio che si vuole con pratiche commerciali; anche i contratti per l’estrazione possono essere ottenuti con normali tecniche di corruzione.

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Gianandrea Gaiani: La pace (quasi impossibile) in Ucraina

La pace (quasi impossibile) in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

Pur di difendere il suo negoziato per raggiungere la pace in Ucraina, Donald Trump utilizza da giorni toni morbidi e il linguaggio cauto della diplomazia. Parla di obiettivo quasi raggiunto dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky nella sua residenza a Mar-a-lago anche se deve ammettere che resta lo scoglio non proprio irrilevante delle cessioni territoriali che Kiev deve accettare per fermare l’offensiva russa.

Nelle ultime 72 ore Zelensky non ha fatto molto per favorire il successo del negoziato. Ha ribadito che la presenza di truppe straniere in Ucraina è una parte necessaria delle garanzie di sicurezza che l’Occidente deve offrire all’Ucraina e che per Kiev dovrebbero avere una validità estesa fino a “30, 40 o 50 anni” contro i 15 anni offerti da Trump.

Richiesta che cozza con la posizione russa che ha sempre preteso l’assenza sul territorio ucraino di truppe e armi di paesi aderenti alla NATO per negoziare la pace.

Benché 850 mila maschi ucraini in età d’arruolamento si nascondano per non essere reclutati, 650 mila restino all’estero e almeno 300 mila abbiano disertato solo nel 2025, Zelensky sostiene che la gran parte della popolazione è contraria al ritiro dal Donbass.

“La gente vuole la pace”, ha spiegato in un’intervista a Fox News. “Ho visto un sondaggio che dice che l’87% degli ucraini vogliono la pace ma allo stesso tempo l’85% è contrario al ritiro delle truppe dal Donbass. Tutti vogliono la pace, ma una pace giusta“, ha dichiarato Zelensky.

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Lavinia Marchetti: Chi definiamo, oggi, terrorista?

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Chi definiamo, oggi, terrorista?

di Lavinia Marchetti*

Abu Mohammad al Jolani, per anni nome da taglia dell’FBI, oggi circola come Ahmad al Sharaa, presidente siriano ricevuto alla Casa Bianca con onori da Donald Trump, con sponde diplomatiche che fino a ieri parevano impensabili.

Bello vero? Da terrorista da top 5 dei ricercati a “attendibile” partner del presidente USA. Strana la vita. Strane le definizioni. Il Regno Unito ha appena rimosso Hayat Tahrir al Sham dalle organizzazioni bandite, e Reuters ha raccontato la logica politica esplicita di quel gesto. (leggetelo, è interessante, importante: Il Regno Unito rimuove la designazione di terrorismo per l’HTS siriano, https://www.reuters.com/…/uk-removes-terrorism…/…

Queste metamorfosi rendono visibile un meccanismo che in Europa si preferisce lasciare implicito: l’etichetta “terrorista” vive anche di liste, deroghe, opportunità diplomatiche, scelte di potenza, anzi vive soprattutto di queste. La parola entra nei codici penali, poi scivola nel linguaggio comune, poi torna al diritto come un’ombra che ritiene attuazione, pure penale.

In sede ONU il punto resta incandescente, perché la definizione giuridica condivisa resta oggetto di stallo. Un resoconto dell’Assemblea generale lo dice con chiarezza: «In assenza di una definizione specifica di terrorismo, ha sottolineato la necessità di distinguere tra il terrorismo … e gli atti di resistenza nazionale contro l’occupazione straniera».

La lotta armata, sotto occupazione, è LEGITTIMA. Trovate che esiste una situazione che meglio calza con questa definizione di Israele e Palestina? Io no. Quindi in base a quale diritto si definisce Hamas un’organizzazione terroristica? Mistero! Ci piace? No, Hamas non ci piace. Ma il giudizio non è né etico, né estetico, semmai penale.

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Mario Sommella: Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

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Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

di Mario Sommella

manifestazione attacco venezuela Usa a Pisa 3 gennaio 2026 2.jpgNella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

 

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

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Jeffrey D. Sachs: Due secoli di russofobia e rifiuto della pace

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Due secoli di russofobia e rifiuto della pace

di Jeffrey D. Sachs

9788888249933.jpgL‘Europa ha ripetutamente rifiutato la pace con la Russia nei momenti in cui era possibile raggiungere un accordo negoziato, e tali rifiuti si sono rivelati profondamente controproducenti.

Dal XIX secolo a oggi, le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza non sono state trattate come interessi legittimi da negoziare nell’ambito di un ordine europeo più ampio, ma come trasgressioni morali da contrastare, contenere o ignorare.

Questo modello è rimasto invariato anche sotto regimi russi radicalmente diversi tra loro – zarista, sovietico e post-sovietico – suggerendo che il problema non risiede principalmente nell’ideologia russa, ma nel persistente rifiuto dell’Europa di riconoscere la Russia come attore legittimo e paritario in materia di sicurezza.

La mia tesi non è che la Russia sia stata del tutto benigna o affidabile. Piuttosto, è che l’Europa ha costantemente applicato due pesi e due misure nell’interpretazione della sicurezza.

L’Europa considera normale e legittimo il proprio uso della forza, la creazione di alleanze e l’influenza imperiale o post-imperiale, mentre interpreta il comportamento analogo della Russia, specialmente vicino ai propri confini, come intrinsecamente destabilizzante e illegittimo.

Questa asimmetria ha ridotto lo spazio diplomatico, delegittimato il compromesso e reso più probabile lo scoppio di una guerra. Allo stesso modo, questo circolo vizioso rimane la caratteristica distintiva delle relazioni tra Europa e Russia nel XXI secolo.

Un errore ricorrente nel corso della storia è stata l’incapacità, o il rifiuto, dell’Europa di distinguere tra l’aggressività russa e il comportamento russo volto alla ricerca della sicurezza. In diversi periodi, azioni interpretate in Europa come prova dell’intrinseco espansionismo russo erano, dal punto di vista di Mosca, tentativi di ridurre la vulnerabilità in un contesto percepito come sempre più ostile.

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Davide Malacaria: Venezuela. Il precedente: quando i nazisti rapirono Horty

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Venezuela. Il precedente: quando i nazisti rapirono Horty

di Davide Malacaria

Quanto avvenuto in Venezuela ha un precedente non eccessivamente edificante, quando i nazisti catturarono il reggente dell’Ungheria, l’ammiraglio Miklós Horthy, per vanificare l’armistizio che questi aveva siglato con l’Unione sovietica nell’ottobre del ’44. Horty, fu catturato con un blitz ordinato da Hitler per ricondurre l’Ungheria sotto il proprio giogo e farle proseguire il conflitto. L’ammiraglio invitò i suoi a non resistere, ma ci fu ugualmente uno scontro a fuoco limitato. Poche vittime, Horty arrestato, l’Ungheria piegata.

La differenza è che in Venezuela il governo chavista è rimasto in carica, guidato dalla vicepresidente Delcy Rodríguez. E non è poco. Com’è avvenuto per gli attacchi ai siti nucleari iraniani, Trump ha subito dichiarato vittoria, aggiungendo che la Rodríguez collaborerà con gli Stati Uniti per lo sfruttamento delle risorse venezuelane da parte delle imprese statunitensi. Questo il senso della sua bislacca risposta sul futuro del Paese latinamericano: “governeremo noi”.

Una prospettiva che non deve essere piaciuta affatto a Marco Rubio, che questa aggressione ha desiderato ardentemente. Soprattutto perché la dichiarazione è arrivata insieme alla doccia fredda su Maria Corina Machado, che questi e i neocon già pregustavano alla guida del Paese. Trump l’ha trattata come una Guaidò qualsiasi: “Non ha nessun sostegno né gode di rispetto nel suo Paese” (peraltro, Rubio aveva sostenuto la candidatura della donna al Nobel per la pace e nell’ultimo anno era rimasto in contatto con l’opposizione venezuelana che a lei fa riferimento). Anche il Washington Post, che da tempo spinge per l’intervento, nell’editoriale di ieri ha criticato Trump per aver scartato la Machado.

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Dante Barontini: La strategia della rapina

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La strategia della rapina

di Dante Barontini

L’appetito vien mangiando. Se qualcuno aveva frainteso la nuova “Strategia di sicurezza” statunitense interpretandola come un “delirio” ora dovrà convincersi che si tratta effettivamente di una svolta strategica, per quanto “piena di furore e nulla”.

Il presidente Nicolàs Maduro non era ancora arrivato a New york dopo il rapimento che già l’amministrazione Trump preannunciava altri attacchi o “interessamenti” contro Messico, Colombia, Iran e naturalmente Cuba e persino la Groenlandia.

Proprio quest’ultimo territorio, di proprietà della fedelissima Danimarca e quindi di fatto exclave dell’Unione Europea, mai attraversato da impulsi “antimperialisti” e tanto meno dal “narcotraffico” (meno di 60.000 abitanti sparsi in un continente ghiacciato che ospita peraltro diverse basi yankee) chiarisce che la nuova strategia Usa è totalmente incentrata sull’accaparramento di risorse naturali. Con qualsiasi mezzo.

Fa parziale eccezione Cuba, povera di risorse ma da sempre spina nel fianco imperiale, da 65 anni resistente ad ogni pressione, embargo, attacchi militari e/o diplomatici.

Economia e odio politico si intrecciano e sovrappongono, come sempre, ma la scelta di non mascherare più con “sacri principi” la corsa all’accaparramento bruto di ricchezze destabilizza la “narrativa” euro-atlantica che fin qui aveva provato a presentare come “giuste”, anche sul piano del diritto o quantomeno dei “valori” (già più vaghi e quasi sempre indefiniti) certe pretese imperiali.

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Emiliano Brancaccio: L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

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L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

di Emiliano Brancaccio

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.

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Gianandrea Gaiani: La scommessa di Caracas rischia di destabilizzare il cortile di casa di Trump

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La scommessa di Caracas rischia di destabilizzare il cortile di casa di Trump

di Gianandrea Gaiani

Il blitz della Delta Force a Caracas che ha portato al sequestro del presidente Nicolas Maduro con la moglie e gli attacchi militari statunitensi al Venezuela si prestano a diverse valutazioni.

Sul piano politico-strategico si conferma “l’eccezione” statunitense, cioè la piena determinazione degli USA, indipendentemente da chi li governa, di poter fare con le armi ciò che vogliono; bombardare ovunque, effettuare “regime changes”, stabilire chi siano o meno dittatori, sequestrare e processare fuori da ogni legittimazione chiunque ritengano un avversario o un ostacolo ai loro interessi etichettandolo sempre come “terrorista”.

Non è una novità, Trump applica questo principio come hanno fatto altri presidenti prima di lui (indicativo che i suoi modelli siano Ronald Reagan e Theodore Roosevelt), forse mettendoci una più spinta e compiaciuta arroganza. Del resto Stati Uniti e Israele da decenni uccidono e attaccano nel mondo chiunque li ostacoli, con una spregiudicatezza resa possibile solo dalla sudditanza con cui il resto del mondo lo accetta, anche se sempre più a fatica.

L’imbarazzo degli “alleati” europei è palpabile e manda in soffitta l’insulsa contrapposizione “aggressore-aggredito” su cui giustificano da quattro anni l’ostracismo verso la Russia e il sostegno all’Ucraina.

Nonostante Biden li abbia portati sull’orlo della guerra con la Russia e Trump li abbia umiliati e bastonati per lasciarli poi soli di fronte a Mosca, gli europei continuano in parte ad approvarne contro voglia l’operato degli USA (perché Maduro era un “dittatore”, termine ormai applicato a chiunque non piaccia al cosiddetto Occidente) e in parte a criticarlo ma con moderazione.

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