Rassegna – 15/01/2026

Gian Micalessin: Reportage – Akhmat Spetsnaz: la guerra dei veterani della Wagner sui fronti ucraini
Reportage – Akhmat Spetsnaz: la guerra dei veterani della Wagner sui fronti ucraini
di Gian Micalessin
Dal memoriale della Wagner a Mosca alle retrovie di Pokrovsk con il dramma dei civili rimasti in città che cercano di raggiungere le linee russe, dal settore di Avdiivka a Lugansk, Donetsk, Khaliv e alle regioni russe di confine, dalla costante minaccia dei droni all’addestramento dei fanti e degli operatori di droni.
Il reportage di Gian Micalessin realizzato tra le linee russe nel dicembre scorso, ci accompagna attraverso diversi reparti di Akhmat Spetsnaz, l’unità multinazionale che incorpora anche gli ex combattenti del Gruppo Wagner e di altre compagnie militari private, con l’intervista al generale Apti Alaudinov e a un veterano delle tante guerre combattute dalla Wagner.
Il memoriale della guerra a Mosca
Al centro il testone rasato di Evgenij Prigozhin. Più su la bandiera con teschio e tibie della Wagner. E tutt’intorno le foto del comandante Dmitry Utkin e di decine di caduti della più famosa compagnia militare privata dispiegata dall’Africa ai fronti del Donbass.
Ma non ci sono solo loro. Accanto allo stendardo con il teschio e le tibie sventolano il drappo nero di Espanola, la formazione militare messa insieme dagli ultras del calcio russo, lo stendardo dei Veteran della compagnia privata formata da reduci delle guerre più recenti, le bandiere dei gruppi Bars e Storm Z reclutati nelle prigioni assieme a quelli di decine di altre formazioni scese in campo accanto alle unità regolari dell’esercito russo.
Primo fra tutti il Battaglione Sparta sorto nel 2014 nelle trincee del Donetsk indipendentista. Le loro insegne sono tutte lì, circondate da fiori e corone di alloro allineate lungo i tre grandi pannelli di 15 e passa metri dispiegati sui marciapiedi della Varvarka Ulica, la via che ottocento metri più avanti incrocia le torri del Cremlino.
A Mosca dunque la guerra e i suoi morti, compresi quelli più scomodi e ingombranti come Prigozhin e i suoi mercenari, non sembrano più essere un tabù. Del resto murales come quello di Varvarka Ulica sorgono non solo a due passi dal Cremlino ma anche in decine di grandi e piccoli centri della Russia, da San Pietroburgo alla Penisola di Kola.
La guerra, o meglio la SVO (Operazione Militare Speciale -Spetsial’naya voyennaya operatsiya) con il suo carico di morti (oltre 156mila secondo le stime più accreditate) e feriti è ormai una realtà evidente a larga parte dell’opinione pubblica russa.
Stefano Borroni Barale: L’intelligenza artificiale sta per rubarci il lavoro?
L’intelligenza artificiale sta per rubarci il lavoro?
di Stefano Borroni Barale
Quale il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel lavoro del futuro ? Dopo i precedenti interventi su “Collegamenti” n. 6 e n. 7, Stefano Borroni Barale cerca di risolvere gli equivoci in questo nuovo numero della rivista (10/inverno 2025-2026)
In questi tre anni dal lancio di ChatGPT i techbro della Silicon Valley ci hanno stordito con dichiarazioni roboanti sull’intelligenza artificiale: a seconda dei momenti soluzione a tutti i nostri problemi oppure causa della nostra estinzione. Allo stesso modo, per quanto riguarda il lavoro, alternano visioni di abbondanza – grazie all’erogazione di un reddito di base universale da parte dello stato, non a spese loro – e scenari di disperazione con la sparizione di oltre il 50% dei posti di lavoro. Dove sta la verità?
Per provare a comprendere il presente, soprattutto rispetto alla tecnologia, è spesso utile studiarne e comprenderne l’evoluzione. L’intelligenza artificiale (Ai) non fa eccezione, anzi, è un caso emblematico.
Oggi, quando si vuole mettere a tacere chi solleva circostanziate obiezioni rispetto all’ultima ondata di “innovazione tecnologica” che minaccia i diritti dei lavoratori, quasi sempre lo si etichetta come “luddista”. Ma chi erano i luddisti? E cosa chiedevano, davvero?
Non avendo a mia disposizione gli strumenti culturali di uno storico, mi limiterò a considerare alcuni dati che mi sembrano particolarmente interessanti, e a metterli in connessione con l’attuale ondata di automazione del lavoro che si suppone possa essere introdotta a breve dall’intelligenza artificiale.
Nel 1811, al culmine delle proteste luddiste nella contea di Nottingham (quella che aveva dato i natali alla leggenda del ladro-gentiluomo Robin Hood1, da cui deriverà il mito del “Generale Ludd” o “Re Ludd”, leader-fantoccio2 dei rivoltosi) il Principe Reggente del Regno di Gran Bretagna è costretto a schierare 35000 uomini: un numero superiore alla metà di quelli che saranno a disposizione del Duca di Wellington durante la battaglia di Waterloo. Si realizza, in quell’occasione, la più grande occupazione militare del territorio della Gran Bretagna nell’intera storia della nazione3.
Marco Morra: Una rivoluzione incompiuta? La lotta eroica del Venezuela contro l’imperialismo statunitense
Una rivoluzione incompiuta? La lotta eroica del Venezuela contro l’imperialismo statunitense
di Marco Morra
L’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas e sequestrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, uccidendo oltre 50 militari della sua scorta, costituisce un’azione di guerra in violazione al diritto internazionale. L’incursione giunge al culmine di mesi di crescenti tensioni nelle acque dei Caraibi, antistanti il Venezuela, seguite all’invio di navi da guerra con il pretesto della “lotta al narcotraffico”. Maduro è accusato di essere il capo del Cártel de los Soles, un cartello della droga che minaccerebbe la sicurezza nazionale degli Stati Uniti[nota 1]. Tali accuse non sussistono. Com’è noto, la maggior parte della droga che raggiunge le città statunitensi non è prodotta, né distribuita attraverso il Venezuela[nota 2]. D’altra parte, le dimensioni, i costi e la sofisticatezza del dispositivo militare dispiegato dagli Stati Uniti rivelano obiettivi politici più ampi: esercitare una pressione decisiva sul regime di Maduro e assicurarsi il controllo delle risorse petrolifere del paese caraibico, le maggiori al mondo[nota 3].
L’operazione denominata Absolute Resolve sancisce la nuova strategia di sicurezza nazionale perseguita dall’Amministrazione Trump in America latina, il cui fine ultimo è il ristabilimento dell’influenza statunitense nel subcontinente e il contenimento della penetrazione economica cinese. Su scala globale, invece, dimostra un approccio sempre più offensivo nel quadro della competizione strategica che oppone gli Stati Uniti alle potenze capitalistiche in espansione – come Cina e Russia – che rifiutano di allinearsi ai dettami dell’Occidente. Dopo aver consolidato la propria egemonia in Medioriente attraverso l’appoggio incondizionato a Israele, per Trump sarebbe giunto il momento di piegare il Venezuela ai propri interessi strategici. Come ha notato Alessandro Volpi, la Casa Bianca è “alla ricerca di un controllo strategico degli approvvigionamenti energetici mondiali e del potenziamento di un settore con cui ridurre l’infinito disavanzo commerciale”[nota 4].
Molto è stato scritto su questi fatti all’indomani dell’attacco. Molto poco sulle condizioni in cui la Rivoluzione bolivariana si è trovata ad affrontare la minaccia nordamericana.
Raúl Zibechi: America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
di Raúl Zibechi
In Venezuela non è stato necessario fare una strage. È il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, supportata dai media, per intimidire. Se quel che resta della sinistra non vuole e non sa liberarsi dal ricatto militare potranno farlo i movimenti? Scrive Raúl Zibechi, che conosce quel continente come pochi: “Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico in Venezuela e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi… Oggi sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva… Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi…”
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Alex Marsaglia: L’impero è nervoso: la Lunga Marcia della dedollarizzazione continua…
L’impero è nervoso: la Lunga Marcia della dedollarizzazione continua…
di Alex Marsaglia
L’assalto imperialista alla Repubblica Bolivariana del Venezuela con cui Trump ha aperto il 2026 si inserisce all’interno di una strategia ben precisa rivolta a terrorizzare tutti gli Stati dell’emisfero occidentale, al fine di affondare gli artigli economicamente su tutte le risorse di cui la “Grande America” ha bisogno. Se c’è un merito che si può attribuire a Trump è di parlare con una logica realistica, senza ammantare i suoi discorsi di altisonanti ideali e valori da esportare in giro per il mondo.
Agli Stati Uniti servono petrolio, risorse energetiche, terre rare e sicurezza dai concorrenti sino-russi, dunque agiscono direttamente per impadronirsene. Bene, evviva il realismo. Resta una grande incognita che grava su tutto questo: il National Security Strategy è una dichiarazione della proiezione di potenza dell’imperialismo americano decadente che per funzionare ha bisogno di essere accettata dagli altri soggetti del mondo, altrimenti non avverrà alcuna divisione concordata delle aree di influenza, bensì solo una moltiplicazione delle aree di conflitto e delle tensioni in tutto il globo. La Dottrina Monroe venne accettata dall’Europa che si ritirò di buon grado in quanto era quest’ultima a essere la potenza decadente, lasciando spazio alla potenza entrante, cioè gli Stati Uniti d’America.
Oggi è esattamente l’opposto: la dottrina Donroe (come la chiama Trump nei suoi deliri egocentrici) è la dottrina di un impero decadente che vuol mantenere le sue storiche aree di influenza sulle zone che vengono insidiate dal commercio delle potenze in fase ascendente.
Barbara Spinelli: E Trump diventò il pirata dei Caraibi
E Trump diventò il pirata dei Caraibi
di Barbara Spinelli
La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.
A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.
Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.
Andrea Zhok: Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta
Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta
di Andrea Zhok
Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l’eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l’unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un’immagine di sé integralmente fantastica e di farne un’arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un’oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d’oro con i maggiorenti del paese.
Yadira Márquez: Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
di Yadira Márquez*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri…
Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona orientale della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area meridionale dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, viene brutalmente attaccato da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazione in altri punti del paese.
La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.
Nel frattempo, mentre diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni scende atterrita in strada, i media ufficiali rimangono in silenzio.
Carlo Formenti: Confusioni in stile cinese
Confusioni in stile cinese
Note a margine di due testi sul rapporto fra tecnica e politica
di Carlo Formenti
Premessa
I. Ancora sul Venezuela
Al pari di chiunque si auguri il fallimento del progetto di restaurazione del dominio neocoloniale dell’Occidente collettivo, resto in attesa di capire come evolverà la situazione in Venezuela, dopo il criminale attacco dell’imperialismo yankee. Sul suo blog, Alessandro Visalli (1) ipotizza quali scenari geopolitici possano emergere da questa drammatica svolta epocale. Personalmente, anche se apprezzo il tentativo e ne condivido molti spunti, credo che manchino a oggi troppi elementi per azzardare previsioni generali, ma soprattutto la mia attenzione è più concentrata su quanto potrà accadere in Venezuela e, anche in questo caso, credo occorra armarsi di pazienza. Se infatti le ragioni del blitz americano sono evidenti (questa volta non serve smascherare le bugie dell’aggressore, visto che Trump è stato brutalmente chiaro in merito ai propri obiettivi), è più difficile valutare quale potrà essere, sul medio-lungo periodo, la tenuta delle forze antimperialiste.
L’allusione mediatica all’esistenza di un accordo preventivo con la vicepresidente Rodriguez e la corrente “moderata” che costei rappresenta, può essere finalizzata a creare sconcerto e divisione nelle fila chaviste, è però innegabile che il personaggio sia ambiguo, ed è vero che l’operazione americana è andata troppo liscia per non alimentare sospetti di complicità. Dunque tocca aspettare e vedere, ma soprattutto tocca sperare che le forze della resistenza siano abbastanza numerose, determinate e organizzate per sostenere un conflitto asimmetrico con i nemici esterni ed interni. Alimenta la speranza il fatto che le ultime guerre imperiali hanno dimostrato che gli Stati Uniti sono abbastanza forti per vincere una guerra ma da tempo non riescono più a vincere la pace (vedi la fuga precipitosa da Kabul, che ha in me suscitato il gradito ricordo di quella da Saigon).
II. Tornando ad argomenti più teorici
In attesa degli eventi sul campo, non intendo rinunciare alla lotta teorica che rappresenta la ragion d’essere di questo blog.
Mimmo Cangiano: Fra liberal e rosso-bruni. “Certe sere Pablo” di Gabriele Pedullà
Fra liberal e rosso-bruni. “Certe sere Pablo” di Gabriele Pedullà
di Mimmo Cangiano
Sin dall’epigrafe da Victor Marouck (militante socialista e comunardo), si sottolinea il tema della memoria come fil rouge dei racconti in questione. Il motivo – la sinistra che riflette sulla propria storia e sulla progressiva scomparsa di un mondo in cui “tutto era politica” – attraverserà infatti l’intero volume, ma sarà trattato in modo diverso a seconda del differente contesto temporale (e della differente età dei protagonisti) concernente i tre racconti.
Il primo, Portolano degli anni bisestili, è legato a un giovane cresciuto in un contesto di estrazione borghese e di intellighèntsia di sinistra. Qua il meccanismo mnemonico assume il compito di trasportarci in anni, pre-riflusso, in cui la politica risulta immanente fin nelle confuse visioni ideologiche del protagonista rappresentato bambino nelle prime pagine: “I fascisti sono i cattivi, almeno questo è chiaro”. Ma pure, e sarà un tratto costante dell’intero volume, si intravedono costantemente segni premonitori del riflusso incipiente, tanto nelle attitudini psicologiche – già tardo capitaliste – che attanagliano da presso i personaggi (riflessioni strumentali con la felicità personale al primo posto, individualismo montante, ecc.), quanto nelle indicazioni di contesto fornite dal narratore medesimo: i tre, quattro compagni di scuola (comunque ancora una minoranza) che scioperano al fine di andare a giocare a biliardino.
Risalta, ad esempio, la figura dell’amico che dà al protagonista la prima lezione di socialismo, e che è però, in realtà, già un’introduzione al mondo post-fordista, dove il compito della politica non è più la creazione di un’uguaglianza generalizzata e di un mondo estrano a una competitività di tipo darwinista, ma è quello di creare le condizioni all’interno delle quali gli individui possano partecipare ad armi pari a una gara sociale la cui iper-competitività comincia a risultare un dato ineliminabile.
Il filtro mnemonico, questo il punto, trova così sempre la presentificazione postmoderna come suo corrispettivo, sia come prefigurazione di ciò che accadrà qualche anno dopo, sia in taluni inserti narrativi finalizzati a mostrare gli sviluppi futuri di quanto raccontato: il farsi pop della sinistra, la perdita della tensione dissenziente, il ripiegamento nel privato, ecc.
The Minority Report: Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno rovesciato il Venezuela
Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno rovesciato il Venezuela
E perché tutto è iniziato in Cina nel novembre 2025
di The Minority Report
Nel novembre 2025, a Hong Kong accadde qualcosa di straordinario che alla maggior parte delle persone sfuggì completamente. La Cina emise obbligazioni per un valore di 4 miliardi di dollari denominati in dollari USA; una transazione finanziaria di routine, a prima vista. Ma quando arrivarono gli ordini, il totale ammontava a 118 miliardi di dollari. Una sottoscrizione trenta volte superiore. Investitori da tutto il mondo si stavano praticamente calpestando a vicenda per acquistare titoli di Stato cinesi.
Ecco la parte che dovrebbe attirare l’attenzione di tutti: queste obbligazioni cinesi hanno iniziato a essere scambiate a “rendimenti inferiori” rispetto ai titoli del Tesoro statunitensi. Rileggetelo con calma. Gli investitori globali accettavano rendimenti inferiori sul debito cinese rispetto a quello americano, nonostante la Cina avesse un rating creditizio inferiore (A+ rispetto all’AA degli Stati Uniti). Nella gerarchia della finanza globale, questo equivale più o meno a un marchio concorrente che vende più di Coca-Cola a un prezzo più alto. Semplicemente non succede. Finché non è successo.
Un mese dopo, gli Stati Uniti iniziarono a mobilitarsi per un potenziale intervento in Venezuela. Se pensate che questi eventi non siano correlati, vi state perdendo la storia geopolitica più importante della nostra generazione. Riguarda il crollo al rallentatore dell’architettura che ha sostenuto il potere americano per mezzo secolo: il ruolo del dollaro come valuta di riserva dominante a livello mondiale. E il Venezuela, incredibilmente, è diventato il ground zero nella lotta per preservarlo.
L’esorbitante privilegio del dollaro
Per comprendere la posta in gioco, dobbiamo comprendere ciò che l’ex ministro delle finanze francese Valéry Giscard d’Estaing definì notoriamente il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti [1].
Agata Iacono: “Siamo più soli”. Ciao Guido…
“Siamo più soli”. Ciao Guido…
di Agata Iacono
Il mondo è più vuoto. Più cupo e buio. E meno ironico e intelligente.
Guido Salerno Aletta ci ha lasciati all’improvviso, e io non riesco a scrivere di lui.
Guido Salerno Aletta era editorialista e saggista per Milano Finanza e Teleborsa, consulente strategico e Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni.
È praticamente impossibile sintetizzare la sua vita e il suo curriculum, perché si sovrappongono alla Storia della Repubblica Italiana — e non solo.
Mi incantavo ad ascoltare i suoi aneddoti che, sempre con eleganza e ironia, dipingevano l’inimmaginabile dietro le quinte della narrativa ufficiale.
Guido, infatti, è stato Consigliere del Senato, poi Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Segretario Generale del Ministero delle Comunicazioni e Capo di Gabinetto del Ministro delle Poste e Comunicazioni.
Conosceva anche molto bene l’America Latina: è stato Vice Presidente di Telecom Argentina, Chief of Operations di Telecom Italia in Argentina, General Manager di Mediterranean Nautilus e, ancora, Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni. Amava Cuba, per la quale era stato consulente governativo.
Andrea Zhok: Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
di Andrea Zhok*
Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.
Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un’ironia malposta.
Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).
Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l’esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.
A sua volta l’esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai “boots on the ground”).
Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale.
Coniare Rivolta: Ci serve la politica industriale e ci danno il solito nulla
Ci serve la politica industriale e ci danno il solito nulla
L’ultimo pacco della Commissione Europea
di Coniare Rivolta
Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco a una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.
Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.
Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea, il nuovo pacchetto Automotive che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.
In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”. Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.
comidad: Trump è un Mattarella che non ce l’ha fatta
Trump è un Mattarella che non ce l’ha fatta
di comidad
C’è voluto qualche giorno perché il lessico si adeguasse a quanto effettivamente accaduto a Caracas. Nelle prime ore era toccato di udire la parola “cattura” persino da parte di insospettabili voci di opposizione; solo dopo si è passati a termini più appropriati come rapimento o sequestro. Del resto siamo nell’epoca della neolingua; non a caso i colpi di Stato ora vengono chiamati “regime change”.
Acclarato che Maduro e sua moglie sono stati oggetto di un sequestro di persona, bisognerà capire che fine possano fare le accuse di narcotraffico nei loro confronti, dato che la difesa sarebbe fin troppo facile. Nel 1993 la CBS riportò la notizia secondo cui la CIA aveva spedito negli USA tonnellate di cocaina dal Venezuela; ciò nell’ambito di una “operazione antidroga” (sic!). Era stata proprio la CIA a convincere il personale delle unità antidroga venezuelane a partecipare al traffico. Il caso finì complessivamente a tarallucci e vino; ci fu una volata di stracci per cui qualche dirigente della CIA fu costretto a dimettersi per andare a ricoprire posti più remunerati in aziende private, ed anche agenti di polizia venezuelani vennero indagati nel loro paese. Con questi precedenti è molto difficile che Maduro possa subire un processo pubblico, per cui l’amministrazione Trump dovrà inventarsi qualcosa. Questo è probabilmente il motivo per cui viene tenuta in ostaggio anche la moglie di Maduro, in modo da poter costringere il marito a rispettare il copione.
Gerardo Lisco: La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
di Gerardo Lisco
Al netto della violazione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, del mancato rispetto del diritto internazionale e delle inevitabili condanne di ordine morale, è necessario ragionare su ciò che è realmente accaduto a partire dalla crisi finanziaria globale e dalla successiva crisi dei debiti sovrani.
Una precisazione preliminare sul diritto internazionale è funzionale al ragionamento che segue. Il diritto, per essere tale, necessita di istituzioni che lo producano e dispongano del potere necessario a farlo rispettare. Affinché il diritto internazionale possa essere effettivamente vincolante, sarebbe necessaria una sorta di Stato mondiale dotato di potere legislativo e coercitivo. Il cosiddetto diritto internazionale, invece, non possiede queste caratteristiche: esso si fonda sul riconoscimento reciproco tra Stati aderenti a determinati trattati, su consuetudini e su equilibri di forza. In sostanza, il diritto internazionale dipende integralmente dalla volontà degli Stati di rispettarlo e, in caso di violazione, dalla capacità degli altri Stati di imporne l’osservanza. Questa precisazione, pur non esaustiva, è indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi recenti.
La fine della globalizzazione, rispetto alla quale è possibile assumere come riferimento il periodo compreso tra il 2008 e il 2010, ha aperto nuovi scenari, ancora in fase di definizione, nei rapporti tra le potenze militari, economiche e politiche emerse dopo la dissoluzione dell’ordine bipolare.


