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[SinistraInRete] Giorgio Gattei: Il pianeta Marx nel dettaglio: la merce come forma generale di scambio

Rassegna – 17/01/2026

Giorgio Gattei: Il pianeta Marx nel dettaglio: la merce come forma generale di scambio

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Il pianeta Marx nel dettaglio: la merce come forma generale di scambio

Cronache marXZiane n. 19

di Giorgio Gattei

Annigoni Filosofo1 711x340.jpg«Cos’è un cinico?
Chi conosce il prezzo d’ogni cosa
ma ne ignora il valore»
(O. Wilde, 1893)

 

1. Mercatura. Nello Zibaldone di pensieri, alla data del 31 luglio 1821, Giacomo Leopardi si lamentava perché nel Dizionario degli Accademici della Crusca compariva ancora la parola desueta “mercatura” invece quella moderna di “commercio”: «la Crusca non porta esempio di questa parola, ma se io dirò “Principalissima sorgente di civiltà si è la mercatura”, in cambio di dire il commercio, non solamente non sarò bene inteso né dagli stranieri né dagli italiani, ma sarò deriso dagli uni e dagli altri, e massime da questi». Come che sia, entrambi i termini rinviavano allo scambio di merci tra loro ed era giusto che così fosse perché, nel “fatto” del capitalismo (o Antropocene che dir si voglia), come si è mostrato nella Cronaca precedente il lavoratore è ridotto a essere una merce che si può comprare pagandogli un salario monetario per indurlo a lavorare per altri (Marx è stato perentorio al riguardo, ma soltanto in una noticina (sic!) del Capitale: «quel che dà il carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma del lavoro salariato»), così che a maggior ragione saranno merci i prodotti del suo lavoro, che siano beni o servizi, leciti o illeciti, utili o dannosi. Per questo, come continuava la stessa noticina, «la “forma di merci” dei prodotti del lavoro acquisterà validità generale soltanto da quel momento in poi».

La merce, dunque, è il connotato generale del “fatto” del capitalismo, anche se la sua presenza economica è di antichissima data (cfr. A. Appadurai (a cura di), La vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale delle merci di scambio, 2008), ma per secoli rimanendo sporadica e limitata soprattutto ai contatti delle comunità tra di loro.

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Alessandro Volpi: Pillole di bancarotta… e di guerra

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Pillole di bancarotta… e di guerra

di Alessandro Volpi

pillole bancarotta guerra.jpgL’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una.

Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria.

Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.

Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”.

Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse.

In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. Una chiave di lettura che mi sembra sempre più probabile.

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G. Soriano: Il fascismo, veramente?

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Il fascismo, veramente?

di G. Soriano

E’ appropriato utilizzare la categoria “fascismo” per definire le nuove forme di governi (come quello Meloni in Italia) e movimenti autoritari che si vanno diffondendo ? Possiamo oggi accontentarci di qualificare come fasciste tutte le forze politiche di estrema destra? E’ pertinente se vogliamo combatterle? (1)

Mussolini e hitler.jpgUn termine generico

Quando Berlusconi era al potere in Italia, non era raro vederlo presentato come un fascista, con una camicia nera (2). Nel 1994 aveva creato, al Centro-Nord, il «Polo delle libertà» con la Lega Nord e, al Sud, il «Polo del buon governo» con Alleanza Nazionale, partito di origine neofascista; una parte della sinistra, e soprattutto dell’estrema sinistra, aveva allora gridato al ritorno del fascismo. Le proteste si intensificarono quando l’alleanza si stabilizzò nel 1996 con gli ex neofascisti ma senza la Lega. Il “fascismo” entrava al governo. Quando la Lega Nord – partito originariamente autonomista-indipendentista, ma diventato fortemente nazionalista con la leadership di Salvini – arrivò al potere, ci furono nuovamente persone di sinistra (e soprattutto di estrema sinistra) che denunciarono a gran voce il nuovo fascismo. Oggi è il partito Fratelli d’Italia (FdI) – erede dell’ex MSI (3)– che si suppone apra le porte al fascismo.

In Francia, è il partito di Jean-Marie Le Pen, fondato da ex membri dell’OAS, fascisti e nazisti, ed adesso il suo erede, il Rassemblement national (RN), a polarizzare l’attenzione degli antifascisti. Tuttavia, le modifiche ai programmi che accompagnano le diverse evoluzioni di queste formazioni non cambiano nulla della loro essenza neoliberista, conservatrice, «sovranista» e populista – con una patina sociale per il RN e FdI.

Ma non è solo l’estrema sinistra a denunciare il fascismo. In un articolo del 1995, Umberto Eco ha proposto il concetto di «fascismo eterno» (4) o «ur-fascismo». Secondo lui – sintetizzo – ogni fenomeno autoritario (maschilismo, populismo, tradizionalismo, vitalismo) sarebbe fascista e porterebbe in sé gli stessi germi del fascismo storico.

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Davide Malacaria: Iran: gli Usa stanno decidendo come intervenire

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Iran: gli Usa stanno decidendo come intervenire

di Davide Malacaria

Consiglio di guerra negli Stati Uniti per decidere sull’Iran. Nonostante le minacce di Trump e le sollecitazioni, i media Usa più importanti oggi comunicano che probabilmente si opterà per azioni “limitate, un attacco informatico o un attacco all’apparato di sicurezza interna iraniano”, scartando altre possibilità più drastiche come un nuovo attacco ai siti nucleari o bombardamenti contro basi missilistiche, opzioni che innescherebbero una guerra alla quale l’America, a quanto pare, non si sta preparando.

Lo scrive Larry Johnson sul Ron Paul Institute in un articolo nel quale racconta di un regime-change ormai fallito e che si conclude così: “Quali sono gli indicatori di un possibile attacco da parte degli Stati Uniti all’Iran? Gli Stati Uniti dovrebbero avere almeno una task force di portaerei nella regione, almeno un paio di squadroni di caccia/bombardieri e avrebbero dovuto rafforzare o l’evacuare delle basi militari statunitensi nella regione. Finora non c’è alcun segno di tale attività”.

Peraltro, la sparata di Trump sui dazi al 25% contro i Paesi che commerceranno con l’Iran sembra suggerire che il presidente americano preferisca un’azione limitata: questo tipo di proclami contro la Russia nel corso conflitto ucraino hanno scandito i momenti in cui più ha cercato il dialogo con Mosca. Un modo per coprirsi le spalle, per mostrare ai neocon – che premono perché incenerisca più o meno tutto il mondo – che li sta ascoltando.

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Carlo Formenti: La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista

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La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista

di Carlo Formenti

 

I.

In coda a un intervento in cui celebra l’elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma “sporca” le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle “dittature” che si oppongono all’imperialismo Usa.

Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è “truccato”, nel senso che, pur mantenendo le procedure formali di un sistema democratico – attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei “grandi elettori”, che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l’accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.

Gli è bastata l’elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l’illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell’alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l’ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).

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Mario Sommella: Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

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Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

di Mario Sommella

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine.

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

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Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!)Alberto Bradanini:

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Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!)

di Alberto Bradanini

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo.

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Giorgio Agamben: Ancora su cuochi e politica

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Ancora su cuochi e politica

di Giorgio Agamben

È bene riflettere sulla frase, attribuita a Lenin – anche se non sembra che l’abbia mai pronunciata – secondo cui «ogni cuoca può e deve imparare a governare lo stato». Hannah Arendt, commentando il detto pseudoleninista, scrive che nella società senza classi «l’amministrazione della società è diventata così semplice che qualsiasi cuoca ha le qualità per farsene carico». Lucio Magri osservava a ragione anni dopo che la frase di Lenin andrebbe rovesciata nel senso che «lo stato potrà essere diretto da una cuoca solo nella misura in cui non esisteranno più cuoche».

Nel solo passo in cui una cuoca compare nei suoi scritti, Lenin dice in realtà qualcosa di diverso e ben altrimenti articolato. «Non siamo degli utopisti» scrive in un articolo del 1917 «Sappiamo che una cuoca o un manovale qualunque non sono in grado di partecipare subito all’amministrazione dello Stato. In questo siamo d’accordo con i cadetti, con la Breškovskaja, con Ts’ereteli. Ma ci differenziamo da questi cittadini in quanto esigiamo la rottura immediata con il pregiudizio che soli dei funzionari ricchi o provenienti da famiglia ricca possano governare lo Stato, adempiere il lavoro corrente, giornaliero di amministrazione. Noi esigiamo che gli operai e i soldati coscienti facciano il tirocinio nell’amministrazione dello Stato e che questo studio sia iniziato subito o, in altre parole, che si cominci subito a far partecipare tutti i lavoratori, tutti i poveri a tale tirocinio».

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Enrico Grazzini: Sganciarsi dagli USA e fare pace con la Russia

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Sganciarsi dagli USA e fare pace con la Russia

di Enrico Grazzini

USEURussiaFlags.jpgIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato nel suo discorso di fine anno che la politica italiana deve svolgersi entro due coordinate principali, l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica. Giorgia Meloni che, a differenza di Mattarella, non ha molto a cuore lo Stato di diritto, ha comunque confermato nella conferenza stampa di inizio 2026 che la UE e la Nato sono le due direttrici fondamentali della politica nazionale: ma il problema è che UE e Nato stanno crollando e che promuovono politiche contrarie agli interessi del popolo italiano e dei popoli europei. La politica italiana ed europea è quindi totalmente squilibrata, controproducente, sorpassata e inadatta al nuovo contesto globale di scontro di tutti contro tutti. Il presidente americano Donald Trump tenta di annettersi la Groenlandia, un vastissimo territorio della Danimarca coperto dai ghiacci ma ricco di molti minerali strategici, e cerca anche di mettersi d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina: la sua politica sta spaccando l’Alleanza Transatlantica così cara a Mattarella e alla premier Giorgia Meloni. Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer invocano un’azione comune della Nato e americana per garantire la sicurezza dell’enorme e ambita isola artica. Ma è evidente che Trump vuole la Groenlandia tutta per sé senza condividerla con gli altri soci occidentali.

L’UE è impotente, mentre la cosiddetta Unione dei Volenterosi – l’associazione informale di Francia, Germania, Gran Bretagna, e poi Polonia, Italia, Spagna, e paesi baltici – sta promuovendo una politica di scontro frontale contro la Russia del tiranno Vladimir Putin. Mentre Trump attacca l’Europa, l’Unione dei Volenterosi e l’UE perseverano nell’idiota strategia di trasformare l’Ucraina – che ha perso la guerra con la Russia – in un “porcospino armato”, strategia tesa a proseguire all’infinito la guerra con la Russia. L’Europa si sta così creando un nemico mortale che però non ha alcun interesse ad attaccarla. La Russia, il paese più grande del mondo, sta vincendo la guerra in Ucraina ma è evidente che non ha nessuna intenzione, nessun interesse, e neppure la forza, di aggredire tutta l’Europa e la Nato. Pensare che Putin voglia assalire e conquistare Parigi, Berlino o Roma scatenando una guerra atomica è palesemente assurdo. Però, è noto che, continuando a gridare contro il lupo cattivo, il lupo spaventato può alla fine davvero attaccare.

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Nico Maccentelli: Riflessioni venezuelane

nicomaccentelli

Riflessioni venezuelane

di Nico Maccentelli

CITTNUOVAPAMOM 2024012409270164 ab797a4841ddcdbbf56bcc88f59835ca scaled 1.jpgIl sequestro del Presidente del Venezuela Bolivariano Nicolas Maduro e di sua moglie Prima Dama Cilia Flores, unitamente all’aggressione imperialista degli USA che dura da ormai 27 anni, ma oggi ha fatto il salto di qualità dell’embrago armato totale, ci induce d alcune riflessioni. Si tratta infatti di comprendere al di là delle considerazioni capitolazioniste che si leggono da più parti, quali siano i punti di forza e nel contempo i limiti di questo assalto criminale e in che contesto è maturato.

Innanzi tutto l’imperialismo statunitense non si è svegliato una mattina, con l’idea belluina di aumentare l’aggressività militarista. Esistono cause strutturali riguardo la crisi sistemica del capitalismo, già ben note ai marxisti e che in generale nella sua crisi epocale di sovraproduzione di capitali, al netto di tutte le controtendenze messe in atto dalle élite finanziarie sul piano monetario, creditizio e nella catena del valore e degli approvigionamenti, non evitano, anzi portano come sbocco inevitabile alla guerra imperialista.

Fondamentalmente l’imperialismo, ossia quel campo di paesi a capitalismo avanzato a dominnza USA è in crisi di egemonia. Il prorompere di altri attori capitalistici o a società ibride con gestioni statali di economie di mercato sulla scena internazionale, sta spostando il baricentro dell’economia mondiale da una governance finanziaria ultraliberista unipolare a economie reali che si relazionano in modo paritetico realizzando ambiti di scambio che bypassano il dominio del dollaro quale moneta di riferimento.

All’imperialismo non resta che ridefinire la propria catena di dominanza interna e di rispondere manu militari e con ogni altro mezzo ai paesi che esprimono con maggior forza economica e militare questa tendenza: Cina, Russia in primis, che sono ormai nemici esistenziali dell’imperialismo (1).

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Ada Waltz – Massimo Zucchetti: Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti

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Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti

di Ada Waltz – Massimo Zucchetti

Come la lotta all’antisemitismo viene strumentalizzata dai partigiani di Israele

caccia streghe antisempismo.pngCostantino Ciervo si occupa del conflitto mediorientale da decenni. Nato a Napoli nel 1961, Ciervo, noto come artista soprattutto per le sue installazioni multimediali, vive da molti anni a Berlino e sa bene quanto il tema sia delicato in Germania. Sui discendenti dei carnefici nazisti grava il peso storico della colpa della Shoah.

A causa dei crimini contro l’umanità commessi dai loro nonni, l’esistenza dello Stato di Israele e la sua difesa sono e devono rimanere per sempre ragion di Stato tedesca: questo è stato inculcato ai tedeschi non solo da Angela Merkel, ma da ogni parte, per oltre mezzo secolo. Così, in Germania, qualsiasi critica a Israele è da tempo sotto il sospetto di antisemitismo. E nessuna accusa è tanto dannosa per la reputazione di qualcuno quanto quella di antisemitismo.

Ciononostante, già nel 2002 Ciervo aveva affrontato il tema del conflitto israelo-palestinese con la produzione di un video a due canali sincronizzati di circa dieci minuti, dal quale nel 2011 ha sviluppato la video-scultura cinetica “Pale-Judea”. L’opera è composta da due monitor montati su una bilancia, nei quali appare l’attore Horst Günter Marx. In uno dei monitor, egli interpreta un israeliano che motiva la propria rivendicazione sulla terra tra il Giordano e il Mediterraneo; nell’altro, espone invece le contro-argomentazioni di un palestinese.

Nonostante la discussione accesa e aspra dei due contendenti, il titolo dell’opera, Pale-Judea, rimanda all’utopia di Ciervo: che entrambi i popoli smettano di combattersi e lavorino insieme a uno Stato democratico comune, nel quale tutti godano degli stessi diritti.

Da questa idea prende le mosse la concezione complessiva della mostra di Ciervo “Comune. Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”, attualmente visitabile al Museum Fluxus+ di Potsdam.

Qui, accanto a Pale-Judea e ad altre installazioni prodotte negli scorsi anni, viene presentato un nuovo ciclo di opere di Ciervo: nove dipinti iperrealistici, sei dei quali raffigurano coppie di gemelli posti fianco a fianco, uno con simboli palestinesi, l’altro con simboli israeliani.

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Fulvio Grimaldi: Stai con le proteste in Iran? Stai con Trump e Netanyahu

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Dopo Vietnam Serbia, dopo Serbia Afghanistan, dopo Afghanistan Iraq, dopo Iraq Palestina, Libia, Siria, Somalia, Venezuela, Iran…

Stai con le proteste in Iran? Stai con Trump e Netanyahu

di Fulvio Grimaldi

“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump)

Da Segretario di Stato Pompeo dichiarò che lo scopo delle feroci sanzioni imposte all’Iran non era di spingere il governo iraniano a cambiare, ma a spingere la popolazione iraniana a cambiare il governo.

Ricordo una mia visita a Teheran a un ambulatorio di medici volontari che provavano ad assistere e salvare la vita a persone, perlopiù giovani, affetti da leucemia e a cui le sanzioni negavano i farmaci. Alla frontiera tra Iran e Afghanistan, dai soldati di Teheran lì stanziati contro le infiltrazioni degli eserciti NATO (compreso il nostro), venni a sapere che, però, qualcosa i sanzionatori non negavano al consumo degli iraniani: era l’eroina che gli occupanti USA dell’Afghanistan cercavano di contrabbandare in Iran (e Russia), dopo averne promosso la coltivazione, a suo tempo proibita dai Taliban. In Europa arrivava alla base USA di Bondsteel, nel “neoliberato” Kosovo, e da lì ripartiva in direzione di giovani generazioni, potenzialmente “ribelli”, da sedare.

Ribadendo il principio alla base di tutte le sanzioni, Pompeo ammetteva che le sanzioni che affamano e uccidono non sono dirette ai governi, bensì al popolo. Questo avrebbe dovuto essere ridotto in un tale stato di miseria e disperazione da affrontare una guerra civile contro il proprio governo, democraticamente eletto, visto come responsabile.

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Paolo Di Marco: Informazione o Fumetti?

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Informazione o Fumetti?

di Paolo Di Marco

 

1- Caracas

Non solo Trump ma tutti i giornali parlano del Venezuela come paese conquistato. Il rapimento di Maduro e moglie viene descritto come un atto di presa del potere degli USA.

Solo che in Venezuela la situazione è assai diversa: il governo è in funzione, la popolazione ha dimostrato per le strade contro il blitz, non solo, ma si è messo in moto il percorso progettato da Chavez: militari polizia e popolazione uniti e armati per la difesa. (Nei video si vedono giovani e donne con le armi che sfilano: v. Katie Halper show))

Può darsi che nei prossimi giorni ci sia un intervento americano massiccio (anche se viene negato dallo stesso Trump), ma per ora il potere e il petrolio sono totalmente sotto il controllo dei venezuelani.

Il che stride con quanto tutta l’informazione ci vuol far credere o dare per scontato. Ci propongono in 3D un mondo parallelo costruito come i loro desideri, anche se (almeno per ora) irreale.

 

2- Kiev

Questo scenario ricorda l’inizio della guerra in Ucraina, dove giornali e televisioni raccontavano una storia che corrispondeva solo in minima parte con quello che succedeva sul terreno (ed è anche grazie a queste differenze plateali che a molti sono venuti i primi dubbi…)

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Sandrino Luigi Marra: E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?

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E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?

di Sandrino Luigi Marra*

E se le motivazioni del sequestro di Maduro fossero anche altre? Ovvero non solo l’interesse per il petrolio e “l’ordine” nel giardino di casa degli USA (secondo la loro visione imperialista) ma anche il pericolo socialista del Chaveziano Maduro? Da qualche giorno è questa l’ipotesi che in contesti di studi geopolitici non allineati, di cui si parla. Questa può apparire una mezza assurdità ma se si analizza dietro la facciata “petrolifera” si comincia a vedere altro, dove la combinazione petrolio e socialismo, con il petrolio che è il denaro del socialismo, declara di fatto il successo stesso del socialismo e ben sappiamo quanto questo agli occhi degli USA appaia pericoloso (vedasi Cuba).

Da diversi giorni a seguito del sequestro del Presidente Maduro vi è stato un crescendo di dimostrazioni di venezuelani emigrati negli USA e in Europa, inneggianti alla “cattura del dittatore” e in occidente ciò che vediamo è questo, questo è quello che i media ci propinano. Non vediamo l’equivalente delle manifestazioni in Venezuela. È anche vero e bisogna anche dare atto alle parole e al pensiero di chi vive ed ha vissuto il chavismo ed il madurismo come una tragedia personale, familiare e sociale ed è anche giuste raccontarle anche se bisognerebbe raccontarle con il vissuto di coloro che si identificano come esiliati. Ma lasciando da parte il “sarebbe” o il “non sarebbe” poiché non è con questo che si fa la storia, è anche giusto raccontare e far parlare le masse che in Venezuela si sono mobilitate a favore del Presidente e non solo a Caracas.

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Geraldina Colotti: Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità

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Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità

di Geraldina Colotti

L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, il 3 gennaio 2026, culminato nel sequestro di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha proiettato la rivoluzione bolivariana al centro della scena mondiale. Un’aggressione che, oltre alla capitale Caracas, ha colpito gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, ha provocato un centinaio di vittime fra militari e civili (fra cui 32 cubani e cubane), e ha distrutto varie infrastrutture e case. Il luogo dove si trovavano Maduro e Flores, il Fuerte Tiuna, un complesso civico-militare simile a un piccolo distretto urbano, che copre un’area di circa 15 chilometri quadrati, ospita infatti anche numerosi edifici di case popolari, del programma Gran Misión Vivienda Venezuela.

Si è trattato di un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, in cui sono state impiegate contemporaneamente 150 aeronavi, che ha scatenato una impressionante potenzia di fuoco e una vera e propria tempesta magnetica, mediante l’impiego di una tecnologia di ultimissima generazione, definita “impressionante” dagli esperti. Una gigantesca operazione di polizia globale che ha infranto tutti i codici del diritto.

Nonostante la situazione eccezionale, il paese non è però in stato d’assedio. Non c’è l’État de siège, non ci sono i carri armati per le strade, non ci sono stati saccheggi e rivolte, la vita produttiva è ripresa a un ritmo quasi normale.  Il decreto che ha istituito lo “stato di shock esterno”, dichiarato in base alla Costituzione, è la legalizzazione della resistenza.

Si basa sulla dottrina della Guerra popolare prolungata.

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Dante Barontini: Un bandito si aggira per il mondo

Un bandito si aggira per il mondo

di Dante Barontini

Scordatevi il mondo in cui avete vissuto. Tutte le “linee rosse” che apparivano insuperabili sono state cancellate in pochissimo tempo. Non da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ma certo a velocità tripla rispetto a prima del suo arrivo.

Il genocidio dei palestinesi durava da più di un anno, ma è apparso davvero intollerabile solo quando il tycoon ha cominciato a sventolare i suoi progetti di “riviera” sulle fosse comuni e quando qualche decina di pacifisti su vecchie barche destinate comunque alla demolizione sono stati indicati da Israele e dai sionisti di complemento come “la flottiglia di Hamas”.

Caduto infine il velo di propaganda “buonista” disteso da sempre sulle politiche imperiali di rapina, la Casa Bianca è apparsa per quel che è: il covo di una gang – con sala da ballo annessa – che prova restare in sella minacciando tutto il mondo e la propria stessa popolazione.

Lasciamo per una volta da parte le doverose analisi sulla crisi strutturale che attanaglia da decenni il modo di produzione capitalista e in particolare l’imperialismo euro-atlantico. Basta infatti mettere in fila le “novità” dell’ultima settimana: l’attacco al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro, gli assalti corsari alle petroliere anche russe, le pretese sulla Groenlandia, il ritiro da ben 66 accordi e organismi internazionali, gli omicidi dell’Ice negli stessi Stati Uniti e la loro difesa totale da parte dell’amministrazione…

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Enrico Tomaselli: Daddy Donald va alla guerra

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Daddy Donald va alla guerra

di Enrico Tomaselli

Quando l’amministrazione Trump ha iniziato una parabola di sganciamento dal conflitto in Ucraina, a spingerlo non era certo un improvviso amore per la Russia, ma semplicemente il timore che una sconfitta militare della NATO potesse ripercuotersi negativamente sulla reputazione degli Stati Uniti. Il desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, e di appropriarsi delle sue risorse, non era assolutamente venuto meno, ma solo contingentemente accantonato. Quando però sono cominciate a emergere le difficoltà, hanno cominciato a riconsiderare l’ipotesi.

Fondamentalmente, il progetto di disimpegno prevedeva innanzitutto la possibilità di porre fine al conflitto attraverso una trattativa, che vedesse Washington passare elegantemente dal ruolo di principale sponsor di Kiev a quello di mediatore tra le parti, e soprattutto che il negoziato portasse al risultato di sminuire il più possibile il vantaggio russo, e amplificare il ruolo statunitense (e personale di Trump) come risolutori. Questo progetto però si è scontrato con alcuni fattori, tra i quali le resistenze opposte dalla leadership ucraina – spalleggiata da quelle europee – e di parte della stessa amministrazione USA, ma soprattutto dalla fermezza russa. Mosca si è detta più volte aperta al negoziato, ma di fatto non ha mai riconosciuto a Washington un ruolo terzo, considerandola semmai il vero decisore, e al tempo stesso non ha mai ceduto sulle questioni fondamentali. In pratica, ha messo a nudo sia l’incapacità statunitense di comandare effettivamente il proxy ucraino, sia il tentativo di far accettare alla Russia un risultato minore.

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