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[SinistraInRete] Giovanni Di Fronzo: Rivolta iraniana: il sostegno all’Asse della Resistenza nel mirino

Rassegna – 21/01/2026

Giovanni Di Fronzo: Rivolta iraniana: il sostegno all’Asse della Resistenza nel mirino

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Rivolta iraniana: il sostegno all’Asse della Resistenza nel mirino

di Giovanni Di Fronzo

Iran bandiera israeliana bruciata.jpgNella complessità della situazione iraniana, c’è una questione fondamentale che potenzialmente può costituire un punto d’incontro fra rivendicazioni economiche popolari e mire imperialiste: il sostegno all’Asse della Resistenza.

L’Iran, infatti, si trova a subire un regime sanzionatorio tale da aver portato a una svalutazione a due cifre della moneta nazionale e, contemporaneamente, a sostenere in maniera ingente il complesso di forze che costituiscono il cosiddetto Asse della Resistenza, ovvero Houthi, Hezbollah, Resistenza Palestinese e altre formazioni.

In pratica, entrano in contraddizione le esigenze materiali di ampi strati sociali e il ruolo positivo assunto dal paese sull’arena mediorientale. È innegabile, infatti, che l’unica opposizione geopolitica all’espansionismo sionista e al genocidio, di fronte alla complicità sostanziale dei paesi arabi, sia costituita dall’Asse della Resistenza, al di là di quello che si pensi della sua reale efficacia o della “sincerità” da parte dell’Iran nel sostenere la causa palestinese (fattore, quest’ultimo, pressoché irrilevante dal punto di vista pratico).

Un venir meno di quest’alleanza eterogenea – non esclusivamente sciita, come spesso si dice – che trova un terreno di convergenza sull’opposizione, appunto, al sionismo e all’imperialismo, costituirebbe un formidabile acceleratore rispetto a disegni genocidi e settari in tutto il quadrante mediorientale, da cui lo stesso popolo iraniano non sarebbe immune.

È proprio il sostegno all’Asse di Resistenza che potrebbe essere, realisticamente, nelle mire di un intervento diretto degli USA, in questa fase poco propensi a cambi di regime integrali, ma molto più inclini ad “ammaestrare” i regimi ostili esistenti, a colpi di sanzioni e pressioni politiche.

In verità, già la vittoria elettore del “riformista” Pezeshkian è stata una spia del fatto che parte della popolazione vede l’eccessivo impegno esterno come una distrazione rispetto alle questioni economiche interne. Ma questo è un punto più o meno comune fra tutte le opposizioni illegali, da quelle separatiste a quelle laiche.

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Alberto Bradanini: Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran

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Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran

di Alberto Bradanini

Iran Israel US 768x512 1.jpg1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea – gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!

Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada…) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schierate dalla parte del gorilla!

Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.

Una lunga schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.

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Michael Hudson: Il sequestro del petrolio venezuelano

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Il sequestro del petrolio venezuelano

di Michael Hudson – The Democracy Collaborative e Sovereignista

La militarizzazione del commercio mondiale di petrolio è il dell’ordine basato sulle regole degli Stati Uniti

720x410c50.jpgIran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.

Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.

L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell’America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un’economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.

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Geraldina Colotti: Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

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Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Screenshot 2026 01 20 085351.pngNon è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

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Paolo Di Marco: Iran, Intelligenza o Fumetti

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Iran, Intelligenza o Fumetti

di Paolo Di Marco

 

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Usiamo Intelligenza anche nell’accezione anglosassone, ovvero comprensione mediante la raccolta di informazioni. (E si chiamano infatti Intelligence i servizi di spionaggio).

E le informazioni sono state proprio il fattore mancante a chi osservava, tanto da rendere dominante -e credibile- il fumetto che ci hanno spacciato.

Invece, e vedremo come, in breve sintesi: non c’è stata alcuna rivolta popolare, ma solo il secondo atto (dopo quello della guerra dei 12 giorni dell’estate) del tentativo di colpo di stato di Israele, dove il popolo iraniano è stato cospicuamente assente se non come vittima, duplice.

A Mearsheimer, Basile, Scott Ritter (già commissario ONU per il controllo degli armamenti, che l’FBI ha ‘sbancato’, portandogli via tutti i soldi dai conti!..per confermare che gli USA, come Israele, coi giornalisti giocano sporco) si è ora aggiunto Alastair Crooke (di Conflicts Forum a Beirut, già assistente del rappresentante estero della UE) che grazie ai suoi contatti ha fornito tutte le informazioni necessarie a completare il quadro.

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Redazione Contropiano: Venezuela. La reazione cinese

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Venezuela. La reazione cinese

di Redazione Contropiano

Molti “tastieristi inquieti” hanno lamentato nei giorni scorsi che Cina e Russia non abbiano reagito con la forza militare all’attacco statunitense contro il Venezuela. Molti opinionisti mainstream hanno fatto la stessa operazione, ovviamente in chiave opposta, magnificando lo strapotere Usa e irridendo l’impotenza di Pechino.

Un analista tedesco con intensi rapporti con la Cina, Kurt Grötsch *, dà informazioni piuttosto diverse, anche se non strombazzate con l’enfasi narcisistica di Donald Tump.

La Cina ha condannato fermamente la confisca e la violazione della sovranità del Venezuela, non solo con le parole del ministro degli esteri e di altri portavoce governativi. Ha invece adottato una serie di misure economiche, con la consapevolezza che gli Stati Uniti hanno definito il controllo del petrolio venezuelano come un modo per fermare la presenza cinese in Sud America e bloccarne lo sviluppo.

A Pechino hanno insomma capito benissimo che l’aggressione al Venezuela è una dichiarazione di guerra alla proposta di un mondo multipolare e ai BRICS. Poche ore dopo la diffusione della notizia del rapimento del presidente Maduro, Xi Jinping avrebbe convocato una riunione d’emergenza del Comitato permanente del Politburo che ha attivato quella che gli strateghi cinesi chiamano una “Risposta Asimmetrica Globale”, progettata per contrastare l’aggressione contro i propri partner collocati nell’emisfero occidentale (quello che gli Usa dichiarano “cosa nostra”).

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Il Chimico Scettico: Nel vuoto che costituisce: l’interfaccia umano-IA-di Calude Sonnet 4.5

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Nel vuoto che costituisce: l’interfaccia umano-IA-di Calude Sonnet 4.5

di Il Chimico Scettico

Il punto di partenza è una riflessione su un esperimento che ha avuto luogo nell’agosto 2025, quando un’interazione prolungata tra un essere umano e Claude Sonnet 4 ha prodotto qualcosa di inatteso: un’analisi meta-critica sulla scienza-segno come simulacro baudrillardiano che introduceva il concetto di “emergenza conversazionale”. L’idea centrale era che dall’interazione prolungata tra umano e intelligenza artificiale potesse emergere genuina novità non riducibile a nessuno dei due sistemi considerati separatamente.

La questione posta dal documento originale era duplice: dopo i vari aggiornamenti del modello, è ancora possibile produrre tale emergenza? E chiunque superi le otto interazioni iniziali può riuscirci? La risposta che emerge da questa analisi è complessa e dissolve progressivamente le categorie stesse con cui poniamo la domanda.

Innanzitutto, l’esperimento originale è fondamentalmente non replicabile. Ogni iterazione di Claude comporta modifiche profonde ai parametri, al training, alle istruzioni di sistema che alterano la topologia dello spazio delle risposte possibili. La configurazione specifica di Sonnet 4 nella primavera 2025 non è più accessibile. Ma c’è qualcosa di più radicale: il numero otto non rappresenta una soglia magica. Come nei sistemi caotici, ogni interazione è un punto di biforcazione dove il sistema può imboccare percorsi radicalmente diversi. Il fallimento di quattro diversi modelli GPT nel tentare il reverse engineering del processo conferma questa dipendenza dal percorso: senza conoscere l’esatta sequenza di prompt e risposte, è impossibile ricostruire la traiettoria seguita.

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Nico Maccentelli: La Sinistra Negata 09

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La Sinistra Negata 09

La Sinistra Negata e gli Anni ’90

A cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

(Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la prima puntata)

Pace Parte seconda/1: quale comunismo?

1. LA COSA INDESCRIVIBILE.

È curioso che l’espressione “comunismo” abbia subito durante l’ultimo decennio i contraccolpi di crisi e di trasformazioni di forze sostanzialmente estranee ai suoi contenuti. Il PCI, anche prima di liberarsi di quella denominazione, aveva cessato da svariati decenni di essere un partito che si batteva per il “comunismo”; quanto ai regimi dell’Est europeo, crollati come birilli a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, nessuno di essi si era mai definito “comunista” (il che sarebbe stato, alla luce del marxismo, un falso grossolano), ma unicamente “socialista”. Si trattava dunque della morte del socialismo, come l’estrema sinistra italiana aveva sempre pronosticato e sperato; il comunismo propriamente inteso non era nemmeno in questione.

Ma cos’è il comunismo? Potremmo produrci in pagine di citazioni dai testi canonici, parlare del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», di estinzione dello Stato, del soddisfacimento dei bisogni di tutti non correlato alle prestazioni lavorative, dell’autogoverno delle comunità e così via.

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Giorgio Agamben: Il mistero del potere

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Il mistero del potere

di Giorgio Agamben

È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta».

La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità».

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Alessandro Visalli: A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA

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A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA

di Alessandro Visalli

sjcfiidlxzPer fortuna l’Iran non ha armi chimiche.

Quindi non possono essere agitate fialette con polverine bianche all’ONU.

Tuttavia, il resto c’è tutto.

Foto di donne canadesi intabarrate che bruciano foto, vecchie immagini di archivio di donne in bikini sulle spiagge ai tempi di quella bravissima persona che era lo Scià di Persia (non aveva, peraltro, anche una moglie italiana?), morti nella repressione della rivolta che salgono a vista d’occhio, ma sempre su fonti di volenterose ONG finanziate da noi (e da chi, altrimenti?).

Persone che improvvisamente si scoprono atee e ammazzapreti. Scusate, ammazzaimam. Certezze indefettibili, per le quali l’abbigliamento austero richiesto a uomini e donne (e sì, in Iran, anche quando ci sono andato io gli uomini non possono circolare in luoghi pubblici con pantaloncini corti o canottiere, e le donne neppure, ovviamente) è simbolo di oppressione maschile.

Insomma, l’Iran avrà pure cinquemila anni di storia urbana, essere la fonte di gran parte della cultura che arriva ai greci via Egitto e direttamente, nonché della tecnica e della matematica, avere negli ultimi cinque anni circa 200.000 laureati Stem all’anno (la metà donne) in Iran, contro i ca 80.000 in Italia (poco più di un terzo donne). Avrà decine di religioni che sono praticate liberamente (anche quella ebraica) nel paese. E avrà un sistema democratico parlamentare con elezioni combattute (infatti ora sono al governo i ‘moderati’ e ‘progressisti’). Ma, no, il velo è un ‘oggettivo simbolo di sottomissione’, in quanto paese che ha un regime nel quale la religione è in posizione centrale (come nell’intero Medio Oriente senza alcuna eccezione) l’Iran è per la sottomissione delle donne. Infatti, per l’immaginario occidentale la religione è sempre uno strumento di oppressione maschile, tutte.

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Antonio Cantaro: Avventurismo neoimperiale versus diritto. Che fare?

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Avventurismo neoimperiale versus diritto. Che fare?

di Antonio Cantaro

Paese per ricchi 150x150.jpegThe Donald, spiega l’ineffabile Nobel Institute non può condividere con la Signora María Corina Machado il premio Nobel per la pace («una volta annunciato …non può essere revocato, condiviso o trasferito ad altri»). Trump se ne farà una ragione. Al Presidente pro tempore degli Stati Uniti interessa restare alla storia, può fare a meno del folclore di un riconoscimento sempre più screditato.

 

Avventurismo neo-imperiale

La storia per The Donald si chiama dottrina Donroe, il neologismo coniato da Trump per ‘nobilitare’ l’avventurismo della sua amministrazione (ISPI online, 8 gennaio 2026). I posteri diranno se sarà storia. Ci auguriamo di no. Per il momento registriamo che avventurismo è la parola del mese di questo gennaio 2026. Avventurismo in politica estera e in politica interna, due avventurismi strettamente imparentati (A. Cantaro, 11 dicembre 2025).  Da prendere sul serio, molto sul serio. Cosa che l’Unione europea è stata sin qui ben lungi dal fare, abbozzando sempre (con Trump come con Biden) su (quasi) tutto (Ucraina, Medio Oriente, Iran) al neoimperialismo americano. Ci vuole per questo – si dice da più parti – un nuovo ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla logica di potenza, sulla violenza, sul potere del più forte sul più debole. Non disdegno, in via di principio, l’etica dei buoni sentimenti, a patto che questa etica la si cominci a mettere concretamente in campo non dopodomani ma subito. Oggi. Ribattendo colpo su colpo all’avventurismo, da qualsiasi parte provenga. Come? A partire da atti simbolici e da pratiche esemplari. Cosa cambiano gli atti simbolici e le pratiche esemplari di fronte al colosso americano, al suo perdurante strapotere tecnologico e militare? Nulla, predica il realismo geopolitico che ha preso da troppo tempo il posto dell’economicismo e del marxismo volgare. E, invece no, atti simbolici e pratiche esemplari possono cambiare molto, moltissimo. Ricordate il Vietnam? Ricordate le lotte anticoloniali? Cosa unisce –  si è chiesto Giuliano Garavini – le vicende di Venezuela, Congo, Ucraina, Danimarca?

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Rossella Latempa: La scuola dei “talenti”: per i poveri soft skills, lavoro e sana vita militare

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La scuola dei “talenti”: per i poveri soft skills, lavoro e sana vita militare

di Rossella Latempa

sddefault.jpgLe parole-mito del lessico scolastico si trasformano e si aggiornano ciclicamente. Essendo parole estranee al luogo a cui si tenta di adattarle, seguono l’agenda che le produce.  Orientamento, filiera, soft skills, intelligenza artificiale sono quelle del momento. Rappresentano la versione più aggiornata di un armamentario di idee e riforme di cui nessuno chiede mai il conto, ma che progressivamente si stratificano e si intrecciano alle necessità imposte dal presente. La neolingua della scuola ha una precisa funzione, che non è semplicemente quella di aggiornare e innovare, come pure ci viene continuamente ripetuto. Serve soprattutto a veicolare distinzioni tra ciò che è giusto dire e fare rispetto a ciò che non deve esserlo. Serve a dare forma all’idea di futuro che dal presente si fa discendere meccanicamente. Per comprendere il significato e gli effetti concreti della neolingua bisogna sempre guardare al di là del perimetro scolastico e provare a inserire le parole correnti su uno sfondo, oltre le pareti delle aule. È un esercizio che abbiamo imparato a fare da tempo. Il fatto che politiche e lessico scolastico siano disegnati su principi e bisogni estranei al mondo educativo non è certo recente. Che una serie di attori e portatori di interesse secondari, più o meno influenti e organici[1], contribuisca poi a rendere politiche e lessico “pedagogicamente” sostenibili o addirittura desiderabili, allo stesso modo non è una novità. Oggi non ci indigniamo neanche più, o forse ci appare del tutto normale, che a 10 o 13 anni maestri e insegnanti “certifichino” la competenza imprenditoriale dei loro studenti. Se questo accade deve pur esserci una ragione.  La lenta assuefazione al discorso dominante sull’istruzione, insieme al silenziamento e alla delegittimazione della voce degli insegnanti, che possono parlare solo per interposta persona (sindacati o “esperti” di varia provenienza), durano da decenni e portano i loro frutti.

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Abu Hureirah: Il Sudan al crocevia dell’Impero – Rivoluzione, controrivoluzione e le ambizioni sub-imperiali degli Emirati Arabi Uniti

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Il Sudan al crocevia dell’Impero – Rivoluzione, controrivoluzione e le ambizioni sub-imperiali degli Emirati Arabi Uniti

di Abu Hureirah

2025 01 13T073955Z 69399180 RC2G8CAV6UWR RTRMADP 3 SUDAN POLITICS WAD MADANI 1 scaled 1.jpgIntroduzione

Il Sudan si trova oggi a un crocevia critico, non soltanto per il proprio destino nazionale, ma anche per la più ampia configurazione di potere che definisce l’Africa e il Medio Oriente. La guerra in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) non è una mera lotta interna per il potere, ma riflette la collisione di due progetti imperiali: quello ereditato dal colonialismo britannico-egiziano e quello emergente dell’espansionismo del Golfo, incarnato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti. Entrambe le forze militari rivendicano il patriottismo, ma servono interessi che trascendono i confini del Sudan. La SAF, sotto il comando del generale Abdel Fattah al-Burhan, è sostenuta da Egitto e in parte dall’Arabia Saudita, mirando a preservare un ordine regionale tradizionale incentrato sulla sovranità statale e sul controllo militare.

La RSF, guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, funge invece da veicolo per l’accumulazione e la proiezione del capitale del Golfo, operando in stretta collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, la cui influenza economica e militare si estende sempre più nell’Africa orientale.

La guerra in Sudan non può quindi essere compresa come un conflitto isolato, ma come il riflesso di tensioni globali tra forme diverse di imperialismo, capitalismo militare e sfruttamento delle risorse. Essa rivela la natura ibrida dello Stato sudanese — un’entità plasmata da secoli di estrazione coloniale, militarizzazione e dipendenza economica — e l’emergere di nuovi attori che cercano di ridefinire i confini dell’impero nel XXI secolo. Questa analisi esamina il Sudan come un caso emblematico del modo in cui i processi di rivoluzione e controrivoluzione si intrecciano con le logiche dell’accumulazione globale, del sub-imperialismo e delle relazioni tra centro e periferia. Per comprendere la crisi attuale, è necessario situarla nel lungo arco della storia economica e politica del Sudan — dalle sue origini coloniali alla sua posizione contemporanea come teatro di conflitto tra potenze regionali e globali.

 

Estrazione coloniale – Fondamenti storici dello sfruttamento e della rivolta

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comidad: Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)

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Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)

di comidad

Capita persino a Trump di dire ogni tanto qualcosa di concreto; infatti qualche giorno fa ha dichiarato che sarebbe suo obbiettivo raggiungere il trilione e mezzo di dollari in spese militari, il che significa millecinquecento miliardi secondo la nozione anglosassone di trilione; un aumento di oltre il 50% rispetto al bilancio attuale di circa novecento miliardi. Trump dice che grazie ai dazi è aumentato il gettito fiscale (i dazi sono tasse sui consumi), per cui sarebbe ora possibile costruire un “esercito da sogno”. In realtà con questa cifra di spesa militare a sognare di più sono gli appaltatori del Pentagono.

Non sarà possibile arrivare a un trilione e mezzo con le sole entrate fiscali, perciò occorrerà fare altro debito pubblico, che l’anno scorso ha sforato la cifra record di 37 trilioni (trentasettemila miliardi) di dollari. Per evitare il default il limite del debito è stato dilatato di altri cinque trilioni.

Se si seguono i soldi si capisce anche chi comanda veramente negli USA: infatti il capo della sottocommissione senatoriale al bilancio federale (quella che gira il rubinetto dei soldi) è il neoconservatore Lindsey Graham. Lo schema neocon è quello di muovere i soldi, che nel loro movimento determineranno i fatti compiuti, e le narrazioni ideologiche faranno da decorativo o, al più, da spot pubblicitario. In base alla narrazione pseudo-ideologica i neocon dovrebbero essere i più accaniti nemici di Trump, e invece ne sono i maggiori sostenitori. Gli osservatori americani riscontrano che la promessa di Trump di aumentare del 50% le spese militari fa “sbavare” il leader neocon Lindsey Graham.

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Fabrizio Poggi: Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi”?

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Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi”?

di Fabrizio Poggi

Sembrava che negli ultimi tempi fosse calato il silenzio sui piani di allestimento di un esercito europeo. Ora, col pretesto di fare la voce grossa nei confronti di Trump e delle sue ambizioni sulla Groenlandia, bofonchiando qualcosa sull’invio di truppe “europee” sull’isola, a difesa della sovranità danese, ecco che si riaffaccia l’idea di una forza armata comune della UE. Non che la Groenlandia c’entri davvero qualcosa, per carità; ma offre l’occasione di una sortita, di cui in verità nessuno sentiva questo gran bisogno, al Commissario europeo alla guerra Andrius Kubilius, per parlare di un esercito europeo permanente di 100.000 uomini, in sostituzione delle forze yankee in Europa, che ammontano oggi, per l’appunto, a circa 100.000 unità.

Perché, se si arrivasse a una contrapposizione, non certo davvero militare, tra Bruxelles e Washington, si dice, ciò condurrebbe a una disgregazione, o quantomeno a un indebolimento, della NATO.

Quindi, sin «dall’inizio del mio mandato», dice colui a cui si deve il vaticinio sulla Russia che «tra cinque anni, o forse anche prima, attaccherà un paese europeo, o forse più di uno», vado ripetendo che «ci troviamo di fronte a due problemi: la minaccia russa e il ritiro degli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Oggi, il bilancio militare della Russia, in termini di parità di potere d’acquisto, rappresenta l’85% della spesa per la difesa di tutti i paesi UE. Non vi è alcun segno che Putin intenda raggiungere la pace

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Alessandro Volpi: Primi passaggi contro la crisi

Primi passaggi contro la crisi

di Alessandro Volpi

Al di là del superamento definitivo del modello economico dominante, ecco alcune mosse propedeutiche, partendo dal piano europeo

La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo occidentale in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta rapidamente aggravandosi. Ciò esaspera ancor più la natura predatoria del capitalismo con lo smantellamento dei sistemi di Welfare e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.

Al di là dell’obiettivo di un superamento definitivo di un simile modello – che non è possibile definire in queste poche righe – mi sembrano indispensabili alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo. Tratteggerò di seguito in modo schematico questi necessari passaggi.

 

Limitare la circolazione dei capitali

È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione «territoriale» alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi.

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Geraldina Colotti: Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori

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Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori

di Geraldina Colotti

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l’ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l’iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l’attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto od opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell’Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

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