Rassegna – 23/01/2026

Eugenio Donnici: Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
di Eugenio Donnici
1.
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro.»
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.
Le proteste degli operai davanti le fabbriche, ogni volta che si presenta una crisi aziendale, possono essere considerate come un rifugiarsi in degli interessi corporativi, stando alle conclusioni a cui giungono gli studiosi del calibro di Dahrendorf?
Fulvio Grimaldi: Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN
Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN
di Fulvio Grimaldi
Iran, orgia di disinformazione
Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.
Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.
Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.
Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.
Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata.
coniarerivolta: La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI
La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI
di coniarerivolta
Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi il servizio ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori privati), fino a poco tempo fa la cessione della rete da parte dello Stato sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi capitalistici, tutto è possibile.
In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua privatizzazione.
Breve storia delle privatizzazioni in Italia
La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra bisogni sociali e profitto.
La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti” anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni statali.
Agata Iacono: Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà
Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà
di Agata Iacono
Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del “piano di pace” di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra.
Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all’asservimento totale dell’Italia a Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell’Europa+UK).
Abbiamo assistito all’arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio.
Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto.
Le distorsioni della narrazione hanno aggredito e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà…).
Leonardo Bargigli: Il falso dilemma iraniano
Il falso dilemma iraniano
di Leonardo Bargigli
Ora che il pericolo di un attacco statunitense contro l’Iran sembra momentaneamente scongiurato, dovremmo raccogliere le idee e riesaminare i termini della questione.
Guardiamo come l’opinione pubblica occidentale si rivolge all’Iran, o come si è rivolta a qualsiasi altro dei Paesi attaccati militarmente dall’Occidente negli ultimi 35 anni: Iraq, Serbia, Afghanistan, Siria, Libia, Venezuela.
Nella sua sfera comunicativa, l’occidentale medio si esprime come se la sua superiorità morale gli conferisca il diritto di esprimersi sul rovesciamento di qualsiasi governo estero (non occidentale) che, per qualche motivo, non lo soddisfi. Per il benpensante occidentale, chi rompe un vaso nella sua città è un “terrorista”, ma chi spara alla polizia in Iran è un “eroe della libertà”.
Questo atteggiamento, purtroppo, fa breccia anche a sinistra. Per anni abbiamo denunciato il genocidio del popolo palestinese, invocando il rispetto del diritto internazionale calpestato da Israele. Ma, evidentemente, anche a sinistra qualcuno ritiene che il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” e che quindi sia legittimo invocare, auspicare, appoggiare il rovesciamento della repubblica islamica.
Per quanto riguarda la sinistra radicale, l’interventismo si radica nell’esaltazione del conflitto, che è parente stretta dell’esaltazione della guerra. Se il popolo iraniano scende in strada e si rivolta contro il suo governo, come potremmo noi rivoluzionari non appoggiarlo fino alle estreme conseguenze, visto che vorremmo rovesciare tutti i governi della Terra?
Giuseppe Masala: L’economia Usa cola letteralmente a picco
L’economia Usa cola letteralmente a picco
di Giuseppe Masala
I dati relativi alla Posizione Finanziaria Netta USA pubblicati ieri dall’US Bureau Economics Analysis segnalano un dato drammatico che non ha riscontri nella storia USA. Per uscire dalla crisi gli USA hanno di fronte due possibilità
Donald Trump pur non disvelando il problema e la sua entità non ha mai nascosto che l’elemento cruciale della propria azione politica è il riequilibrio della bilancia commerciale con il resto del mondo e, di conseguenza, anche un graduale rientro dei conti nazionali comprensivi dei flussi finanziari in entrata e in uscita dagli USA. E’ stato così fin dal suo primo mandato, del quale ricordiamo le violentissime polemiche (e minacce) rivolte all’Unione Europea, accusata (non a torto) delle peggiori nefandezze in materia di concorrenza sleale. In particolare, a ricevere gli strali di Trump fu la Germania della Merkel grande creditore americano e detentrice di enormi surplus finanziari.
Con l’avvento di Joseph Biden alla Casa Bianca, i toni verso l’Europa cambiarono notevolmente sul piano verbale e delle relazioni di facciata ma, nella sostanza, i rapporti tra le due sponde dell’Atlentico peggiorarono enormemente. Innanzitutto, la Casa Bianca fece deflagrare in guerra aperta la crisi del Donbass obbligando Kiev a trasferire grandi contingenti dell’esercito verso le regioni ribelli per una spedizione punitiva e la loro riconquista. Fatto che spinse i russi ad entrare direttamente in campo per proteggere le due repubbliche di Donetsk e Lugansk.
Luca Baiada: Nessuno è libero se non sono liberi tutti
Nessuno è libero se non sono liberi tutti
di Luca Baiada
Un libro di persone, Quando il mondo dorme di Francesca Albanese[1]. Scandiscono la vita, riempiono le storie e si prendono anche i titoli dei capitoli. Ci portano fra gli orrori, nella geografia della disuguaglianza, nella galleria degli specchi dove i trucchi ottici ci farebbero cadere. Sono persone vere. Sono vive oppure, ormai, non lo sono più: studiosi e bambini, giuristi e militanti politici. Ci sono intellettuali giramondo, pittrici ragazzine che riempiono l’esilio di colori, osti tuttofare che da un momento all’altro potrebbero offrire il narghilè a Corto Maltese. Ma l’orientalismo da cartolina non si fa vedere; qui è tutto di carne. Come l’amore per la vita di questa giurista, relatrice speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato. Vogliamo riepilogare gli insulti che ha ricevuto, le accuse e i sabotaggi? Ma no, non diamo soddisfazione ai controllori del traffico delle idee, alla polizia coloniale in borghese. Non lasciamoci distrarre.
Questo libro, che si fa gustare d’un fiato, affronta con linguaggio caloroso questioni politiche e legali, anche difficili, e supera la complessità grazie a uno strumento senza avversari: il peso dei fatti. Perché Albanese non perde di vista la questione globale delle ingiustizie sociali dilaganti, quando rammenta che il sistema che opprime i palestinesi riguarda tutti: «È il sistema che decide al posto nostro su questioni determinanti della vita di tutti noi, senza necessariamente ascoltarci e rappresentarci; quello che trasforma il lavoro in precariato e i diritti in privilegi, che fa in modo di alienarci gli uni dagli altri, rendendoci tutti più fragili e insicuri; che considera la solidarietà un atto sovversivo e l’empatia una forma di disfunzione mentale e sociale»[2].
Roberto Iannuzzi: Guerra ibrida, dal Venezuela all’Iran
Guerra ibrida, dal Venezuela all’Iran
di Roberto Iannuzzi
In Iran, come in Venezuela, Trump ha lanciato un’operazione destabilizzante quanto strategicamente incerta, questa volta manipolando e infiltrando, insieme a Israele, le proteste locali
Un filo rosso lega le minacce rivolte all’Iran dal presidente americano Donald Trump, sullo sfondo delle proteste scoppiate nel paese, al recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro per mano delle forze armate USA.
La notizia del blitz che ha portato alla cattura di Maduro era giunta a Teheran mentre nel paese erano in corso manifestazioni di piazza già da alcuni giorni, a seguito del crollo del rial, la valuta iraniana.
Tale notizia aveva fatto scalpore negli ambienti politici della Repubblica Islamica, suscitando un dibattito sulla possibilità che l’Iran divenisse a breve il prossimo bersaglio di Washington. I timori iraniani sono corroborati da analisi americane.
Cosa unisce Iran e Venezuela
Sia l’Iran che il Venezuela fanno parte di quel fronte di paesi che si oppone all’imperialismo e all’eredità coloniale dell’Occidente.
Il legame tra Caracas e Teheran si era rafforzato nei primi anni 2000, quando l’allora presidente venezuelano Hugo Chavez aveva affermato che il suo paese era parte integrante di un “asse di unità” cui appartenevano anche l’Iran ed altri oppositori degli USA.
Entrambi sottoposti a dure sanzioni americane, i due paesi hanno stretto rapporti economici ed elaborato sistemi comuni per cercare di eluderle. Nel 2012, alla fine della presidenza Chavez, investimenti e prestiti iraniani in Venezuela ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, secondo fonti statunitensi.
Il Venezuela è stato anche la porta di accesso all’America Latina per il partito sciita libanese Hezbollah, stretto alleato di Teheran, grazie all’ampia diaspora libanese emigrata nel paese durante la guerra civile in Libano (1975-1990).
Carla Filosa: I limiti di Trump
I limiti di Trump
di Carla Filosa
Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – inprimis – il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! – e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre – dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.
Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.
Visconte Grisi: Le differenze di razza nascondono la differenza di classe
Le differenze di razza nascondono la differenza di classe
di Visconte Grisi
ROSSO BANLIEUE: Etnografie della nuova composizione di classe nelle periferie francesi di Atanasio Bugliari Goggia, Ombre corte, 2022, euro 29,00
L’autore ha trascorso due anni nelle banlieues parigine integrandosi profondamente nella vita quotidiana dei banlieusard e nei collettivi politici. In questo modo vorrebbe mettere in luce l’importanza dell’inchiesta militante in questa fase in cui una nuova generazione entra sulla scena politica, anche in Italia, come testimoniano gli ultimi fatti dall’uccisione di Ramy in poi. Il libro dà ampio spazio alle testimonianze dirette degli abitanti delle banlieues e ai militanti dei collettivi sottolineando così l’importanza della storia orale per la piena comprensione della realtà.
Una realtà che è fatta di rivolte (émeute) contro la condizione miserabile della vita in banlieue, contro il lavoro precario, contro il controllo poliziesco. Una rivolta che viene definita dalle istituzioni come violenza urbana od opera di “casseurs des ghettos” ma che nasconde in realtà una violenta discriminazione di classe. Si tratta in definitiva di giovani, spesso giovanissimi, per lo più di origine immigrata, di seconda o terza generazione, sebbene in gran parte nati in Francia e quindi cittadini francesi, appartenenti a una specifica classe sociale sulla quale si sono testate le nuove forme di lavoro precarie e flessibili in entrata e uscita, segnate dall’incremento dei ritmi produttivi e dall’abbassamento delle tutele. In definitiva lavoro, territorio e povertà sono gli elementi che concorrono alla nascita di una classe sociale all’interno della banlieue parigina che è all’origine delle rivolte.
Il fatto è che la costante degradazione delle condizioni di lavoro e di vita della classe popolare coinvolge l’intero Occidente. La crisi capitalistica era già realtà per la classe proletaria di tutta Europa e il potere si affrettava a testarne effetti e rimedi nelle banlieues francesi, per estenderli successivamente ai miserabili di tutto l’Occidente globalizzato. La banlieue ha anticipato questi nuovi modelli di sfruttamento al tempo della crisi così come nei nuovi linguaggi di resistenza a questo modello, che si esprimono in una nuova e più estesa forma di riots. Una forma che però rivela i profondi legami di solidarietà che si instaurano non solo fra i giovani sfruttati ma anche fra le diverse generazioni.
Bassam Saleh: Sulla Palestina la repressione infinita
Sulla Palestina la repressione infinita
Alba Vastano intervista Bassam Saleh, giornalista palestinese
“Da più di due anni il Consiglio di sicurezza è paralizzato dal veto americano. l’Italia del governo Meloni è subordinata alla politica di Trump, inoltre è il terzo paese a fornire armi e munizioni a uno Stato che commette genocidio. È un rapporto tra le destre basato su una posizione acritica verso Israele da parte del governo Meloni. Non solo, si afferma anche che Israele ha il diritto alla difesa, anche se occupa una terra che non gli appartiene e pratica un regime di apartheid e genocidio contro il popolo palestinese”(Bassam Saleh)
“La supremazia imperialista occidentale è sempre alla ricerca di maggior profitto e dominio geopolitico ed economico. Alla ricerca di fonti energetiche: petrolio, gas, terre rare e materie prime che servono all’alta tecnologia. Ed hanno utilizzato ogni pretesto per invadere o bombardare, motivando il loro operato per portare la democrazia! Già lo abbiamo visto in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Gaza e i suoi enormi giacimenti di gas. Per essere aggiornati su quanto ho citato sopra è sufficiente seguire gli ultimi fatti relativi all’aggressione Usa contro la Repubblica bolivariana di Venezuela’.
Lo dichiara Bassam Saleh, giornalista palestinese free lance, cofondatore di associazioni e comitati di solidarietà con il popolo palestinese. Alla luce dei fatti attualissimi, in riferimento al rapimento del Presidente venezuelano Maduro da parte delle forze imperialiste di Trump, è possibile affermare che sono saltati tutti i principi del diritto internazionale, così come sta accadendo da decenni nella martoriata Palestina, per mano del criminale israeliano, supportato dagli Usa, nonché dal governo italiano.
Bassam, nell’intervista che segue, denuncia l’indifferenza dei governi occidentali e la loro complicità nel genocidio in Palestina. Genocidio ancora in atto, nonostante il subdolo accordo di pace.
Domenico Moro: Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump
Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump
di Domenico Moro
In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e la Groenlandia sono entrate nel mirino di Trump, per la medesima ragione. Tuttavia, questi due nuovi paesi, su cui Trump si sta concentrando, rappresentano un salto di qualità importante.
Il sequestro di Maduro e l’attacco al Venezuela hanno rappresentato la volontà di ristabilire il controllo statunitense sull’Emisfero Occidentale (le Americhe), da sempre considerato il giardino di casa degli Usa. La Cina era presente in Venezuela, e i suoi investimenti erano tesi a svilupparne le infrastrutture petrolifere, ma l’importanza del Venezuela per la Cina è molto inferiore a quella dell’Iran, altro grande produttore di petrolio.
Infatti, l’Iran è un tassello molto più importante per la Cina, essendo un pilone fondamentale della sua strategia sia di rifornimento energetico sia di sviluppo di rotte commerciali internazionali (la nuova via della seta). La Cina è, tra le tre aree economiche principali a livello mondiale – Usa, Ue e Cina -, la maggiore importatrice di petrolio, che rimane, nonostante lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la materia prima più importante.
Infatti, gli Usa sono energeticamente indipendenti, importando pochissimo petrolio, grazie al fatto che con la fratturazione idraulica sono diventati il principale produttore mondiale
Gigi Roggero: Custodire il fuoco
Custodire il fuoco
di Gigi Roggero
Mario Tronti e il Novecento: un grande tema di riflessione, affrontato lo scorso 14-15-16 novembre a Roma nel convegno organizzato dal Centro per la riforma dello Stato. L’incontro si è posto in continuità con la giornata di studio e confronto di inizio maggio a Bologna, organizzato da DeriveApprodi, «Pandora» e Andrea Cerutti. Pubblichiamo il contributo di Gigi Roggero, che rilegge il pensiero dirompente e inquieto di Tronti attraverso tre punti fondamentali
1. Cominciamo con una tesi dal sapore volutamente schmittiano: Tronti sta al marxismo come la terra sta al mare.
Per illustrarla, citiamo un brano della traduzione inglese di Operai e capitale: «As a first objection, we might ask who said that human civilisation is indeed capital’s dearest concern». Conoscete fin troppo bene il testo originale. Per coloro ai quali sfuggisse, eccolo: «Ma prima di tutto, chi vi dice che ci sta a cuore la civiltà dell’uomo?». Sia chiaro, non è un problema di cattiva traduzione linguistica, e tanto meno ne facciamo una colpa al traduttore. Il punto politico è l’intraducibilità del pensiero di Mario nel lessico dell’universalismo e dell’interesse generale, cioè non solo della sinistra ma dello stesso marxismo. Potremmo dire eccedenza, se non fosse un concetto che rischia di essere debole. Perciò, ancora una volta in termini esplicitamente schmittiani, parliamo di eccezione del pensiero trontiano.
Per definirlo, nella giornata di confronto a Bologna dello scorso maggio, Carlo Galli ha messo in campo un altro termine, estremamente azzeccato: sconnessione.
Carlo Formenti: Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano
Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano
di Carlo Formenti
L’articolo di Zichen e Haijun pubblicato da “Contropiano” ( Il Proletariato digitale, ndr) affronta in modo ingenuo – mi permetto di definirlo tale soprattutto perché accampa infondate pretese di novità – un interrogativo teorico complesso e controverso sul quale, in campo marxista, si discute da decenni, vale a dire: in che misura l’avvento delle tecnologie digitali impone una revisione radicale delle categorie fondamentali della critica dell’economia politica.
Ho volutamente usato il termine tecnologie digitali, laddove gli autori associano disinvoltamente l’aggettivo digitale ai concetti di economia, capitalismo e proletariato (proletariato digitale è il titolo dell’articolo), in modo da chiarire da subito i termini del dissenso. È vero che io stesso, sia in un libro del 2011 – Felici e sfruttati.
Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro – che in testi precedenti, fui fra i primi a utilizzare analoghi neologismi (ad esclusione di quello di proletariato digitale), ma in un contesto e con finalità diverse: da un lato, intendevo richiamare l’attenzione su certi fenomeni socioeconomici emergenti, dall’altro, mi proponevo di criticare coloro che, a partire da tali fenomeni, tentavano già allora di fondare una visione tanto innovativa quanto distorta della teoria marxista.
Oggi non li userei più nemmeno in senso metaforico, perché mi sono convinto che l’attuale livello di evoluzione del modo di produzione capitalistico – di cui la tecnologia digitale è solo uno, e nemmeno il più decisivo, dei fattori- imponga di elevare l’analisi a un 2/10 livello di astrazione superiore a quello cui Marx poteva aspirare a partire dall’analisi concreta del capitalismo ottocentesco, e non di riproporne i concetti cambiandone il nome, senza metterne in discussione i limiti immanenti (vale a dire la loro determinazione storica che – Lukács docet – è l’unico criterio scientifico accettabile per chi voglia applicare seriamente il metodo marxiano alla realtà).
Sara Ramzi e Greta Veresani: Anan, l’Italia processa la resistenza palestinese
Anan, l’Italia processa la resistenza palestinese
di Sara Ramzi e Greta Veresani
Tre cittadini palestinesi rischiano una condanna per terrorismo in un tribunale abruzzese, in un processo che mostra la rimozione della realtà dei Territori occupati in Palestina
Sono passati due anni dal 7 ottobre 2023 e 78 anni dal Piano di Partizione della Palestina del 1947 che, insieme alla guerra arabo-israeliana del 1948 e alla Nakba, segna l’inizio del più controverso regime di apartheid della storia contemporanea. Siamo nel gennaio del 2026 e una giuria italiana si trova a emettere una sentenza sulla legittimità della resistenza palestinese: succede in Abruzzo, dove tre cittadini palestinesi, Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh rischiano una condanna di 12, 9 e 7 anni di reclusione per terrorismo internazionale.
La richiesta di pena è stata formulata dal Pubblico Ministero davanti alla Corte d’Assise de L’Aquila, sulla base dell’articolo 270 bis del codice penale intitolato «Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale», in questo caso, diretta verso uno Stato estero, Israele. Yaeesh è accusato di finanziare e coordinare dall’Italia il Gruppo di Risposta Rapida della Brigata Tulkarem, gruppo di resistenza armata che combatte l’occupazione israeliana in Cisgiordania. La vicenda nasce da una richiesta di estradizione israeliana solo per Anan Yaeesh e si evolve in un procedimento italiano che coinvolge anche i suoi concittadini Irar e Doghmosh.

