sinistra in rete logo

[SinistraInRete] Eros Barone: La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia

Sharing

Rassegna – 25/01/2026

 

Eros Barone: La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia

sinistra

La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia

di Eros Barone

Lijx2E10Zp4Ph3F1N1KjgInceft6lytTG8dM1hS0qx0.jpgIl capitale non lavora più da solo alla sua dissoluzione; ha fatto in modo che al suo abbattimento collabori il mondo intero.

Martin Nicolaus, L’oggettività dell’imperialismo.

1. Economia e politica dell’imperialismo

La categoria di imperialismo rivela tutta la sua produttività dal punto di vista conoscitivo, allorquando viene applicata all’analisi del conflitto intra-imperialistico (ossia tra i vari capitali di una stessa potenza imperialistica) mediante la ricognizione puntuale della composizione del potere economico e delle contraddizioni che lo attraversano nell’attuale congiuntura. Da questo punto di vista, è possibile affermare che lo scontro interno al capitale finanziario statunitense è stato guidato, nel periodo delle presidenze ‘democratiche’, dai settori ad alta tecnologia (aerospazio, finanza, armi, elettronica, informatica, ‘mass media’, farmaceutica, ‘green economy’) ai danni dei settori tradizionali (petrolio-gas-carbone, trasporti, turismo, agricoltura, manifatturiero, immobiliare, alimentare, tessile). All’inizio del conflitto i fattori di convergenza tra i due settori prevalevano sui fattori di divergenza, poiché nel pieno di quella congiuntura critica (2022-23) lo scontro interno al capitale statunitense si scaricava sul contesto russo-ucraino in due modi: per un verso, accelerando il processo di penetrazione dei capitali ‘verdi’ in Europa; per un altro verso, offrendo sbocco al settore petrolifero Usa, in difficoltà sul fronte interno. In quella fase, un’accelerazione delle tensioni in Ucraina piaceva ad entrambi gli schieramenti: da una parte, consentiva alle multinazionali ‘green’ di andare alla conquista del mercato europeo; dall’altra, dava modo alle compagnie petrolifere di rifarsi all’estero della sconfitta subita in patria. Dopodiché, a mano a mano che l’offensiva russa penetrava nel territorio dell’Ucraina dell’est e del sud e la controffensiva ucraina veniva o circoscritta o respinta, i settori tradizionali del capitale americano hanno pragmaticamente preso atto della inevitabile sconfitta dell’Ucraina e della superiorità schiacciante delle forze armate russe, cambiando di 90 gradi (se non di 180) la posizione assunta in quella guerra per procura dall’amministrazione Biden e ponendo in atto lo sganciamento progressivo da un conflitto sempre più svantaggioso per gli Stati Uniti.

Leggi tutto

Carlo Formenti: Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della östpolitik

perunsocialismodelXXI

Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della östpolitik

di Carlo Formenti

Hauke Ritz: Perché l’Occidente odia la Russia, Fazi, 2026

la russia e loccidente 346331.jpgHauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all’Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l’Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell’Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l’argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell’influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto “Occidente collettivo”; la perdita di memoria storica che ha favorito l’americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un’Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.

 

I.

Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali.

Leggi tutto

Mario Pietri: Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale

lantidiplomatico

Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale

di Mario Pietri

peaionvaroiubfi64In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.

La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.

 

1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero

La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.

  • Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
  • Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
  • Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
  • E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.

Leggi tutto

Jeffrey D. Sachs, Sybil Fares: La guerra ibrida USA-Israele contro l’Iran

cambiailmondo

La guerra ibrida USA-Israele contro l’Iran

di Jeffrey D. Sachs, Sybil Fares – Common Dreams

Comprendere le tattiche della guerra ibrida aiuta a spiegare perché la retorica di Trump oscilli così bruscamente tra minacce di guerra e finte offerte di pace

La questione non è se gli Stati Uniti e Israele attaccheranno l’Iran, ma quando. Nell’era nucleare, gli Stati Uniti si astengono dalla guerra totale, poiché essa può facilmente portare a un’escalation nucleare. Invece, gli Stati Uniti e Israele stanno conducendo una guerra contro l’Iran attraverso una combinazione di sanzioni economiche schiaccianti, attacchi militari mirati, guerra cibernetica, fomentazione di disordini e incessanti campagne di disinformazione.

Questa strategia combinata è chiamata “guerra ibrida“. Sia il Deep State americano che quello israeliano sono dipendenti dalla guerra ibrida. Agendo insieme, la CIA, il Mossad, i contractor militari alleati e le agenzie di sicurezza hanno fomentato il caos in Africa e nel Medio Oriente, in una serie di guerre ibride che includono Libia, Somalia, Sudan, Palestina, Libano, Siria, Iraq, Iran e Yemen. Il fatto scioccante è che per più di un quarto di secolo, i militari e le agenzie di intelligence di Stati Uniti e Israele hanno devastato una regione di centinaia di milioni di persone, bloccato lo sviluppo economico, creato terrore e movimenti di profughi di massa, senza ottenere nulla se non il caos stesso. Non c’è sicurezza, non c’è pace, non esiste un’alleanza stabile filo-USA o filo-Israele, solo sofferenza.

Leggi tutto

Alessandro Avvisato: A Davos la foto di un sistema al collasso

contropiano2

A Davos la foto di un sistema al collasso

di Alessandro Avvisato

Quest’anno il World Economic Forum di Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti tra manager, banchieri, finanzieri, politici provenienti da oltre 130 Paesi. Tra questi ci sono circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo.

Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.

La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.

Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.

A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”.

Leggi tutto

Tiberio Graziani: Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump

lafionda

Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump

di Tiberio Graziani

Nato nel contesto del dopoguerra a Gaza, il Board of Peace promosso da Donald Trump si configura come un modello alternativo al multilateralismo tradizionale. Più che un’iniziativa contingente, rappresenta un tassello coerente di una strategia statunitense volta a ridefinire il potere globale in una fase di transizione ancora aperta.

L’iniziativa Board of Peace, lanciata dal Presidente Donald Trump nel gennaio 2026, rappresenta uno dei tentativi più radicali di riscrivere le regole della diplomazia internazionale e della gestione dei conflitti.

Più che un’iniziativa di pace, il Board of Peace solleva una questione centrale, vale a dire se la gestione dei conflitti debba restare ancorata al multilateralismo o essere affidata a forme di leadership selettiva e personalizzata.

In questa prospettiva, il Board of Peace può essere letto come un ulteriore tassello della dottrina politica di Donald Trump, coerente con altre iniziative spesso interpretate come eccentriche o improvvisate, ma riconducibili a una visione precisa delle relazioni internazionali. Una visione che privilegia leadership diretta, accordi selettivi e strumenti economici rispetto alle architetture multilaterali tradizionali, e che mira a ritagliare per gli Stati Uniti uno spazio di influenza centrale nella riconfigurazione di un equilibrio globale sempre più fluido. In un contesto segnato da transizioni e riposizionamenti continui, più che di un sistema internazionale, sembra infatti più appropriato parlare di un equilibrio internazionale in fieri, aperto e instabile.

Leggi tutto

Pier Paolo Caserta: I giuristi di regime contro Barbero

sinistra

I giuristi di regime contro Barbero

di Pier Paolo Caserta

Adesso è partito un coro all’indirizzo di Alessandro Barbero, intonato da alcuni giuristi di regime, cioè sostenitori della de-forma costituzionale.

Il coro ha lo scopo di cercare di delegittimare Barbero in quanto personalità autorevole che ha preso posizione per il NO. Gli “argomenti” utilizzati contro Barbero, prima ancora di entrare nel merito, mettono l’accento su quello che, secondo i giuristi di regime si configurerebbe come uno sconfinamento commesso dal Professore e divulgatore di Storia.

Poteva continuare a fare l’influencer – suggerisce un giurista di regime – ma non ha le necessarie competenze giuridiche per esprimersi sull’argomento. È come se, continuano i giuristi di governo, io volessi parlare di Storia ecc. Insomma non vale la pena proseguire, la linea è questa, di sconcertante povertà culturale.

Quali sono, infatti, queste “competenze” richieste per potersi pronunciare in merito al prossimo referendum sulla riforma costituzionale della giustizia? Sono competenze di natura “tecnica”? Bisogna essere per forza magistrati oppure tacere?

A ben vedere i giuristi di regime contro Barbero non fanno altro che attingere al bestiario neoliberale e tecnocratico secondo il quale occorre far parlare solo gli “esperti”: soltanto i medici parlino di Sanità, soltanto i magistrati di riforma della giustizia ecc. Lasciamo stare ora la folla di problemi che nasce a voler prendere sul serio questa diffusa posizione: per esempio cosa succede, come di fatto accade, quando esperti in uno stesso campo sono in disaccordo tra di loro? Lasciamo stare, perché questo significherebbe già confrontarsi presupponendo la buone fede dell’interlocutore.

Leggi tutto

Alessandro Visalli: La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.

tempofertile

La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.

di Alessandro Visalli

DSC
0593 5.JPGNell’antica Cina si chiamava 逐鹿中原 / zhúlù zhōngyuán, ovvero “Dare la caccia al cervo della pianura centrale”. Si tratta di una metafora politica molto antica, che risale alla conquista Zhou (circa anno mille) e struttura un’immaginazione geopolitica che presume tre cose, nella ricerca della sovranità (il Cervo, lù):

  • c’è un centro ordinatore, il zhōngyuán, la Pianura Centrale, che è insieme normativo-politico e geografico;
  • ogni frammentazione è patologica e va considerata temporanea, sono interregni e vanno riassorbiti;
  • la legittimità, conseguentemente, è essenzialmente capacità di unificare.

Zhao Tingyang scrive che:

“il potere politico significa stabilire un ordine sociale mediante la trasformazione di risorse disponibili in risorse controllate, cioè di trasformare la semplice continuazione della vita in un’aspettativa credibile. In questo senso la politica costituisce un tentativo di appropriarsi in maniera ordinata dell’avvenire”[1].

Secondo la massima di Confucio, “che coloro che sono vicini siano felici, e coloro che sono lontani accorreranno alla vostra Corte”, qui si tratta di sviluppare unità (nella Piana Centrale) tramite attrazione, e non espansione. Tingyang parla di un “modello a vortice” che sviluppa una “potente forza centripteta”.

La descrizione è interessante e rende molto vividamente l’idea:

“le numerose parti che entrano a far parte del gioco non riescono a resistere all’attrazione esercitata da tale vortice e si battono l’una dopo l’altra partecipando ‘volontariamente’ al gioco in maniera concorrenziale, mentre altri partecipanti vi vengono trascinati passivamente, e così il vertice si fa sempre più ampio e più forte, fino a raggiungere una situazione di stabilità che è quella che dà forma all’estensione complessiva del paese”[2].

Leggi tutto

Nico Maccentelli: La sinistra nostrana e le “rivoluzioni colorate”

nicomaccentelli

La sinistra nostrana e le “rivoluzioni colorate”

di Nico Maccentelli

image 81 620x413 1.pngLe vicende avvenute nelle ultime settimane, rivelano come ormai quella che qui chiamiamo sinistra, non sia altro che un terminale che risponde a comando a ogni campagna criminale dell’imperialismo, ossia dell’egemone USA e i suoi vassalli occidentali. Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte dalla definizione indiscutibile che qui c’è la democrazia e oltre il “giardino occidentale” ci siano invece autocrazie feroci, oligarchie e dittatori vari, onde per cui ogni mobilitazione o anche solo l’esternazione che favorisca le politiche belliche, golpiste, sanzionatorie o terroristiche fatte da USA e scimmiottate dalle peggiori camarille di regime europee siano giuste a prescindere.

Dunque, la vulgata priva di riscontri definisce Maduro un dittatore, gli Ayatollah dei sanguinari repressori e si glissa sulla natura nazista dei banderisti ucraini, presentando spesso un mondo alla rovescia, che conferma anch’esso a prescindere un suprematismo atlantista, che calpesta sistemi politici, culture e religioni non in linea con una visione del mondo liberale. La novità è che questo giochino funziona da noi, ma non nel resto del mondo, nel suo complesso di identità e dinamiche sociali e statuali spesso antiche di secoli se non millenni, che dovrebbero essere affrontate, al contrario, con uno spirito di rispetto e cooperazione paritetica. Cosa che l’imperialismo non fa. Anzi attacca con violenza e anti-diplomazia ogni paese e popolo che ostacola la predazione ultrasecolare, arrivando anche al genocidio come stiamo vedendo in Palestina.

Sarebbe scontato e facile analizzare il consenso ideologico al sistema imperiale da parte di forze di destra come FdI della premier Meloni. È più utile e importante invece andare a vedere cosa accade nella sinistra cosiddetta radicale, più ancorata a questioni di principio come il dirittumanitarismo che a una politica rivoluzionaria che si pone obiettivi politici nella direzione di una vittoria sull’imperialismo e nell’interesse dei processi di decolonizzazione e di emancipazione dei popoli e delle classi lavoratrici.

Leggi tutto

Elisabetta Burba e Maria Pappini: Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro

krisis.png

Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro

di Elisabetta Burba e Maria Pappini

Per blindare l’egemonia Usa, la «dottrina Donroe» punta al controllo fisico delle risorse strategiche. Dal Venezuela alla Groenlandia

MARTIN John Great Day of His
Wrath.jpgL’energia è il cuore dell’ultimo scontro globale: ogni barile venduto fuori dal circuito del dollaro è una crepa nel primato di Washington. Per 50 anni, il sistema ha retto su patti che imponevano ai produttori di scambiare greggio in dollari, alimentando Wall Street e sostenendo i titoli di Stato Usa. Ma oggi, sotto la spinta della de-dollarizzazione, quel modello vacilla. La risposta di Donald Trump è un cambio di passo, che impone la linea dura del controllo delle risorse strategiche.

«La Cina può comprare tutto il petrolio che vuole da noi». Con queste 11 parole, il presidente Donald Trump ha svelato il baricentro dello scontro globale in atto: il petrolio. Lo ha fatto all’incontro con i vertici di Big Oil riuniti alla Casa Bianca il 9 gennaio scorso. Cinque giorni prima, il concetto era stato declinato in modo molto più diretto dal senatore repubblicano Thomas Massie. «Svegliatevi, Maga. Il Venezuela non riguarda la droga. Riguarda il petrolio» aveva detto ai suoi il guastafeste di Trump. Il senatore ribelle aveva messo a nudo la posta in gioco a Caracas: la partita non è morale, è materiale.

https://youtu.be/iaE8lw8_x30

In Venezuela, Iran e Nigeria, i tre Paesi contro cui l’amministrazione Trump ha condotto azioni militari dirette (anche se l’attacco annunciato a Teheran pare sia stato sospeso), il cuore del problema è il petrolio. O, meglio, il dominio fisico delle filiere, come insegna la lezione della Groenlandia, dove la posta in gioco sono le terre rare e il controllo delle rotte artiche. Ma, attenzione, non si tratta di risorse fini a se stesse. Ogni barile di petrolio o di gas naturale che sfugge al circuito americano riduce la domanda strutturale di dollari. Quindi è una minaccia esistenziale all’egemonia di Washington. E il presidente Trump ne è consapevole.

Nella sua strategia, il controllo dei nodi in cui le materie prime passano o vengono estratte è lo strumento per affrontare il problema dei problemi: la dedollarizzazione.

Leggi tutto

Pino Arlacchi: La debole Armada: l’inganno di Trump

contropiano2

La debole Armada: l’inganno di Trump

di Pino Arlacchi*

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.

Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.

Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.

Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività.

Leggi tutto

Carlo Rovelli: C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no?

lantidiplomatico

C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no?

Luca Busca intervista Carlo Rovelli

Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.

Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.

* * * *

L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?

Leggi tutto

Gianandrea Gaiani: Le smanie bellicose di Ursula von der Leyen

analisidifesa

Le smanie bellicose di Ursula von der Leyen

di Gianandrea Gaiani

Forse ispirata dall’autoreferenzialità di Donald Trump, anche il presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen sembra ormai nutrire un ego smisurato che la induce a travalicare ancora una volta i poteri della Commissione europea.

Comer accade anche al presidente statunitense, sembra che nulla affascini più del “military power” i sogni di gloria della signora von der Leyen, che è ricaduta in un errore già commesso in passato.

A inizio settembre dello scorso anno aveva affermato che esistevano “piani piuttosto precisi” per il dispiegamento di truppe europee in Ucraina ma era stata duramente ripresa dal connazionale Boris Pistorius, ministro socialdemocratico della Difesa tedesca. “La Ue non ha alcun mandato né competenza sul posizionamento delle forze armate. Andrei piuttosto cauto nel commentare considerazioni del genere. Si tratta di questioni di cui non si discute prima di sedersi al tavolo dei negoziati con le molte parti che hanno voce in capitolo” dichiarò Pistorius.

Per confermare la tendenza ad avventurarsi ben oltre i limiti del suo mandato, il 12 gennaio von der Leyen ha riferito ad alcuni giornalisti che “per l’Unione europea è fondamentare accelerare sul piano di pace in 20 punti discusso da Zelensky con Trump a fine dicembre. In questa fase i principi di base sono chiari: la prima linea di difesa sarà ed è costituita dalle forze armate ucraine e sarà compito dell’Ue fare in modo che siano ben equipaggiate”.

Leggi tutto

Geraldina Colotti: Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori

lantidiplomatico

Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori

di Geraldina Colotti

La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione

Mentre un’orchestrata campagna di allarmi e fake news tenta di coprire la verità sulla brutale operazione di guerra illegale eseguita dagli Stati Uniti all’alba del 3 gennaio 2026, la realtà dietro la violenza imperiale comincia a emergere in tutta la sua crudezza. Non è stato affatto una “passeggiata”, come ha cercato di far credere Donald Trump con il suo consueto cinismo arrogante. È stata un’aggressione terroristica in piena regola, un atto di forza bellica disproporzionata, asimmetrica, che ha violato ogni norma del diritto nazionale e internazionale, trovando però sulla sua strada la resistenza eroica del popolo venezuelano, dei militari venezuelani e cubani, e delle soldate.

I dati che emergono smentiscono la narrativa di un’operazione chirurgica e indolore. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue eroici combattenti cubani, presenti legalmente nel Paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti.

Leggi tutto

 


Sharing