Rassegna – 27/01/2026

Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
di Luigi Alfieri
Oltre gli stereotipi. L’Occidente non c’è più, la Nato è un cadavere vivente, non c’è più neanche l’Impero americano. Tra le tante implicazioni, una è evidente: l’Europa dovrà fare da sola. Non l’Unione: non ne ha la struttura. È tempo di pensare finalmente l’Europa come realtà politica
Ammetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.
Primo stereotipo. Trump è pazzo…
Mah. Megalomane di sicuro. Paranoico probabilmente, ma secondo il mio amatissimo Elias Canetti il potere è paranoico in quanto tale. Forse però è un furbastro che recita il proprio personaggio, e le due cose non si escludono affatto a vicenda, anzi stanno benissimo insieme. Comunque, non è questo il punto.
Mi viene in mente una “striscia” di Tullio Pericoli sull’ “Espresso”, tantissimi anni fa. Nella prima vignetta si vede Hitler che sbraita. Una voce fuori campo commenta: “Bisogna fare la psicoanalisi di Hitler!”. Poi si vede una folla acclamante in estasi mentre Hitler sbraita.
Ferdinando Bilotti: Sette storie per non dormire: la chimica
Sette storie per non dormire: la chimica
di Ferdinando Bilotti
Nel precedente articolo abbiamo affrontato in termini generali la questione del ruolo negativo assunto dalle grandi imprese nell’evoluzione dell’economia nazionale, figlio sia delle modalità di conduzione delle medesime a opera dei loro titolari, sia dei condizionamenti esercitati da questi sul ceto di governo, che hanno fatto sì che il secondo tutelasse gli interessi dei primi anche a scapito delle possibilità di sviluppo industriale complessivo del paese. Abbiamo inoltre accennato al fatto che dal 1992 in avanti la nostra classe politica abbia agito contro l’interesse nazionale anche per soddisfare appetiti di soggetti stranieri. Ora vogliamo illustrare le forme che concretamente assunsero questo ruolo negativo della nostra élite imprenditoriale e questa sottomissione del nostro ceto politico a interessi stranieri, attraverso la ricostruzione di sette casi esemplari: aziende o interi settori industriali che sono stati condannati al declino o alla sparizione dalle scelte compiute da imprenditori e governanti. Si tratta di aziende e comparti il cui sviluppo era stato tale da renderli dei motivi di vanto per il nostro paese, o che comunque si connotavano per le notevoli potenzialità che avrebbero potuto esprimere, se adeguatamente tutelate; le loro vicende costituiscono dunque delle vere e proprie storie dell’orrore, che a nostro avviso dovrebbero turbare i sonni degli italiani comuni (di tutti quelli, cioè, che non hanno ricavato da esse un beneficio personale).
Cominciamo col trattare il caso dell’industria chimica. Questo fu uno dei settori protagonisti della seconda rivoluzione industriale. In esso l’Italia si trovò presto indietro rispetto agli altri grandi paesi europei, e tale situazione era ancora evidente all’indomani della Seconda guerra mondiale. Il regime fascista, in verità, aveva tentato di porvi rimedio, ma le sue politiche erano valse più ad accrescere i profitti degli imprenditori che a consentire uno sviluppo solidamente fondato dell’apparato produttivo, quando non a garantire i primi anche a scapito del secondo. Difatti, il suo esasperato protezionismo aveva consentito la sopravvivenza di industrie poco efficienti, ostacolando in tal modo l’elevazione della produttività e del livello tecnologico medi dei vari comparti.
Salvatore Bravo: Inclusione e Grande Madre
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Inclusione e Grande Madre
di Salvatore Bravo
Il tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e pedagogici del liberalismo. La parola inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda per mascherare scelte aziendali e capitalistiche come democratiche e per tacitare i dissenzienti, giacché solo un essere antidemocratico e ostile all’umanità potrebbe essere contrario all’inclusione. Con tale propaganda i dissenzienti sono zittiti e posti ai margini della vita culturale e, nel contempo, coloro che sono per l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei mondi possibili e specialmente nell’unico possibile” sono nei fatti discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo censorio non è mai colto, poiché è già il segno della profondità del male. Il risultato di questa campagna inclusiva che passa dalla formazione, in particolare, ma è generalizzato, è il nuovo dogma, anche, della chiesa e giunge nelle aziende fono a fondare un corpo sociale interno al dogma (inclusione) mai pensato e mai problematizzato. Chiunque osi pensare il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo meccanico e immediato. L’inclusione è il dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una società inclusiva che consente a ogni differenza di esprimersi sul mercato della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo, delle differenze è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili. Nella società inclusiva le pulsioni sono “libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità primitiva e meccanica da scaricare, la mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato-” con i suoi dogmi.
Stefano Porcari: Esiste davvero un “bazooka” finanziario UE contro gli USA?
Esiste davvero un “bazooka” finanziario UE contro gli USA?
di Stefano Porcari
Al World Economic Forum di Davos, il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha deciso oggi di smorzare le preoccupazioni sulle possibili ritorsioni europee che alcuni commentatori e analisti economici hanno ipotizzato potrebbero essere usate per far fronte alle minacce sulla Groenlandia (che poi è la minaccia di far morire la NATO per una sudditanza conclamata a Washington).
“Penso che qui ci sia una narrazione completamente fuorviante” che “sfida ogni logica”, ha detto Bessent. Il riferimento è alla fine che le capitali europee potrebbero far fare ai 12,6 trilioni di dollari di asset, e in particolare ai 2,8 trilioni di dollari di Treasury, che sono detenuti nel Vecchio Continente. Oltre a una serie di misure dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) e all’idea di dazi di risposta.
Ma il nodo che ha fatto andare in subbuglio le redazioni delle testate economiche e che ha fatto sussultare di orgoglio quelle europeiste fino al midollo è proprio quello delle grandi ricchezze finanziarie stelle-e-strisce che la UE potrebbe usare come arma. Ma è davvero così o si sta di nuovo bluffando, come abbiamo fatto notare in un altro articolo solo pochi giorni fa?
Bisogna dire, innanzitutto, che è certamente vero che l’area euroatlantica, seppur a livello strategico vede ormai una faglia irricucibile, sul lato prettamente finanziario rimane ancora intrecciata in maniera viscerale. Il Financial Times ha pubblicato alcuni utili articoli per analizzare le possibilità reali che lo scenario paventato e categoricamente respinto da Bessent si realizzi per davvero.
kamo: Il governo è nemico del popolo, il popolo resiste: organizziamo il contrattacco
Il governo è nemico del popolo, il popolo resiste: organizziamo il contrattacco
di kamo
0. Esiste un nesso tra crisi del capitalismo globale, trasformazione in «fabbrica della guerra» dei territori sociali e suprematismo razziale che percorrono l’Occidente. È la catena dell’imperialismo e della guerra generale che si stringe intorno al collo dei popoli, di cui l’Italia è un anello centrale. È questo l’anello in cui siamo collocati, e che possiamo – dobbiamo – erodere, incrinare, disarticolare. Indebolire, per spezzarlo. E spezzare così la maledetta catena.
1. Dal prologo in cielo alle avventure sulla terra. La resistenza della Palestina e il vento frizzante che ha scompaginato le settimane di «Blocchiamo tutto» hanno mostrato che ricomporre un rifiuto popolare per un presente di guerra, impotenza e solitudine è possibile: è possibile essere forti, contare qualcosa imponendo la propria rigidità, ritrovare senso e gioia collettivi nello sciopero, nel sabotaggio dei tempi, nella lotta di massa. Anche in un contesto relativamente piccolo e pacificato come nella “demokratura” di Modena e dell’Emilia.
2. Per la prima volta un’inaspettata paura, scatenata da un’inedita opposizione sociale, ha messo al muro il governo Meloni, il cui unico asset sul palcoscenico nazionale e internazionale rimane la governabilità sulla rassegnazione, la spoliticizzazione e l’immobilismo, e quindi la sudditanza ai propri padroni e alleati, americani e israeliani – alla faccia dei “sovranisti” e dei “patrioti”.
Andrea Zhok: Morire per delle idee (una sintesi del suicidio europeo)
Morire per delle idee (una sintesi del suicidio europeo)
di Andrea Zhok
La UE, costruita su dogmi neoliberali e subordinazione geopolitica, ha scambiato mercato per democrazia e dipendenza per progresso, fino a sacrificare sovranità, energia e futuro sull’altare dell’egemonia USA, con esiti autodistruttivi per l’Europa di oggi
Ci fu un tempo in cui l’Europa Unita venne presentata come
1) baluardo competitivo rispetto agli USA;
2) costituzione di un organismo sovranazionale dotato di una massa critica capace di imporsi sul piano internazionale.
Tutto ciò si è dimostrato una farsa.
Perché?
A) Il modello ideologico
Quando si confezionò il trattato di Maastricht l’Occidente era dominato dalla leggenda del trionfo neoliberale sull’orso sovietico, e dunque l’impianto neoliberale definì tutti i principali meccanismi legali, il ruolo dell’industria pubblica, i rapporti con la finanza, secondo quel modello ideologico.
Tale modello assume che la libertà di scambio sia un surrogato idealmente compiuto della democrazia (di fatto un miglioramento rispetto al rozzo meccanismo delle elezioni democratiche) e privilegia il ruolo dinamico del grande capitale, rispetto a cui la politica deve svolgere un ruolo ancillare, di facilitatore.
Giuseppe Gagliano: L’ultimatum gentile di Trump agli alleati
L’ultimatum gentile di Trump agli alleati
di Giuseppe Gagliano
A Davos, Donald Trump non si è limitato a provocare. Ha messo sul tavolo un metodo. La Groenlandia è diventata il banco di prova di una nuova relazione tra Stati Uniti ed Europa, fatta di pressioni esplicite e concessioni condizionate. Il messaggio, al netto delle battute e della teatralità, è stato chiarissimo: apriamo subito negoziati per l’acquisizione, non useremo la forza, ma se direte di no ce ne ricorderemo. È la diplomazia del ricatto soft, la pressione asimmetrica travestita da dialogo.
Il contesto è quello del World Economic Forum, dove Trump ha scelto di parlare non solo ai mercati ma soprattutto agli alleati. L’Europa, in questa narrazione, è amata ma fuori strada, protetta ma ingrata, indispensabile ma subordinata. La Groenlandia diventa così il simbolo perfetto: un territorio immenso, strategico, potenzialmente ricco di risorse, politicamente legato a uno Stato europeo. Se cede la Danimarca, cede un pezzo dell’idea di Europa. Se cede l’Europa, cede la pretesa di contare.
Trump ha incardinato la questione groenlandese in un discorso economico coerente con la sua visione del mondo. Gli Stati Uniti sarebbero il motore della crescita globale e avrebbero il diritto di riequilibrare i conti usando strumenti coercitivi “legali”, cioè i dazi. In questa cornice la Groenlandia non è solo geopolitica: è filiera, accesso a metalli critici e materie prime indispensabili per industria, difesa e transizione tecnologica.
Ubaldo Fadini: Per le differenze
Per le differenze
Adelino Zanini e la filosofia economica
di Ubaldo Fadini
Nel testo che pubblichiamo oggi, Ubaldo Fadini riflette sulla nuova edizione di Filosofia economica (DeriveApprodi, 2025) di Adelino Zanini, sottolineando la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.
Prossimamente, pubblicheremo un altro contributo, a cura di Federica Giardini, sul libro di Adelino Zanini.
* * * *
La nuova edizione ampliata di Filosofia economica presenta indubbie novità rispetto all’edizione del 2005. Innanzitutto il sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, che indica proprio nell’ultima formula un’aggiunta essenziale rispetto al precedente, Fondamenti economici e categorie politiche. Il rinvio alle «forme giuridiche» mi permette di considerare la nuova edizione come una sintesi certo parziale ma ben calibrata e incisiva di un percorso di ricerca assolutamente indispensabile per coloro che vogliono acquisire strumenti raffinati per l’articolazione di un pensiero critico-radicale all’altezza dei tempi estremamente difficili a cui siamo consegnati.
Francesco Cappello: Piovono sull’Europa la minaccia dei missili Oreshnik e quella dei dazi di Trump
Piovono sull’Europa la minaccia dei missili Oreshnik e quella dei dazi di Trump
di Francesco Cappello
La strategia di destabilizzazione che, attraverso operazioni di forza e il disimpegno sancito dalla nuova National Security Strategy, ha trasformato l’Europa da alleato a concorrente isolato. La pressione statunitense si intreccia con la nuova coscienza della capacità militare russa, veicolata dal missile ipersonico Oreshnik, che espone il continente a un’inedita vulnerabilità tecnologica e psicologica.
Il forzato mutamento e lo spaesamento nel cambio repentino di retorica dei leader europei i quali, dopo il fallimento delle politiche sanzionatorie e la fine della protezione americana, si trovano costretti a ricercare un nuovo e autonomo assetto di sicurezza continentale per far fronte alla doppia morsa dei dazi USA e della potenza balistica di Mosca.
Lo stato delle cose
I fatti avvenuti tra fine dicembre e gennaio permettono di intravedere l’attuazione di una strategia dell’amministrazione Trump e della CIA volta a destabilizzare il potere russo e il tentativo del processo di pace in atto, attraverso una serie di operazioni coordinate a livello globale. Gli attacchi avvenuti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, tra cui l’incursione di droni sulla residenza di Putin a Valdai (28 dicembre 2025), il sequestro di Maduro in Venezuela e i disordini provocati in Iran (stretto alleato della Russia), non sono eventi isolati ma tasselli di un unico piano per colpire Mosca e i suoi alleati (In particolare Cina e Iran). È lecito, infatti, pensare che la telefonata diplomatica di Trump a Putin abbia funzionato come esca per facilitare la localizzazione del leader russo proprio a ridosso dell’attacco. Questa interpretazione suggerisce che le aperture al dialogo della Casa Bianca siano state una manovra diversiva per coprire azioni di forza, portando Mosca a interrompere ogni trattativa mirante alla pace e a puntare ora esclusivamente sulla vittoria militare in Ucraina prima di riconsiderare qualsiasi equilibrio con l’Occidente.
Autonomia di classe e organizzazione rivoluzionariaMarco Scavino:
Autonomia di classe e organizzazione rivoluzionaria
Riflessioni sull’operaismo italiano degli anni Settanta
di Marco Scavino
L’articolo di Marco Scavino è una utile ricostruzione delle vicende della complessa corrente che va sotto il nome di operaismo italiano.
A una più completa compressione di quell’esperienza sarebbe utile tener conto dell’esistenza di un operaismo di segno libertario.
Vale la pena, a questo proposito, di leggere Francesco Schirone (a cura di), “L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973”, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023 una raccolta di testi e documenti della componente libertaria dell’area dell’autonomia in particolare, ma non solo, milanese.
È importante tener conto del fatto che la stessa storia dell’operaismo non può prescindere da alcuni riferimenti alla sinistra antiburocratica ed eretica sviluppatasi all’estero e, in particolare, in Francia.
Segnaliamo, fra le altre, due importanti pubblicazioni:
“Socialisme ou barbarie” (1949 – 1967) viene fondata da militanti di formazione trotskista ai quali se ne aggiungeranno nel tempo altri di formazione bordighista. Sviluppa una critica radicale dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti giudicati società caratterizzate dal capitalismo di stato e delle burocrazie del movimento operaio riprendendo temi che caratterizzano la corrente comunista dei consigli sviluppatasi in particolare in Germania negli anni ’20 del ‘900;
Algamica: Su la testa!
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Su la testa!
di Algamica*
Che razza di marinai saremmo se passassimo da uno straordinario entusiasmo con il mare in bonaccia a un totale smarrimento di fronte a un Maestrale? Sono passati solo 4 mesi dal settembre scorso, 2025, quando sembrava che avessimo il mondo fra le mani e oggi siamo qui come scoraggiati e demoralizzati, nel tentativo di chiederci cosa fare.
Agli increduli della forza della storia, quella vera e impersonale, va ricordato che nel gennaio 1917 Lenin, il grandioso Lenin, esule in Svizzera, in una assemblea di giovani socialisti parlò in modo scoraggiato circa la rivoluzione in Europa, quando poi alla Russia « manco a parlarne »! Così si espresse.
A distanza di un mese, l’otto marzo (quella che viene definita la Rivoluzione di febbraio) scoppiano le rivolte delle donne contro la guerra, mentre le lavoratrici tessili buttano giù dalle brande i bolscevichi che aspettavano la classe operaia siderurgica e metallurgica – quella che era insorta contro i capitalisti occidentali presenti in Russia, ed era stata sconfitta nel 1905 con un bagno di sangue nella famosa domenica di gennaio. Una classe operaia che proprio perché memore di quella sconfitta faceva difficoltà a mobilitarsi. Scoppia così la Rivoluzione, che sorprende i rivoluzionari bolscevichi.
In aprile, quando i bolscevichi pensavano di sostenere il governo provvisorio, Lenin arriva a San Pietroburgo e capovolge l’orientamento del suo partito, e in luglio dirà « questi soviet sono inservibili.».
Ancora in luglio Lenin coi bolscevichi indicono lo sciopero generale contro la guerra, lo sciopero fallisce clamorosamente.
Quando tutto sembrava perso, in autunno scoppiano le rivolte contadine, una classe mai presa in considerazione prima dai teorici del marxismo. Lenin induce i bolscevichi a sostenere in modo incondizionato la loro rivolta che si sviluppa in modo da seminare il terrore per le campagne, che invoca l’Assemblea Costituente per arrivare infine, col sostegno dei soldati alla presa del Palazzo d’Inverno.
comidad: Trump è il risvolto pornografico del politicamente corretto
Trump è il risvolto pornografico del politicamente corretto
di comidad
Sono dieci anni che ci si impone il mantra secondo il quale Trump sarebbe un outsider avverso ai neoconservatori e a Soros, e soprattutto una deroga, o addirittura un attacco, al politicamente corretto; eppure le smentite a questa falsa tesi sono continue. Di recente Enrico Mentana ha avallato l’operato di Trump, dichiarando che senza la caduta del regime di Maduro non ci sarebbe stata la liberazione di Alberto Trentini, l’operatore umanitario italiano detenuto in Venezuela. Mentana ha anche sfidato i sostenitori del regime di Maduro a spiegare perché Trentini fosse in carcere senza processo e accuse. In realtà la sfida è male indirizzata, dato che qui non si tratta di sostenere nessun regime, ma semplicemente di smascherare dei paralogismi tipici del razzismo e del colonialismo. Anzitutto, Maduro non è “caduto”, ma è stato sequestrato insieme con la moglie. Ora, mentre Maduro viene imprigionato in base ad accuse e forse un processo, altrettanto non si può dire della moglie, che sembra essere diventata un dettaglio secondario per i media. Inoltre il sequestro di Maduro da parte di forze speciali statunitensi è costato circa centoquaranta morti, che evidentemente per Mentana rappresentano un trascurabile prezzo da pagare per ottenere la liberazione di un connazionale.
C’è anche da dire che non possiamo essere certi che Trentini fosse detenuto senza accuse, dato che l’informazione mainstream sul caso è risultata sempre “lacunosa”, per usare un eufemismo. Trentini era un dipendente dell’ONG Humanity & Inclusion, la quale dichiara di essere finanziata dall’USAID, l’agenzia del Dipartimento di Stato USA per interventi “umanitari” all’estero.
Salvatore Bianco: Il governo Meloni, il ponte immaginario
Il governo Meloni, il ponte immaginario
di Salvatore Bianco
«Essere nemici degli USA è pericoloso. Essere loro amici è letale», diceva Kissinger. L’Italia è stretta da un doppio vincolo esterno (Bruxelles e Washington) che ha soppiantato il vincolo costituzioanle interno. Ci vuole un altro paradigma geo-storico che tenga assieme politica, storia e spazio geografico. una «lega» dei Paesi mediterranei
Vi è un racconto leggendario che si è intrecciato, fra l’altro, con la vicenda umana e la parabola politica di Masaniello (1620-1647). Le cronache del ‘600 narrano di un ponte – da costruire – che per la sua smisurata lunghezza avrebbe collegato il periferico e martoriato vicereame di Napoli direttamente con i magnanimi regnanti spagnoli sul suolo iberico. Quel ponte per intuibili ragioni non vedrà mai la luce…
L’Italia in orbita Trump
«Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza»: questo il laconico comunicato ufficiale fatto uscire da Palazzo Chigi dopo l’attacco militare proditorio statunitense del 3 gennaio 2026. Quell’attacco, è bene tenerlo a mente, ha portato al sequestro di un capo di Stato, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e alla sua deportazione coatta negli Usa.
Pasquale Liguori: Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale
Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale
di Pasquale Liguori
Viviamo in un tempo saturo di ambiguità tossiche. Il dibattito pubblico intorno al rapporto tra antisemitismo, antisionismo e potere è un campo minato, attraversato da forzature concettuali, manipolazioni semantiche e operazioni politiche che, con eufemismo, potremmo definire opache. In diversi contesti occidentali – e in Italia in modo sempre più evidente – si moltiplicano iniziative legislative e prese di posizione istituzionali che, sotto il vessillo della lotta all’antisemitismo, mirano in realtà a reprimere la critica a Israele, a disinnescare il dissenso e a restringere lo spazio del dicibile. In questo scenario, figure che si muovono nel perimetro liberal-progressista assumono un ruolo peculiare. Si autorappresentano come garanti di un dibattito “corretto”, anche rivendicando la propria appartenenza al mondo ebraico unita a una postura genericamente antisionista come scudo simbolico e godendo così di un’aura di credibilità preventiva. Questa posizione, tuttavia, non viene utilizzata per aprire il confronto, ma per immunizzarlo. Non discutono: qualificano. Non confutano: insinuano. Non si limitano a criticare testi o tesi, ma agiscono come enti certificatori, distribuendo patenti di legittimità e stabilendo a priori chi è autorizzato a parlare e chi no. Il marchio di antisemitismo viene apposto senza esitazioni, come atto conclusivo, non come ipotesi da verificare o discutere.
Ne derivano reazioni spesso sproporzionate, talvolta persino isteriche. Ogni parola viene soppesata come prova di colpevolezza, ogni analisi sospettata di secondi fini, ogni tentativo di interrogare i rapporti di potere immediatamente ricondotto a una presunta pulsione razziale.
Marco Bonsanto: Quando le parole colpiscono più dei missili
Quando le parole colpiscono più dei missili
di Marco Bonsanto
L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.
Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.
Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità?
Dante Barontini: Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale
Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale
di Dante Barontini
Rispondere con le barzellette a problemi enormi per cui non si ha alcuna soluzione concreta è un classico escamotage da adolescenti. Certo non ci si aspetta che possa essere anche il comportamento di un insieme di paesi che solo qualche mese fa ancora aspirava a diventare un «imperialismo concorrenziale» sulla scena mondiale.
La barzelletta – come l’ha definita il ministro della difesa Guido Crosetto («…15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta») – è stata la prima risposta «europea» all’offensiva trumpiana per prendersi la Groenlandia.
Una mobilitazione finta, quasi simbolica, con pochissimi soldati, per far capire al tycoon che «si sta allargando» un po’ troppo e in modo un po’ troppo insultante, ma allo stesso tempo mirata a non irritare l’Irascibile.
Com’era ampiamente prevedibile, gli Usa hanno rilanciato: i paesi europei che manderanno davvero soldati nel continente di ghiaccio saranno puniti con dazi commerciali accresciuti del 10% rispetto a quelli giù imposti – e concordati successivamente – meno di un anno fa.
Tra i neo-sanzionati non c’è l’Italia, visto che «Gioggia» Meloni ha preso una posizione «alla Pd», ovvero «manderemo soldati solo nel quadro di un accordo Nato» (siccome a capo della Nato ci sono gli Usa, non ci potrà essere alcun accordo). Il che fa incazzare gli altri europei, rimasti in mezzo al ghiaccio senza armi né calzini di lana.


